Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 6

Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 6
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Edward Gibbon. Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 6

CAPITOLO XXIX

CAPITOLO XXX

CAPITOLO XXXI

RIFLESSIONI

LETTERA

CAPITOLO XXXII

CAPITOLO XXXIII

CAPITOLO XXXIV

CAPITOLO XXXV

CAPITOLO XXXVI

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Se i sudditi di Roma avesser potuto ignorare le obbligazioni, che dovevano al Gran Teodosio, si sarebber tosto convinti della penosa difficoltà, con cui lo spirito e l'abilità del loro defonto Imperatore avea sostenuto il fragile e cadente edifizio della Repubblica. Esso morì nel mese di Gennaio; e prima che finisse l'inverno dell'istesso anno, la nazione de' Goti avea preso le armi63. I Barbari ausiliarj alzarono l'indipendente loro stendardo; ed arditamente dichiararono le ostili intenzioni, che avevan lungo tempo nutrite nelle feroci lor menti. I lor nazionali, che per le condizioni dell'ultimo trattato erano stati condannati ad una vita di tranquillità e di fatica, abbandonarono al primo suono di tromba le loro possessioni, e con ardore ripresero le armi, che avevan contro voglia posate. Si rovesciarono gli ostacoli del Danubio; uscirono dalle lor foreste i selvaggi guerrieri della Scizia; e lo straordinario rigor dell'inverno somministrò al poeta l'osservazione, che «traevano i gravi lor carri sul largo e gelato dosso dello sdegnante fiume64.» Gl'infelici abitanti delle Province meridionali del Danubio si sottomisero alle calamità, che nel corso di vent'anni eran divenute quasi famigliari alla loro immaginazione, e le varie truppe di Barbari, che si gloriavan del nome Gotico, confusamente si sparsero da' selvosi lidi della Dalmazia fino alle mura di Costantinopoli65. L'interrompimento o almeno la diminuzione del sussidio che i Goti aveano ricevuto dalla prudente liberalità di Teodosio, fu lo specioso pretesto della lor ribellione; s'accrebbe l'affronto pel disprezzo che dimostrarono verso gl'imbelli figliuoli di Teodosio; e ne fu infiammato lo sdegno dalla debolezza o perfidia del ministro d'Arcadio. Le frequenti visite, che Ruffino faceva al campo dei Barbari, dei quali affettava d'imitar le armi e le vesti, si riguardavano come una prova bastante della rea corrispondenza di lui; ed il pubblico nemico, per un motivo di gratitudine o di politica, nella generale devastazione avea cura di risparmiare i beni privati dell'odioso Prefetto. I goti, invece d'esser mossi dalle cieche e capricciose passioni dei lor Capitani, erano allora diretti dall'audace ed artificioso genio d'Alarico. Questo famoso condottiero discendeva dalla nobile stirpe dei Balti66, che non cedeva, che alla sola famiglia reale degli Amali. Ei chiese il comando delle armi Romane; e la Corte Imperiale lo provocò a dimostrar la follia del rifiuto, e l'importanza di perderlo. Per quante speranze potesse avere della conquista di Costantinopoli, il giudizioso Generale tosto abbandonò una non eseguibile impresa. L'Imperator Arcadio, in mezzo ad una Corte divisa in vari partiti e ad un popolo malcontento, fu atterrito dall'aspetto delle armi Gotiche, ma alla mancanza d'abilità e di valore supplì la forza della città; e le fortificazioni, sì di terra che di mare, poteron sicuramente disfidare gl'impotenti e fortuiti dardi dei Barbari. Alarico sdegnò di più trattenersi negli abbattuti e rovinati paesi della Tracia e della Dacia, e risolvè di cercare un'abbondante messe di fama e di ricchezze in una provincia, che fin allora scampato aveva i disastri della guerra67.

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Era in quel tempo tanto precaria ed imperfetta la corrispondenza delle nazioni fra loro, che potevano ignorarsi nella Corte di Ravenna le rivoluzioni del Norte, finattantochè l'oscura nube, che si era ammassata lungo la costa del Baltico, scoppiò in fulmine sulle rive dell'alto Danubio. L'Imperator dell'Occidente si contentava d'essere occasione e spettator della guerra132, se pure i suoi ministri arrischiavansi di disturbarne i piaceri con le nuove dell'imminente pericolo. Affidavasi la salute di Roma a' consigli ed alla spada di Stilicone; ma tanto era debole ed esausto lo staio dell'Impero, che era impossibile di risarcire le fortificazioni del Danubio, o d'impedire con un vigoroso sforzo l'invasione de' Germani133. Le speranze del vigilante Ministro d'Onorio si limitavano alla difesa dell'Italia. Egli abbandonò un'altra volta le Province; richiamò le truppe; fece nuove leve, che furono rigorosamente cercate, e con pusillanimità deluse; impiegò i più efficaci mezzi per ritenere o allettare i disertori; ed offerì la libertà ed il donativo di due monete d'oro a tutti gli schiavi, che si fossero arrolati alla milizia134. Con questi sforzi a gran fatica raccolse dai sudditi d'un grand'Impero un esercito di trenta o quarantamila uomini, che al tempo di Scipione o di Camillo si sarebbe ad un tratto formata dai cittadini liberi del territorio di Roma135. Le trenta legioni di Stilicone furono rinforzate da un grosso corpo di Barbari ausiliari; i fedeli Alani erano personalmente attaccati al suo servigio; e le truppe degli Unni e de' Goti, che marciavano sotto le bandiere dei nativi lor principi Uldino e Saro, venivano animate dall'interesse e dall'ira ad opporsi all'ambizione di Radagaiso. Il Re dei confederati Germani senza resistenza passò le Alpi, il Po e l'Apennino, lasciando da una parte l'inaccessibil palazzo d'Onorio, sepolto con sicurezza fra' pantani di Ravenna, e dall'altra il campo di Stilicone, che avea stabilito il suo principal quartiere a Ticino o a Pavia; ma che sembra scansasse una decisiva battaglia, finattantochè non avesse adunato le distanti sue forze. Molte città dell'Italia furon saccheggiate o distrutte, e l'assedio di Firenze fatto da Radagaiso136 è uno dei più antichi avvenimenti nell'istoria di quella celebre Repubblica, la fermezza della quale frenò e sospese l'imperito furore de' Barbari. Tremò il Senato ed il Popolo all'avvicinarsi che fecero alla distanza di cento cinquanta miglia da Roma; ed ansiosamente paragonarono essi il pericolo che avevan passato, co' nuovi rischi a' quali trovavansi esposti. Alarico era Cristiano e soldato; condottiere d'un esercito disciplinato; esso intendeva le leggi della guerra, rispettava la santità dei trattati, ed avea conversato famigliarmente coi sudditi dell'Impero nei medesimi campi e nelle Chiese medesime. Il selvaggio Radagaiso non conosceva i costumi, la religione, e neppure il linguaggio delle nazioni civilizzate del Mezzodì. Accrescevasi la fierezza della sua natura da una crudele superstizione, e generalmente credevasi, che si fosse obbligato con un solenne voto a ridur la città in un mucchio di sassi e di cenere, ed a sacrificare i Romani Senatori più illustri sugli altari di quegli Dei, che si placavano per mezzo del sangue umano. Il pubblico pericolo, che avrebbe dovuto riconciliare tutte le domestiche animosità, scuoprì l'incurabil pazzia d'una religiosa fazione. Gli oppressi adoratori di Mercurio e di Giove nell'implacabil nemico di Roma rispettavano il carattere di devoto Pagano: altamente dichiaravano, che più temevano i sacrifizi che le armi di Radagaiso: e segretamente godevano della calamità della patria, le quali condannavano la fede de' Cristiani loro avversari137.

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