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Capitolo XI
ОглавлениеOmbre nella nebbia
Aveva visitato la casa e non aveva trovato nulla. Pochi ambienti, mobili scuri e pesanti; la camera da letto del Pastore era quasi nuda e De Vincenzi ebbe subito la visione sovrapposta della cella claustrale di Giobbe Tuama. Soltanto, qui c’era un grande letto massiccio, di ebano funerario con molti intagli. Ma poi null’altro, se non due piccoli tavoli e qualche seggiola. E un Cristo. L’immagine di Colui che aveva salito il Golgota, la si trovava dovunque in quella casa.
Virginia e Matteo dormivano in due camerette del solaio.
In cucina, che era la stanza più grande e chiara, sul vasto tavolo di centro erano un vassoio con due tazze, la teiera e il bricco dell’acqua. Qualcuno aveva bevuto in quelle tazze. Chi, se non forse miss Down e Dorotea Winckers?
Quando lui era uscito dal Presbiterio, circa un’ora prima, le due donne dovevano trovarvisi, come l’irruzione di Abramo Lincoln aveva rivelato.
Il commissario scese lentamente in basso, per la scaletta illuminata dalla luce verde.
Chi era stato a colpire il Pastore?
Qualcuno, certo, ch’era entrato dalla porticina di Via Sant’Orsola. E questo qualcuno non poteva essere che l’assassino di Giorgio Crestansen e di Giobbe Tuama. Il misterioso uomo dagli occhiali di tartaruga, dalla bionda barba fluente e dal cappello di paglia col nastro azzurro e bianco. L’incognito X, che aveva un conto antico da regolare coi due «americani», un conto che, forse, aveva la sua partita aperta a Pretoria, nell’Africa del Sud… o, forse, a Detroit, nel Michigan… E Crestansen voleva trovare un tale Olivier O’Brien… Tutti irlandesi sparsi dal destino pel vasto mondo e andati a finire in Africa e poi negli Stati Uniti. E Tuama era stato nelle carceri di Sing-Sing, per un reato – ricettazione di diamanti – che non aveva commesso.
Ma c’era anche il gigantesco Beniamino O’Garrich, che entrava nel giuoco… Beniamino, il quale molto probabilmente conosceva tutta la storia meglio di ogni altro e che aveva un terrore folle d’essere assassinato alla sua volta.
Ma il Pastore? Che cosa c’entrava il Pastore?
Troppo giovane per aver partecipato alle vicende tenebrose del Sud Africa e d’America… De Vincenzi non ne conosceva neppure il nome…
Poi le due donne. Dorotea Winckers e Lolly Down avevano sentito il bisogno di correre alla Chiesa Evangelica subito dopo la visita del commissario… E avevano portato con loro il piccolo cane, per far credere che uscissero come il solito, per la passeggiata. Lolly era realmente la figlia della vedova di Giobbe Tuama? Figlia del sordido venditore di Bibbie era poco probabile che fosse…
Uno era il fulcro di quella storia: l’odio di Dorotea per suo marito. Da che cosa traeva origine, quell’odio?
De Vincenzi s’era fermato nel corridoio a riflettere, prima di varcare di nuovo la porta nera, dietro cui giaceva il Pastore ferito alla testa, ancora svenuto forse.
Sani doveva esser tornato e adesso sarebbe giunto il dottore. La vecchia Virginia continuava a fare gli impacchi di acqua fredda. Il nano si teneva di guardia alla porta…
Che cosa avrebbe detto il Pastore, quando fosse tornato in sé?
De Vincenzi ebbe un sorriso: era pronto a scommettere che non aveva riconosciuto il suo aggressore.
Ah! che storia triste, orribile, grottesca!
Non c’era da cavarne le gambe… Per lui era cominciata alla mattina e ancora non aveva né un sospetto fondato, né una teoria che reggesse. Non voleva formarsela, una teoria, del resto…
Il campanello squillò dietro le sue spalle, al sommo delle scale, e nel silenzio di quel corridoio male illuminato il suono elettrico sembrò ai suoi nervi vibranti il guizzo traforante d’un sottile acciaio arroventato.
Matteo comparve sulla porta nera, che si era spalancata.
De Vincenzi tirava già i chiavistelli: aveva raggiunto l’uscio d’ingresso quasi di balzo.
Contro il chiarore lunare, che inondava la piazza, nel riquadro della porta, si stagliò una figura gigantesca, con un enorme cappello spiovente sul capo.
— Siete voi, Beniamino O’Garrich?
Il colosso arretrò d’un passo, senza rispondere.
— Entrate!… Vi attendevamo… – fece il commissario con voce dolce.
— Mi attendevate?! – ripeté Beniamino.
— Voglio dire che la vostra presenza può esserci molto utile… Entrate!
Questa volta l’invito suonò duro e reciso come un comando.
Beniamino O’Garrich varcò la soglia e avanzò nel corridoio.
— Il Pastore? – chiese subito e si fermò.
De Vincenzi chiuse l’uscio e lo raggiunse.
Il nano si teneva sempre fermo davanti alla porta spalancata.
— Il Pastore in questo momento non può occuparsi di voi, O’Garrich… Venivate a trovar lui?…
— Naturalmente!… Ma se non può darmi ascolto, tanto vale che me ne vada.
— No!
E lo spinse verso le scale.
— Salite. Sono pronto a darvi ascolto io.
L’irlandese salì lentamente i gradini, col suo passo pesante ed era giunto sul pianerottolo, quando di nuovo il campanello trillò. Si sentì l’ansimo sordo di un motore fuori della porta d’ingresso.
— Aprite – disse De Vincenzi a Matteo. – Deve essere il dottore.
Lo sciancato arrancò all’uscio e sulla soglia della porta nera apparve il volto di Sani.
De Vincenzi saliva le scale dietro a Beniamino.
— Sani, quando il dottore avrà finito, chiamami… Mi trovo nella cucina… al primo piano.
— Sta bene – rispose il vice commissario, andando incontro al dottore, che entrava.
In cucina, Beniamino O’Garrich si lasciò cadere sulla prima seggiola che trovò, presso al tavolo.
— La Fiera è finita?
— Sì. Quasi… Ho lasciato Bertrando al banco… Penserà lui a metter tutto nelle casse… Domattina le porteremo via col carretto…
Come a un pensiero improvviso, si cacciò la mano in tasca e ne trasse il sacchetto col denaro. Lo depose sul tavolo.
— Bertrando terrà lui quel che potrà incassare fino a mezzanotte… – fece una smorfia. – Nessuno compera più Bibbie, da quando sotto il banco c’è stato un morto…
De Vincenzi lo fissava.
L’uomo era depresso. Lampi di terrore passavano nelle sue pupille troppo chiare, rotonde, enormi. E aveva sguardi supplici, che apparivano stranamente patetici in quel suo volto grosso, duro, coriaceo come quello d’un pugilatore.
Il commissario gli sedette di fronte.
— Ebbene, O’Garrich? Che cosa eravate venuto a fare dal Pastore?
L’irlandese si passò la lingua tra le labbra aride. Lo sguardo gli si fece ancor più supplice.
— Avevo bisogno di confidarmi a lui…
— Naturalmente!
Seguì un silenzio. Dal basso non veniva alcun rumore, neppure una voce. La casa era immota. In Chiesa le otto lampade dovevano esser rimaste accese. Fu perché ebbe questo ricordo, che De Vincenzi pensò che quella sera era domenica e che alle nove ci doveva esser predica? Erano le undici circa e nessuno s’era presentato per assistere alla funzione. Forse, avevan trovato la gran porta chiusa, la Chiesa scura e i fedeli se ne erano andati. Possibile, però, che neppur uno di essi avesse voluto suonare alla porticina, per chieder notizie e spiegazioni?
Forse, il Pastore aveva provveduto ad avvertire i fedeli fin dal pomeriggio. Ma perché lo aveva fatto?
La morte di Giobbe Tuama non avrebbe giustificato la sospensione del rito; ma anzi il Pastore avrebbe avuto ragione di parlare del defunto, di pregare per l’anima sua.
— Non credete, O’Garrich, che potreste confidarvi con me, piuttosto che col Pastore, il quale non può ascoltarvi?
— Perché non lo può? Io ho il tempo di attendere…
— Qualcuno ha attentato alla vita del Pastore.
— No!…
Il colosso si mise a tremare. Una paura atroce lo aveva invaso.
— No!… È impossibile!… Perché?
— È questo appunto che vorrei sapere: perché?
— Mi racconti tutto… È stato ferito gravemente?
Fu facendo uno sforzo su se stesso, che riuscì a chiedere ancora:
— Come hanno tentato di ucciderlo?
— Oh! nel modo più semplice e nel più silenzioso. Con una bastonata sulla testa…
— Ma perché?… Lui!…
C’era uno smarrimento senza limiti nel suo accento. Una specie di singhiozzo gli spezzò la parola.
— Potreste aiutarmi voi, O’Garrich, a trovare il perché… Vediamo un po’!… Riprendiamo la storia da principio. Voi mi avete detto poco fa di esservi trovato con Jeremiah Shanahan a Pretoria nel 1902 o nel 3…
De Vincenzi parlava lentamente, fissando il colosso negli occhi. Beniamino non evitava lo sguardo. Ma sembrava paralizzato. Il suo smarrimento si era fatto pietoso.
— Jeremiah era cassiere alla De Beers and Brothers Company... e voi eravate impiegato con lui… Società per l’estrazione dei diamanti… cento milioni di sterline di capitale… Esatto, tutto ciò?
— Esatto…
La risposta fu un soffio.
— Ebbene? Che cosa avvenne?… Perché Giobbe Tuama fuggì?… Voi avete detto: non era lui che cercavano… Dunque?
Beniamino O’Garrich inghiottì la saliva e fece di sì col capo. Poi parlò, mettendosi le mani aperte sulle ginocchia e avanzando il corpo verso il commissario.
— Non era questa la storia che volevo raccontare al Pastore stasera…
— Lo so. Voi volevate parlargli ancora della prigionia di Jeremiah Shanahan a Sing-Sing… dei diamanti ricettati… dell’innocenza del vostro amico.
— Come lo sapete?
— Me lo ha detto il Pastore, naturalmente… Chi prese il posto di Jeremiah a Sing-Sing, quando l’innocenza del condannato fu dimostrata?
— Giorgio Crestansen.
De Vincenzi tacque per qualche istante. Il nome pronunciato da O’Garrich non recava alcuna luce sui delitti. Anche Crestansen era stato ucciso – e qualche ora prima di Giobbe Tuama. Supporre, come forse aveva voluto fare il Pastore, che si trattasse di una vendetta compiuta da un complice di Jeremiah danneggiato dalle rivelazioni fatte in carcere da costui non era più possibile adesso, dato appunto che il danneggiato era stato Crestansen.
— E voi, Beniamino O’Garrich?
L’uomo deglutì di nuovo, con sforzo.
— Sì…
— Volete raccontarmi tutta la storia?
— Sì…
La porta della cucina si aprì e apparve Sani.
— Il Pastore è rinvenuto… Il medico dice che si tratta di ferita di poco conto…
— Sta bene, Sani. Rimani giù e non abbandonare il Pastore neppur un minuto… Io scenderò quando avrò finito…
La porta si richiuse.
— Parlate, amico mio… Anche un reato… o un delitto, commesso laggiù e in quegli anni lontani, non può oramai avere più alcuna conseguenza per voi.
La storia che raccontò l’irlandese, se illuminava le figure dei protagonisti di essa e se spiegava molte delle loro azioni posteriori, non dava la chiave del mistero attuale. A credere a Beniamino O’Garrich – il quale certo in quel momento non mentiva – un uomo c’era, che avrebbe potuto aver ragione e volontà di vendicarsi, ma quest’uomo era morto. Oh! allora? E perché il colosso tremava dal terrore? E perché quel susseguirsi atroce di assassinii?
La cucina bianca sembrava respirasse con l’ansimo di Beniamino, mentre questi narrava a frasi tronche con quella sua voce rauca e profonda, che a tratti si lacerava, sembrava sfilacciata, si faceva comica e pietosa, per tacer poi di colpo. E allora il commissario doveva interrogare, incitare, scuoterlo.
— Fu a Pretoria… Jeremiah Shanahan era uno dei cassieri della Società… aveva molto denaro in consegna… ma godeva la fiducia dei direttori e la meritava… Non ha rubato denaro… Non è vero che sia stato in carcere per aver rubato.
— E voi?
— Ero suo amico… C’eravamo legati… Il mio anche era un impiego di fiducia. Le cassette coi diamanti greggi venivano consegnate a me, per recarle dalle miniere alla sede di Pretoria… Io ero un po’ un collega di Jeremiah… Viaggiavo nell’interno, come le ho detto, e molto spesso non pernottavo in città, ma a Pretoria abitavo con Shanahan…
— Lui aveva moglie, allora?
— No. Eravamo scapoli entrambi.
— E voi lo siete sempre rimasto, scapolo?
— Sì.
Tacque.
— Ebbene?
— Fu il destino!… Io mi lasciai traviare… Un giorno, colui che mi accompagnava, mi indusse a fingere un’aggressione… Tornammo senza la cassetta… Io avevo una pallottola di weterly in un braccio… Crestansen una ferita di striscio alla nuca. Leggera, però… Non gli rimase neppure la cicatrice… Avevo avuto paura di fargli male…
Dunque, Crestansen aveva rubato davvero. E adesso lo avevano ucciso. E avevano ucciso anche Giobbe Tuama, che invece rubato non aveva.
— Credettero alla vostra storia?
— Sì… Almeno, finsero di credere… Non avrebbero potuto trovar prove contro di noi… Avevamo sepolto la cassetta in una foresta… Soltanto noi due sapevamo sotto quale albero…
— Voi due e Jeremiah Shanahan… Il colosso mandò un sospiro.
— Fui io a rivelargli il luogo… Lui era stato l’unico che non aveva creduto alla mia storia e me lo aveva detto… Io, allora, dovetti promettergli una parte dei brillanti…
De Vincenzi lo ascoltava, senza guardarlo, per timore che egli si interrompesse e che non fosse possibile poi farlo proseguire. Beniamino era scosso da un tremito convulso. Soltanto la paura di qualcosa di terribile lo induceva a raccontare tutte quelle brutture.
— Avanti!
— Dopo un anno, lasciammo Pretoria e ci stabilimmo a Detroit… Fu qui che Jeremiah prese moglie…
— Ed ebbe una figlia…
— No. La figlia c’era già… Sposò una vedova…
Dunque, Lolly Down era la figlia di Dorotea soltanto.
Quasi macchinalmente, De Vincenzi ripeté:
— Vedova…
Allora Beniamino si turbò e lo guardò smarrito, come indagando.
— Che avete?
Non rispose.
— Siete proprio sicuro di avermi detto tutta la verità?
Ebbe un lampo improvviso: se questa appunto che gli era apparsa con un lampo d’intuizione fosse la verità? Non attese la risposta dell’uomo.
— Il marito di Dorotea Winckers come si chiamava?
— Non ricordo.
— Sì, che lo ricordate! Provate a dirmi che non si chiamava Olivier O’Brien!…
Il colosso sospirò profondamente. E di nuovo gli apparve sul volto quella espressione di terror panico. Aveva colto nel segno e Olivier O’Brien era vivo o per lo meno tutti lo credevano vivo. Questo doveva essere il centro del dramma. Ma in tal caso che cosa c’entrava Giorgio Crestansen e perché lo avevano ucciso? No, decisamente non avanzava. Una matassa accidentata, che si aggrovigliava sempre più.
Un caso di bigamia? Poteva darsi. Ma tutto l’odio di Dorotea per Giobbe Tuama? Perché quell’odio deciso, inflessibile, freddamente crudele?
Si alzò di scatto.
— Aspettatemi qui, Beniamino O’Garrich… L’altro era rassegnato. Soltanto, aveva sempre paura.
— Mi lasciate qui? – e guardò le pareti attorno a sé e poi la porta.
— Chiuderò la porta a chiave dal di fuori.
E la chiuse. E discese in fretta. Si fermò sulla soglia della sala. Il Pastore s’era riavuto. Sempre disteso sul divano, aveva gli occhi aperti e uno strano sguardo febbrile, brillante come fuoco, che girava attorno e che subito posò su di lui.
Il dottore stava in piedi in mezzo alla stanza e fissava il Cristo. Si voltò e vide il commissario. Ebbe un gesto di sollievo. Era lo stesso medico del mattino, quello accorso in Piazza Mercanti. Ma il suo colorito malsano si era incupito e le guance grassottelle gli ricadevano flaccide.
— Sono sempre io! Tutte in un giorno capitano! Avevo appena ripreso servizio e mi fate venir qui… Meno male che questa volta…
De Vincenzi alzò la mano per farlo tacere ed ebbe uno sguardo così severamente eloquente, che l’altro capì.
— Sta bene, dottore. Mi darà poi il suo rapporto. Può essere interrogato, vero?
— Ma certo! – e c’era molta meraviglia nella sua voce. Guardò il ferito quasi con sarcasmo. Il Pastore si sollevò a sedere sul divano.
— Che cosa vuol sapere? È stato uno stordimento e null’altro. Non so neppur io perché sia rimasto per tanto tempo nell’incoscienza.
De Vincenzí fece qualche passo verso di lui. Aveva assunto il suo aspetto più cordiale.
— Un brutto colpo! Avete ricevuto un colpo, che avrebbe potuto uccidervi!
— Naturalmente! Ma non mi ha ucciso!
— Avete veduto il vostro aggressore?
— Appena un istante. Ero entrato in Chiesa, per raccogliermi… Ogni sera, lo faccio… Stavo avvicinandomi al mio scanno, avevo messo il piede sul primo gradino, quando ho sentito nettamente la presenza di qualcuno presso di me, dietro la colonna… Mi sono voltato e ho fatto appena a tempo a scorgere un uomo. Mi stava accosto. Sollevò il braccio e mi colpì in testa… Sono caduto e non ho compreso più nulla…
— Ma lo avete veduto?
— Vagamente. Aveva gli occhiali cerchiati di nero e una gran barba bionda…
— E un cappello di paglia con un nastro azzurro!
— Come lo sapete?!
— Già…
L’uomo dell’Hôtel d’Inghilterra!
— Bene, dottore. Non c’è più altro da fare qui, per lei, vero?… Lo ha medicato?
— Sì…
Il Pastore aveva la testa bendata. Si toccò la larga fascia.
— Altro che medicato!… Non vede come mi ha avvoltolato la testa!? Debbo sembrare ferito sul serio…
— E lo siete! Una bastonata è sempre una bastonata.
— Avete potuto vedere con che cosa vi colpisse?
— Una mazza… piuttosto corta…
— Già…
Sani fece un passo verso De Vincenzi. Il nano e Virginia stavano in un angolo.
— Bisognerà telefonare in Questura perché si mettano alla ricerca…
De Vincenzi lo guardò e l’altro si interruppe.
Non capiva perché il commissario avesse quella fredda limpidezza negli occhi, quel volto ermetico.
— È indispensabile – rispose lentamente, scandendo le sillabe. – Ma vado io… a rivederci, dottore…
— A rivederci?! – esclamò quello, con accento disperato e scandolezzato.
De Vincenzi rise.
— Non si spaventi! Volevo dire che sarà pur necessario rivederci. Ma stia tranquillo! Credo proprio che la serie dei morti sia terminata.
Si volse a Sani.
— Non ti muovere da qui, tu – e si diresse alla porta.
Il Pastore s’era alzato.
— Intende dire che tornerà? Che ha ancora bisogno di me?
— Eh! certamente
— Ma di che cosa ha bisogno? Le ho detto tutto quello che potevo dirle…
— Non si sa mai… La cosa è più seria di quel che lei non voglia credere… Un’aggressione in una Chiesa… E quell’uomo che ha colpito lei aveva già ucciso due persone, in ventiquattr’ore!…
— Come lo sa, lei, che sia lo stesso uomo?
— Non lo so. Lo suppongo… ma ho le mie ragioni per farlo… Non aveva la barba bionda e gli occhiali di tartaruga?
Il Pastore tacque. Abbassò le ciglia e velò le pupille. Poi si diresse verso la sua immensa scrivania, che il Cristo sanguinante sovrastava.
De Vincenzi uscì in fretta.
Non richiuse il portone, ma ne accostò soltanto i battenti. Traversò la piazza, entrò nel caffè. Aveva esitato prima di penetrarvi, perché la piccola sala era affollata e lui non sapeva se il telefono avesse una cabina chiusa.
L’aveva. Chiamò l’ufficio informazioni e si fece dare il numero di miss Lolly Down. Ignorava se la americana avesse un telefono e il suo era un tentativo per guadagnar tempo. Fu con soddisfazione che sentì la signorina enunciargli il numero.
Furono lunghi a rispondere. O dormivano o le due donne non erano ancora rientrate in casa.
Ma la cameriera?
Fu una voce irata che rispose. La riconobbe subito.
— Parlo con la signora Dorotea Winckers Shanahan?
— Chi è?
— Polizia! Il commissario De Vincenzi.
— Che c’è ancora? E di notte, poi!
— È accaduto un fatto molto grave.
— Non m’interessa nulla! Non ci può essere alcun fatto grave che mi riguardi!
— Che riguardi lei, no! Ma ritengo che il suo interesse si risveglierà, quando le avrò detto che siamo al terzo morto!
Seguì un silenzio. Poi la voce suonò rotta e ansiosa.
— Come? Che cosa dice?
— Dico che c’è un altro morto.
— Non mi riguarda! Non può riguardarmi!… Lei continua a pensare che io…
— Non penso nulla!… Hanno ucciso il Pastore!… Fu un grido che gli rispose.
— Non è vero!… Perché?… Chi può averlo ucciso?…
A bella posta, il commissario tacque per qualche istante. La vecchia, presa da un’ansia disperata, gettò dentro il microfono le sue domande incalzanti, violente, disperate.
Poi la sentì parlare con qualcuno che si trovava presso di lei, nella stanza. «Hanno ucciso… il Pastore!…» diceva. «Ma non è vero! Non spaventarti! Non può esser vero!».
Parlava con miss Lolly.
— Vuol venire subito in Piazza Mentana, signora Shanahan? Credo che lei ci potrà essere di molta utilità…
— Vengo!
Si sentì lo scatto dell’interruttore. De Vincenzi uscì dalla cabina.
Perché aveva mentito a quel modo? Il giuoco poteva essere molto pericoloso per lui. Ma risolutivo. Era determinato ad uscirne.
Avrebbe osato tutto per tutto. Senza dubbio, quel che stava facendo era illegale. Ma non poteva continuare a combattere contro le ombre.
Se la sua teoria era giusta, i fatti adesso si sarebbero dovuti svolgere come lui voleva. E tra qualche ora tutto sarebbe finito.
E se non lo era?… Alzò le spalle. Bah! Avrebbe dato le dimissioni e se ne sarebbe andato nell’Ossola, con sua madre, la vecchia Antonietta, le galline e i porci. Una vita migliore, in fondo, che gli avrebbe permesso di leggere tutti i libri che voleva e di vivere per qualche tempo in pace. Intanto, a una simile eventualità era sempre preparato. Lui faceva il suo mestiere a quel modo e non avrebbe saputo farlo altrimenti. Finché durava!…
Rientrò nella casa del Pastore e chiuse la porta.
Nella sala trovò tutti coloro che vi aveva lasciati, tranne il medico, il quale certo non aveva aspettato ad andarsene.
— Debbo pregarla di seguire il vice commissario a San Fedele, signor Pastore. Ho bisogno di metterla a confronto con varii individui che sono stati arrestati e uno dei quali può essere il suo aggressore di questa sera.
Il Pastore si sollevò di scatto. Appoggiò i pugni alla scrivania e lo fissò con occhi fiammeggianti. Chissà che cosa avrebbe detto; ma si contenne.
— Le sembra proprio necessario che un tale confronto avvenga subito, questa notte? Ho il dubbio fondato ch’esso risulti perfettamente inutile. Io non potrò riconoscere un uomo che ho appena scorto e che molto probabilmente era truccato…
C’era un enorme disprezzo e molto sarcasmo sotto la freddezza glaciale delle sue parole.
— Quasi certamente ella non lo riconoscerà; ma io non posso e non debbo rinunciare al tentativo. La prego di acconsentire. Sani, accompagnalo.
Il Pastore girò lentamente attorno al tavolo, staccò il cappello dal muro dov’era appeso, si diresse verso la porta.
— Andiamo.
De Vincenzi aveva afferrato Sani per un braccio e gli parlava rapido all’orecchio.
— Tienilo nella tua camera. Impiega tutti i mezzi perché lui si avveda il più tardi possibile che il mio è un inganno. Ad ogni modo non lo far uscire da San Fedele, anche dichiarandolo in arresto, se occorre. Assumo io la responsabilità di tutto.
— Come vuoi.
Il Pastore s’era voltato e li guardava.
— Va’…
Quando stava per uscire, il Pastore si pose il cappello in testa; ma subito se lo tolse. Sulle bende che glielo gonfiavano, quel cappello di feltro bigio era rimasto sollevato come un uccello e lui aveva dovuto sentirne il ridicolo.
De Vincenzi li accompagnò fino alla porta e stette a guardarli scomparire per la piazza.
Pioveva. Una pioggerellina sottile, fumosa, così densa di vapore da dar la impressione che fosse scesa la nebbia. I due divennero subito due ombre nere, appena varcato l’alone di luce del fanale.
Purché non si fossero incontrati con Dorotea Winckers Shanahan…
Il commissario rimase qualche minuto sulla soglia. Guardava le due ombre. Ombre erano, infatti! Una soprattutto. E lui ancora non vedeva che ombre e una fitta cortina di nebbia davanti a sé…
Che cosa sarebbe accaduto adesso?
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