Читать книгу Il Dono Della Battaglia - Морган Райс, Morgan Rice - Страница 24
CAPITOLO TREDICI
ОглавлениеMardig camminava attraverso i corridoi del castello con determinazione e contemplava nella sua mente ciò che stava per fare. Allungò un braccio e con mano sudata afferrò il pugnale che teneva nascosto alla vita. Percorreva la stessa strada che aveva fatto milioni di volte prima d’ora, la strada che lo portava da suo padre.
La camera del re non era più distante ormai e Mardig svoltava e girava lungo i familiari corridoi, oltre le guardie che si inchinavano con riverenza alla vista del figlio del re. Mardig sapeva di avere poco da temere da loro. Nessuno aveva idea di cosa stesse per fare e nessuno avrebbe saputo ciò che sarebbe successo se non dopo molto tempo dall’accaduto, quando il regno sarebbe già stato suo.
Mardig sentiva un turbine di emozioni contrastanti mentre si sforzava di mettere un piede davanti all’altro, con le ginocchia tremanti, sforzandosi di essere risoluto e preparandosi a compiere il gesto che aveva pianificato per tutta la vita. Suo padre era sempre stato un oppressore per lui, lo aveva sempre disapprovato, apprezzando invece gli altri figli, i guerrieri. Approvava addirittura sua figlia più di lui. E tutto perché lui, Mardig, aveva deciso di non prendere parte a quella cultura della cavalleria; tutto perché preferiva bere vino e andare a caccia di donne invece di uccidere altri uomini.
Agli occhi di suo padre questo lo rendeva un fallimento. Suo padre aveva guardato con disapprovazione ogni cosa Mardig avesse mai fatto, seguendolo con i suoi occhi di disprezzo in ogni angolo. Mardig aveva sempre sognato di poter avere un giorno un qualche riconoscimento. E allo stesso tempo di poter prendere il potere per sé. Tutti si erano sempre aspettato che il trono passasse a uno dei suoi fratelli, il primogenito, Koldo. Se non a lui allora al gemello di Mardig, Ludvig. Ma Mardig aveva altri piani.
Quando Mardig svoltò l’angolo i soldati di guardia si inchinarono con riverenza e si voltarono per aprire la porta senza neanche chiedere perché.
Ma improvvisamente uno di loro si fermò inaspettatamente e si girò a guardarlo.
“Mio signore,” disse, “il re non ci ha detto di nessuna visita questa mattina.”
Il cuore di Mardig smise di battere un momento, ma si sforzò di apparire coraggioso e sicuro: si voltò e fissò il soldato, uno sguardo di potere, fino a che poté vedere che l’uomo appariva insicuro di se stesso.
“E io sarei un mero visitatore?” chiese con freddezza, facendo del suo meglio per non sembrare spaventato.
La guardia lentamente arretrò e Mardig passò attraverso le porte aperte che vennero poi chiuse dalle guardie alle sue spalle.
Mardig entrò nella stanza e vide gli occhi sorpresi di suo padre che si trovava in piedi alla finestra e guardava pensieroso il suo regno. Lo guardò confuso.
“Mardig,” disse suo padre, “a cosa devo l’onore? Non ti ho convocato. Né ti ho richiesto di farmi visita nelle ultime lune, a meno che non si ci sia qualcosa che desideri.”
Il cuore di Mardig gli batteva forte nel petto.
“Non sono venuto a chiederti niente, padre,” rispose. “Sono venuto a prendere qualcosa.”
Il re apparve confuso.
“A prendere?” chiese.
“A prendere ciò che mi appartiene,” rispose.
Mardig fece alcuni lunghi passi attraversando la stanza, irrigidendosi mentre suo padre lo guardava sorpreso.
“Cosa ti appartiene?” gli chiese.
Mardig sentiva i palmi che sudavano, il pugnale in mano e non sapeva se sarebbe riuscito ad andare oltre.
“Ebbene, il regno,” disse.
Mardig allentò lentamente la presa sul pugnale, volendo che suo padre lo vedesse prima di pugnalarlo, volendo che vedesse con i suoi occhi quanto lui lo odiasse. Voleva vedere l’espressione di paura di suo padre, lo shock, la rabbia.
Ma quando il re abbassò lo sguardo non fu come Mardig se l’era aspettato. Pensava che avrebbe opposto resistenza, che avrebbe lottato. Invece sollevò lo sguardo e lo fissò con tristezza e compassione.
“Figliolo,” gli disse. “Sei pur sempre mio figlio nonostante tutto e ti voglio bene. So che nel profondo del tuo cuore non intendi fare questo.”
Mardig socchiuse gli occhi confuso.
“Sono malato, figlio mio,” continuò il re. “Molto presto sarò morto. E quando ciò accadrà il regno passerà ai tuoi fratelli, non a te. Anche se dovessi uccidermi ora, non ci guadagneresti nulla. Saresti sempre il terzo nella discendenza. Quindi posa la tua arma e abbracciami. Ti voglio ancora bene, come farebbe ogni padre.”
Mardig, in un’improvvisa ondata di rabbia, con mani tremanti, si lanciò in avanti e conficcò il pugnale nel cuore di suo padre.
Suo padre rimase fermo, strabuzzando gli occhi incredulo mentre Mardig teneva stretto il coltello e lo fissava negli occhi.
“La tua malattia ti ha reso debole padre,” gli disse. “Cinque anni fa non avrei mai potuto fare una cosa del genere. E un regno non merita un re debole. So che presto morirai, ma non è abbastanza presto per me.”
Il re alla fine collassò a terra, immobile.
Morto.
Mardig abbassò lo sguardo respirando affannosamente, ancora scioccato per ciò che aveva appena fatto. Si asciugò la mano sugli abiti e gettò il coltello che atterrò con un clangore sul pavimento.
Mardig guardò suo padre con volto accigliato.
“Non preoccuparti dei miei fratelli, padre,” aggiunse. “Ho un piano anche per loro.”
Mardig passò oltre il cadavere di suo padre, Si avvicinò alla finestra e guardò verso la capitale che si dispiegava di sotto. La sua città.
Ora era tutto suo.