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Acqua dentro acqua

1

1 Aprile

Avevo dormito poco. Quando dormivo poco mi pareva tutto confuso. Sembrava che i mondi si mescolassero. Più del solito. Eppure, proprio in quegli attimi, c'era un'esatta corrispondenza tra realtà, sensazioni e percezioni che provavo. Mi pareva che solo in quei momenti riuscissi a cogliere “fuori” tutte le sfumature che avvertivo dentro. Uscii a far colazione. Le nuvole erano gonfie e bianche. Sembravano vele spiegate. Galleggiavano lentamente. Avvolgendo il sole. Svestendo il sole. Presi un caffè. E rimasi seduto. Avevo con me il mio vecchio compagno ed amico Zarathustra.

Ogni tanto ci parlavo. In silenzio. Lo conoscevo bene. E lui conosceva bene me. Eppure scoprivo tutti i giorni qualcosa di nuovo. Sempre diverso. E mi scoprivo sempre un po' cambiato rispetto al giorno prima. Sarei partito quella stessa sera. Prima però avevo una persona da salutare.

Ci sono cose che annullano le distanze e i tempi, magie. Sono le emozioni, i sentimenti.

***

Sofia aprì lo sportello dell'auto. Il piede rimase penzoloni fuori, mentre indugiava ancora seduta nell'abitacolo. Accanto alla ruota un foglio di giornale, mosso dal vento. 30 marzo. “Oggi” pensò. Scese dall'auto e lo raccolse. Richiuse la portiera. Iniziò a sfogliarlo mentre raggiungeva il cestino.

Oroscopo del giorno.

Sagittario:

“Non sarà una giornata facile, sopratutto per chi ha deciso di troncare una storia. Però ricordatevi sempre di sorridere. Il sorriso è una calamita per la felicità. Non cercatela fuori. Ma dentro.”

Non sapevo perché mi ostinassi a leggere quelle sciocchezze. Era come guardare i fondi del te...e non avevo nulla da fare.

Sorridere. A volte mi sembrava di non ricordare più come si facesse. Gettò il giornale e si guardò in torno. Oltre il parcheggio c'era un campo. Lo misurava con gli occhi. Dietro di lei gli ultimi palazzi. Non lontano c'era la casa di Marco. Ma non voleva pensare a questo. Non voleva pensare a lui. Un po' di tristezza, che torna, assieme al vento.

Che stupida.

Non riusciva proprio a fare a meno di sentirsi così. Si volta di nuovo verso quel mare verde scuro. Spettinato. Agitato. Come il suo animo. Il posto doveva esser quello. Superò il marciapiede ed iniziò a camminare su quelle acque di fili d'erba. La luce lasciava una lunga ombra. Ogni cosa era schiacciata da un mantello senza peso. Una gabbia di mani sui miei occhi. I rumori scomparivano. Ad ogni passo. Sempre di più. Sembravano sempre più lontani. Tutti i pensieri, gli affanni. Svanivano. Un passo dopo l'altro. C'era solo il sussurro del vento ed il frusciare del prato sotto i miei piedi.

Avevo percorso cinquecento metri e lo vidi, come sbucato fuori dalla terra. Un cordone ombelicale neroterra era il piccolo sentiero che conduceva al vecchio caravan abbandonato. Nascosto da due alberi. La neve che alcuni giorni prima aveva gettato un candido quanto evanescente e inutile velo sul mondo, si era dileguata facendo posto alla primavera. Erbe selvatiche tutte intorno, e acerbe pannocchie di grano. E proprio nel mezzo spuntava scricchiolava di vagiti ventosi il vecchio cimelio. Un carrozzone in parte distrutto. Man mano che si avvicinava lo studiava. Non era molto bello.

La fiancata cariata in legno era tenuta insieme da un vecchio cartellone del circo, tre panda dall'aspetto docile. Ricordo di un tempo che fu. Qualcuno vi aveva vissuto dei sogni forse... o esorcizzato le proprie paure. Qualcun altro forse ci aveva trovato dimora, fatto l'amore, riparo nomade di puttane e senzatetto. Un letto romantico su ruote che cigolava ad ogni folata di vento o ansimo di vita esausta. Adesso era silenzioso. E odorava di umido. Muffa e calore. I rumori della civiltà, del presente, erano già svaniti nei ricordi. Un ultimo passo prima di giungere altrove. Di superare il velo che separa da tutto il resto.

Solo il vento nelle orecchie. Ed il gracchiare dello sportello che ogni tanto si muoveva sbattendo qua e là. Una vela metallica di un vascello in secca.

Sembrava tutto così desolato. Qualsiasi cosa ci fosse stata di bello qui in passato, di sicuro adesso non c'era.

Feci un sospiro. Non sapevo perché mi trovassi in quel luogo. O forse sì. Lo sapevo. Mi strinsi un po' il cappotto e rimisi a posto il cappellino. Nonostante fosse oramai primavera faceva ancora freddo. I primi fiori cominciavano a sbocciare e gli alberi a fiorire. Eppure non sembrava affatto primavera. Non dove mi trovavo io. Non nel mio cuore. Non c'era tempo. Non qui. Non ora.

Che ci faccio in mezzo ad un campo davanti ad un vecchio carrozzone distrutto? Quel luogo non sembrava affatto magico e bello come Nero le aveva detto. Fece un sospiro. Lei e la sua mania di capire le cose. Di capire i perché. Era curiosa. Lo era sempre stata. A volte quella sua curiosità le procurava problemi. Anche con le persone. Eppure, nonostante l'assurdità del posto e della situazione, era tranquilla. Sentiva ugualmente di potersi fidare. Anche qui, anche adesso. In una primavera che sembrava autunno. Guardò in alto. Era il crepuscolo. La luce non c'era più. Era andata via. Solo un'impressione di chiarore. Solo una leggera ombra appiattita. Tutto confuso. Mescolato. Il cielo con la terra. I colori con l'oscurità.

Rimase alcuni momenti a fissare quel rudere. La bocca chiusa in una smorfia. Aspettative. Le aspettative creano problemi. Siamo abituati a crearcele da sempre. Eppure perché dovremmo aspettarci che qualcosa o qualcuno si comporti come noi desideriamo? Che diritto abbiamo di aspettarci qualcosa? Eppure pensava davvero che l'avrebbe fatta star meglio. Mise le mani in tasca. Sarebbe andata via. Tornata alla sua vita. Quale vita? Quella che sembra andare in pezzi ad ogni buca. Ad ogni ostacolo. Ma aveva ancora voglia di sorridere. Era, forse, solo più stanca. Le venne in mente quello che aveva letto pochi minuti prima...

“Sì, ho ancora voglia di sorridere.”

E sorrise.

“Mi ci vorrebbe una pizza” si disse a mezza voce.

A volte parlava da sola. Lo aveva sempre fatto.

Adesso me ne vado. E mangio una pizza. Continuava a guardare il caravan. Giro i tacchi, riprendo il sentiero e lascio questo posto. Lo sguardo sprofondato su quel rottame. Torno alla macchina e fumo una sigaretta. Seduta nell'abitacolo. Comoda. Adesso. Che non arriva mai. Non poteva staccare gli occhi da quel vecchio e mostruoso catorcio in parte arrugginito che si sollevava come un baobab in una prateria africana. Non ci riusciva. Non voleva. Aveva qualcosa di magico. Fece un sospiro. “Vado”disse infine ad alta voce per spronarsi. E poi una bagliore leggero. Veniva da dentro il carrozzone. Stava prendendo vita.

Rimasi immobile. Non ero certa di aver realmente visto qualcosa. Forse era solo un riflesso, o un'impressione. E poi, accadde di nuovo. Una luce ad intermittenza. Come un neon guasto che stenta ad accendersi. Ma allo stesso tempo delicata come una candela. Un'altra luce. Un'altra. Ed ancora.

Quel posto era davvero vivo. Respirava. Sofia fece un passo in avanti. Con cautela. Come se avesse timore di rompere quella magia sul nascere. Lentamente si stava avvicinando all'entrata. Sbucò dal lato posteriore del furgone. Gli occhi che facevano capolino dal sentiero alle pareti del mezzo. Un piccolo balzo per evitare una buca. E all'improvviso lo vide. Davanti a sé. A meno di un metro, come se fosse sbucato dal nulla. Un sussulto. Per poco non le prese un colpo. Era Nero. Lì. Fermo. Immobile. Sull'uscio. Come se fosse in attesa del permesso del padrone di casa per entrare. “Non volevo spaventarti” disse lui voltandosi. Avevo uno sguardo triste e gentile. Sembrava un bambino cresciuto troppo in fretta. “Non ti preoccupare” rispose lei con un sorriso, tenendo la mano ancora sul petto. “Questa sera erano un po' in ritardo...ma alla fine... eccole” ed indicò con la mano l'interno . Luci e piccolo rumori. Sembrava l'interno di un vagone ristorante di un treno, illuminato da candele. Sospese in aria. Una coperta di stelle danzanti. “Sono felice che tu sia qui” “E' incredibile questo posto” disse Sofia che non riusciva a staccare gli occhi da quelle piccole luci; l'interno era completamente differente dalla facciata. Era più accogliente, più caldo...e sembrava, era, davvero magico. Il suo sorriso era dolce. A volte un po' trattenuto, come se pensasse di non meritare tutto ciò; altre, esprimeva uno stupore fanciullesco, tipico di chi è grato anche solo del fatto di esserci. “Vieni” le disse porgendole la mano “facciamo piano.” Entrarono attraverso la porta rotta sulla fiancata.

L'abitacolo si riempiva di un lieve ronzio intermittente. Luci che respiravano. Rimasero alcuni minuti col collo in su...in piedi.

“Sediamoci qui...tieni” disse Nero porgendole un grosso cuscino di velluto che aveva preso da una mensola. Sembrava di casa in quel luogo, era proprio a suo agio. Si misero entrambi per terra. A naso all'aria. Intorno il buio entrava dai finestrini rotti e si attaccava addosso. Assieme al vento fresco del crepuscolo che preannunciava la notte. E con esso giungeva un silenzio fatto di decine di lucciole. Ogni tanto quella vecchia carcassa in parte in legno in parte di metallo scricchiolava, come se respirasse. Anche lei.

2

Non più essere

In certi momenti mi sentivo alla deriva. In balia delle persone. E credevo che non ci fosse altro modo. Essere per qualcuno. Essere per gli altri. Mai per se stessi. Come se non ne fossi mai stata capace.

Non sono forte. In molti mi dicono che sono forte; che ho una gran personalità, che sono caparbia. Eppure io non mi sento forte. E non lo sono.

Se stai sul ponte di una nave in mezzo alla tempesta e il vento ti spazza con violenza, ti aggrappi alla prima cosa che trovi. Per non cadere in mare. Per non essere portata via. Per rimanere a galla. Nella speranza che la barca non affondi. Io non sono forte. Cerco solo di stare su. Sopra la superficie. Le cose le puoi controllare in un modo o nell'altro. Puoi tutto sommato prevedere le conseguenze delle tue azioni. Sai che se lavorerai, a fine mese avrai i soldi per l'affitto, per uscire a bere una birra, per mettere da parte qualcosa. Con le persone è più difficile. Le persone sono imprevedibili. Anche se poi in fondo sono tutte prevedibili. Cerco sempre di prevedere quello che faranno. Che penseranno. A volte mi sembra di agire in un modo piuttosto che in un altro in base alla reazione che prevedo. A volte non so neppure perché faccio qualcosa. La faccio e basta. E non penso.

A volte non mi importa.

E' come se, non comprendendo davvero ciò che desidero, mi ritrovi a fare tutto ed il contrario di tutto. Per capire. Io non so cosa desidero davvero.

“Mi diresti per favore che strada devo prendere per andarmene da qui?”

“Dipende molto da dove vuoi andare”- disse il Gatto

“Non mi importa molto il dove” disse Alice

“Allora non importa quale strada prendi” rispose il Gatto

E Sofia si sentiva proprio come Alice.

Trattenni a stento una lacrima. La ricacciai su a forza. Piangevo per nulla. Anche se guardavo un film, anche se ascoltavo una canzone. Solo che adesso era diverso. Mi sentivo sola. Persa. E non sapevo cosa fare. Che direzione prendere. Non mi sentivo affatto. Era come se non esistessi e me ne rendessi finalmente conto. E dovevo essere forte. Di una forza che non avevo in realtà. Avevo solo voglia di rimanere su. E niente altro. Stare a galla. Perché affondare è peggio.

Forse.

Può darsi che ero già affondata. E lo stavo comprendendo solo ora. Mi stavo mettendo a fuoco. Come quando esci da un sogno e realizzi piano piano che la realtà è un'altra. Tutt'altra da ciò che pensavi fosse.

Un po' di amaro in bocca.

Nausea. E non voler più sentire.

Guardavo Marco.

Dormiva.

Si appisolava sempre dopo che facevamo sesso.

Diceva che si rilassava così tanto che aveva bisogno di qualche momento di oblio. Ed ero sola. A volte mi sentivo sola anche quando mi scopava. E mi chiedevo cosa fosse sbagliato in me. Perché mi attaccavo così tanto alle persone?

Un sospiro.

Forse lo facevo per avere qualcosa in cambio. Un po' di loro. Un po' di me. E non sentirmi più “io”: sola sulla faccia della terra.

Volevo solo un pezzettino di amore. Niente di così speciale. Non una reggia o un sacco di soldi. Un pochino di amore. E niente più. Mi davo per ricevere.

Ma sapevo che infondo questo era sbagliato...non comprendevo realmente il perché. Però lo sapevo. C'era qualcosa di sbagliato in tutto ciò.

Non ero sola; lo sapevo bene. Eppure mi sentivo sempre un ingranaggio che girava in disparte. Un pezzo di qualcosa. Di cui non sentivo di far parte appieno.

Accesi la canna.

Da lì a poco Marco si sarebbe svegliato. Avrebbe fatto qualche tiro e avrebbe voluto scoparmi di nuovo. Io lo lasciavo fare. Mi piaceva come mi toccava. Come mi prendeva. Mi piaceva sentirmi sua.

Forse. Non lo so più adesso.

Dentro mi sentivo d'acqua. Un mare di tristezza che a volte tracimava. Quando Marco mi teneva forte mi sentivo sua. Sentivo di essere qualcosa con lui. Non sempre però. Anche se mi piaceva.

Volevo smettere di pensare. Non volevo più pensare. Non mi portava a nulla. Solo a sentirmi più sola. Mi sentivo sempre più sola.

Al terzo tiro Marco si era girato. Aveva preso in mano la canna. Con la mano mi sfiorava. Io lo guardavo. Il mozzicone finisce nel posacenere. Mi tira a sé. Mi bacia. Mi morde. Mi stringe.

Mi prende.

Da dietro.

E mi scopa.

Non penso.

Non sono.

Non esisto.

Godo.

Godo.

La mente si ferma.

I pensieri ghiacciano. Affondano nell'acqua, dentro lo stomaco.

Dopo piangerò.

In doccia.

Ora godo.

E non esisto più.

Mentre le sue natiche premono a balzi sempre più irregolari contro di me.

Mentre sento il calore del suo corpo.

Il sudore.

Dio quanto mi piace.

Forse tutto ciò è sbagliato, ma non so da che parte andare.

Mi lascerà vuota. Dopo.

Adesso. Mai più.

E non m'interessa più di nulla.

Anche se vado a pezzi.

Io non sono forte.

Ma godo.

E non più sono.

***

L'accappatoio è al solito posto. Il mio corpo trema, sorpreso, disarmato dall'improvviso freddo. Mi lascio alle spalle il bagno. Quella casa. Quella vita. Entro nel box doccia. Direziono lo spruzzino verso la parete finché il fumo del vapore mi circonda. Un mondo ovattato. Duro e morbido. Che mi scava. Ed io lascio fare. Gli permetto ogni cosa. E' come se piovesse dentro me. E non fossi più. L'acqua s'infrange sulla pelle.

Mi bagna l'anima.

Mentre cade a terra.

Scivola.

Via, come se avesse fretta.

E mi entra dentro. La respiro.

Vorrei tenerla.

Ancora un po'. Un po' di più. In me. Nella carne. Tra le braccia. Ma cade. Lasciando rigagnoli sul mio seno. Lungo le gambe. Brucia le spalle. Mi riscalda con un abbraccio invisibile. E non riesco a trattenerla. I capelli si appiattiscono sul viso. Mi entrano negli occhi.

Guardo in basso.

Verso lo scolo. E divento sempre più piccola. Mentre l'acqua scorre addosso. Dentro. Mi sento venire meno; risucchiata. Come se ogni forza fosse trascinata via. In un momento. Profondo come un abisso; dove potermi specchiare. E desidero. Essere come lei.

Come l'acqua che mi copre.

Che mi arrossa la pelle.

Scomparire. Assieme a lei. Scivolare via nelle tubature. E non tornare più a sentire.

Invece rimango.

Solida. Nella doccia. Con quel dolore che non ha nome. Con quel vuoto e quella mancanza di non so neppure io cosa. Così forte e reale. Che a volte mi sembra la mia unica ragione di vita. Poggio le mani sulle piastrelle. Non voglio pensare. Mentre scorre lungo la schiena. Quella calda mano. Che lava via ogni gioia ed allo stesso tempo nutre ogni speranza. Prima di toccare terra troverà il suo posto; troverà il suo perché. Almeno lei. E adesso mi sento acqua. Voglio essere acqua. M'illudo di essere acqua.

3

Ho aperto gli occhi all'improvviso.

Come riemergere da una lunga apnea. Le immagini attorno a me sono chiare eppure si confondono con quelle del sogno.

Il solito brutto sogno.

Rimango un attimo a pensare “e se fosse tutto vero?”

Lo scompartimento del treno su cui viaggiavo era vuoto ad eccezione di una ragazza. Mi stava guardando. Accenno un sorriso.

Spero di non aver parlato nel sonno. O peggio, russato. A volte mi capita. Sopratutto quando sono scomodo.

Il respiro torna lento e regolare.

E lei ritorna sullo schermo del suo mp3.

Mi volto verso il finestrino. Il paesaggio sfreccia veloce. Non si vede più nulla ormai. Solo qualche luce. Ogni tanto. Si lascia dimenticare come se non fosse mai esistita. E' buio. Saranno almeno le nove.

A volte mi sembra tutto così irreale. Tutto quello che ho attorno; tutta la mia vita. Mi guardo in giro, mi guardo in dietro, e penso che sia tutta una lunga allucinazione. Chissà, forse è davvero così.

Che importa in fondo?

Di sicuro non importa nulla a lei. Lei ascolta musica e sembra felice. E non importa un granché neppure a me alla fine. E' solo che...ogni volta che faccio quell'incubo mi sveglio di pessimo umore.

Decido di lasciarmi cullare dallo sciabordio del treno.

Sembra funzionare.

Mi rilassa.

Mi rilassa sempre.

Non so bene perché abbia preso questo treno. Forse perché amo viaggiare in treno. O forse per cercare di scoprire che cosa sia davvero reale. E che cosa sia solo il frutto della mia fantasia. Se vogliamo chiamarla così.

Spesso questi pensieri mi fanno compagnia. Non che abbia bisogno di compagnia, sia chiaro...solo che mi piace pensare e perdermi nei voli della mia mente. Non so perché. Per capire probabilmente.

Per conoscermi un po' di più.

Provate a chiudere gli occhi e scavare nella vostra memoria. Dai primi ricordi. Guardate il viso di vostro padre o quello di vostra madre. Guardate il ricordo di quando avete imparato ad andare in bicicletta, il vostro primo bacio, la prima sbronza, la prima delusione d'amore, i successi e le cadute.

Sono tutti lì. Nelle vostre memorie. Ogni tanto anche io apro quel cassetto nella mia mente e comincio a sfogliarle come se fossero un quotidiano.

Bene.

Ora provate a pensare che tutto o parte di quei ricordi, non siano mai realmente accaduti.

Come vi sentireste?

Benvenuti nel mondo di Nero.

“Buona sera.” Mi volto. E' il controllore.

Gesti. Non servono parole. La quotidianità delle persone è fatta di mille piccoli gesti inosservati e da troppe parole usate per riempire i silenzi. Silenzi che nessuno sa più ascoltare.

Sfilo il biglietto dalla tasca e penso che è uno spreco di carta. Lo allungo all'uomo. Mezz'età. Baffi folti. Belli, penso. Gli coprono le labbra. Ha la fede. Non vede bene da vicino perché avvicina il biglietto al viso. Però è scrupoloso. Lo timbra.

Faccio collezione di timbri.

Sorrido.

E gli faccio un cenno del capo in risposta al suo congedo.

Mi è sempre piaciuto osservare le persone. Senza nessuno scopo preciso. Le guardo e dai piccoli gesti mi costruisco, mi invento le loro vite. E' un passatempo dilettevole il più delle volte. Nella maggior parte dei casi, loro stanno al gioco se lo fai con discrezione. Devi però imparare a riconoscere dei segnali. Labbra tese verso il basso, palpebre che le seguono, meglio lasciar stare...sono in cerca di discussione. Ed io non amo discutere. Non amo parlare. Sopratutto con le persone.

Rimango alcuni secondi a fissare il corridoio. Le luci inondano ogni superficie. Ma fuori rimane buio. Un po' come dentro me. Non so quello che sto cercando. O forse sì. Magari non è poi così importante. “Scusa sai che ore sono?” chiedo senza pensare. La ragazza leva le cuffie. “Sai che ore sono?” ripeto, indicando con l'indice il polso. Questa volta ho quasi sussurrato. Ho fatto bene a mimare la domanda, non credo mi abbia sentito.

“Sono le nove meno un quarto...” dice.

“Grazie”.

“Hey ma oggi è primavera” dico più che altro a me stesso.

Lei mi ha sentito “eh sì, pare proprio che sia il 21 marzo”.

Probabilmente mi ha preso per uno strambo e stralunato che non sa neppure che giorno è. Ho quasi voglia di chiederle che giorno è oggi...la guardo un istante. E' tornata ad ascoltar musica. Scarta un panino. Uno di quelli preconfezionati. Sembra buono. C'è del tonno ed una salsa. Probabilmente maionese. Ho fame. Non mangio mai quando viaggio. Chissà dove va. Se torna a casa o parte. Sembra una studentessa. Magari torna a casa dai suoi. Oppure va a trovare il ragazzo. O... non ne ho idea. Non mi interessa.

Non mi piace parlare. Credo di avere una bella voce. Solo che non mi piace usarla. Certo, questo non aiuta nella comunicazione. Non so bene perché ciò accada. Eppure è così. Almeno da quando ho memoria. A volte rimango così tanto in silenzio che quando parlo devo tossicchiare per schiarirmi le corde vocali. Un po' come un motore usato troppo poco. Altre volte invece, come poco fa, muovo le labbra ed esce solo un suono flebile.

Mi piace il silenzio.

Nella mia testa, poi, parlo tanto.

Se uso la voce invece rompo il silenzio.

La quiete.

C'è tutta un'armonia dietro. Un'armonia che mi sembra solo di intuire e che non riesco bene a spiegare. Ad afferrare. Preferisco star zitto.

Ascoltare.

Osservare.

Spesso non si ha molto da dire. Anche per questo sto zitto. Perché spesso mi sembra di non avere molto da dire. Sopratutto se dall'altra parte non c'è nessuno che sia interessato ad ascoltare. La maggior parte delle cose che vengono dette sono superflue. Non sentite. Non rispecchiano, se non di rado, ciò che si prova, ciò che si sente. In pochi fanno corrispondere le parole con ciò che realmente sono. Si usano frasi preconfezionate, idee svuotate di significato. Ognuno le conosce già e ci si riconosce. A volte le parole vengono abusate, dette tanto per...sono solo gettate lì, in mezzo alla strada. Eppure loro sono qualcosa di reale. Creano la realtà. Nascondono tutta una magia dentro: racchiudono il senso e l'essenza di emozioni ed esperienze...

Le parole hanno un valore ed un peso inestimabile. Dovrebbero essere usate con cautela. Non tanto per riempire un vuoto o ottenere uno scopo. Arriverà il giorno in cui si ribelleranno. E non si faranno più trovare dalle persone.

Credo sia proprio ciò ad accadere quando non ti viene in mente una certa parola... lei non si vuol far trovare da te. Chissà cosa le hai fatto...

Alla fine vengono usate solo per fare amicizia. O per rassicurarsi.

Io non voglio fare amicizia.

E poi mi stanco.

Dopo cinque minuti che sono costretto a parlare, mi fermo. Ho quasi il fiatone. Come dopo una corsa.

Certo, a volte parlo.

Lo faccio con i miei amici.

Dopo, però, devo avere proprio un aspetto orribile, perché mi sento a pezzi, distrutto...mi vengono le occhiaie e mi sento debole.

Chissà se è felice il controllore. Magari ha un matrimonio splendido. E non vede l'ora di tornare a casa. Forse per quello ha controllato l'orologio prima di timbrare i biglietti. Mangiare un bel piatto caldo e poi andare a letto con la persona che ama. E rimanere stretti. Mentre nella camera accanto dormono i due figli. Certo, ci son problemi. I soldi che non bastano mai -la camicia un po' consumata sul collo ed una macchia che non è andata via, proprio sotto la cravatta.

I ragazzi che chiedono sempre di più... e la salute che si consuma. A volte il controllore, a dispetto della sua stazza, si sente come un cerino. Si accorcia. E si consuma.

Si piega su se stesso.

Fino a rimanere cenere.

Ma quando torna a casa ed entra infreddolito nel letto è felice. Perché abbraccia la moglie. E non sente più il peso dei problemi, del mutuo, dell'età; non ha più freddo. Lì, sotto quelle coperte, accanto a quella donna c'è solo benessere.

Non so. Forse non è così. E odia sua moglie e non ha figli.

Però mi piace immaginarlo felice. Senza soldi. Con la macchina sfasciata e un sacco di guai. Un abbraccio risolve un sacco di cose. Ed un abbraccio può far la differenza.

Non manca molto all'arrivo. Ed io non so ancora perché ho preso questo treno. Però sono felice di averlo fatto. Almeno credo. Ho sempre amato i viaggi in treno. Ma questo l'ho già detto.

Ci sono un sacco di persone. Di tutti i tipi. E c'è sempre qualcosa da guardare.

In silenzio.

4

La stazione non è molto affollata.

Nonostante la voce metallica degli altoparlanti e lo stridio dei freni dei treni, è piuttosto quieta. C'è il solito via vai di persone. Ferrovieri, qualche viaggiatore notturno. Non molti in verità. La maggior parte sta prendendo l'uscita, verso casa.

E poi c'è chi una casa non ce l'ha e si gode le ultime ore al coperto. La sera è fresca. La primavera si manifesta in una nota di dolcezza nell'aria. Anche se il vento è freddo. Pungente.

Indossavo il cappotto. Aperto.

Un clima strano. Tipico della primavera. Quando freddo e caldo si incontrano. Si scontrano. Battaglie. In alto, come sulla terra.

Il cielo era coperto. Nascondeva qualcosa; qualcosa che da qui non riuscivo a vedere. Era luminoso. Quasi bianco.

Non mi andava di andare in quel posto con la sera. Di giorno puoi fingere indifferenza. Puoi far finta di non sentire nulla o che nulla sia accaduto. Di giorno verità e immaginario si possono confondere. Mescolare.

Ma di notte non si può. Non riesco.

Avevo compreso che le cose accadono. A volte senza una ragione. E che la differenza non sta in cosa accade. Ma in come tu le vivi. Per me realtà e fantasia, dentro e fuori, hanno sempre avuto dei confini molto sfumati. Per me era tutto normale. Mi rendo però conto che così non fosse per tutti gli altri. Io pensavo, desideravo, qualcosa e non mi preoccupavo molto sul come realizzarla. Era come se mi costruissi una realtà. Non in modo consapevole. La immaginavo. E se sentivo che era così, diventava quella. Signore e signori ecco la realtà secondo Nero.

Tutto qui.

Capitava in questo modo. Niente di più, niente di meno. Un giorno, verso i sedici anni, mi son svegliato con la ferma convinzione di essere l'uomo più fortunato del mondo. Quel giorno non accadde nulla di eclatante. Certo, non fui interrogato in greco. Avrei preso due, sicuramente. Ma per l'uomo più fortunato del mondo, questo è nulla. Non fui infastidito dai ragazzi più grandi che ogni tanto si appostavano per rubare i soldi a noi piccoli. Niente di che.

Al mio rientro a casa non trovai il mio piatto preferito. Del resto non avevo voglia di lasagne.

Così decisi di concretizzare la mia fortuna: rubai qualche lira dalla borsa di mia madre ed andai a giocare al lotto. Non vinsi. Ma credo che quello fosse un segno. Non ero destinato a diventare ricco. E forse, se fossi diventato ricco, avrei perso la ragione, sarei impazzito e magari avrei commesso una strage; sarei finito in galera ad essere picchiato e sodomizzato per il resto dei miei giorni. “Wow” mi dissi. Ero davvero l'uomo più fortunato del mondo. Per fortuna non avevo vinto. Ecco. Io sono questo. Come si può definire un individuo così del tutto normale?

Vicino alla centrale ci sono decine di hotel a una, due, tre stelle. Crescevano come funghi, in un fitto sottobosco di idiomi, sapori e colori. Sbucavano fuori dai palazzi, s'insinuavano nei marciapiedi o tra le strade come lingue assetate.

Ne avevo trovato uno piuttosto economico e discretamente pulito. Il bagno in camera. A conduzione familiare. La reception aperta 24 ore al giorno. Non che mi interessasse questo dettaglio. Però è una di quelle cose che ti rimangono impresse. E poi avevo il balcone. Affacciava sulla strada. Mi piaceva prendere aria e magari dormire con la finestra aperta. In qualsiasi stagione.

Era dentro un palazzo di metà ottocento. Non distante dai giardini di Palestro. Quella di Porta Venezia è sempre stata una delle mie zone preferite qui nella grande città.

Mi sembrava di essere altrove ogni volta che vi passeggiavo. Negozi multietnici, il parco, profumi d'oriente e d'Africa. Tutto inserito in un contesto “basso”. Quello della Milano di fine ottocento, metà novecento. Niente alla moda; solo un pizzico di buon gusto. Almeno in parte.

Qui non c'erano palazzoni di vetro e acciaio. Non ancora almeno.

Certo che è curioso, pensai: amare una zona di una città proprio perché ti fa credere di non trovarti in quella città...ma anche questo in fondo è solo un altro dettaglio.

C'era aria di neve. La respiravo. Chissà se avrebbe nevicato. Torno a Milano a fine marzo e nevica. Sorrisi. Mi divertiva l'idea.

Ero entrato da pochi minuti nella stanza che mi avrebbe ospitato per alcuni giorni. Il bagno era pulito. C'era una bella doccia. Nuova. Alcune mattonelle intorno allo specchio sul lavabo erano rotte. Il materasso però era comodo.

Quando andavo in hotel ispezionavo sempre la camera. Il bagno, le sedie -se c'erano- aprivo gli armadi e i cassetti, come se avessi dovuto trovarci qualcosa...e poi leggevo tutte le regole dell'hotel. Solo alla fine mi sedevo sul letto per testare il materasso.

Se potevo, fumavo una sigaretta. Oppure scendevo nella reception ed uscivo a fumare per strada. Adesso ero sul balcone. Avevo appena fatto un tiro. Guardavo in alto. Il cielo. E poi il palazzo di fronte.

La bocca mi si era riempita del sapore dolciastro del sangue mentre buttavo fuori il fumo. Il dente. Aveva ripreso a sanguinare. L'avrei dovuto sistemare molti anni fa. Certo non me ne potevo lamentare.

“Nero, nel giro di tre mesi tornerai qui piegato in due dal dolore” mi disse il dentista.

Erano passati 14 anni. Non rividi mai più quell'uomo.

Sorrisi di nuovo mentre con la lingua raccoglievo un po' di sangue dalla gengiva.

Ero presuntuoso. E mi piaceva sbugiardarmi. Quasi tutti i giorni. Tranne quando pioveva. Quando pioveva stavo quieto. In silenzio. Sotto la pioggia. Come un cretino.

A volte chiudevo gli occhi e mi sembrava tutto in ordine. Il rumore delle gocce scandiva la perfezione dell'universo sulla mia pelle. E diventavo metro di quella perfezione. Diventavo acqua.

Feci un altro tiro.

Non mi dispiaceva sentire ogni tanto il sapore del mio sangue.

Mi misi ad osservare il fumo che volteggiava sospinto dal vento e alzai di nuovo lo sguardo. Il cappello abbassato sugli occhi. Iniziava a nevicare. I fiocchi erano senza peso. Cadevano pigri, indolenti, quasi svogliati. Come se non volessero.

Guardai per terra. Grigio uniforme ovunque. La neve lì non si vedeva ancora. Non era ancora arrivata. Mi sentii come una vedetta. Potevo osservare qualcosa prima di tutti gli altri. “Hey io c'ero quando il 21 marzo prese a nevicare! Io so com'è iniziata”

Ero un privilegiato. Anche un po' pirla probabilmente. Di sicuro ero diverso.

Presi la borsa col tabacco, la chiave della stanza ed uscii dalla camera.

Volevo passeggiare sotto quella candida neve. Prima che smettesse o prima che aumentasse. Volevo farlo. Ora.

Mi son sempre sentito spezzato. Scisso. Forse il mio corpo lo era davvero. Almeno nell'animo, nel profondo. Come se corpo e mente fossero sempre fuori tempo tra loro. Sentivo che c'era qualcosa che non andava. Non avevo reazioni normali. Spesso mi sembrava che tutto quello che accadeva era frutto delle mie proiezioni, dei miei sentimenti del momento.

In genere prima succede qualcosa e poi senti la risposta emotiva che ti procura quel qualcosa. Ecco, a me capitava l'esatto contrario.

Se uscivo di casa arrabbiato mi capitavano per strada mille cose che giustificassero quella rabbia.

Se mi svegliavo con la smania di amore, incontravo qualcuno di cui innamorarmi. E me ne convincevo. Non so, forse capita così anche a voi.

Solo che non sono mai riuscito a gestire questa cosa.

Mi sentivo come dio. Come se io stesso creassi quello che mi sarebbe accaduto. E forse era proprio così. Non saprei.

“Suo figlio ha problemi a relazionarsi...non riesce ad esprimere le sue emozioni in modo coerente”

Silenzio.

“Ha capito signora?”

Mia madre non parlava. Sembrava un'ebete.

“Mi scusi ma in che senso? A me sembra che sia normale, come tutti insomma” disse mio padre.

Mi guardò. E vidi che neppure lui era del tutto convinto.

“Vive in un mondo tutto suo...si isola e piange quando dovrebbe ridere o ride quando dovrebbe piangere...a lei sembra normale?”

“Io credo che lei non abbia alcuna competenza per fare queste affermazioni.” Bravo papà, cantagliene quattro.

La mia maestra aveva ragione. E i miei genitori lo sapevano.

Ma era pure una spocchiosa che credeva che tutti dovessero essere allo stesso modo. E chi era diverso era anormale, da curare. Da omologare. Certo, riconosco che all'apparenza potevo risultare strano...come quando non trovavo più Giasone e pensai che se ne fosse andato; iniziai a piangere. Il tutto accadde proprio mentre iniziavano i festeggiamenti della fine della scuola con tanto di spettacolino, recita, fischietti, cappellini e stronzate varie. Ma loro non capivano. Non trovavo più il mio panda! Giasone appunto.

Acqua Dentro Acqua

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