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CAPITOLO QUATTRO

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Jake picchiettò nervosamente il piede, seduto dall’altra parte della scrivania di fronte all’Agente Speciale Capo dell’Unità di Analisi Comportamentale.

Sembra di sicuro un caso seriale, pensò.

Erik Lehl stava descrivendo un paio di omicidi simili avvenuti in Kentucky e Tennessee. Jake stava provando a decidere se voleva anche solo pensarci al momento. Dopotutto, era rimasto coinvolto in una sparatoria a nord dello stato di New York soltanto il giorno prima.

Lehl finì la sua descrizione e disse: “Agente Crivaro, l’unica ragione per cui le sto parlando di questo è che non ho altri agenti più esperti del BAU da inviare sul posto adesso.”

Jake sogghignò e disse: “Perciò, sono l’ultima risorsa, huh?”

Lehl non rise alla piccola battuta di Jake. Naturalmente, Jake era decisamente consapevole che il suo capo non fosse noto per il suo senso dello humor.

“Sa bene di non esserlo” Lehl ribatté. “Solo che non voglio inviare reclute. Ma so che potrebbe aver bisogno di una pausa dopo quello che è successo ieri. In questo caso, va bene. Non è esattamente un caso d’alto profilo, almeno non ancora. Posso chiedere all’ufficio dell’FBI di Memphis di occuparsene. Ma lo sceriffo locale sembra essere nel panico, e ha chiesto specificamente l’aiuto del BAU. Mi farebbe sentire meglio se sapessi di avere il mio agente migliore sul caso.”

“Non dovrebbe lusingarmi, signore” Jake replicò con un sorriso. “Finirò col montarmi la testa.”

Ancora una volta, Lehl non rise. L’uomo smilzo unì le lunghe dita e osservò speranzoso Jake.

“Ci andrò io” Jake disse infine.

Lehl apparve onestamente sollevato.

“Benissimo, allora” Lehl disse. “Farò preparare un aereo che la porti al Dyersburg Regional Airport. Disporrò alcuni poliziotti del posto, affinché la accolgano lì. Vuole che le assegni un partner?”

Jake si agitò nella sedia.

“No, me ne occuperò da solo” rispose.

Lehl emise un lieve ringhio di sgomento.

Aggiunse: “Agente Crivaro, credo che ne abbiamo parlato.”

Jake era divertito dal tono paternale di Lehl. Come se il suo capo lo stesse gentilmente rimproverando.

“Sì, lo so” Jake replicò. “Lei continua a dirmi che è ora che impari ad essere gentile con gli altri. Ma sono vecchio e abituato ai miei modi, signore. Se mi mandasse con una recluta, finirei col terrorizzare quel poverino. Potrei farlo gridare nella notte. Lei non vorrebbe questo.”

Seguì una pausa infausta.

Immagino che non approvi la mia risposta, Jake pensò.

Infine, Lehl disse: “Rifletta sull’idea di prendere un partner. Tornerò da lei in merito a quel volo.”

L’incontro giunse alla conclusione, e Jake tornò nel proprio ufficio. Si sedette alla sua scrivania, ingombra del lavoro di cui si stava occupando quel giorno. Stava pensando al caso del “babysitter killer” in Maryland, provando a mettere insieme sufficienti prove per mandare in prigione un assassino di bambini di nome Larry Mullins. Lui e Riley avevano arrestato l’uomo un paio di settimane prima.

L’udienza sarebbe stata fissata presto. Sebbene Jake, Riley, e tutta la squadra investigativa fossero certi della colpevolezza di Mullins, temeva che una giuria non sarebbe mai stata d’accordo.

Jake si trovò a riflettere sulla proposta di Lehl: avrebbe dovuto rifiutare? Il capo non si sarebbe dimostrato contrariato. E certo aveva altre cose importanti da fare. Inoltre, era ancora scosso dai fatti avvenuti il giorno prima.

Immagino di essere solo un uomo che non sa dire di no, Jake pensò.

Si domandò se fosse dipendente dal lavoro sul campo, e da tutta l’azione e dal pericolo che quel genere di lavoro implicava.

O forse era qualcos’altro.

Ultimamente, era diminuita la fiducia che aveva nelle proprie capacità. La sua incertezza relativa al caso Mullins acuì molto quei dubbi. Forse, aveva accettato questo caso per via dell’ansia di dimostrare di poter essere ancora in grado di svolgere il suo lavoro, non solo bene, ma meglio di chiunque altro nel BAU.

Ma se quei giorni fossero finiti? si chiese.

Ripensò a una frase che l’Agente Lehl gli aveva appena detto.

“Rifletta sull’idea di prendere un partner.”

Jake sospettava che fosse un buon consiglio. Lavorare da solo, lottando per recuperare la fiducia in se stesso, poteva non rivelarsi a una buona idea. Ma Lehl gli aveva appena detto di non avere a propria disposizione altri agenti esperti. Jake non se la sentiva di cedere il caso ad una recluta acerba, inesperta e in fase di addestramento: non quando un serial killer era probabilmente a piede libero e si stava preparando a colpire di nuovo.

Naturalmente, c’era una nuova agente sulla quale Jake non aveva affatto la medesima opinione …

Riley Sweeney.

La sua giovane protetta era molto più che promettente. Aveva già doti migliori di molti altri agenti più esperti, anche se il suo giudizio era talvolta errato ed aveva problemi a seguire gli ordini. Sapeva che un giorno sarebbe diventata brava tanto quanto lui stesso fosse mai stato, se non migliore. Gli piaceva sapere che lei avrebbe potuto proseguire il suo lavoro, dopo il suo pensionamento. E gli piaceva lavorare con lei.

Ma, ancor più, aveva la sensazione che forse avrebbe potuto iniziare a dipendere davvero da lei. Se era vero che le stesse capacità stavano svanendo, avere Riley a portata di mano lo faceva sentire più sicuro nel suo lavoro.

Ma mentre Jake rifletteva sulla questione, sospirò ad alta voce.

Non posso chiederle di lavorare a questo caso, pensò.

Era troppo presto. La povera ragazza era certo troppo traumatizzata dopo gli eventi del giorno prima. Sin dalla sparatoria in quel parcheggio innevato, Jake era stato perseguitato dallo sguardo scosso sul volto di Riley, che fissava il corpo di Heidi Wright.

La ragazza morta sembrava persino più giovane dei suoi veri quindici anni, come una patetica bambolina rotta. Sebbene Riley non lo avesse detto, Jake sapeva che non poteva fare a meno di pensare a se stessa come a una sorta di assassina. La povera ragazza era ancora in stato di shock l’ultima volta che l’aveva vista il giorno prima.

Naturalmente, Jake e Riley erano stati entrambi consapevoli che lei avrebbe dovuto uccidere prima o poi. Ma Jake non aveva mai immaginato che sarebbe successo in tali orribili circostante, e, naturalmente, neanche Riley.

Ha bisogno di un po’ di ferie, Jake pensò.

Aveva anche bisogno del genere di consulenza professionale, che Jake non era in alcun modo preparato a darle.

Eppure, lui si chiese se davvero avesse il diritto di prendere una tale decisione al suo posto. Non avrebbe dovuto esserle permesso di decidere da sola se si sentiva pronta a tornare a lavoro?

Un’altra domanda lo turbava profondamente.

Posso davvero svolgere questo lavoro senza di lei?

Jake raggiunse il telefono sulla sua scrivania e digitò il suo numero.

*

Riley stava camminando nel suo appartamento, quando il suo cellulare squillò. Frankie l’aveva appena riaccompagnata a casa, dopo che si erano viste al Tiffin’s Grub & Pub, dove le due amiche si erano godute un delizioso pranzo e un po’ di buona conversazione. Riley sperava che la chiamata non le rovinasse l’umore.

Riley chiuse la porta alle sue spalle e guardò il telefono. La telefonata era di Jake Crivaro. Rispose immediatamente.

Sentì la burbera voce del suo mentore, dire: “Riley, sono Crivaro.”

Riley sorrise al suo saluto familiare.

Fu sul punto di rispondere: lo so.

Invece disse: “Che cosa succede?”

Sentì Crivaro grugnire con indecisione. Poi disse: “Uh, volevo solo sapere … l’ultima volta che ti ho vista ieri, non stavi bene. Stai meglio?”

Riley provò un bagliore di curiosità. Era sicura che Crivaro stesse chiamando per qualcosa di più che per informarsi sul suo stato di salute.

“Sì, mi sento meglio” rispose. “Immagino che, però, sarà un percorso lungo. Ieri è stata … beh, davvero dura, sa?”

“Lo so” Crivaro rispose. “Mi dispiace che le cose siano andate in quel modo. Hai già preso un appuntamento con un consulente?”

“Non ancora” fu la risposta di Riley.

“Non rimandare.”

“Non lo farò” Riley replicò, niente affatto sicura che fosse una risposta sincera.

Ci fu una strana pausa.

Poi Crivaro disse: “Beh, pensavo che avrei dovuto informarti che sto andando in Tennessee per un po’. Ci sono stati un paio di omicidi, uno in Kentucky e uno in Tennessee, e sembra che possano essere stati opera di un serial killer. Lehl mi ha affidato il lavoro.”

La curiosità di Riley aumentò. Sembrava una strana informazione da voler condividere con lei al momento.

“Spero che vada tutto bene” disse.

“Sì, beh …”

Ci fu un silenzio ancora più lungo.

Poi, Crivaro aggiunse: “Lehl dice che dovrei lavorare con un partner a questo caso. Non ha altro che reclute disponibili, perciò ho pensato che avrei dovuto chiamare e chiedere … No, è una cattiva idea, dimentica che abbia detto qualcosa.”

Riley provò un formicolio di eccitazione.

“Vuole che venga con lei?” domandò.

“No, non avrei dovuto chiamare, mi dispiace. Sono sicuro che sia l’ultima cosa che ti andrebbe di fare al momento. Hai bisogno di riposare, passare del tempo con il tuo fidanzato, tornare alla normalità. Hai anche bisogno di farti seguire da un consulente prima di tornare a lavoro. Sai che, prima o poi, dovrai subire una valutazione psicologica.”

Ma non adesso, Riley pensò. Non se sono già impegnata ad occuparmi di un altro caso lontano da qui.

Di getto sbottò: “Ci vengo.”

Sentì Crivaro sospirare.

“Riley, non sono davvero sicuro della cosa.”

Riley replicò: “Beh, io lo sono. Con chi altro può lavorare? Ha bisogno di qualcuno di tosto, qualcuno che la conosca. Terrorizzerebbe una povera recluta.”

Crivaro sogghignò nervosamente e disse: “Sì, è proprio quello che ho detto a Lehl. Ad ogni modo, sta facendo preparare un aereo per il Tennessee. Vuoi che passi a Washington D.C. e ti venga a prendere?”

“No, non ce n’è bisogno” Riley rispose. “Posso arrivare lì più in fretta col treno. Conosco gli orari, e ce n’è uno che posso prendere a breve. Se passa a prendermi alla stazione di Quantico, potremmo andare direttamente sulla pista.”

Riley gli riferì l’orario d’arrivo e Crivaro rispose: “D’accordo allora.”

Dopo un attimo di esitazione, balbettò: “E, uh …”

Riley sentiva che stava faticando a trovare le parole giuste per quello che voleva dire.

Infine, disse semplicemente: “Grazie.”

Riley quasi si ritrovò a dire, “No, sono io che la ringrazio.”

Invece, rispose: “Sarò lì presto.”

Lei terminò la telefonata e si sedette sul divano, fissando il proprio cellulare. Si sentiva sorpresa per la decisione che aveva appena preso. Non ci aveva affatto riflettuto.

Ho appena commesso un errore? si chiese.

Non le sembrava di aver sbagliato. Infatti, si sentiva sollevata. Era sorpresa dal suo stesso entusiasmo di tornare a lavoro.

Ma quello che maggiormente sorprendeva Riley della chiamata era il tono di Crivaro: era sembrato quasi come uno studente che chiedeva ad una ragazza di uscire.

Vuole davvero lavorare con me, pensò.

Non vuole lavorare con qualcun altro.

Il sentirsi voluta — e forse persino necessaria - le diede una calorosa sensazione.

Ma, quando si alzò dal divano, per dirigersi in camera a prendere la sua valigia sempre pronta, qualcosa le venne in mente.

Ryan.

Doveva telefonargli per avvisarlo. E dubitava che l’avrebbe presa bene. Ricordava la loro conversazione della sera precedente, e come l’avesse pressata per lasciare il BAU, e ciò che lei aveva detto in risposta.

“Ryan, dobbiamo davvero parlarne adesso?”

Non ne avevano discusso ancora, naturalmente. Non c’era semplicemente stato il tempo. Ora, Riley sarebbe andata comunque ad occuparsi di un nuovo caso.

Prese il telefono fisso e digitò nervosamente il numero di Ryan. Lui sembrò contento, quando rispose.

“Ehi, tesoro, sono contento di sentirti. Ho una prenotazione per la cena al ristorante che amiamo entrambi, Hugo’s Embers. Non è grandioso? Sai quanto sia difficile riuscire a trovare un tavolo lì.”

Riley deglutì nervosamente.

Disse: “Sì, è grandioso, Ryan, ma … dovremo farlo un’altra sera.”

“Huh?”

Riley soffocò un sospiro.

“L’Agente Crivaro ha appena chiamato” disse. “Vuole che lavori con lui ad un caso in Tennessee. Sto uscendo proprio ora per prendere un treno per Quantico.”

Ci fu un profondo silenzio.

“Riley, non posso dire che mi piaccia l’idea” Ryan replicò. “Sei pronta a tornare a lavoro? Eri davvero in pessimo stato ieri sera. E inoltre …”

Ci fu un’altra pausa.

Poi Ryan aggiunse: “Riley, ne abbiamo bisogno. Una serata romantica insieme, voglio dire. È passato tanto tempo da quando noi … lo sai.”

A Riley occorse un momento per comprendere esattamente che cosa intendeva dire.

Poi, comprese. Oh mio Dio. Sta parlando del sesso.

Quanto tempo era passato dall’ultima volta che avevano fatto l’amore? Non lo sapeva, e si rese conto che non ci aveva affatto pensato ultimamente. Tra i due casi a cui aveva già lavorato questo mese, era stata esausta. Oltre a questo, era stata preoccupata dall’imminente udienza Mullins.

Rispose: “Mi farò perdonare, lo prometto.”

“Riley, non è questo il punto. L’hai deciso senza nemmeno parlarmene.”

Riley provò una fitta di rabbia.

Dovrò consultare Ryan ogni volta che prendo un caso?

Ma l’ultima cosa che voleva era litigare con lui in merito adesso. Proprio non ne aveva il tempo.

Disse: “Mi dispiace per questo. Dico davvero. Ne riparleremo quando tornerò a casa.”

“Non voglio che tu vada” Ryan soggiunse con voce implorante.

“Devo andare” Riley ribatté. “È il mio lavoro.”

“Ma …”

“Ciao, Ryan. Devo prendere un treno. Ti amo.”

Mise fine alla telefonata e sospirò, quasi disperata.

Dovrei richiamare Crivaro? si chiese.

Dovrei dirgli che non posso accettare il caso?

Crivaro avrebbe sicuramente capito. Glielo aveva già detto.

Ma Riley fu investita da un’ondata di risentimento. Ryan non aveva il diritto di farle pressione in quel modo, specialmente dopo quello che era accaduto il giorno prima. Aveva del lavoro da fare, e non poteva trascorrere il resto della vita a chiedere a Ryan il permesso di farlo.

Si precipitò in camera da letto, prese la valigia e uscì a prendere il treno.

Persecuzione

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