La vita Italiana nel Risorgimento (1815-1831), parte I

La vita Italiana nel Risorgimento (1815-1831), parte I
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Various. La vita Italiana nel Risorgimento (1815-1831), parte I

Invece di Prefazione

LA GENESI STORICA DELL'UNITÀ ITALIANA

I

II

III

IV

V

LA LOMBARDIA ALLA CADUTA DEL REGNO ITALICO

IL CONGRESSO DI VIENNA

SUI MOTI DI NAPOLI DEL 1820

POLITICA E BEL MONDO

II

III

IV

V

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Sul cader dell'autunno del 1852, un italiano ritirato a Parigi moriva nottetempo, solo, in un modesto quartierino da studente. Era il triste decennio che successe alla caduta delle speranze italiane; e sei anni ancora dovevano passare, sei anni d'indecoroso servaggio, di aspirazioni mal represse, di angosciose trepidazioni, prima che i patimenti della patria nostra si accogliessero, da regione a regione, in quel grido di dolore che sulle labbra del Primogenito di Carlo Alberto fu squillo di guerra, della guerra trionfale per la giustizia e per la libertà. Sopra il letto di quel glorioso solitario, da ambasciatore del suo Piemonte fattosi esule e restituitosi banditore dei nazionali destini, due libri si trovarono aperti, i due ultimi a cui fossero consacrate le veglie di quella gran mente: i Promessi Sposi, l'Imitazione di Cristo. Il filosofo che le ragioni del diritto italico congiungeva con le funzioni provvidenziali dei popoli nella cristiana civiltà; lo scrittore che nella parola italica cercava il suggello indelebile della nazione; ebbe da que' due libri immortali le visioni alla mente, le ispirazioni al cuore, supreme; ebbe l'affidamento delle magnanime speranze per la patria terrena, delle speranze cristiane nella divina finalità. Su quella «deserta coltrice» scendevano dall'alto alla morte di Vincenzo Gioberti consolazioni degne.

La vita di quell'uomo fu tutta una contemplazione in ispirito, e un apostolato in azione, della potenziale e attuale grandezza della patria italiana. Di vocazione sacerdote e filosofo; per abito d'ingegno e vigoria di spiriti, divulgatore d'idee; integratore e innovatore negli ordini morali e civili, con larga e razionale comprensione storica dai loro ideali principii all'auspicato avvenire; il Gioberti segna nella storia del pensiero italiano il compiuto svegliarsi della coscienza nazionale, che, dal Parini evocata, si era con l'Alfieri, quasi sobbalzando, riscossa. E come questo riscuotersi fu violento e convulso, così quello svegliamento veniva a diffondersi in una specie di estasi, i cui fantasmi, le idealità del Primato, erano sovrapposizioni luminose a quel «vero» che, secondo il concetto dantesco, si sogna «presso al mattino.» Ma il mattino era l'età nuova d'Italia; e il vero, la realtà destinata, di quei sogni augurali era il rinnovamento civile d'Italia, sotto l'egemonia politica del Piemonte guerriero e dinastico, e ne' santi auspicii dell'unità della Patria.

.....

Quella «umile Italia», che i compagni d'Enea salutano, nel verso di Virgilio, dall'alto mare, come la meta della venturosa peregrinazione in cerca d'una patria seconda; e che nel verso di Dante accomuna gli eroi della guerra laziale, «Camilla Eurialo Turno e Niso», coi nuovi destini italici, che il Poeta dei Guelfi Bianchi augura dalla ricacciata della negra Lupa curiale nell'inferno per opera del Papa Angelico che il Medio Evo inutilmente aspettò; è, quella Italia de' due sacri poeti di nostra gente, è, ben dessa, la figura d'una patria unica, che si sposò fedelmente alle immaginazioni di quanti, con dolente pietà di figliuoli o con fierezza di propugnatori del materno diritto, han poetato di patria nella lingua del sì. Patria unica, che si sovrapponeva idealmente alle condizioni di fatto della penisola italiana. Dante, che sollecita l'Imperatore a «drizzare Italia», e compiange che non sia ancora a ciò «disposta» questa «Italia, serva» non tanto, per allora, di genti straniere, quanto della guerra intestina che «intorno dalle prode delle sue marine», e nel «seno» suo, la diserta: – il Petrarca, che su «le piaghe di quel bel corpo» sospira, e vuol essere interprete delle «speranze» che dalle rive del Tevere, dell'Arno, del Po congiuntamente si levano a Dio: – l'Ariosto, che impreca alla calata delle «Arpie» straniere sulle mense d'Italia, invocando il giorno ch'ella richieda ai «figli neghittosi» la sua libertà: – il Tasso che vagheggia la unione delle «voglie divise e sparse» da tutto il paese che «i monti e i fiumi» dividere non possono, perchè «quel che partì natura, amor congiunge»: – e nello sfacelo d'Italia lungo il Cinquecento fatale, la voce d'un virtuoso prelato, il Guidiccioni, che in nobilissimi versi consacra al medesimo rimpianto la violata libertà nazionale e il disonor dell'Impero e la fede pericolante di Cristo: – e poi, nell'aggravarsi della servitù e della decadenza, i cortigiani stessi di quei principati sotto tutela, levarsi contro la obbrobriosa tirannide iberica, e convertire come il Tassoni la poesia giocosa in filippiche per il conculcato diritto d'Italia, e volgersi con arcano presentimento a un Duca irrequieto e valoroso di casa Savoia, Carlo Emanuele I, che risponde ancor egli con versi italiani: – e da quelle medesime aule, sia di corte sia d'accademia, qualche alata apostrofe di retorica generosa, o sulla culla d'un Principe pur di cotesta Casa acclamare col Manfredi «Italia, Italia, il tuo soccorso è nato», o deplorare nel sonetto del Filicaia la «funesta bellezza» che le ha tirato addosso, con le straniere cupidigie, la condanna di «servir sempre o vincitrice o vinta»: – finchè l'Alfieri, prenunciatore della libertà che si approssima, dedichi l'opera sua tragica e fatidica «al popolo italiano futuro»: – è tutta, insomma, una non interrotta comunicazione come di una sacra parola, di secolo in secolo, da Dante all'Alfieri, la quale attesta e proclama una Italia, che impedita d'essere nel fatto, vive, come nel decreto divino, così nel cuore e nella fantasia de' suoi fedeli poeti.

E non per questo diremo che la poesia d'Italia fosse una cospirazione a conseguire in effetto l'unità politica della patria italiana; tradurre in atto, con determinati mezzi e deliberata intenzione, quel sentimento italico che empiva i petti e li dilatava in un'aspirazione generosa, o vibrava nei raggi luminosi della visione poetica. A noi, che scendiamo ormai la curva del mezzo secolo nella vita civile della patria costituitasi libera ed una, non si addicono davvero, se anche fossero ormai possibili, certi entusiasmi, ne' quali, aspettando i nuovi tempi, o nella prima esultanza dell'avvento loro, si compiacque l'accademia e la scuola d'allora; quando Italia libera ed una pareva la parola d'ordine che le fide scolte del pensiero italiano si fossero trasmesse perpetuamente dall'uno all'altro dei vigilati posti d'arme; e la rivelazione dei precursori vaticinati, nuova maniera di oroscopia a rovescio, addiveniva esercizio di fantasie quotidiane; e quel povero Veltro dantesco «salute dell'umile Italia» veniva tramutato in tuttociò che tornasse opportuno farlo essere, ma soprattutto nella figura del Re liberatore: di che la Maestà di Vittorio Emanuele è lecito credere che sotto i gran baffi molto di cuore ridesse.

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