Читать книгу Augusto De Angelis: Tutti i Romanzi - Augusto De Angelis - Страница 69
Capitolo XIII
Оглавление… E il terzo è riuscito!
De Vincenzi fece i gradini a tre per volta. Quando fu davanti alla porta della cucina, afferrò violentemente la maniglia, ma la porta non si aprì: lui stesso l’aveva chiusa a chiave, per far star tranquillo Beniamino O’Garrich, che aveva paura.
Che cosa aveva detto quella vecchia folle? Non era possibile che avessero ucciso anche Beniamino!… Non era possibile?…
Girò la chiave, aprì. La luce era accesa. Tutto come quando lui era disceso. Ma Beniamino O’Garrich era realmente morto.
Il colosso, crollato in terra, aveva il capo contorto contro una spalla, il volto orridamente contratto in una smorfia mostruosa, le mani e le gambe rattrappite. Gli occhi azzurri, sbarrati, dicevano tutta l’atroce sofferenza della sua agonia.
Il commissario avanzò lentamente verso il cadavere.
Veleno. Non poteva trattarsi che di veleno.
In terra, attorno al corpo, vide brillare frantumi di vetro: un bicchiere rotto.
Chi aveva dato da bere a Beniamino, mescendogli un veleno quasi istantaneamente mortale?
Qualcuno, in ogni caso, del quale l’irlandese non aveva diffidato, ché altrimenti non avrebbe bevuto. E che l’effetto del veleno fosse stato quasi istantaneo era da supporsi, poiché De Vincenzi non aveva sentito gridare e, se l’agonia si fosse prolungata, il corpo del disgraziato, nelle convulsioni estreme, si sarebbe rotolato assai più lontano dalla sua seggiola e dal tavolo.
De Vincenzi tornò sui propri passi, ridiscese le scale.
Era lo scioglimento? Aveva creduto di aver scoperto l’uccisore di Giobbe Tuama e di Giorgio Crestansen… aveva giuocato tutto per tutto per smascherarlo, per avere le prove della sua colpevolezza, fino al punto di recitare una commedia macabra e forse infame con la madre e la sorella del presunto assassino ed ecco che un terzo morto veniva ad aggiungersi alla serie, facendo crollare tutto il castello di presunzioni da lui eretto!
Beniamino O’Garrich non poteva esser stato ucciso dal Pastore Down!
Giacomo Down si trovava a San Fedele, sotto la sorveglianza di Sani, guardato a vista dagli agenti.
Prima di entrare nella grande sala dove aveva lasciato le due donne, si passò una mano sulla fronte. Era diaccia. Sudava freddo. Bisognava vincersi! Doveva lottare ancora, lottare sino alla fine.
Sostò: una grande pietà l’aveva invaso per quel povero uomo, che quella sera era andato a gettarsi proprio nella tana del lupo, credendo di trovarvi protezione e salvezza. E vi aveva trovato la più orribile, la più spasimante delle morti.
Ma perché, perché?…
E chi?
Fece qualche passo e si fermò sulla soglia.
Le due donne – Dorotea Winckers Shanahan e Virginia Worth – s’erano sedute sul divano e si tenevano per mano.
L’infermiera, dopo quel suo scatto folle, che l’aveva indotta a rivelare la morte di Beniamino, sembrava adesso perfettamente normale. Fissava la sua compagna, che taceva immobile irrigidita senza più anima, e aveva nello sguardo una preoccupata ansietà. L’ansietà cosciente e vigile di chi sorveglia un ammalato.
De Vincenzi si inoltrò nella sala. Si fermò davanti alle due ombre nere e bianche, che non si muovevano.
Sì, tutto poteva essere chiaro, senza quell’ultimo morto che giaceva in alto… Tutto chiaro!… Ma occorreva far parlare le due donne.
Ah! se al Presbiterio ci fosse stato un telefono!
Avrebbe chiamato Sani, avrebbe fatto ricondurre il Pastore, avrebbe circondata la casa di guardie.
Era solo, invece, a combattere contro l’imprevedibile. Per dominare la situazione, non poteva che contare sul proprio ascendente e sul fatto che gli avvenimenti avevano talmente precipitato e in modo così tragico da dovere inevitabilmente agire sul cervello e sul cuore di quei due esseri umani, per quanto anormali fossero.
In essi si sarebbe prodotto il collasso?
Fissava un dopo l’altro i volti ermetici, fasciati di pallore livido, nell’ombra.
Pensava ad un’esperienza scientificamente brutale e crudele: se avesse potuto far svanire l’ombra; illuminare i volti delle due donne di luce cruda, fredda, la luce delle lampade ad arco sul tavolo anatomico; guardarle negli occhi!…
Prolungava il silenzio e l’attesa.
Attesa di che?
Né Dorotea Winckers Shanahan, né Virginia Worth sembravano attender nulla.
Si sarebbe detto che la madre del Pastore non si fosse neppure accorta della sua presenza, tanto con lo sguardo andava oltre, lontano, nella sua fissità veggente. E l’infermiera era troppo preoccupata della sua compagna, per occuparsi di lui.
Aveva scattato nel grido rivelatore, quando aveva compreso il tranello teso dal commissario alla vecchia, ma ora si era ripresa e De Vincenzi era sicuro che avrebbe ritrovato in lei la medesima astuzia pronta ed elusiva, di cui la donna aveva fatto prova poco prima, quando l’aveva sorpresa con lo gnomo a frugar nei cassetti del Pastore, per sottrarre in tempo qualche documento o qualche oggetto compromettenti.
Lo gnomo!… Dov’era andato Matteo?… Dove era stato Matteo tutto quel tempo?
Era possibile supporre che lui solo – o lui e Virginia – uscito dalla Chiesa per via Sant’Orsola, fosse poi rientrato pel portone di Piazza Mentana, avesse raggiunto la cucina, per far bere il veleno a Beniamino O’Garrich e abbatterlo per sempre?
Fece un gesto e corse nella Chiesa. Matteo non v’era!…
Cercò… I banchi vuoti… La Chiesa troppo nuda, anche con le sue colonne, per poter offrire un riparo, un nascondiglio… Dietro il pulpito, nulla…
Stava per lanciarsi nel corridoio buio, verso la porta di Piazza Sant’Orsola, quando vide!
E rabbrividì, perché comprese in un lampo!
In mezzo alla parete di fondo, proprio dietro al pulpito, adesso era aperta una porticina, che, chiusa, doveva essere invisibile. Un passaggio segreto. E c’era una scaletta di ferro, a chiocciola.
Di lì era passato l’assassino di Beniamino O’Garrich, poiché evidentemente quella scala conduceva al piano superiore e forse proprio dentro la cucina.
Salì, rischiarando il buco d’ombra davanti a sé con la lampadina tascabile.
Non si era sbagliato: quando col capo si trovò fuori della botola, vide subito in terra a poca distanza il cadavere del colosso.
Un grido soffocato, inarticolato, di terrore, lo fece balzare in avanti, ed estrarre la rivoltella.
In un angolo, appoggiato alla parete, con le braccia aperte, le mani annaspanti, gli occhi sbarrati, i capelli sconvolti, stava Matteo. Aveva tentato di parlare, di gridare, e dalla gola chiusa non gli era uscito che quel suono pauroso.
— Parla!… Sei stato tu?!… Tu gli hai dato il veleno?…
Il vecchio si contorse, sollevò verso di lui gli occhi atterriti.
La mano di De Vincenzi, che lo aveva afferrato, si aprì.
— Siedi… Calmati…
Non poteva avere ucciso nessuno!… Il suo terrore era troppo evidente, troppo tragico, per potersi simulare. Doveva esser salito in cucina dalla Chiesa, senza saper nulla, e si era trovato davanti il cadavere… Non aveva avuto neppure la forza di fuggire…
— Siedi…
Lo prese lui stesso sotto un’ascella, lo condusse il più lontano possibile dal morto, lo fece sedere.
Si guardò attorno. Vide un asciugatoio appeso al muro, presso l’acquaio, e, facendo attenzione di non calpestare i frantumi di vetro, ne coprì il volto al cadavere. Quegli occhi azzurri, sbarrati con angoscia davanti all’eternità e i lineamenti contorti nello spasimo supremo toglievano anche a lui ogni libertà di azione.
Tornò verso Matteo.
— Ascoltami, Matteo… Tu ti trovi coinvolto in un’avventura tragica… Io lo so, io lo credo; non sei stato tu ad ucciderlo… Ti toglierò subito da questa casa… riavrai la tranquillità… rivedrai il sole…
Perché aveva nominato il sole? Un’oscura improvvisa intuizione e forse la vista delle mani quadre, callose, da contadino, dell’uomo gli avevano fatto pensare ch’egli fosse stato tolto dalla campagna e che, in quel momento di terrore, anelasse disperatamente alla libertà dell’aria libera, dei campi senza limiti di muri chiusi.
Lo gnomo si agitò. Batté le palpebre. Il volto gli si distese. Sospirò. Lentamente sollevò una mano e se la cacciò nella barba rossiccia. Col ritrovare gli spiriti, aveva fatto subito il gesto che gli era abituale.
De Vincenzi aspettò di vederlo un poco tranquillato.
— Ascolta, Matteo… Quando sei rimasto in Chiesa con Virginia… prima che entrasse la signora Shanahan… che cosa avete fatto tutti e due?…
— Abbiamo pregato!…
— Sempre?… Avete soltanto pregato?…
— Io sì…
— E Virginia?…
Esitò, poi disse:
— Virginia è salita qui… – e si guardò attorno, rabbrividendo.
— A che fare?
— Non so…
— Quando è ridiscesa, era turbata?… Hai notato in lei qualcosa di diverso?…
— No… Si è subito inginocchiata a pregare…
— Che cosa cercavate nei cassetti del Pastore?
— Era Virginia che cercava… Mi ha detto: aiutami! facciamo presto!…
— E tu non sai che cosa cercasse?
— No…
— Un paio di occhiali turchini?… Una barba finta?… Un cappello di paglia?…
L’uomo aprì gli occhi dalla sorpresa.
— No… Ma…
— Va’ avanti… Dove sono tutti questi oggetti?
— Non lo so… non lo so… – e alzò le mani davanti al volto, per proteggersi. Sapeva di mentire e temeva.
— Li hai veduti, però?… Appartenevano al Pastore?…
— Non lo so…
Ma il suo sguardo era corso verso l’uscio, che De Vincenzi aveva lasciato aperto dopo la scoperta del cadavere, e al di là dell’uscio, nel corridoio illuminato, si vedeva la porta della stanza da letto del Pastore.
— Aspetta qui!… Non muoverti!…
— Ah! no!… No!… Non mi lasci qui!…
E volgeva la testa, per non vedere il cadavere.
S’era alzato. Si aggrappava con le mani al braccio del commissario.
— Vieni con me, allora…
Nella camera, De Vincenzi si mise a cercare.
Matteo sembrava ipnotizzato. Fissava la spalliera del grande letto nero e non distoglieva lo sguardo da quel punto. Era evidente che sapeva dove si trovassero gli oggetti cercati dal commissario e non voleva tradirsi.
Quando De Vincenzi, dopo aver frugato nei cassetti del canterano e dentro l’armadio, si avvicinò all’inginocchiatoio, di fianco al capezzale, l’uomo ebbe un sussulto.
La predella dell’inginocchiatoio si apriva. In quel ripostiglio, del resto ben poco segreto, erano il cappello di paglia col nastro bianco e azzurro, gli occhiali e la barba finta dell’uccisore di Giorgio Crestansen, che non poteva non essere anche l’uccisore di Giobbe Tuama. Era ben sicuro di non venir mai sospettato, Giacomo Down, se non aveva creduto necessario distruggerli o nasconderli in modo più abile!
Il commissario prese quegli oggetti, che erano la prova accusatrice, e li avvolse in un giornale che aveva in tasca.
— Hai veduto il Pastore servirsi… di questa roba?
Lo gnomo si bilanciò sulle gambe sbilenche, fece gli occhi rotondi e non rispose.
Del resto, a che scopo interrogarlo ancora?
— Matteo, ho bisogno di te!… – e gli batté amichevolmente una mano sulla spalla. – Va’ al telefono, chiama la Questura… così com’hai fatto poco fa, quando… avete trovato il Pastore ferito, e fatti mettere in comunicazione col vice commissario Sani… Digli di prender con sé una diecina di agenti e di venir subito qui, al Presbiterio… E che conduca anche il Pastore…
— E quando avrò telefonato, debbo tornar qui?
— Rimani al caffè… Verrò io a prenderti più tardi…
Era l’unico modo per indurlo a fare quel che gli aveva chiesto. Il pensiero di tornare al Presbiterio, d’esser messo forse a confronto col Pastore, lo avrebbe indotto anche a fuggire.
De Vincenzi scese le scale, tirandosi dietro il vecchio e cercando di fare il meno rumore possibile.
Quando furono nel corridoio dell’ingresso, andò avanti e chiuse rapidamente la porta della sala, per far passare Matteo senza che le due donne lo vedessero.
Lo accompagnò alla porta e lo spinse fuori:
— Va’… E bada ch’io ti osservo da qui… Se non entri nel caffè e non telefoni, ti raggiungo…
Lo gnomo corse sotto la pioggia e scomparve subito alla vista, dietro la cortina fumosa, inghiottito dall’oscurità.
De Vincenzi lasciò la porta accostata e, coll’involto tra le mani, entrò nella sala.
Capì subito che le due donne si erano riprese, avevano dovuto parlare tra loro. Virginia aveva comunicato alla vecchia un po’ del suo coraggio e della sua forza.
Quando videro entrare il commissario, l’infermiera si alzò e gli andò incontro.
— Ho ucciso io Giobbe Tuama e Giorgio Crestansen… Se lo meritavano!… – pronunziò lentamente.
De Vincenzi la guardò e sorrise con indulgenza. Le passò dinanzi e si avvicinò al grande tavolo, davanti al Cristo. Vi depose l’involto e lo aprì.
Poi si volse.
— Siete stata infermiera dei pazzi, Virginia Worth?
La donna non rispose. Aveva veduto gli oggetti deposti sul tavolo e s’era sbiancata. Si afferrò una mano con l’altra e se le torse, convulsamente. Alzò gli occhi al Cristo per invocarne aiuto.
De Vincenzi andò diritto verso Dorotea Winckers Shanahan.
— Vostro marito, signora, il vostro primo marito si chiamava Olivier O’Brien?
— Sì.
— Giacomo Down e miss Lolly erano suoi figli?
— Sì.
— Tra poco Giacomo Down sarà qui… Ho fatto avvertire il funzionario, che lo ha in custodia ed egli lo condurrà al Presbiterio… Volete parlare prima che egli giunga? Credo che in tal modo potreste evitare una scena penosa…
Virginia Worth s’interpose fra i due.
— Se vi ho detto che sono stata io ad uccidere?! Arrestatemi… Non c’è altro da dire…
De Vincenzi l’allontanò con dolcezza.
— Voi vi siete vestita da uomo e avete ucciso Giorgio Crestansen all’Hôtel d’Inghilterra e Giobbe Tuama in Piazza Mercanti??…
— Perché non avrei potuto farlo?… Io li odiavo!… Essi avevano rovinato la vita di mio fratello… Olivier O’Brien era mio fratello!… Se io mi sono messa un altro nome… se Lolly e Giacomo han dovuto fare altrettanto, è stato perché, per opera di quei tre, il nome di O’Brien è un nome infamato…
Parlava con voce fredda, s’era irrigidita.
Possibile che una donna avesse avuto tanta energia e tanta crudeltà? L’assassinio di Giobbe Tuama poteva esser stato compiuto da una donna… La vecchia aveva le mani alla cintura del grembiule e De Vincenzi le fissava… Erano bianche, diafane quasi, ma ossute, tutte nodi… Mani da strangolatrice… Si poteva concepire, però, che quelle mani di donna avessero immerso il lungo ago acuminato nel cuore di Giorgio Crestansen cloroformizzato?
— Se non fosse stata Virginia Worth ad uccidere Giobbe Tuama, lo avrei ucciso io… L’ho atteso davanti alla porta di casa sua, per farlo…
Adesso, aveva parlato Dorotea Shanahan… Anche lei non si era mossa, rigida, diritta, col cappellino di lustrini e la grossa borsa nera fra le mani…
In quella vastissima sala, rischiarata dalla luce smorta e rossigna delle due lampadine alte al soffitto, con tutte quelle ombre negli angoli, sui muri, la confessione lanciata con voce ferma, a capo eretto, come una sfida, dalle due donne risuonava particolarmente drammatica, dava i brividi.
De Vincenzi tacque qualche istante. Gli occorse un violento sforzo su di sé, per poter continuare. Oramai, bisognava arrivare alla fine… Virginia Worth lo fissava, attendendo. La cognata le si era messa al fianco, quasi volesse dividere con lei la responsabilità schiacciante dei suoi atti criminosi.
Dicevano la verità – tutta la verità – o tentavano in quel modo di coprire Giacomo Down?
Questo era il problema, che attanagliava lo spirito e la ragione del commissario.
Una donna aveva commesso quei tre assassinii e due di essi li aveva commessi con abilità diabolica, con ferocia inaudita!… Ma se anche il terzo era stato perpetrato dalla medesima persona, come spiegare ch’essa aveva voluto in quel modo quasi deliberatamente tradirsi, compromettendo il piano predisposto? Poiché, insomma, la morte di Beniamino O’Garrich sembrava piuttosto l’atto di un folle o il gesto disperato di chi vuol compiere la propria vendetta ad ogni costo, senza preoccuparsi delle conseguenze.
— Proprio voi, Virginia Worth, avete ucciso Giobbe Tuama e Giorgio Crestansen?
— Sì! Ve l’ho detto… Li ho uccisi io. E se Giacomo non avesse subito dubitato del mio atto e non avesse voluto giuocare con voi al più furbo, per allontanare ogni vostro sospetto da me… voi non avreste scoperto mai chi li aveva uccisi!… Avevo tutto calcolato, io!… Tutto predisposto! Quando ho saputo che Crestansen si trovava a Milano…
— Come lo avete saputo?
— L’ho visto e riconosciuto, coi miei occhi!… Sapevo che mia cognata s’era messa alle calcagna di suo marito da due giorni e che aveva nella borsa una rivoltella carica… Volevo evitare che lei compisse la sua vendetta scioccamente, abbattendolo in un luogo pubblico, per farsi poi inevitabilmente arrestare…
— Lo avevo seguito ai giardini e lui mi vide! Salì sulla carrozzella delle caprette, per salvarsi!…
Non c’era sarcasmo nelle sue parole e il volto era rimasto immobile.
Virginia s’era voltata ad ascoltarla e assentì, poi riprese:
— Per questo, quando fu aperta la Fiera e io fui sicura che Jeremiah non si sarebbe mosso per due giorni da Piazza Mercanti, mi misi a spiarlo… Nel pomeriggio del sabato, lo vidi allontanarsi dal banco in compagnia di un uomo e riconobbi in costui Giorgio Crestansen… Era Iddio che lo mandava!… Lo seguii e seppi che abitava all’Hôtel d’Inghilterra… Allora, decisi di agire la sera stessa… Alle nove andai in albergo… Avevo indossato un abito nero di Giacomo… mi ero messi la barba e gli occhiali… Quelli… Li avete trovati!… Anche se non li aveste trovati, d’altronde, avrei confessato, perché sapevo oramai che eravate pronto ad accusare Giacomo e temevo che Lolly avesse potuto confermare il vostro sospetto, fornirvi persino la prova che vi mancava, con qualche sua parola sconsiderata, lei che non sapeva nulla e che poteva credere che fosse stato suo fratello a compiere la vendetta che tutti noi avevamo giurato di compiere!…
Si fermò, come se volesse riprender forza. Quando aveva parlato di suo nipote s’era accalorata, la voce le si era fatta vibrante, piena di note basse, calda. L’altra accanto a lei non si era mossa.
— Proseguite!…
— Sì… Ma facciamo presto!… Quando arriva Giacomo dev’esser tutto terminato!… Giacomo non può ricevere un altro colpo… Non può, non deve!… Io sono pronta a dirvi tutto… Ma voi dovete promettermi che lo risparmierete. Egli è innocente!…
— Proseguite!…
— C’è poco da dire! In albergo mi feci annunziare col nome di Jeremiah Shanahan… Giorgio Crestansen doveva attenderlo e lo avrebbe ricevuto… Infatti, mi fecero salire… Una volta in camera sua, la cosa fu facile… Egli non mi conosceva e non sospettò, credette a quel che io gli dicevo di essere stata mandata da Jeremiah… Gli parlai di laggiù… gli parlai di Olivier O’Brien… Lui, come gli altri due, lo credevano vivo!… Noi soltanto sapevamo che Olivier era morto! Morto di crepacuore!… Colsi un momento in cui Crestansen s’era voltato, per saltargli alle spalle e mettergli il fazzoletto inzuppato di cloroformio sotto il naso… Il resto… il resto venne dopo…
— Ah! – fece il commissario. Non poté dir altro. Vedeva il piccolo grumo di sangue sul petto del morto…
— Lo composi sul letto e me ne andai. Erano le nove e un quarto… In un quarto d’ora, avevo potuto compiere la prima parte del mio dovere… con l’aiuto di Dio!…
— Non nominate Iddio! – scattò De Vincenzi.
— Egli ha permesso che l’infamia compiuta dai tre uomini non rimanesse impunita… Egli mi ha dato le forze per condurre a bene la mia impresa di giustizia!…
Una pazza lucida!… Le parole che pronunciava erano pervase da una tale profonda convinzione!…
— E Giobbe Tuama?
— Uscita dall’Hôtel d’Inghilterra tornai al Presbiterio, sapevo che Giacomo era assente. Passai per la porta di via Sant’Orsola e potei raggiungere la mia camera, senza esser veduta da Matteo. Ma il vecchio si trovava in cucina, quando andai nella stanza del Pastore, per nascondere il cappello di paglia, gli occhiali e la barba, e li vide… Gli dovetti raccontare una storia e mi feci promettere che non avrebbe mai detto ad alcuno di averli veduti e di sapere dove fossero… D’altronde, io non ho creduto che la mia azione sarebbe stata scoperta e che la polizia avrebbe potuto dubitare del Pastore!…
— E Giobbe Tuama? – ripeté quasi con violenza De Vincenzi: adesso, anche lui voleva far presto. Si sentiva oppresso. Le ombre degli angoli ingigantivano e lo sopraffacevano.
— Appena qui, decisi di non fermarmi. Avevo abbattuto il primo, la mia opera doveva continuare, doveva esser compiuta in quella stessa notte! Sapevo dove trovare Jeremiah… sapevo anche che era in compagnia di Beniamino O’Garrich… Non sapevo, naturalmente, che Jeremiah sarebbe rimasto solo e mi avrebbe offerto il modo di sopprimerlo silenziosamente… Ero pronta a tutto… La mia determinazione era quella di ucciderli entrambi a colpi di rivoltella… Mi avrebbero arrestata; ma io di questo non mi preoccupavo… non mi sarei mai preoccupata… Ma Giacomo tornò al Presbiterio e io dovetti attendere ch’egli fosse salito nella sua camera, che si fosse coricato… Arrivai in Piazza Mercanti che la piazza era buia e quasi deserta… Dei due che ero andata a trovare, c’era soltanto Jeremiah… che parlava con uno sconosciuto… Attesi; rimase solo. Stava accanto al banco. Mi avvicinai e gli dissi che il Pastore voleva parlargli subito… Lui non aveva mai saputo chi fossi realmente io… come io, in tutti questi anni che lo vedevo e lo conoscevo col nome di Giobbe Tuama, non avevo saputo che fosse stato lui l’uomo che aveva spezzato la vita di mio fratello, per sposarne la moglie… È stata mia cognata a rivelarmelo, quando per caso si è incontrata con lui… pochi giorni or sono… Anche Giacomo non conosceva il carnefice di suo padre…
— Sì… Io non sapevo che quel mostro fosse venuto proprio qui… e appartenesse alla Chiesa di mio figlio!… Iddio lo ha voluto!…
— Mentre si chinava per prendere il cappello sotto il banco, lo afferrai al collo e strinsi… Non mandò neppure un gemito… Quando lo lasciai, era morto… Gli misi le mani in croce sul petto e me ne andai… Nessuno mi aveva veduta!…
— E l’orologio? Perché gli avete tolto l’orologio?
— Gli era caduto dalla tasca e lo raccolsi da terra… macchinalmente…
— E questa sera… variando ancora una volta modo e mezzo criminosi… avete avvelenato Beniamino O’Garrich!…
— Iddio lo ha voluto – rispose, ripetendo come un’eco le parole di sua cognata. – Ero salita per tutt’altra ragione…
— Volevate trovare e far sparire qualcosa, che avevate cercato invano nei cassetti di quella scrivania!
— Sì. Sapevo oramai che voi sospettavate Giacomo… Mio nipote stasera, dopo l’incidente del cane, che doveva avervi rivelato i legami che correvano tra lui e… sua madre e sua sorella, aveva dubitato della verità… e, fingendo d’essere stato aggredito alla sua volta, aveva voluto distogliere i vostri sospetti da questa casa… Povero Giacomo!…
— Beniamino O’Garrich era il terzo uomo condannato dal vostro odio!
— Non dite odio!… – esclamò con forza Dorotea Winckers Shanahan. – Voi non sapete che cosa quei tre avevano commesso… Beniamino aveva sete… Quando sono entrata nella cucina, sorgendo davanti a lui dalla botola, mi chiese un bicchier d’acqua… Io avevo con me una dose di atropina cristallizzata… Doveva servire a far cessare di colpo ogni mia sofferenza nel caso che la mia azione fosse stata scoperta… Mi sono sacrificata! Ho rinunciato a salvarmi dalla condanna che mi attende, pur di veder completata la vendetta!…
— Ma perché?… Perché tutto quest’odio?… Che cosa avevano fatto quei tre uomini?…
Si sentì il rumore della porta di strada che si apriva, il suono di passi affrettati pel corridoio. Sani apparve sulla soglia.
— Mi avete promesso di risparmiare Giacomo! – supplicò Virginia Worth.
La madre si era voltata e guardava con occhi ardenti verso la porta.
La risposta all’ultima domanda del commissario, egli non doveva averla che il giorno dopo, perquisendo a fondo ogni stanza e ogni mobile del Presbiterio.
Quella sera, fece condurre a San Fedele Virginia Worth e lasciò madre e figlio soli nella Chiesa, a ogni uscita della quale aveva messo un agente.
Miss Lolly, fuggita dal Presbiterio era corsa a casa e fu lì che Cruni, mandatovi da De Vincenzi, la trovò. Appena seppe che suo fratello era vivo ed era innocente, corse a raggiungerlo.
De Vincenzi fece ritorno al suo ufficio di San Fedele e trascorse la notte a leggere. Cercava di non pensare alle ore terribili che aveva vissute, dal momento in cui, in Piazza Mercanti, aveva assistito alla scoperta del cadavere di Giobbe Tuama… Una sequela di delitti orribili… in un’atmosfera di follia!…
Poteva un essere umano compiere freddamente una simile atroce vendetta?…
Cercava di non pensare al dramma, De Vincenzi, e non ci riusciva!…
Quale, dunque, era la colpa di quei tre uomini?
Il giorno dopo, fra le carte del Pastore, trovò un ritratto di Oliver O’Brien e qualche ritaglio di giornale americano.
E la verità di quell’altro dramma lontano gli apparve. I particolari, che non erano nei giornali, gli vennero rivelati da Dorotea Winckers Shanahan, che era stata la moglie di Olivier O’Brien e che aveva divorziato da lui, quando il Tribunale di Detroit lo ebbe condannato a venti anni di reclusione, per appropriazione indebita continuata e per truffa ai danni della Società per il commercio dei brillanti, di cui era consigliere delegato.
O’Brien era innocente. Jeremiah Shanahan, venuto nel Michigan dal Transvaal con Giorgio Crestansen e Beniamino O’Garrich, aveva fondato con O’Brien la società. Molto probabilmente nulla sarebbe avvenuto, se Jeremiah non si fosse innamorato della moglie di O’Brien e non avesse ordito, d’accordo coi suoi due complici – essi erano legati fra loro a filo doppio da precedenti azioni delittuose compiute a Pretoria – il più infame dei piani criminosi, per toglier di mezzo per sempre colui che egli considerava come un ostacolo all’appagamento della sua morbosa passione.
Non soltanto, con avidità infernale, i tre erano riusciti, falsificando libri e scritture, a far apparire O’Brien come un ladro; ma Jeremiah aveva anche inscenato tutta una infame commedia, per far credere che O’Brien avesse per amante una donna di facili costumi, per la quale aveva profuso le somme rubate.
Aveva falsificato lettere e, a prezzo d’oro, aveva fatto testimoniare il falso alla donna.
Dorotea Winckers – davanti al tradimento del marito – aveva chiesto e ottenuto il divorzio e, prestando fede alle proteste d’amore di Jeremiah, il quale aveva finto ipocritamente di aver fatto tutto il possibile per salvare almeno l’onore di O’Brien, lo aveva sposato.
Era stato soltanto in seguito che la verità le era apparsa – mentre Jeremiah si trovava a Sing-Sing sotto l’accusa di ricettazione – rivelatale da Giorgio Crestansen, il quale si riteneva tradito alla sua volta dal suo complice.
Ella, allora, era fuggita di casa coi suoi figliuoli e aveva tentato di rivedere il suo Oliviero… Troppo tardi! O’Brien era morto di crepacuore in carcere…
E Jeremiah Shanahan, uscito da Sing-Sing era scomparso…
La fatalità aveva voluto che tutti i tristi protagonisti di quella dolorosa vicenda si fossero ritrovati a Milano, dove l’epilogo tragico era scoppiato…
R