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CAPITOLO IX. La caccia alla tigre

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Durante tutta la sera Sandokan non si era fatto vedere, né da lei, né dal lord, accusando di provare un po’ di sfinimento e una violenta emicrania, il che non gli avrebbe impedito alla domani di trovarsi fra i primi a cacciare la tigre. Non era che una scusa per trovarsi solo; non vi erano emicranie di sorta per lui che non le aveva mai provate, né sfinimenti; sentivasi più forte che mai. Voleva esser solo, per prepararsi per la caccia cui egli riguardava ben sotto altro scopo. Era turbato dopo gli avvenimenti della giornata, che gli avevano aperto un nuovo avvenire, che l’avevano spinto su di una nuova via, che avevano cangiato la Tigre della Malesia, forse prossima a lasciare per sempre quei mari che aveva bagnati di tanto sangue.

Aveva il fuoco nelle vene, non sapeva dominarsi più. Arrischiava l’ultima carta prima di precipitarsi perdutamente in mezzo a una nuova avventura, che per lui era la vita.

Egli girò e rigirò attorno la stanza come una belva rinchiusa nella sua gabbia, cercando allontanare quella visione che lo seguiva passo passo nell’ombra, che gli sussurrava nuove parole, che lo affascinava suo malgrado: poi si arrestò, come poche ore prima, dinanzi alla fenestra che guardava sul giardino come in preda a un sogno, e guardò senza sapere il perché al di fuori.

– Guarda – mormorò egli cercando rompere le tenebre che avvolgevano il parco. – Guarda! Qua la felicità, qua una vita nuova, qua lei e laggiù Mompracem, una vita d’avventuriere, una tempesta di ferro, del sangue, i miei uomini, il Portoghese! Quale di queste due vie? Tutto il mio sangue bolle, quando penso a quella fanciulla che non ho mai veduto nei miei sogni; il fuoco mi serpeggia nelle vene, entro le quali scorre piombo fuso! Si direbbe ch’io l’amo, che l’antepongo alla mia vita di uomo sanguinario. Il mio cuore rugge al sol pensiero che è figlia delle giacche rosse, ma sanguina al pensiero che io dovessi dimenticarla! Prima era il terror dei mari, prima non aveva mai provato emozioni, non aveva gustato che sangue e sangue… e ora, non gusto che lei, non respiro che l’alito di lei, non provo che emozioni per lei. Il mio mondo è lei!…

Il pirata aprì la fenestra, aspirò l’aria fresca della notte. La notte era magnifica, stellata, una notte tropicale; egli sentì il sangue rimescolarsi, turbinargli, il cuore fiammeggiare. Con un balzo precipitò nel giardino ancor prima che potesse rendersi conto di quella mossa.

Rimase incerto, ascoltando lo stormir delle fronde e il sibilar del sangue negli orecchi.

– Se io fuggissi? – si chiese egli. – Se io frapponessi fra me e quella visione divina la foresta, poi il mare, poi… poi dell’odio, perché ha del sangue di loro! Ritornerei libero laggiù… senza nulla rimpiangere… senza farle conoscere che io l’amo di già, ancor prima che lei abbia ad amarmi!

Sandokan fece alcuni passi come avesse preso una risoluzione movendo verso le mura del parco, poi s’arrestò come lo spavento l’avesse inchiodato al suolo. Gettò uno sguardo attorno, vide i grandi alberi che parevano messi là per spiarlo, vide quei fiori il cui profumo lo inebbriava, vide il tronco atterrato dove poco prima era seduta lei, vide su di esso la mandola poi qualche cosa di bianco. Fece un passo, due, poi dieci dirigendosi verso quel luogo col passo furtivo di un ladro.

– Era là – mormorò egli con voce commossa. – Era là, quella giovanetta affascinante, era là che cantava ed io ero laggiù a udirla, ebbro, trasognato!… Se io non la vedessi mai più?… Se io non la udissi mai più?… Se fuggissi?…

Egli girò nuovamente attorno lo sguardo e lo fermò sulla mandola, presso la quale vide un oggetto bianco. Egli si avvicinò come spintovi da una forza sopranaturale, senz’essere capace di staccare da esso gli occhi, e l’afferrò con mano convulsa.

Era un fiore, una rosa dei boschi che la giovanetta s’era dimenticata. Il pirata l’ammirò a lungo come si ammira una cosa sacra, fiutò più volte il delicato profumo che esalava, la portò alle labbra, la baciò con appassionato trasporto. Stette un minuto, due, forse tre, così col fiore attaccato alle ardenti labbra, poi lo nascose nel petto e marciò dritto alle palizzate.

– Andiamo – rantolò egli. – Tutto sarà finito.

Egli si arrestò nel momento che stava per pigliare lo slancio e varcarle. Un singulto gli serrò la gola, un tremore lo prese. Egli nascose il volto fra le mani mugolando come una belva.

– Ma no! Ma no!… – esclamò egli. – Non posso varcare questa cinta, non posso allontarmi da questi luoghi, nol posso, no, nol posso. Che s’inabissi Mompracem e i pirati, io resterò!…

Egli si era allora messo a correre pel parco volgendo le spalle alle palizzate, quasi avesse paura di dover varcarle, e come avesse paura di pentirsi di quelle parole uscitegli dalle labbra, che erano per lui una sentenza.

Rientrò nella stanza due ore dopo, trafelato per la corsa, affranto, tutto in sudore, più cupo che mai. Quando, dopo di aver a lungo esitato, si trovò ancora in quella stanza dalla quale era fuggito coll’intenzione di non rivederla mai più, un profondo singhiozzo gli uscì dalle frementi labbra.

– Ah! – esclamò egli con tono di rimpianto. – La Tigre della Malesia tramonta!…

Egli passò la notte senza sapere il come, senz’essere capace di chiudere occhio. Solo verso il mattino poté addormentarsi, ma fu un dormire di poche ore, poiché fu improvvisamente svegliato da un nitrire di cavalli, da un abbaiar di cani e da un vociare d’uomini.

Si vestì in un lampo, aprì la fenestra con precauzione per non essere visto, e guardò.

Sei o sette cavalieri, armati di fucili, di pistole e di coltelli a doppio taglio, erano entrati nel parco accompagnati da un branco di grossi cani. Sei, a giudicarli dalle vesti e dal fare, erano coloni dei dintorni, il settimo era un bello ed elegante ufficiale di marina, dal portamento altero e aristocratico. Sandokan guardò quest’ultimo con particolare attenzione, e senza sapere il perché, provò una puntura al cuore, provò un sentimento quasi direi di gelosia e d’invidia.

La sua fronte nell’ammirarlo s’aggrottò a più riprese e le labbra si sporsero sdegnosamente. Ma non aprì bocca e rientrò proprio nel momento che il lord bussava alla porta gridando:

– In piedi, amico mio, in piedi che i cacciatori sono arrivati. Non bisogna dormire quando si vuol scovare la tigre.

Sandokan si affrettò ad aprire.

– Ah! siete voi, milord? – diss’egli con voce calma.

– E chi potrebbe essere mai? Su, spicciatevi che i cavalli sono pronti, i cani abbaiano impazienti di mordere il pelo della belva, e i battitori sono in campagna. Il sole fra pochi minuti si leverà.

– Sono pronto, milord. E vostra nepote rimarrà alla villa sola? – chiese Sandokan arrestandosi nel momento che stava per varcare la porta della stanza.

– Che dite mai? Ha nelle vene del sangue di due razze. Non ha paura di una tigre, dovesse pur esser la più terribile della Malesia. In fede mia, che non se ne consolerebbe mai più che la si avesse a lasciar sola nel momento che tutti gli altri cacciano nelle sue foreste; di più, vi dirò, che arde dal desiderio di vedere un Malese a cacciar una belva sì pericolosa.

– Lei ha detto ciò! – esclamò Sandokan che non credeva o che non voleva credere.

– Sì amico mio, e starà in voi a far vedere come caccia un Malese.

– E lo vedrà milord. Se vi ha una tigre, sarà mia e la pelliccia sarà sua. Sandokan aveva pronunciato quelle parole con tutto il fuoco suggeritogli dalla passione. Tigre della Malesia contro tigre di Labuan! Dovevano cadere l’una o l’altra. Avrebbe ben saputo lui guadagnar la partita sotto gli occhi di Marianna. Egli alzò il capo con un gesto altero; ricominciava a essere Sandokan.

– Andiamo, milord, sono con voi. Ardo dal desiderio di trovarmi di fronte a questa tigre.

– Lo crederò – rispose l’Inglese. – I Malesi godono fama di essere valenti cacciatori, e mia nepote avrà agio di potersene assicurare coi propri occhi. Sarà contentissima poi di avere la pelliccia.

Uscirono e attraversate tre o quattro stanze entrarono in un elegante salotto, tappezzato di ogni sorta di armi, dove Sandokan aveva solo da scegliere. Fu colà che trovò Marianna in completo abbigliamento da cacciatrice. Pareva Diana, più bella che mai, fresca come una rosa dei boschi e nell’attitudine fiera di una cacciatrice provetta.

Nel vederla, Sandokan sentì il fuoco serpeggiargli nelle vene. Egli mosse verso di lei con passo sollecito e strinse fremendo la mano che la giovinetta gli tendeva, e che avrebbe voluto coprire di baci.

– Voi qui? – disse ella sorridendo e arrossendosi in una volta. – La ferita è adunque cicatrizzata?

– Perfettamente, milady – rispose Sandokan. – Oh! credetelo, la vostra presenza, la vostra voce, le vostre affettuose cure di cui serberò memoria anche quando ritornerò nella mia patria, hanno fatto più che tutti gli empiastri dei medici. Vedete? io mi sento più forte di prima.

– E voi dite di serbarne memoria anche quando sarete laggiù, nel vostro paese? – domandò la giovanetta la cui voce tremula scese fino al fondo del cuore di lui.

– Sì… mi capite, milady. Non mi dimenticherò mai, mai!…

Fra loro due regnò un breve silenzio intanto che il lord esaminava delle carabine, poi il pirata cangiando tono e avvicinandosi alla giovanetta che lo contemplava con tristezza:

– È vero adunque che verrete a cacciare la tigre con noi, nella foresta?

– Certamente – rispose con vivacità ella. – Non sono io adunque una cacciatrice? Mio zio ve lo disse.

– Avete mai veduto cacciare il terribile animale da un Malese?

– Mai, ed ecco ciò che aspetto di vedere. Si dice che quelli della vostra razza siano così valenti.

– Sì, sì, valenti – rispose Sandokan, che in quell’istante avrebbe lottato con cento tigri.

– Che adoperano meglio il kriss che la carabina. Oh! io vorrei vedere tutto ciò.

Sandokan trasse il suo kriss dalla cui impugnatura scattò un lampo. Egli lo mostrò alla giovanetta che sembrava atterrita alla vista di quell’arma sulla cui lama scorgevansi tracce di sangue.

– Vedete – disse egli sorridendo, – quest’arma è il nostro più fedele amico, al quale noi dedichiamo una specie di culto superstizioso. Con essa io ammazzerò la tigre o io non sarò più un Malese!

– No, no; potrebbe capitarvi sventura! – esclamò la giovanetta con tale accento che il pirata ne fremé.

– Voi avete esternato il desiderio di possedere la pelle della tigre. L’avrete e da me!

Il lord aveva finita la scelta delle armi e tornava verso di essi.

– Oh! il magnifico kriss! – esclamò egli vedendo quello che impugnava Sandokan.

– In fede mia, milord, è una arma ammirabile e di una tempra eccezionale. Non fallì mai, e meno oggi fallirà la tigre. Io inchioderò la belva come la inchiodava alla Malacca.

– Con tutto ciò non rifiuterete una eccellente carabina, che ha abbattuto più di un colosso delle foreste indiane, un’arma che sarà infallibile come il vostro kriss.

– Certamente, milord. Potrebbe darsi che una palla di carabina diventasse indispensabile.

Sandokan si gettò a bandoliera l’arma, l’Inglese ne prese un’altra simile cacciandosi nelle tasche un paio di corte pistole e Marianna staccò una piccola carabina indiana incrostata d’argento e di madreperla, sospendendosi per di più un elegante pugnaletto dal manico dorato alla cintura.

I cavalli impazienti scalpitavano nel parco, i cani abbaiavano e i battitori si mettevano allora in campagna. Gl’invitati chiamavano il lord salendo nei piani superiori.

– Andiamo, i miei compagni ci aspettano. Non sarebbe giusto farci aspettare.

Uscirono. Nel momento che entravano in un secondo salotto Marianna che era divenuta pensierosa, si avvicinò al pirata, che le veniva dietro.

– Non commettete imprudenze colla tigre – diss’ella con voce supplichevole. – Morto voi, e per cagione mia, non me ne consolerei più!

– Milady… – mormorò Sandokan con voce soffocata.

– Mi avete compreso. Non voglio la pelle della tigre; essa mi farebbe paura.

– Non siete voi che parlate… non potete aver paura di una pelle… voi che venite a cacciare con noi il terribile animale. Milady, non mettetemi al punto di dover mancare alla mia parola.

– E se ve l’ordinassi?… Non vorrei vedervi ferito una seconda volta per cagion mia.

– Non fatelo, milady! – esclamò Sandokan che non si padroneggiava più. – Sarei capace di violare la vostra proibizione. Lasciatemi. Là dove la vostra palla fallirà, il mio kriss ucciderà.

Sarebbe stata follia voler arrestare quell’uomo che la passione dominava. La giovanetta non parlò più, ma lo guardò con due occhi nei quali trapelava un dolce rimprovero. Sandokan la comprese, ma non volle far vista di comprendere; aveva promesso e la pelle della tigre doveva infallibilmente essere sua.

La comitiva li aspettava nel salone. Il lord, dopo di averli salutati e dopo che essi complimentarono la bella cacciatrice, presentò ad essi Sandokan, che si trasse d’impaccio colla maggior disinvoltura del mondo. Quantunque avesse tutto da temere da parte degli ufficiali di marina, che potevano averlo riconosciuto durante il terribile combattimento fra il piroscafo e il prahos, non tremò, né si smarrì. A ogni modo, nessuno sospettò in lui il terribile pirata e complimentarono il Malese di Schaja.

Non mancava che partire. Scesero nel parco dove i cavalli li aspettavano trattenuti da palafrenieri e dove i bracchi di alta statura e dalle mascelle di ferro abbaiavano tirando il guinzaglio.

– Andiamo, signori – disse il lord mentre aiutava sua nepote a salire in sella di un piccolo cavallo bianco. – La caccia comincia, la tigre si tiene nei dintorni fuggendo dinanzi ai battitori. Non sarà che colpa nostra, se lasciamo fuggire un sì superbo capo di selvaggina. Pensate che mia nepote è della partita e che brama la sua pelle; mi raccomando a voi.

– Non ci sfuggirà – disse l’elegante ufficiale di marina verso il quale Sandokan provava un sentimento di gelosia. – Se la mia palla non fallirà avrò l’onore di presentare la pelliccia a lady Marianna.

– E io avrò l’onore di pugnalare la tigre ancor prima che la pelle sia stata guasta da una palla – disse Sandokan guardando fissamente il giovanotto. – Nella Malacca non si usa rovinare la pelliccia con del piombo.

– A vostro piacimento – rispose il lord, – guardate però di non farvi ammazzare. La tigre è un animale che non ischerza.

Il segnale della partenza fu dato e la cavalcata uscì dal parco in gruppo serrato. Sandokan, che montava un magnifico cavallo sauro colla spigliatezza di un cavaliere consumato, si era spinto alla destra della giovanetta, mentre il lord si teneva alla sua sinistra. Il pirata, calmo ma fiero, determinato a tutto per pugnalare la tigre ad onta delle raccomandazioni della giovanetta, non aspettava che l’istante di porsi all’opera. Aveva appesa la carabina all’arcione e stringeva il kriss.

La foresta appena fuori dal recinto erasi fatta fitta ma permetteva ai cavalli di avanzare e di galoppare tenendo dietro ai battitori e ai bracconieri che li precedevano di cinquecento passi.

Si doveva circondare la foresta che aveva un’estensione di quasi due miglia, appena che fosse segnalata la tigre per togliere ogni scampo di fuga e restringersi fino a imprigionarla nel suo covo o fra qualche gruppo di alberi. Doveva essere là che si doveva affrontarla, e siccome ognuno non ignorava la resistenza che simili belve oppongono, si voleva essere riuniti per aiutarsi a vicenda. Era là che l’ufficiale e Sandokan, l’uno col fucile e l’altro col kriss dovevano disputarsi la vittoria tenuta fra le unghie del terribile animale.

La cavalcata percorse un cinque o seicento passi, arrestandosi tratto tratto per non precedere i battitori che avanzavano prudentemente, e per trovare un passaggio fra i fitti cespugli spinosi e fra i grandi alberi. Stava per dividersi in due colonne per meglio tirar innanzi, quando si udì improvvisamente lo squillo della tromba di John il capo bracconiere.

La tigre della Malesia

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