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Mentre il conte e la contessa Della Valle partivano per Parigi, o almeno così si doveva credere a Borghignano, una delle città più importanti del Veneto, il duca e la duchessa d’Eleda avevano sciolte le vele alla volta di Palermo.

A trentacinque anni, la duchessa Maria d’Eleda quantunque apparisse, in quei giorni, un po’ indisposta, era ancora una donna bellissima. Bionda e bianca, aveva le flessuosità eleganti di una fanciulla, mentre tutto l’insieme le dava quell’aria che si dice aristocratica. Nulla riusciva a meravigliarla, ben poco a commuoverla e anche il tempo sembrava fosse passato dinanzi a lei senza che ella si fosse degnata di accorgersene. In quella freddezza statuaria però c’era qualcosa, da cui Lavater avrebbe tratto conclusioni molto diverse dalle solite che sopra di lei formavano gli osservatori superficiali.

La duchessa d’Eleda lasciò l’unica figlia, cui forse, chissà, abbandonava per sempre, senza versare una lacrima. Lasciò Giorgio, il genero prescelto, con una stretta di mano: cioè stese la mano e, come era solita, l’abbandonò fredda, inerte, in quell’altra che stringeva la sua, e salì col marito, che si espandeva in ogni sorta di tenerezze rumorose, sulla coperta di Newton, il postale da Genova a Palermo.

Quando il canotto che riconduceva sua figlia e Giorgio, tutto ciò che ella aveva amato e amava allora nel mondo, si dileguò dietro le navi ancorate nel porto, rimase fissa collo sguardo nel punto dove aveva vista la barca per l’ultima volta, dov’essa era sparita. E l’espressione angosciosa del suo volto, il tremito delle sue mani, le labbra arse e scolorite, tradivano a poco a poco il dolore smisurato, profondo che la poveretta con tanta forza era pur riuscita a nascondere.

Il duca salutava col fazzoletto; sospirava, piangeva; a chi non lo conosceva a fondo, anche il duca avrebbe fatto pietà.

In questo mezzo le ruote avevano ripreso la loro rapidità regolare, e il Newton salutava Nervi, Recco, Camogli, tutta la fiorita riviera; a poco a poco il sole, perduta la forza de’ suoi raggi, spariva dall’orizzonte, e la duchessa d’Eleda era sempre là, fissa, immobile. Essa guardava ancora lontano lontano, con gli occhi della mente e del cuore; ed era così assorta nell’immagine cara del suo pensiero, da non accorgersi della brezza che si faceva più frizzante e dell’acqua sollevata dalle ruote, che ricadeva su di lei in minutissima pioggia.

Povera Maria! Il suo occhio ancora non poteva dare una lacrima, ma quali lacrime dovevano sgorgare dal suo cuore!…

Il duca, appena uscito dal porto, si era legato al collo, per riparare la gola, il fazzoletto col quale ormai non poteva più salutare i suoi figliuoli. Poi s’infilò un soprabito di mezza stagione.... Dopo qualche tempo mandò il servo per un berretto di castoro che doveva ripararlo meglio del cappello di feltro…; lo richiamò più tardi per avere il suo plaid, che si gettò sulle spalle, e finalmente, sospirando, accese una sigaretta. Ma la commozione della giornata, le lacrime sparse, il freddo della sera e l’odore del cibo, che dalla sottoposta cucina saliva sulla tolda, gli fecero sentire, oltre il vuoto doloroso dell’anima, il vuoto molesto dello stomaco.

– Maria, fa freddo. È meglio che ci ritiriamo, – disse il duca alla moglie.

– Scendiamo pure.

– Che cosa vuoi mangiare?…

– Non ho fame…

– Vuoi forse che pranzi solo?… Non posso più avere mia figlia, nè mio genero… Ho sofferto e soffro abbastanza per colpa tua!

In quel punto il capitano, che passava per caso, esclamò rivolgendosi a Maria: – Badi, duchessa, farebbe bene a coprirsi…

– Lo dicevo adesso adesso!… Prendi il mio plaid, cara… – e il duca lo offrì subito e con molta insistenza a Maria. – Vuol favorire con noi, capitano? – Il capitano accettò l’invito, e scesero tutti insieme nella sala da pranzo.

Il duca era un gentiluomo compito. Dalla parola melata, dal sorriso facile e complimentoso, discorreva di tutto con una verbosità assordante e frettolosa. Parlò, col capitano, di nautica, di commercio, di politica, della pesca del tonno, dell’America e dell’emigrazione.

L’affabilità del duca aveva una dote particolare: teneva le persone sempre allo stesso posto, come il primo giorno che le avea conosciute. Le strette di mano erano frequenti, le scappellate profonde, ma la cordialità era solo apparente. Per altro chi non lo frequentava, chi non poteva conoscerlo bene, lo diceva un uomo tutto cuore, alla mano, senza superbia… Simpatia invece non ne avevano troppa per la duchessa, che parlava pochissimo, che stava troppo sulle sue, e la chiamavano la Madonna di neve. E così appunto aveva pensato di lei, quella sera, anche il capitano della Newton.

Maria non vedeva l’ora di trovarsi sola, e tentava ogni via perchè terminasse la conversazione, mentre il duca faceva del suo meglio per tirare innanzi. Egli lo sapeva pur troppo: se fosse andato a letto prima del solito, non avrebbe più dormito. Solamente quando le dieci e mezzo suonarono all’orologio della sala, egli disse alla moglie: – Vuoi ritirarti, cara?… Sei stanca, avrai bisogno di riposarti.

Il capitano si alzò e accompagnò la duchessa sulla porta della cabina, dov’era aspettata dalla cameriera. Maria la licenziò quasi subito, si chiuse a chiave… e finalmente, dopo tante ore di martirio, era sola. Allora quasi fosse soffocata dalle vesti, se le strappò dal petto, e prorompendo in un pianto secco… in un singulto, in uno schianto senza lacrime, cadde prostrata in ginocchio mormorando: – Dio! Dio mio! fatemi morire!… fatemi morire!… – E così rimase tutta la notte gemendo e singhiozzando rannicchiata, colla febbre, in un cantuccio della cabina.

Mater dolorosa

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