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CAPITOLO TRE

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Jonas fischiettava mentre si dirigeva verso il club. Aveva trascorso una giornata particolarmente lunga e non vedeva l’ora di rilassarsi con alcuni dei suoi amici più cari. Asthey e Shelby sarebbero arrivati, prima o poi. Avrebbero deciso se rimanere al club o andare a divertirsi altrove. Talvolta Shelby doveva accompagnare sua sorella a un ballo o a una festa. Quando Jonas e Asthey erano dell’umore, si univano a lui per supporto morale o per prenderlo in giro.

Fortunatamente, lui non aveva una sorella minore di cui occuparsi, e neanche un fratello, per dirla tutta. La sua era stata un’infanzia solitaria, ma era grato che suo nonno non avesse nessun altro da torturare. Era già abbastanza difficile proteggere se stesso, figuriamoci un fratello o una sorella. Ciò era incluso nel motivo per cui Jonas non voleva sposarsi. Certo, non dare a suo nonno un altro erede era un ulteriore motivo, ma in particolare non intendeva mettere in pericolo una moglie o un figlio. Sarebbero stati una debolezza che il duca avrebbe sfruttato ben volentieri. Era meglio che rimanesse solo per il resto dei suoi giorni. Almeno finché suo nonno non si fosse deciso a morire e a lasciarlo in pace. Il vecchio stava combattendo fino all’ultimo respiro. Probabilmente sapeva che sarebbe andato all’inferno e non voleva entrare nelle sue profondità infuocate.

Alcuni giorni erano peggiori di altri. Dopo la morte di suo padre, Jonas non aveva avuto molti giorni felici. Fortunatamente, Charles Lindsay, Conte di Coventry, lo aveva preso a cuore. Jonas non ne capiva ancora il motivo, ma gli era grato per il suo aiuto. Il Coventry Club era stato la sua salvezza sotto tanti aspetti. Gli aveva offerto una fratellanza e un faro di speranza. Coventry era stato determinante nell’aiutarlo a costruire la sua fortuna e, a sua volta, a tenere suo nonno il più lontano possibile da lui. Il duca non si arrendeva facilmente e cercava comunque di farlo tornare all’ovile. Cosa che Jonas non avrebbe mai fatto.

Un vento leggero lo sorprese mentre girava l’angolo. Accelerò il passo quando scorse il club. Il sole stava iniziando a tramontare e presto l’edificio sarebbe stato gremito di gente. Non tutti i conti erano in città nello stesso periodo ma, se anche lo fossero, c’era abbastanza spazio per tutti. Non tutti ricevevano l’invito di ammissione. Ognuno veniva attentamente esaminato e, se il leader lo riteneva idoneo, formalizzava l’invito. Coventry era il loro leader e aveva l’ultima parola su tutti i nuovi membri.

Udì un colpo alle sue spalle. Si voltò per capire cosa stesse succedendo. Asthey teneva premuto il tacco del suo stivale sul petto di un furfante. L’uomo si dimenava, cercando di scappare, finché Asthey non estrasse la pistola che portava e gliela puntò. «Avanti. Dammi una ragione per usarla. Dopo la giornata che ho avuto, mi farà sentire molto meglio.».

«Vi prego, milord.» implorò l’uomo, «Non uccidetemi. Ho una famiglia che ha bisogno di me.».

«Forse avresti dovuto pensarci prima di provare ad aggredire il mio amico.». Jonas spalancò gli occhi mentre ascoltava la conversazione. Era così perso nei suoi pensieri da non aver notato quell’uomo? Era probabile. Dopotutto, era di umore particolarmente sdolcinato. A trent’anni si diventava uomini, o almeno così gli avevano detto. Asthey alzò il grilletto mentre il furfante iniziava a tremare. «Chi ti ha mandato?».

Jonas accorciò la distanza tra loro e scrutò l’uomo. «C’è bisogno di chiederlo? Sono certo che siamo in grado di capire chi è stato così stupido da mandare qualcuno a farmi del male.».

«Non dovevo farvi più male del necessario.» disse l’uomo, «Lui voleva che vi consegnassi relativamente integro.».

«È così, dunque?». Jonas alzò un sopracciglio, «Suppongo sia vero. Non ho adempiuto al mio dovere di generare un erede. Lui non vorrebbe che io morissi prima di averlo fatto.».

«Non essere così superficiale.» Asthey quasi ringhiò, «È la tua vita, queste aggressioni devono finire.».

Jonas era d’accordo, ma non aveva idea di come dissuadere suo nonno dalle proprie idee ridicole. Quell’uomo era troppo insistente e non lo avrebbe lasciato in pace per nessun motivo. «Perché non usiamo il ragazzo per inviare un messaggio a quel vecchio caprone?».

«Vuoi che gli spari e lo faccia consegnare a Southington a pezzi?».

«Che cosa macabra.» disse Jonas. Asthey non faceva sul serio. Oh, avrebbe sparato a quell’uomo, se necessario, ma non aveva mai commesso un omicidio. Qualche tempo prima aveva avuto uno spiacevole incidente che lo aveva reso diffidente verso le persone che non conosceva o di cui non si fidava. Ecco perché portava con sé una pistola. «Non credo ci sia bisogno di arrivare a tanto.».

«Vi prego, non uccidetemi.», l’uomo era diventato bianco come un lenzuolo, «Farò tutto quello che volete.».

«Visto? Vuole solo rendersi utile.» Jonas sorrise. Un pizzico di malvagità lo pervase, e lui non riuscì a trattenersi neanche se avesse voluto. «Se non farà ciò che gli chiediamo, puoi sempre sparargli più tardi.».

«Preferirei farlo adesso.» rispose Asthey quasi maniacalmente, «Ma colgo la saggezza del tuo piano.». Scostò lentamente lo stivale dal petto dell’uomo. «Non scappare. Sono un asso con questa pistola e non faresti tre passi prima di sentire una pallottola bruciarti nel petto.».

Jonas scosse la testa, doveva molto ad Asthey per il suo aiuto in tutti questi anni. E questa era un’altra cosa da aggiungere alla lista. Non avrebbe mai potuto ripagare appieno i suoi amici per tutto quello che avevano fatto per lui.

«Che cosa volete che faccia?» chiese il furfante, con una mano ancora alzata. Asthey non aveva ancora abbassato la pistola. «Ditemelo e lo farò questa sera stessa.».

«Vai dal duca.» iniziò Jonas, «Raccontagli di questa nostra breve conversazione, nei dettagli. La prossima volta che manderà qualcun altro a fare il lavoro sporco, non sarà felice del risultato. Questo è l’unico avvertimento che gli daremo. Ho chiuso con i suoi giochetti, tutto questo finirà.».

Il duca, probabilmente, non avrebbe ascoltato l’avvertimento, ma Jonas doveva provarci. Tutti gli uomini inviati da suo nonno non erano serviti, ma era ora di cambiare la sua strategia. Non avevano mai minacciato di ucciderne e smembrarne uno, finora. Asthey era abbastanza pazzo che quell’uomo, probabilmente, lo credeva capace di tutto.

«E non tornare più qui.» disse Asthey, «Se lo farai, significa che hai gradito l’attenzione che ti ho riservato stasera.».

L’uomo annuì freneticamente, poi si girò e corse più veloce che poté. Jonas rise quando il furfante scomparve alla vista. «Pensi che andrà a Southington?».

«Se ci tiene alla sua vita, lo farà”.» rispose Asthey, «Quindi direi di sì.».

«Grazie per essertene occupato.» disse Jonas, «Non mi ero accorto che fosse lì.».

«Andiamo dentro.», ad Asthey non piaceva l’emotività. Non avrebbe risposto al suo ringraziamento, ma Jonas aveva capito. Era fatto così ed erano amici di così vecchia data da conoscere i segreti più oscuri e profondi l’uno dell’altro.

«Dopo di te.» Jonas allungò una mano, «Te lo sei meritato.».

«Sei impazzito?» gli chiese Asthey, «Non ho intenzione di perderti d’occhio. Porta subito dentro le tue chiappe.».

Jonas scosse la testa e si diresse all’interno, con Asthey alle calcagna. Entrarono nella stanza principale e Jonas rimase sorpreso di vederla affollata al limite. Quasi, se non tutti, i conti erano nel club. C’era un incontro di cui non era a conoscenza? Come Mosè che spartì le acque, i conti si scostarono per far passare Coventry. L’uomo si diresse verso Harrington. La sua età iniziava a manifestarsi. I suoi capelli erano diventati un misto di bianco e grigio, e attorno ai suoi occhi verde chiaro iniziavano a comparire le rughe. Nonostante ciò, sembrava forte e robusto per la sua età. Quando Coventry raggiunse Jonas, lo abbracciò e poi fece un passo indietro. Poggiandogli le mani sulle braccia, gli disse: «Buon compleanno.». Quindi tutti i presenti sollevarono i calici e ripeterono le stesse parole ad alta voce.

«Che cosa sarebbe?».

«Una celebrazione.» rispose Coventry, «Per questo compleanno e per molti altri a venire, ma soprattutto, per la tua libertà.».

«La mia cosa?».

«Deve aver battuto la testa.» disse Asthey. «È il tuo compleanno, o l’hai dimenticato?».

«No.» disse Jonas con calma, «So bene che giorno è oggi. È la questione della libertà che non capisco.».

«Hai il pieno controllo della tua eredità, ora.» disse Coventry, «Southington non ha più voce in capitolo sulle tue tasche.».

Jonas sospirò, «Ormai da molto tempo non ho più bisogno del denaro degli Harrington per sopravvivere. Non ha importanza per me.».

Aveva rinunciato alla speranza di avere qualcosa a che fare con la tenuta. Il titolo, in pratica, era solo una formalità da anni. Suo padre non aveva assunto il titolo di cortesia come figlio del duca. Se lo avesse fatto, allora sarebbe stato il Marchese di Starling, così come Jonas dopo la sua morte. Invece, aveva assunto il titolo dell’altro nonno, dalla parte di sua madre, ed era diventato il Conte di Harrington. Era l’unico erede vivente e ciò comportava un onore maggiore.

Con la morte di suo padre, Jonas era stato posto sotto la custodia di suo nonno. Il duca aveva cercato di fargli assumere il titolo di Starling, ma lui lo aveva rifiutato come aveva fatto suo padre. Sfortunatamente, ciò diede al duca il controllo sulla tenuta Harrington e, di conseguenza, macchiò quell’onore. Suo nonno aveva le mani su tutto ciò che riguardava la tenuta Harrington e la governava con ordini duri e crudeltà. I fittavoli erano infelici e il duca provava piacere.

«Non ha importanza?» disse piano Coventry, «Pensaci e, quando sarai pronto a reclamare di nuovo la tua casa, io ti aiuterò.».

Forse doveva rivendicare il suo patrimonio. Odiava avere a che fare con suo nonno, ma lo doveva ai fittavoli da sottrarre al controllo del perfido bastardo. Avrebbero potuto trovare un po’ di felicità, almeno. Qualcuno doveva farlo, anche se non fosse stato lui. Annuì, «Come hai fatto a riunirli tutti qui?».

«Lo stavamo organizzando da un po’.» disse Asthey, «Shelby ed io avevamo deciso che il tuo trentesimo compleanno non sarebbe dovuto passare inosservato senza festeggiamenti.».

Aveva degli amici splendidi. «Grazie.». Jonas si guardò attorno. «Dov’è Shelby?».

«Sono qui.» annunciò Shelby da dietro, «Scusate per il ritardo. Ho avuto una discussione con mia madre.».

Shelby litigava sempre con sua madre, era lei che lo costringeva a scortare sua sorella a qualsiasi ballo. Era suo dovere come parente maschio più anziano. Purtroppo per sua sorella, Shelby odiava le feste e cercava di evitarle il più possibile. Troppe innocenti in cerca di marito, per i suoi gusti.

«Su cosa?» chiese Jonas, anche se sospettava quale fosse la risposta.

«Le solite questioni.» rispose Shelby, «Credete che potrei convincere voi due…» indicò Asthey e poi Jonas «… a partecipare ad un ballo, stasera?».

«Preferirei spararmi con la mia stessa pistola, piuttosto.» rispose Asthey.

«Non essere così melodrammatico.» disse Shelby, alzando gli occhi al cielo, «Non è poi così male.».

«Che cosa ci guadagniamo noi?» gli chiese Jonas, «È il mio compleanno. Dovremmo fare qualcosa che piaccia anche a me.».

Il Conte Libertino

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