Читать книгу Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 6 - Эдвард Гиббон, Edward Gibbon - Страница 3

CAPITOLO XXXI

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Alarico invade l'Italia. Costumi del Senato e del Popolo Romano. Roma è assediata tre volte, e finalmente saccheggiata dai Goti. Morte d'Alarico. I Goti si ritirano dall'Italia. Caduta di Costantino. La Gallia e la Spagna son occupate da Barbari. Indipendenza della Gran Brettagna

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L'insufficienza d'un debole e disastrato governo può spesse volte aver l'apparenza, e produrre gli effetti d'una perfida corrispondenza col pubblico nemico. Se Alarico medesimo fosse stato ammesso nel Consiglio li Ravenna; egli avrebbe probabilmente proposto quello stesse misure, che furono effettivamente prese da Ministri d'Onorio183. Il Re de' Goti avrebbe forse con qualche ripugnanza cospirato alla distruzione di quel formidabil nemico, dalle armi del quale tanto in Italia che in Grecia per ben due volte era stato vinto. L'attivo ed interessato lor odio produsse con molta fatica la disgrazia e la rovina del grande Stilicone. Il valore di Saro, la sua fama nelle armi, e la personale o ereditaria influenza, che aveva sui Barbari confederati, l'avrebbero potuto far rispettare agli amici della Patria, che disprezzavano o detestavan gl'indegni caratteri di Turpilione, di Varone e di Vigilanzio. Ma per le premurose istanze de' nuovi favoriti, questi Generali, che s'erano dimostrati indegni del nome di soldati184, furon promossi al comando della cavalleria, dell'infanteria e delle truppe domestiche. Il Principe Goto avrebbe sottoscritto con piacere l'editto, che il fanatismo d'Olimpio dettò al devoto e semplice Imperatore. Onorio escluse da ogni ufizio nello Stato chiunque fosse contrario alla Chiesa Cattolica, ostinatamente rigettò il servizio di tutti quelli, ch'erano di religione diversa dalla sua; ed inconsideratamente licenziò molti de' più bravi ed abili suoi Ufiziali, che erano aderenti al Culto Pagano, o seguivano le opinioni dell'Arrianesimo185. Alarico avrebbe approvato, e forse anche suggerito passi così vantaggiosi al nemico; ma si potrebbe dubitare se il Barbaro avesse promosso il proprio interesse a spese dell'inumana ed assurda crudeltà, che si commise con la direzione, o almeno coll'assenso de' Ministri Imperiali. Gli ausiliari esteri, ch'erano attaccati alla persona di Stilicone, si dolevano della sua morte; ma il desiderio della vendetta era in essi frenato da un natural timore per la salute delle mogli e de' figli loro, che ritenevansi come ostaggi nelle città forti dell'Italia, dov'essi avevano parimente depositato i loro più preziosi effetti. Nella medesima ora, e come per mezzo d'un segnale comune, le città dell'Italia furon macchiate dalle stesse orride scene di universale strage e saccheggio, che produsse la distruzione delle famiglie insieme e de' beni de' Barbari. Esacerbati questi da tal ingiuria, che avrebbe potuto scuotere i più torpidi e servili spiriti, gettaron un'occhiata di sdegno e di speranza verso il campo d'Alarico, e concordemente giurarono di perseguitare con giusta ed implacabile guerra quella perfida nazione, che aveva sì vilmente violato le leggi dell'ospitalità. Per l'imprudente condotta de' Ministri d'Onorio la Repubblica perdè l'assistenza, e meritò l'inimicizia di trentamila de' suoi più bravi soldati; ed il peso di tal formidabile armata, che sola avrebbe potuto determinar l'evento della guerra, passò dalla bilancia de' Romani in quella de' Goti.

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Nelle arti della negoziazione ugualmente che in quello della guerra il Re Goto godeva un superiore ascendente sopra un nemico, le apparenti variazioni del quale nascevano dalla total mancanza di consiglio e di mire. Alarico, dal suo campo ne' confini dell'Italia, attentamente osservava le rivoluzioni del Palazzo, spiava il progresso della fazione e della malcontentezza, mascherava l'ostile aspetto d'un Barbaro invasore, e prendeva la più popolare apparenza d'un amico ed alleato del grande Stilicone, alle virtù del quale, quando non erano più per lui formidabili, poteva dare un giusto tributo di sincera lode e rammarico. Il pressante invito de' malcontenti, che sollecitavano il Re de' Goti ad invader l'Italia, acquistò maggior forza da un vivo sentimento delle personali sue ingiurie; ed aveva la speciosa occasion di dolersi, che i Ministri Imperiali sempre differivano ed eludevano il pagamento delle quattromila libbre d'oro, che dal Senato Romano gli erano state accordate o in premio de' suoi servigi, o per acquietarne il furore. La sua decente fermezza era sostenuta da un'artificiosa moderazione, che contribuì al buon successo dei suoi disegni. Ei richiedeva una giusta e ragionevol soddisfazione; ma dava le più forti sicurezze, che appena l'avesse ottenuta, si sarebbe subito ritirato. Ricusò di prestar fede a' Romani, se non gli si mandavano per ostaggi al campo Ezio e Giasone, figli di due grandi Ufiziali dello Stato; ma offrì di dare in cambio di essi molti de' più nobili giovani della nazione Gotica. I Ministri di Ravenna risguardarono la modestia d'Alarico come una sicura prova di debolezza e di timore. Sdegnarono d'entrare in trattato, non meno che d'adunare un esercito; e con una temeraria fiducia, che procedeva solo dall'ignoranza, in cui erano dell'estremo pericolo, irreparabilmente perderono i decisivi momenti sì della pace che della guerra. Mentre aspettavano con caparbio silenzio, che i Barbari lasciassero i confini dell'Italia, Alarico passò con ardita e rapida marcia le Alpi ed il Po; precipitosamente saccheggiò le città d'Aquileia, d'Altino, di Concordia e di Cremona, che cederono alle sue armi; accrebbe le proprie forze coll'aumento di trentamila ausiliari; e senza incontrare in campo un solo nemico, s'avanzò fino all'orlo della palude, che difendeva l'inaccessibile residenza dell'Imperatore Occidentale. Invece di tentare senza speranza l'assedio di Ravenna, il prudente Capitano de' Goti passò a Rimini, estese le sue devastazioni lungo le coste marittime dell'Adriatico, e disegnò la conquista dell'antica padrona del Mondo. Un eremita Italiano, di cui gli stessi Barbari veneravan la santità e lo zelo, si fece incontro al vittorioso Monarca, ed arditamente annunziò lo sdegno del Cielo contro gli oppressori della terra; ma il Santo medesimo restò confuso dalla solenne asserzione d'Alarico, ch'ei sentiva un segreto e soprannaturale impulso, che lo dirigeva, anzi lo costringeva a marciare verso le porte di Roma. Egli sentiva che il proprio genio o la sua fortuna lo rendevano atto alle imprese più ardue; e l'entusiasmo, che comunicò a' Goti appoco appoco fece svanire la popolare e quasi superstiziosa reverenza delle nazioni per la maestà del nome Romano. Le sue truppe, animate dalla speranza della preda, seguirono il corso della via Flaminia, occuparono i passi non guardati dell'Appennino186, discesero nelle ricche pianure dell'Umbria; e mentre stavano accampati sulle rive del Clitunno, potevano a capriccio scannare e divorare i bianchissimi tori, che per tanto tempo s'erano riserbati pei trionfi di Roma187. Una difficile situazione ed un'opportuna tempesta di lampi e tuoni preservò la piccola città di Narni; ma il Re de' Goti, non curando le ignobili prede, sempre più avanzavasi con indomito vigore; e dopo esser passato pei superbi archi, adornati con le spoglie delle vittorie contro i Barbari, piantò il suo campo sotto le mura di Roma188.

Pel corso di seicento diciannove anni la seda dell'Impero non era mai stata contaminata dalla presenza d'uno straniero nemico. L'infelice spedizione d'Annibale189 non servì che a spiegare il carattere del Senato e del Popolo; d'un Senato cioè piuttosto abbassato che nobilitato dalla comparazione di un'assemblea di Regi, e d'un Popolo, a cui l'ambasciator di Pirro attribuì le inesauste riproduzioni dell'Idra190. Ciascun Senatore, al tempo della guerra Punica, aveva occupato il suo posto nella milizia, o in grado di superiore o di subalterno; ed il decreto, che dava per un tempo il comando a tutti quelli, ch'erano stati Consoli, Censori, o Dittatori, procurava alla Repubblica l'immediata assistenza di molti prodi e sperimentati Generali. Al principio della guerra il Popolo Romano conteneva dugento cinquantamila cittadini atti a portare le armi191. Cinquantamila eran già morti in difesa della Patria, e le ventitre legioni, ch'erano impiegate ne' diversi campi dell'Italia, della Grecia, della Sardegna, della Sicilia e della Spagna, esigevano circa centomila uomini. Ma ne restava sempre un ugual numero in Roma e nel territorio addiacente, ch'erano animati dall'istesso intrepido coraggio; ed ogni Cittadino era tratto fin dalla più fresca sua gioventù alla disciplina, ed agli esercizi militari. Annibale restò sorpreso dalla costanza del Senato, che senza levar l'assedio di Capua, o richiamar le truppe disperse, aspettava la sua venuta. Ei s'accampò sulle rive dell'Anio alla distanza di tre miglia dalla città; e fu tosto informato, che il terreno, su cui aveva piantato la sua tenda, fu venduto per competente prezzo al pubblico incanto, e per Una strada opposta fu mandato un corpo di truppe a rinforzar le legioni della Spagna192. Condusse i suoi Affricani alle porte di Roma, dove trovo tre eserciti in ordine di battaglia preparati a riceverlo; ma Annibale temè l'evento d'una guerra, da cui non poteva sperare d'uscire, se non aveva prima distrutto fino all'ultimo de' suoi nemici; e la pronta sua ritirata dimostrò l'invincibil coraggio, de' Romani.

Una continua successione di Senatori fin dal tempo della guerra Punica avea conservato il nome e l'immagine della Repubblica; e i degenerati sudditi d'Onorio ambiziosamente vantavano l'origine dagli Eroi, che avevan rispinto le armi d'Annibale, e soggiogato le nazioni della terra. I temporali onori, creditati e sprezzati dalla devota Paola193, sono accuratamente enumerati da Girolamo, guida della coscienza, ed isterico della vita di essa. La genealogia di Rogato suo padre, che rimontava fino ad Agamennone, parrebbe che indicasse un'origine Greca; ma Blesilla sua madre numerava nella lista de' propri antenati gli Scipioni, Emilio Paolo, ed i Gracchi; e Tossozio marito di Paola traeva la reale sua stirpe da Enea, padre della famiglia Giulia. Con queste alte pretensioni soddisfacevasi la vanità del ricco, che bramava d'esser nobile. Incoraggiati dall'applauso de lor parassiti, facilmente imponevano alla credulità del volgo, ed erano in qualche modo sostenuti dall'uso di adottare il nome dei loro patroni, ch'era stato sempre in vigore fra i liberti, ed i clienti delle famiglie illustri. La maggior parte però di quelle famiglie, attaccate da tante cause d'esterna forza, o d'interna decadenza, restarono appoco appoco estinte; e sarebbe stato più ragionevole il cercare una successiva discendenza di venti generazioni fra le montagne delle Alpi o nella pacifica solitudine della Puglia, che nel teatro di Roma, sede della fortuna, del pericolo, e di perpetue rivoluzioni. In ogni regno particolare, e da ogni provincia dell'Imperio innalzandosi ad eminenti gradi una folla d'arditi avventurieri per mezzo de' talenti o de' vizi loro, usurpavano lo ricchezze, gli onori, ed i palazzi di Roma, ed opprimevano o proteggevano i poveri ed umili avanzi delle famiglie Consolari, che ignoravano forse la gloria de' loro maggiori194.

Al tempo di Girolamo e di Claudiano i Senatori concordemente cedevano la preeminenza alla famiglia Anicia; ed una breve occhiata all'istoria di questa servirà per valutare il lustro e l'antichità delle famiglie nobili, che si contentavano solo del secondo pasto195. Nei primi cinque secoli di Roma fu ignoto il nome degli Anicj: sembra ch'essi traesser l'origine da Preneste, e l'ambizione di que' nuovi cittadini restò per lungo tempo soddisfatta con gli onori plebei di Tribuni del popolo196. Cento sessant'anni avanti l'Era Cristiana, la famiglia fu nobilitata dal Pretore Anicio, che terminò gloriosamente la guerra Illirica, soggiogando la nazione, e facendone schiavo il Re197. Dopo il trionfo di quel Generale, tre Consolati, in tempi distanti fra loro, indicano la successione del nome Anicio198. Dal regno di Diocleziano fino alla total estinzione dell'Impero occidentale godè questo nome di tale splendore, che non fu ecclissato nella pubblica stima neppure dalla Maestà della porpora Imperiale199. I diversi rami, a' quali fu comunicato, riunirono per mezzo di matrimoni o di eredità le ricchezze ed i titoli delle famiglie Annia, Petronia, ed Olibria: ed in ogni generazione si moltiplicava il numero de' Consolati per un ereditario diritto200. La famiglia Anicia era celebre per la fede e per le ricchezze: fu la prima del Senato Romano, che abbracciasse il Cristianesimo: ed è probabile, che Anicio Giuliano il quale poi fu Console e Prefetto di Roma, purgasse il suo attaccamento al partito di Massenzio con la prontezza, con cui accettò la religione di Costantino201. S'accrebbe l'ampio lor patrimonio dall'industria di Probo, Capo della famiglia Anicia, che divise con Graziano gli onori del Consolato, ed esercitò quattro volte il sublime ufizio di Prefetto del Pretorio202. Le immense sue possessioni erano sparse per tutto quanto il Mondo Romano; e quantunque il Pubblico potesse aver per sospetti, o disapprovare i mezzi, co' quali s'erano acquistate, pure la generosità e magnificenza di quel fortunato politico meritò la gratitudine de' suoi clienti e l'ammirazione degli stranieri203. Fu tanto grande il rispetto, che avevasi alla sua memoria, che i due figli di Probo, nella più fresca lor giovinezza, ed a richiesta del Senato, furono uniti insieme nella dignità Consolare; distinzione memorabile e senza esempio negli annali di Roma204.

I marmi del palazzo Anicio eran passati in proverbio per esprimere l'opulenza e lo splendore205: i nobili però ed i Senatori di Roma con la dovuta gradazione aspiravano ad imitar quell'illustre Famiglia. L'esatta descrizione della città, che fu fatta al tempo di Teodosio, enumera mille settecento ottanta case di ricchi ed onorevoli cittadini206. Molte di queste splendide abitazioni potrebbero quasi scusare l'esagerazion del Poeta, che Roma conteneva una moltitudine di palazzi, e che ogni palazzo equivaleva ad una città mentre nel suo recinto includeva tutto ciò, che poteva servire o al comodo o al lusso, cioè piazze, ippodromi, templi, fontane, bagni, portici, boschetti ombrosi, ed artificiali uccelliere207. L'istorico Olimpiodoro, che descrive lo stato di Roma, quando fu assediata da' Goti208, continua ad osservare, che vari de' più ricchi Senatori da' loro fondi ricavavano un'annua entrata di quattromila libbre d'oro, che fanno sopra cento sessantamila sterline, senza computare le provvisioni fisse di grano e di vino, le quali, se si fosser vendute, sarebbero importate un terzo di quella somma. In paragone di tale smoderata ricchezza, un'ordinaria entrata di mille o mille cinquecento libbre d'oro si sarebbe risguardata appena come adeguata alla dignità del grado Senatorio, che richiedeva molte spese di pubblica ostentazione. Si rammentano al tempo d'Onorio più esempi di nobili vani e popolari, che celebrarono l'anno della lor Pretura con una festa, che durò sette giorni, e che, costò più di centomila lire sterline209. I beni de' Senatori Romani, che tanto eccedevano la proporzione delle moderne ricchezze, non si ristringevano dentro i confini dell'Italia. Le loro possessioni estendevansi molto al di là del mare Jonio e dell'Egeo fino alle più distanti Province: la città di Nicopoli, fondata da Augusto come un eterno monumento della vittoria d'Azio, era la proprietà della devota Paola210, e Seneca osserva, che i fiumi, che avevano già diviso nazioni fra loro nemiche, scorrevano allora dentro le terre di cittadini privati211. Le tenute de' Romani, secondo la natura e le circostanze di esse, o venivano coltivate da' loro schiavi, o si davano per una certa convenuta somma annua a qualche industrioso affittuale. Gli Scrittori economici antichi raccomandano caldamente il primo metodo, qualora possa praticarsi comodamente; ma se per la sua distanza o grandezza il luogo non fosse sotto la vista immediata del padrone, preferiscono l'attiva cura d'un vecchio ereditario fittaiuolo, attaccato a quel fondo ed interessato nel prodotto di esso, alla mercenaria amministrazione d'un negligente e forse infedele fattore212.

I nobili opulenti d'una immensa capitale, che non erano mai eccitati dal desiderio della gloria militare, e rade volte impegnati nelle occupazioni del governo civile, naturalmente consumavano il loro tempo negli affari e ne' divertimenti della vita privata. A Roma era sempre stato tenuto a vile il commercio; ma i Senatori fino da' primi tempi della Repubblica accrebbero il loro patrimonio, e moltiplicarono i loro clienti con la pratica lucrosa dell'usura; e le antiquate leggi venivan deluse o violate per la reciproca inclinazione ed interesse di ambe le parti213. Doveva sempre trovarsi in Roma una considerabile quantità di ricchezza, o in moneta corrente dell'Impero, o in oro ed argento lavorato; ed al tempo di Plinio v'erano molte tavole, che contenevano più argento di quello che Scipione trasportò dalla vinta Cartagine214. La maggior parte de' nobili, che scialacquavano i propri beni in un prodigo lusso, si trovavano poveri in mezzo alla ricchezza, ed oziosi in un perpetuo giro di dissipazione. Venivano continuamente soddisfatti i lor desiderj dal lavoro di migliaia di mani, dalla numerosa serie de' loro domestici schiavi, su' quali agiva il timor del castigo, e dalle varie specie di artefici e di mercanti, che con maggior forza eran mossi dalla speranza del guadagno. Gli antichi erano privi di molti comodi della vita, che si sono inventati, o accresciuti dal progresso dell'industria; e la copia del vetro e de' panni lini ha sparso più comodi reali fra le nazioni moderne d'Europa di quel che i Senatori di Roma potessero trarre da tutte le più raffinate maniere d'un sensuale e splendido lusso215. La magnificenza ed i costumi di essi hanno somministrato materia di minute laboriose ricerche; ma siccome queste mi farebbero troppo deviare dal disegno dell'opera presente, io produrrò un autentico stato di Roma, e de' suoi abitanti, che può applicarsi più specialmente al tempo dell'invasione de' Goti. Ammiano Marcellino, che prudentemente scelse la Capitale dell'Impero come la residenza più adattata per un Istorico de' suoi tempi, ha unito con la narrazione de' pubblici eventi una viva pittura delle scene, alle quali trovossi presente. Il giudizioso lettore non approverà sempre l'asprezza della censura, la scelta delle circostanze, o la maniera dell'espressioni: egli scuoprirà forse i segreti pregiudizi e le personali passioni, che inasprivano il carattere d'Ammiano; ma sicuramente potrà osservare con filosofica curiosità l'interessante ed originale pittura de' costumi di Roma216.

«La grandezza di Roma (così dice l'Istorico) si fondò sulla rara e quasi incredibile unione della virtù e della fortuna. Il lungo tratto della sua infanzia s'impiegò in un laborioso contrasto con le tribù d'Italia, vicine e nemiche della nascente città. Nella forza e nell'ardore della sua gioventù sostenne le tempeste della guerra, portò le sue armi vittoriose oltre i mari ed i monti, e riportò a casa trionfali allori da ogni parte del globo. Finalmente avanzandosi verso la vecchiezza, ed alle volte vincendo col solo terrore del suo nome, cercò i vantaggi della quiete e della tranquillità. Quella venerabil città, che aveva posto il piede sul collo alle più fiere Nazioni, e stabilito un sistema di leggi, perpetue custodi della giustizia e della libertà, si contentò, come una saggia e doviziosa madre, di affidare a' Cesari, favoriti suoi figli, la cura di governare l'ampio suo patrimonio217. Successe ai tumulti della Repubblica una sicura e profonda pace, simile a quella che si era goduta sotto il regno di Numa; e frattanto Roma era sempre adorata come regina della terra, e le sottoposte nazioni tuttavia rispettavano il nome del Popolo e la maestà del Senato. Ma questo nativo splendore (prosegue Ammiano) viene oscurato e macchiato dalla condotta di alcuni nobili, che dimenticatisi della lor dignità e di quella del loro paese, s'attribuiscono un'illimitata licenza di follìa e di vizi. Contendono fra loro intorno all'inutile vanità de' titoli e de' cognomi; e curiosamente scelgono o inventano i più alti e sonori nomi di Reburro o Fabunio, di Pagonio o Tarrasio218, che possono imprimere negli orecchi del volgo maraviglia e rispetto. Per una vana ambizione di perpetuare la loro memoria, affettano di moltiplicare le proprie immagini in statue di bronzo e di marmo; nè son contenti, se quelle statue non son coperte di foglie d'oro; onorevole distinzione, concessa per la prima volta al Console Acilio dopo che ebbe soggiogato colle sue armi e co' suoi consigli la potenza del Re Antioco. L'ostentazione di mostrare e forse di magnificare la lista delle rendite de' fondi, che posseggono in tutte le Province, dall'Oriente all'Occidente, provoca a giusto sdegno chiunque riflette, che gl'invincibili e poveri lor antenati non si distinguevano dagl'infimi soldati per la dilicatezza del cibo, nè per lo splendore degli abiti. Ma i Nobili moderni misurano il grado e l'importanza loro dalla maestà de' lor cocchi219, e dalla pesante magnificenza del loro abbigliamento. Le lunghe lor vesti di seta o di porpora ondeggiano al vento; ed a misura che per arte o per caso vengono agitate, scuoprono le ricche toniche di sotto, ricamate con figure di varj animali220. Accompagnati da un seguito di cinquanta servi, e guastando i pavimenti delle strade, si muovono per le medesime con tanta impetuosa fretta, come se corresser la posta; e l'esempio de' Senatori viene arditamente imitato dalle matrone e dalle dame, i carri coperti delle quali vanno continuamente girando gl'immensi spazi della città e de' sobborghi. Dovunque tali persone di gran qualità si compiacciono di visitare i pubblici bagni, all'entrar che vi fanno, prendono un tuono d'alto ed insolente comando, ed appropriano al privato lor uso que' comodi, ch'erano destinati pel Popolo Romano. Se in questi luoghi di comune e generale concorso incontrano qualche infame ministro de' lor piaceri, esprimono la loro affezione con un tenero abbraccio, nel tempo che superbamente scansano i saluti de' loro concittadini, a' quali non si permette d'aspirare all'onore di baciar loro le mani o i ginocchi. Tosto che si son soddisfatti dell'uso del bagno, riprendono i loro anelli e le altre insegne della lor dignità: scelgono dalla privata lor guardaroba composta di finissima biancheria, che potrebbe servire per una dozzina di persone, quella che più s'adatta alla lor fantasia, e mantengono fino alla lor partenza l'istesso altiero portamento, che potrebbe appena essere scusabile nel gran Marcello dopo la conquista di Siracusa. Alle volte in vero questi Eroi si accingono ad imprese più ardue; visitano i loro beni d'Italia, e si procurano per mezzo di mani servili i divertimenti della caccia221. Se qualche volta, specialmente nella state, hanno il coraggio di navigare nelle dipinte lor barche dal lago Lucrino222 all'eleganti lor ville sulle coste marittime di Pozzuolo e di Gaeta223, paragonano le loro spedizioni alle marce di Cesare e d'Alessandro. Se però ardisse una mosca di posarsi su' loro dorati ombrelli di seta, se un raggio di sole penetrasse per qualche non osservato impercettibile spiraglio, deplorano gl'intollerabili loro travagli, e si dolgono con affettate espressioni di non esser nati nelle terre de' Cimmerj224, regioni di eterne tenebre. In questi viaggi, che si fanno nelle proprie terre225, tutto il corpo della famiglia marcia insieme col padrone. In quella guisa che dalla perizia dei capitani militari si dispongono la cavalleria e l'infanteria, le truppe di grave e di leggiera armatura, la vanguardia e la retroguardia; così gli uffiziali domestici, che portano in mano una verga in segno d'autorità, distribuiscono e mettono in ordine il numeroso seguito di schiavi e di famigliari. Il bagaglio e la guardaroba sono alla fronte, e dopo segue immediatamente una moltitudine di cuochi e di ministri inferiori, impiegati nel servizio della cucina e della tavola. Il corpo di mezzo è composto d'una promiscua folla di schiavi accresciuta dall'accidental concorso di oziosi o dipendenti plebei. Si chiude la marcia dalla truppa favorita di eunuchi, distribuiti per ordine di anzianità. Il numero e la deformità loro eccitano l'orrore e lo sdegno degli spettatori, che son mossi ad esecrar la memoria di Semiramide per l'arte crudele da essa inventata di eludere i disegni della natura, e di soffocar nella stessa loro sorgente le speranze delle future generazioni. Nell'esercizio della domestica giurisdizione i nobili di Roma esprimono una squisita sensibilità per qualunque personale ingiuria, ed una disprezzante indifferenza pel resto della specie umana. Se quando chiedono dell'acqua calda, uno schiavo sia lento ad ubbidire, egli viene immediatamente gastigato con trecento colpi di verghe: se però il medesimo schiavo commetterà un omicidio volontario, il padrone osserverà dolcemente ch'esso è un indegno; ma che se un'altra volta commette il delitto, non eviterà la pena. Anticamente l'ospitalità era la virtù de' Romani; ed ogni straniero, che potesse allegare in suo favore il merito o la disgrazia, veniva sollevato o premiato dalla lor generosità. Presentemente, se un forestiero, anche di grado non dispregevole, viene introdotto avanti ad uno di que' ricchi ed altieri Senatori, esso è accolto in vero alla prima udienza con sì forti proteste e ricerche sì premurose, che si ritira incantato dall'affabilità dell'illustre suo amico, e pieno di dispiacere di aver tanto tempo differito il suo viaggio a Roma, nativa sede della civiltà non meno che dell'Impero. Sicuro d'un favorevole ricevimento ripete la sua visita il giorno seguente, e resta mortificato dal vedere, che si è già dimenticata la persona, il nome e la patria di esso. Se ha il coraggio di perseverare, viene appoco appoco ammesso nel numero de' dipendenti, ed ottiene la permissione di fare l'assidua ed infruttuosa sua corte ad un superbo Patrono, incapace di gratitudine o d'amicizia, che appena si degna d'osservare, quando è presente, quando parte, o quando torna. Ogni volta che un ricco prepara un solenne e popolare trattenimento226, ogni volta che celebrano con prodigo e pernicioso lusso i privati loro banchetti, la scelta de' commensali forma il soggetto d'una seria deliberazione. Di rado son preferiti i moderati, i sobrj, e i dotti; ed i nomenclatori, che comunemente son mossi da motivi d'interesse, hanno l'accortezza d'inserir nella lista degl'inviti gli oscuri nomi delle più indegne persone del Mondo. Ma i frequenti e famigliari compagni de' Grandi sono que' parassiti, che praticano la più utile di tutte le arti, cioè quella dell'adulazione; che altamente applaudiscono ad ogni parola e ad ogni azione dell'immortal lor Patrono; che ammirano con trasporto le colonne di marmo ed i pavimenti di vari colori; e che eccedentemente lodano la pompa e l'eleganza, ch'egli si è assuefatto a risguardare come una parte del personale suo merito. Alle mense Romane gli uccelli, i ghiri227, o i pesci, che sembrano d'una straordinaria grossezza, si osservano con una curiosa attenzione: v'è sempre un par di bilance per determinarne il peso reale; e mentre i più ragionevoli commensali son disgustati da una vana e tediosa ripetizione, si chiamano i notari per far fede con autentico atto della verità di tal maraviglioso successo. Un altro metodo d'introdursi nelle case e nelle conversazioni de' Grandi proviene dalla professione di giocare, o come si dice più pulitamente, di divertirsi. I socj sono uniti fra loro con uno stretto e indissolubil legame d'amicizia o piuttosto di cospirazione; una gran perizia nell'arte Tesseraria (che può risguardarsi come una specie di tavola reale228) è una strada sicura per giungere alla ricchezza ed alla riputazione. Un maestro di quella sublime scienza, che in una cena o assemblea sia posto al di sotto d'un Magistrato, dimostra nel portamento la maraviglia e lo sdegno, che si potrebbe supporre aver sentito Catone, allorchè gli fu negata la Pretura da' voti d'un capriccioso Popolo. L'acquisto delle cognizioni, rare volte, muove la curiosità de' nobili, che abborriscono la fatica, e sdegnano i vantaggi dello studio; ed i soli libri che leggono, sono le satire di Giovenale, e le verbose e favolose storie di Mario Massimo229. Le librerie, che hanno ereditato dai loro padri, sono rimosse, come orridi sepolcri, dalla luce del giorno230. Ma si costruiscono per loro uso dispendiosi strumenti da teatro, flauti, enormi Lire, ed organi idraulici; e l'armonia della musica, sì vocale che istrumentale, continuamente si sente ripetere nei palazzi di Roma. In questi al senso si antepone il suono, e la cura del corpo a quella dell'animo. Si accorda come una massima salutare, che il barlume ed un frivolo sospetto di una malattia contagiosa è sufficiente a scusare dalla visita dei più intimi amici; ed anche ai servi, che si mandano a ricercarne per decenza le nuove, non si permette che tornino a casa, se prima non abbian sopportata la ceremonia d'un'abluzione. Pure tale scrupolosa ed effeminata delicatezza cedè qualche volta alla più imperiosa passione dell'avarizia. L'aspetto del guadagno spingerà un ricco e gottoso Senatore fino a Spoleto; qualunque sentimento d'arroganza e di dignità è vinto dalla speranza d'una eredità o anche d'un legato; ed un opulento cittadino senza figli è il più polente dei Romani. Si sa perfettamente l'arte di ottenere una favorevol disposizione testamentaria; ed alle volte di accelerare il momento della sua esecuzione, ed è accaduto, che nella medesima casa, quantunque in diversi appartamenti, il marito e la moglie, col lodevol disegno di prevenirsi l'un l'altro, hanno richiesto i rispettivi loro notari per dichiarare nel tempo stesso le mutue loro ma contradditorie intenzioni. Le angustie che seguono e puniscono le stravaganze del lusso, riducono spesso i Grandi ad usare i più umilianti espedienti. Quando desiderano di ottenere un imprestito, impiegano il basso e supplichevole stile dello schiavo nella commedia; ma quando è richiesto loro il pagamento, prendono la maestosa e tragica declamazione dei nipoti d'Ercole. Se di nuovo è domandato loro il danaro, facilmente trovano qualche fido calunniatore, abile a sostenere un'accusa di veleno o di magia contro l'insolente creditore, il quale è raro che sia liberato dalla carcere, se non abbia prima sottoscritto una ricevuta di tutto il debito. Questi vizi, che macchiano il moral carattere de' Romani, son congiunti ad una puerile superstizione, che disonora il loro intelletto. Prestano orecchio con fiducia alle predizioni degli aruspici, che pretendono di leggere nelle viscere delle vittime i segni della futura grandezza e prosperità; e vi son molti, che non ardiscono di bagnarsi, di desinare o di comparire in pubblico, finattantochè non hanno diligentemente consultato, secondo le regole dell'astrologia, la situazione di Mercurio o l'aspetto della Luna231. Ed è ben singolare, che spesse volte si scuopre tal vana credulità in quegli stessi profani Scettici, che empiamente dubitano, o negano l'esistenza d'un Potere Celeste».

Nelle città popolate, che sono la sede del commercio e delle manifatture, gli abitanti di mezza condizione, che traggono la lor sussistenza dalla destrezza o dal lavoro delle proprie mani, formano per ordinario la più feconda, la più utile, ed in questo senso la più rispettabile parte della società. Ma i plebei di Roma, che sdegnavano tali sedentarie e servili arti, si eran trovati oppressi fino dai più antichi tempi dal peso del debito e dell'usura, e l'agricoltore, nel tempo del suo servizio militare, era costretto ad abbandonar la cultura delle sue terre232. I terreni dell'Italia che a principio erano stati divisi fra le famiglie di liberi ed indigenti proprietari, appoco appoco furono comprati o usurpati dall'avarizia dei nobili, e nel secolo, che precedè la rovina della Repubblica, fu calcolato, che solo duemila cittadini possedevano qualche fondo indipendente233. Pure finattantochè il popolo dava co' suoi voti gli onori dello Stato, il comando delle legioni, e l'amministrazione di ricche Province, l'orgogliosa soddisfazione che ne risentiva, sollevava in qualche modo i travagli della povertà; ed i bisogni dei plebei venivano diminuiti opportunamente dall'ambiziosa liberalità dei candidati, che aspiravano ad assicurarsi una venale pluralità di voti nelle trentacinque Tribù; o nelle cento novanta tre centurie di Roma. Ma quando i prodighi plebei ebbero imprudentemente alienato non solamente l'uso, ma anche la proprietà del potere, si ridussero nel regno dei Cesari ad una vile e miserabil plebaglia, che in poche generazioni avrebbe dovuto del tutto estinguersi, se non si fosse continuamente sostenuta dalla manumissione degli schiavi e dal ribocco degli stranieri. Fino dai tempi d'Adriano, giustamente dolevansi gl'ingenui nativi, che la capitale aveva tirato a sè i vizi dell'Universo, ed i costumi delle nazioni fra lor più contrarie. L'intemperanza dei Galli, l'astuzia e la leggerezza dei Greci, la selvaggia ostinazione degli Egizj e degli Ebrei, il servile carattere degli Asiatici, e la dissoluta ed effeminata prostituzione dei Sirj, s'erano mescolate nella varia moltitudine di uomini, che, sotto la superba e falsa denominazione di Romani, ardivano di sprezzare i loro compagni di sudditanza, e fino i loro Sovrani, che abitavano fuori del recinto dell'eterna città234.

Ciò non ostante si pronunziava sempre con rispetto il nome di quella città; eran tollerati senza castigo i frequenti e capricciosi tumulti dei suoi abitatori; ed i successori di Costantino, invece di togliere affatto gli ultimi residui della democrazia colla forza della milizia, preferirono la dolce politica d'Augusto, e procurarono di sollevare la povertà e divertir la pigrizia d'un innumerabile popolo235. I. Per comodo degli oziosi plebei le mensuali distribuzioni di grano si convertirono in una giornaliera porzione di pane; furono fatti e mantenuti a spese pubbliche molti forni, ed all'ora stabilita ogni cittadino, che aveva il suo contrassegno, saliva per quella scala che era stata determinata pel suo particolar quartiere o divisione, e riceveva o in dono o ad un bassissimo prezzo una quantità di pane del peso di tre libbre per uso della sua famiglia. II. Le foreste della Lucania, le cui ghiande ingrassavano grossi armenti di porci selvaggi236, somministravano, come una specie di tributo, un'abbondante quantità di cibo sano e a buon mercato. Per cinque mesi dell'anno distribuivasi ai cittadini più poveri una regolar quantità di lardo; e l'annuo consumo della Capitale, in un tempo in cui era molto decaduta dall'antico suo lustro, fu determinato in un editto di Valentiniano III a tre milioni seicento ventottomila libbre237. III. Secondo i costumi degli antichi era indispensabile l'uso dell'olio, pei lumi ugualmente che pei bagni, e l'annua tassa, imposta sull'Affrica pel bisogno di Roma, ascendeva al peso di tre milioni di libbre, vale a dire alla misura forse di trecentomila galloni inglesi. IV. L'ansietà ch'ebbe Augusto di provveder la Metropoli di una sufficiente abbondanza di grano, non si estese al di là di questo necessario articolo dell'umana sussistenza; e quando il clamor popolare accusava il caro prezzo e la scarsezza del vino, il grave riformatore promulgò un editto, in cui rammentava ai suoi sudditi, che nessuno aveva ragione di dolersi della sete, mentre gli acquedotti d'Agrippa avevano introdotto nella città tante copiose fonti di acqua pura e salubre238. Si rilassò appoco appoco questa rigida sobrietà; e quantunque non sembri, che si eseguisse in tutta la sua estensione il generoso disegno di Aureliano239, si concedeva l'uso del vino a condizioni assai facili e liberali. Era affidata l'amministrazione delle cantine pubbliche ad un onorevole Magistrato, ed una parte considerabile della vendemmia della Campania riserbavasi pei felici abitanti di Roma.

Gli stupendi acquedotti sì giustamente celebrati dalle lodi di Augusto medesimo, riempivano le terme o i bagni, che s'erano edificati in ogni parte della città con Imperiale magnificenza. I bagni d'Antonino Caracalla, ch'erano aperti in certe ore determinate per uso comune dei Senatori e del Popolo, contenevano più dei mille seicento sedili di marmo, e più di tremila se ne contavano in quelli di Diocleziano240. Le mura dei superbi quartieri eran coperte di curiosi Mosaici, che imitavano l'arte del pennello nell'eleganza del disegno, e nella varietà dei colori. Il granito Egiziano era graziosamente incrostato col prezioso marmo verde di Numidia; una perpetua corrente d'acqua calda versavasi per tante larghe bocche di massiccio lucido argento in gran vasche; e l'infimo dei Romani poteva con una piccola moneta di rame comprarsi il continuo spettacolo d'una scena di pompa e di lusso, che avrebbe potuto eccitar l'invidia dei Monarchi dell'Asia241. Da queste splendide fabbriche usciva uno sciame di sordidi e stracciati plebei senza scarpe e senza mantello, che andavano tutto il giorno vagando per le strade o nel foro a udir nuove, o a far dispute; e che dissipavano in stravaganti giuochi la miserabile sussistenza delle mogli e dei figli; e consumavano le ore della notte in oscure taverne e ridotti, intesi a soddisfare una grossolana e volgare sensualità242.

Ma il più vivo e splendido divertimento dell'oziosa moltitudine dipendeva dalla frequente rappresentazione dei pubblici giuochi e spettacoli. La pietà dei Principi Cristiani aveva soppresso i crudeli combattimenti dei gladiatori; ma il Popolo Romano risguardava tuttavia il circo come la propria casa, il suo tempio, e la sede della Repubblica. L'impaziente moltitudine correva allo spuntar del giorno a prendersi il posto, e v'eran molti, che passavano senza dormire ansiosamente la notte ne' vicini portici. Dalla mattina alla sera, senza curare il sole o la pioggia, gli spettatori, che alle volte ascendevano al numero di quattrocentomila, stavano in seria attenzione con gli occhi fissi nei cavalli e nei cocchieri, e con gli animi agitati dalla speranza o dal timore pel successo di quei colori che favorivano; e pareva che la felicità di Roma dipendesse dall'evento d'una corsa243. L'istesso smoderato ardore eccitava le loro grida ed i loro applausi ogni volta che si dava la caccia delle fiere, o alcuna delle varie specie di teatrali rappresentanze. Queste nelle Capitali moderne possono meritare d'essere considerate come una pura ed elegante scuola di gusto, e forse di virtù. Ma la musa tragica e comica de' Romani, che non ad altro comunemente aspirava che ad imitare il genio Attico244, dopo la caduta della Repubblica erasi rimasta quasi sempre in silenzio245; ed erasene indegnamente occupato il posto dalla licenziosa farsa, dalla musica effeminata da splendide buffonerie. I pantomimi246, che si mantennero in riputazione dal tempo d'Augusto fino al sesto secolo, rappresentavano senza l'uso delle parole le varie favole degli Dei e degli Eroi dell'antichità e la perfezione della loro arte, che alle volte disarmava la gravità del Filosofo, eccitava sempre l'applauso e la maraviglia del popolo. I vasti e magnifici teatri di Roma erano riempiti da tremila ballerine, e da altrettanti musici co' direttori dei rispettivi cori. Era tanto grande il favor popolare che essi godevano, che in un tempo di carestia, quando tutti i forestieri erano stati banditi dalla città, il merito di contribuire ai pubblici piaceri gli esentò da una legge, che fu rigorosamente eseguita contro i professori dell'arti liberali247.

Si dice, che la folle curiosità d'Elagabalo tentò di scuoprire dalla quantità delle tele di ragno il numero degli abitanti di Roma. Non sarebbe stato indegno dell'attenzione dei più savi Principi un metodo più ragionevole di venirne in chiaro, che avrebbe facilmente potuto sciogliere una questione tanto importante per il governo Romano, e sì interessante pei successivi secoli. Si registravano regolarmente le nascite e le morti dei cittadini; e se qualche antico scrittore si fosse preso la cura di conservarcene l'annual somma, o il numero comune, potremmo adesso far qualche probabile calcolo, che distruggerebbe forse le stravaganti asserzioni dei critici, e confermerebbe le modeste e verisimili congetture dei filosofi248. Le più diligenti ricerche ci hanno procurato soltanto le seguenti circostanze, che per quanto leggiere ed imperfette siano, possono in qualche modo servire ad illustrar la questione della popolazione dell'antica Roma. I. Allorchè la capital dell'Impero fu assediata dai Goti, il circondario delle mura fu esattamente misurato dal matematico Ammonio, che lo trovò di miglia ventuno249. Ci dobbium rammentare, che la forma della città era quasi d'un cerchio, figura geometrica, la quale si sa che contiene il maggiore spazio dentro qualunque data circonferenza. II. L'architetto Vitruvio, che fiorì nel secolo d'Augusto, e la testimonianza del quale in quest'occasione merita speciale autorità e peso, osserva che le innumerabili abitazioni del Popolo Romano si sarebbero estese molto al di là degli angusti limiti della città; e che la mancanza di terreno, che era probabilmente ristretto per ogni parte dai giardini e dalle ville, suggerì la comune, sebben inconveniente pratica di alzar le case ad una considerabile altezza250. Ma la sublimità di queste fabbriche, le quali spesso erano fatte in fretta e con materiali insufficienti, era causa di frequente e fatale disgrazie, e fu più volte ordinato da Augusto, come pure da Nerone, che l'altezza degli edifizi privati dentro le mura di Roma non eccedesse la misura di settanta piedi sopra terra251. III. Giovenale252 sembra che per propria esperienza deplori le angustie dei cittadini più poveri, a' quali dà il salutare avviso di abbandonare senza dilazione il fumo di Roma; mentre potevano procurarsi nelle piccole città d'Italia una buona e comoda abitazione per il medesimo prezzo, che annualmente pagavano per un oscuro e miserabile alloggio. Era dunque la pigione delle case eccessivamente cara: i ricchi acquistavano ad enorme prezzo il terreno, ch'essi occupavano con palazzi e giardini, ma il grosso del popolo Romano trovavasi affollato in piccolo spazio; e i differenti piani e quartieri della medesima casa eran divisi, come anche adesso si costuma in Parigi, ed in altre città, fra più famiglie di plebei. IV. È fissato esattamente il numero totale delle case de' quattordici rioni di Roma nella descrizione della città composta al tempo di Teodosio, ed ascendono a quarantottomila trecento ottanta due253. Le due specie di abitazioni Domus e Insula, nelle quali sono esso divise, comprendono tutte le abitazioni della capitale di qualunque grado e condizione, dal palazzo di marmo degli Anicj, contenente un numeroso treno di liberti e di schiavi, fino alle alte e ristrette case a pigione, dove il poeta Codro e la sua moglie non potevan tenere che una miserabil soffitta immediatamente sotto i tegoli. Se si voglia usare l'istesso metodo, che in simili circostanze fu adoprato a Parigi254, e si assegnino indistintamente circa venticinque persone per casa di qualunque grado, potremo giustamente considerar gli abitanti di Roma in numero di un milione e dugentomila: numero che non può reputarsi eccessivo per la Capitale di un grande Impero, quantunque superi la popolazione delle più vaste città moderne d'Europa255.

A. 408

Tale era lo stato di Roma sotto il regno d'Onorio, allorchè l'esercito Gotico formò l'assedio o piuttosto il blocco della città256. Mediante una giudiziosa distribuzione delle numerose sue truppe, che impazientemente aspettavano il momento dell'assalto, Alarico circondò le mura, dominando le dodici porte principali, tolse ogni comunicazione coll'addiacente paese, e vigilantemente guardò la navigazione del Tevere, da cui traevano i Romani il più sicuro ed abbondante soccorso di provvisioni. I primi sentimenti dei Nobili e del Popolo furono quelli di sorpresa e di sdegno, che un vile Barbaro ardisse d'insultare la Capitale del Mondo; ma la loro arroganza fu presto umiliata dalla disgrazia; ed esercitaron vilmente contro un'innocente indifesa vittima la loro debole rabbia, invece di dirigerla contro l'armato nemico. Nella persona di Serena i Romani avrebbero forse potuto rispettare la nipote di Teodosio, la zia, ed anzi la madre adottiva del regnante Imperatore; ma essi abborrivano la vedova di Stilicone, ed ascoltarono con credula passione le dicerie della calunnia, che l'accusò di tenere una segreta e rea corrispondenza coll'invasor Goto. Mosso o trasportato dalla medesima popolar frenesia, anche il Senato, senza ricercare alcuna prova del suo delitto, pronunziò contro di essa la sentenza di morte. Serena fu ignominiosamente strangolata; e l'infatuata moltitudine restò sorpresa in vedere, che quel crudele atto d'ingiustizia non produsse tosto la ritirata dei Barbari, e la liberazione della città. L'infelice Roma soffrì appoco appoco i travagli della carestia; e finalmente le orride calamità della fame. La quotidiana distribuzione di tre libbre di pane fu ridotta alla metà, ad un terzo, a niente; ed il prezzo del grano di continuo cresceva con una stravagante e rapida proporzione. I cittadini più poveri, che non potevan comprare le cose necessarie per la vita, sollecitavano con le preghiere la carità de' più ricchi: e per qualche tempo fu sollevata la pubblica miseria dall'umanità di Leta, vedova dell'Imperator Graziano, che aveva fissato la sua residenza in Roma, ed impiegava in soccorso dei bisognosi la regia entrata, che annualmente riceveva dai grati successori del suo marito257. Ma questi privati o temporanei donativi non erano sufficienti a saziare la fame d'un numeroso popolo; ed in progresso la penuria invase anche i palazzi di marmo dei senatori medesimi. Le persone di ambedue i sessi, che erano state allevate nell'abbondanza degli agi e del lusso, conobbero quanto poco basti per supplire alle domande della natura; e prodigalizzavano i loro inutili tesori d'oro e d'argento per ottenere quella vile e scarsa provvisione, che precedentemente avrebbero rigettata con isdegno. Avidamente si divoravano e si disputavano fieramente per la violenza della fame i cibi più ripugnanti all'immaginazione ed al senso, e gli alimenti più malsani e perniciosi all'umana costituzione. Vi fu qualche oscuro sospetto, che alcuni miserabili disperati si cibassero dei corpi de' loro simili, che avevano segretamente uccisi, e fino le madri (tale fu l'orrido contrasto dei due più potenti istinti, dalla natura inspirati nel cuore umano) fino le stesse madri fu detto, che gustassero la carne degli scannati lor figli258. Più migliaia di abitanti di Roma spirarono nelle lor case e nelle strade per mancanza di cibo; e siccome i pubblici sepolcri fuori della città erano in poter del nemico, il fetore che usciva da tanti putridi ed insepolti cadaveri, infettò l'aria; e le miserie della fame seguite furono ed aggravate dal contagio d'un morbo pestilenziale. Le promesse d'un pronto ed efficace soccorso, che venivano replicate dalla Corte di Ravenna, sostennero per qualche tempo il debole coraggio de' Romani, ma finalmente la disperazione d'ogni aiuto umano li tentò ad accettar l'offerta d'una soprannaturale liberazione. Pompeiano, Prefetto di Roma, era stato persuaso dall'arte o dal fanatismo di alcuni divinatori Toscani, che per la misteriosa forza d'incanti e sacrifici potevano trarre i lampi dalle nuvole, e diriger que' celesti fuochi contro il campo dei Barbari259. Fu comunicato l'importante segreto ad Innocenzo Vescovo di Roma, ed il Successore di S. Pietro è accusato, forse senza fondamento, di avere preferito la salute della Repubblica alla rigida severità del Culto Cristiano. Ma quando agitossi tal questione in Senato, quando vi fu proposta come essenziale la condizione, che quei sacrifici dovevan farsi nel Campidoglio coll'autorità ed in presenza de' Magistrati, la maggior parte di quella rispettabile assemblea, temendo l'ira o Divina o Imperiale, ricusò di aver parte ad un atto, che sembrava quasi equivalere alla pubblica restaurazione del Paganesimo260.

A. 409

L'ultima speranza de' Romani dipendeva dalla clemenza o almeno dalla moderazione del Re dei Goti. Il Senato, che in quest'occasione assunse la suprema potestà del governo, mandò due ambasciatori per trattar col nemico. Quest'importante incombenza fu data a Basilio, Senatore Spagnuolo d'origine, e già celebre nel governo delle Province, ed a Giovanni, primo Tribuno dei Notari, che era specialmente atto per la sua destrezza negli affari, non meno che per l'antica sua intrinsichezza col Principe Goto. Introdotti che furono alla presenza di esso, dichiararono con un linguaggio forse più alto di quello che conveniva alla umile lor condizione, che i Romani erano risoluti di mantenere la lor dignità in pace ed in guerra: e che se Alarico negava loro una discreta ed onorevol capitolazione, poteva suonare le sue trombe, e prepararsi a dar battaglia ad un immenso popolo esercitato nelle armi ed animato dalla disperazione. «Più folto che è il fieno, più facilmente si sega»: tale fu la concisa risposta del Barbaro; e questa rozza metafora fu accompagnata da un alto insultante riso, ch'esprimeva il suo disprezzo per le minacce d'un imbelle popolo, snervato dal lusso prima di esser emaciato dalla fame. Quindi condiscese a determinare la contribuzione, che avrebbe ricevuta per prezzo della sua ritirata dalle mura di Roma: cioè tutto l'oro e l'argento che si trovava nella città, o appartenesse allo Stato, o ai particolari; tutti i mobili ricchi e preziosi; e tutti gli schiavi, che avesser potuto provare d'aver diritto al nome di Barbari. I ministri del Senato ardirono di domandare in un tuono modesto e supplichevole: «Se tali, o Re, sono le vostre domande, che cosa volete lasciare a noi?» «Le vostre vite» replicò il superbo conquistatore: tremarono essi, e si ritirarono. Pure avanti che tornassero indietro fu accordata una breve sospensione di armi, che dava qualche tempo per una più temperata negoziazione. Il duro sembiante d'Alarico appoco appoco ammollissi; egli diminuì molto il rigor dei suoi termini, ed alla fine acconsentì di toglier l'assedio mediante il pagamento fatto subito di cinquemila libbre d'oro, di trentamila libbre d'argento, di quattromila vesti di seta, di tremila pezze di panno scarlatto fine, e di tremila libbre di pepe261. Ma era esausto il pubblico tesoro: le annue rendite dei gran fondi, tanto in Italia, quanto nello Province, erano sospese dalle calamità della guerra; l'oro e le gemme nel tempo della penuria si erano cambiate coi cibi più vili; le private ricchezze erano tuttavia tenute nascoste dall'ostinazione degli avari; ed alcuni residui di sacre spoglie furono l'unico spediente che potè liberar la città dall'imminente rovina. Tosto che i Romani ebbero soddisfatto le rapaci domande d'Alarico, ricuperarono in qualche modo il godimento della pace e dell'abbondanza. Si aprirono con cautela alcune porte della città; non era più impedita dai Goti l'introduzione della roba dal fiume e dalla vicina campagna; i cittadini correvano in folla al libero mercato, che per tre giorni fu tenuto nei sobborghi; e mentre i mercanti, che intrapresero questo lucroso commercio, facevano un considerabil guadagno, fu assicurata in futuro la sussistenza della città per mezzo di ampie provvisioni, che si depositarono dentro ai pubblici e privati granai. Nel campo di Alarico si mantenne una disciplina più regolare di quella che si sarebbe potuta aspettare; ed il savio Barbaro giustificò il riguardo che aveva per la fede dei trattati, mediante la giusta severità con cui gastigò una truppa di licenziosi Goti, che avevano insultato alcuni cittadini Romani sulla via, che conduceva ad Ostia. Il suo esercito, arricchito dalle contribuzioni della capitale, avanzavasi lentamente verso la bella e fertil Provincia della Toscana, dove disegnava di porre il suo quartiere d'inverno; e la bandiera Gotica divenne il rifugio di quarantamila schiavi Barbari, che rotte le loro catene aspiravano, sotto il comando del grande loro liberatore, a vendicare le ingiurie e la disgrazia della loro crudel servitù. Verso il medesimo tempo ricevè un più onorevol rinforzo di Goti e di Unni, che Adolfo262, fratello della sua moglie, aveva condotto, a' pressanti suoi inviti, dalle rive del Danubio a quelle del Tevere; e che si erano aperta la strada con qualche difficoltà e perdita fra mezzo ad un superior numero di truppe Imperiali. Un vittorioso Capitano, che univa l'audace spirito di un Barbaro con l'arte e la disciplina di un Generale Romano, trovavasi alla testa di centomila combattenti; e l'Italia pronunziava con terrore e rispetto il nome formidabile d'Alarico263.

A. 409

Alla distanza di quattordici secoli, noi possiamo esser contenti di riferire le imprese militari dei Conquistatori di Roma senza presumere d'investigare i motivi della politica loro condotta. Alarico, in mezzo alla sua apparente prosperità, conosceva forse qualche segreta debolezza, qualche interno difetto; o forse la moderazione, che dimostrava, tendeva solo a deludere e disarmare la facile credulità dei ministri d'Onorio. Il Re dei Goti dichiarò più volte, che egli desiderava d'esser considerato come l'amico della pace e de' Romani. Alle sue più premurose istanze furono mandati tre Senatori alla Corte di Ravenna per sollecitare il cambiamento degli ostaggi e la conclusione del trattato; e le proposizioni, che egli più chiaramente espresse nel corso della negoziazione, possono soltanto inspirare dubbio sulla sua sincerità, come quelle che male sembrano accordarsi collo sembrare incoerenti allo stato della sua fortuna. Il Barbaro aspirava sempre al posto di Generale degli eserciti dell'Occidente; stipulò un annuo sussidio di danaro e di grano; e scelse le Province della Dalmazia, del Norico, e di Venezia per sede del suo nuovo regno, che avrebbe dominato l'importante comunicazione fra l'Italia e il Danubio. Se poi non si fossero accettate queste moderate proposizioni, Alarico si dimostrava disposto a recedere dalle sue domande di danaro, ed anche a contentarsi del possesso del Norico, esausto e povero paese, perpetuamente esposto alle scorrerie dei Barbari della Germania264. Ma le speranze della pace andarono a male per la debole ostinazione, o per le interessate mire del Ministro Olimpio. Senz'ascoltare le salutevoli rappresentanze del Senato, ne rimandò gli ambasciatori con una scorta militare, troppo numerosa per un seguito d'onore, troppo debole per un'armata di difesa. Fu ordinato a seimila Dalmati, che erano il fiore delle Legioni Imperiali, che marciassero da Ravenna a Roma per mezzo ad un'aperta campagna, che era occupata dalle formidabili forze dei Barbari. Questi bravi legionarj, circondati e traditi, sacrificati furono alla follìa ministeriale. Valente, lor Generale, con cento soldati fuggì dal campo di battaglia; ed uno degli Ambasciatori, che non poteva più invocare la protezione del diritto delle genti, fu costretto a comprar la sua libertà col riscatto di trentamila monete d'oro. Ciò non ostante Alarico, invece d'adirarsi per tal atto d'impotente ostilità, immediatamente rinnovò le sue proposizioni di pace, e la seconda ambasceria del Senato Romano, a cui dava peso e dignità la presenza d'Innocenzo, Vescovo di Roma, fu guardata da' pericoli del viaggio con un distaccamento di soldati Goti265.

Olimpio266 avrebbe potuto continuare ad insultare il giusto sdegno del popolo, che altamente accusavalo come autore della pubblica calamità; ma il suo potere fu appoco appoco distrutto dagli intrighi segreti del palazzo. Gli Eunuchi favoriti trasferirono il governo d'Onorio e dell'Imperio in Giovio, Prefetto del Pretorio, indegno servo, che non purgò neppure col merito d'un personale affetto gli errori e le sciagure della sua amministrazione. L'esilio o la fuga del colpevole Olimpio lo riservò ad altre vicende della fortuna: ei provò lo avventure di una vita oscura e vagabonda; s'innalzò di nuovo alla potenza, cadde per la seconda volta nella disgrazia; gli furon tagliati gli orecchi; e spirò sotto le verghe, somministrando l'ignominiosa sua morte un grato spettacolo agli amici di Stilicone. Dopo la remozione d'Olimpio il cui carattere era profondamente viziato dal fanatismo religioso, i Pagani e gli Eretici restaron liberi da quella politica proscrizione, che gli escludeva dalle dignità dello Stato. Il valoroso Gennerido267, soldato d'origine barbara, che sempre aderiva al culto dei suoi maggiori, era stato costretto a spogliarsi del cingolo militare: e quantunque fosse più volte assicurato dall'Imperatore medesimo, che le leggi non eran fatte per le persone del grado o merito suo, egli ricusò d'accettare qualunque particolar dispensa, e persistè in un'onorevol disgrazia, finattantochè non ebbe ottenuto, un atto generale di giustizia dall'angustia in cui si trovava il Governo Romano. La condotta di Gennerido nell'importante posto, a cui fu promosso o restituito, di Generale della Dalmazia, della Pannonia, del Norico e della Rezia, parve, che ravvivasse la disciplina e lo spirito della Repubblica. Le sue truppe, da una vita d'oziosità e di miseria, tosto s'abituarono al disciplinato esercizio, e ad un'abbondante sussistenza; e la privata sua generosità spesse volte suppliva alle ricompense, che erano negate dall'avarizia o dalla povertà della Corte di Ravenna. Il valore di Gennerido, formidabile ai vicini Barbari, fu il più forte baloardo della frontiera Illirica; e la vigilante sua diligenza procurò all'Impero un rinforzo di diecimila Unni, che giunsero ai confini dell'Italia accompagnati da tal convoglio di provvisioni, e da un seguito così numeroso di bovi e di pecore, che avrebber potuto servire non solo alla marcia d'un esercito, ma anche allo stabilimento di una colonia. Ma la Corte ed i consigli d'Onorio tuttavia presentavano una scena di debolezza e di distrazione, di corruzione e d'anarchia. Le guardie, instigate dal Prefetto Giovio, furiosamente si ammutinarono e domandarono le teste di due Generali, e dei due principali Eunuchi. I Generali, sotto una perfida promessa di sicurezza, furono mandati sopra una nave e privatamente decapitati; laddove il favor degli Eunuchi procurò loro un dolce e sicuro esilio a Milano ed a Costantinopoli. L'Eunuco Eusebio ed il barbaro Allobie successero nel comando della camera e delle guardie; e la gelosia, che avevan fra loro questi subordinati ministri, fu la causa della reciproca lor distruzione. Per un insolente ordine del Conte dei Domestici, il gran Ciamberlano fu vergognosamente battuto a morte a colpi di bastone sotto gli occhi dell'attonito Imperatore, ed il susseguente assassinamento d'Allobie in mezzo ad una pubblica processione è l'unica circostanza della vita d'Onorio, in cui dimostrasse il più debole sintomo di risentimento e di coraggio. Avanti la lor caduta però Eusebio ed Allobie avevan contribuito per la lor parte alla rovina dell'Impero opponendosi alla conclusion d'un trattato, in cui Giovio, per un interessato e forse colpevol motivo, era entrato con Alarico in un personale congresso, che ebbero sotto le mura di Rimini. Nell'assenza di Giovio, l'Imperatore fu indotto ad assumere un superbo stile d'inflessibile dignità, che nè la situazione nè il carattere di lui potean sostenere; e fu immediatamente spedita al Prefetto del Pretorio una lettera segnata col nome d'Onorio, che gli dava libera permissione di disporre della moneta pubblica, ma severamente proibivagli di prostituir gli onori militari di Roma alle orgogliose domande di un Barbaro. Questa lettera fu imprudentemente comunicata ad Alarico medesimo, ed il Goto, che in tutta la negoziazione s'era portato con moderazione e decenza, espresse con le più oltraggiose parole il vivo suo sentimento dell'insulto così sfacciatamente fatto alla propria persona e nazione. S'interruppe ad un tratto la conferenza di Rimini, ed il Prefetto Giovio, tornato a Ravenna, fu costretto ad abbracciare, ed anche ad incoraggiare le opinioni, che dominavano in Corte. Per suo consiglio e dietro al suo esempio, i principali Ufiziali dello Stato e dell'armata furono obbligati a giurare, che senza prestare orecchio in alcuna circostanza ad alcuna condizione di pace, avrebbero sempre perseverato in una perpetua ed implacabile guerra contro il nemico della Repubblica. Questo temerario impegno pose un insuperabile ostacolo ad ogni futuro trattato. I ministri d'Onorio si udirono dichiarare, che se avessero solo invocato il nome della Divinità, provvederebbero alla pubblica salute, ed abbandonerebbero le anime loro alla mercè del Cielo: ma essi avevan giurato per la sacra testa dell'Imperatore medesimo, avevan toccato con solenne ceremonia quell'augusta sede di maestà e di sapienza; e la violazione del loro giuramento gli avrebbe esposti alle pene temporali del sacrilegio e della ribellione268.

A. 409

Mentre l'Imperatore e la sua Corte godevano, con ostinato orgoglio, la sicurezza delle paludi e delle fortificazioni di Ravenna, essi abbandonarono Roma, quasi senza difesa, allo sdegno d'Alarico. Pure tanta fu la moderazione, che ei tuttavia conservava o affettava di conservare, che quando si mosse col suo esercito per la via Flaminia, spedì uno dopo l'altro i Vescovi delle città d'Italia a rinnovare le sue proposizioni di pace, ed a scongiurare l'Imperatore di voler salvare la città ed i suoi abitanti dall'ostil fuoco e dal ferro dei Barbari269. Furono però allontanate queste imminenti calamità, non già per la saviezza d'Onorio, ma per l'umanità o la prudenza del Re Goto, che usò un più dolce quantunque non meno efficace metodo di conquista. Invece di assalire la Capitale, diresse con felice successo le sue operazioni contro il porto d'Ostia, una delle più ardite e stupende opere della magnificenza Romana270. Gli accidenti, a' quali era continuamente esposta la precaria sussistenza della città in un'invernale navigazione, ed in una strada aperta, ne avean suggerito al genio del primo Cesare l'util disegno, che fu poi eseguito sotto l'Impero di Claudio. Le moli artificiali, che ne formavano lo stretto ingresso, s'avanzavano molto nel mare, e fortemente rispingevano il furore dei flutti, mentre i più grossi vascelli sicuramente stavano all'ancora in tre profondi e vasti recinti, che ricevevano il ramo settentrionale del Tevere in distanza di circa due miglia dall'antica colonia d'Ostia271. Il Porto Romano appoco appoco divenne una città Episcopale272, dove si depositava il frumento dell'Affrica in spaziosi granai per l'uso della Capitale. Tosto che Alarico si trovò in possesso di quell'importante luogo, intimò alla città di arrendersi a discrezione; e la sua domanda fu aggravata dalla positiva dichiarazione, che il ricusare, o anche il differire di farlo avrebbe subito prodotto la distruzione dei magazzini, dai quali dipendeva la vita del Popolo Romano. I clamori di quel popolo ed il terrore della fame umiliaron l'orgoglio del Senato; il quale accordò senza ripugnanza la proposizion di collocare un nuovo Imperatore sul trono dell'indegno Onorio; ed il voto del Gotico conquistatore diede la porpora ad Attalo, Prefetto della città. Il grato Monarca riconobbe subito il suo protettore per Generale delle armate dell'Occidente. Adolfo, col titolo di Conte dei Domestici, ebbe la custodia della persona d'Attalo; e parve, che le due ostili nazioni s'unissero nei più stretti vincoli d'amicizia e d'alleanza273.

Si apriron le porte della città, ed il nuovo Imperator dei Romani, circondato da ogni parte dalle armi Gotiche, fu condotto in tumultuaria processione al palazzo d'Augusto e di Traiano. Dopo aver distribuito le dignità civili e militari fra i suoi favoriti e seguaci, Attalo convocò l'assemblea del Senato, avanti al quale in un florido e formale discorso espose la sua determinazione di restaurare la maestà della Repubblica, e di riunire all'Impero le Province dell'Egitto e dell'Oriente, che avevano una volta riconosciuto la sovranità di Roma. Tali stravaganti promesse eccitarono in ogni ragionevol cittadino un giusto disprezzo pel carattere d'un imbelle usurpatore, l'elevazione del quale era la più profonda ed ignominiosa ferita, che alla Repubblica fosse mai stata fatta dall'insolenza de' Barbari. Ma la plebaglia, con la solita sua leggierezza, faceva plauso alla mutazion de' padroni. Il pubblico disgusto era favorevole al rivale d'Onorio, ed i Settarj, oppressi da' suoi editti di persecuzione, s'aspettavano qualche sorta di favore, o almeno di tolleranza da un Principe, che nel suo nativo paese di Jonia era stato educato nella superstizione Pagana, ed aveva in seguito ricevuto il Sacramento del Battesimo dalle mani di un Vescovo Arriano274. I primi giorni del regno d'Attalo furono prosperi e belli. Fu mandato un Ufiziale di confidenza con un piccol corpo di truppe ad assicurarsi dell'ubbidienza dell'Affrica: la maggior parte dell'Italia si sottomise al terrore delle armi Gotiche; e quantunque la città di Bologna facesse una vigorosa ed efficace resistenza, il popolo di Milano, disgustato forse per l'assenza d'Onorio, accettò con alte acclamazioni la scelta del Senato Romano. Alarico, alla testa d'un formidabile esercito;, condusse il reale suo schiavo quasi alle porte di Ravenna; e con marzial pompa fu introdotta nel campo Gotico una solenne ambasceria dei principali ministri, cioè di Giovio Prefetto del Pretorio, di Valente comandante della cavalleria e dell'infanteria, del Questore Potamio, e di Giuliano Capo dei Notari. Acconsentirono questi in nome del lor Sovrano a riconoscere per legittima l'elezione del suo competitore, ed a dividere fra' due Imperatori le Province dell'Occidente. Le proposizioni loro furono rigettate sdegnosamente; e fu aggravato il rifiuto dall'insultante clemenza d'Attalo, il quale condiscese a promettere, che se Onorio avesse immediatamente dimesso la porpora, gli avrebbe permesso di passare il resto della sua vita nel pacifico esilio di qualche Isola remota275. La situazione in vero del figlio di Teodosio pareva così disperata a quelli, che erano i meglio informati delle sue forze e speranze, che Giovio e Valente, l'uno ministro e l'altro Generale di esso, gli mancaron di fede, vergognosamente abbandonarono la causa cadente del loro benefattore, ed impegnarono la perfida opera loro al servizio del suo più fortunato rivale. Onorio, sorpreso da tali esempi di domestico tradimento, tremava all'avvicinarsi d'ogni servo ed all'arrivo d'ogni corriere. Temeva egli i nemici segreti, che potevano esser nascosti nella sua capitale, nel suo palazzo, nella sua medesima camera; ed eran pronte alcune navi nel porto di Ravenna per trasportare l'abbandonato Monarca negli stati dell'Infante suo nipote, l'Imperator dell'Oriente.

A. 410

Ma v'è una Previdenza, come scriveva l'istorico Procopio276, che invigila sopra l'innocenza e la follia, e non si possono ragionevolmente porre in dubbio le pretensioni d'Onorio intorno alla particolar cura di essa. Nell'istante, in cui la sua disperazione, incapace d'alcun saggio o virile consiglio, meditava una vergognosa fuga, sbarcò inaspettatamente nel porto di Ravenna un opportuno rinforzo di quattromila veterani. A questi valorosi stranieri, la fedeltà de' quali non era stata corrotta dalle fazioni della Corte, egli affidò le mura e le porte della città, ed i sonni dell'Imperatore non furon più disturbati dal timore d'imminenti ed interni pericoli. La favorevole notizia, che s'ebbe dall'Affrica, mutò ad un tratto le opinioni degli uomini, e lo stato dei pubblici affari. Gli ufiziali e le truppe, che Attalo aveva mandato in quella Provincia, furon disfatte ed uccise; e l'attivo zelo d'Eracliano mantenne fedele sè ed il suo popolo. Il fido Conte dell'Affrica mandò una grossa somma di danaro, che assodò la fedeltà delle guardie Imperiali; e la sua vigilanza nell'impedir l'estrazione del grano e dell'olio, introdusse la carestia, il tumulto, e lo scontento nelle mura di Roma. L'infelice spedizione Affricana fu la sorgente di mutue doglianze ed accuse nel partito d'Attalo; e la mente del suo protettore appoco appoco alienossi dall'interesse d'un Principe, che non aveva spirito per comandare, nè docilità per ubbidire. Si presero le più imprudenti determinazioni senza saputa, o contro il parer d'Alarico; e l'ostinazione del Senato a non permettere, nell'imbarco, neppure la mescolanza di cinquecento Goti, dimostrò un'indole sospettosa e diffidente, che nella situazione, in cui si trovava, non era nè prudente nè generosa. Lo sdegno del Re Goto fu esacerbato dai maliziosi artifizj di Giovio, che era stato innalzato al grado di Patrizio, e che dopo scusò il doppio suo tradimento con dichiarare senza rossore, che egli aveva soltanto finto d'abbandonare il servizio d'Onorio per rovinare più efficacemente la causa dell'usurpatore. In una vasta pianura vicino a Rimini, ed alla presenza d'una innumerabile moltitudine di Romani e di Barbari, il misero Attalo fu pubblicamente spogliato del diadema e della porpora, ed Alarico mandò queste insegne della dignità reale come pegno di pace e di amicizia al figlio di Teodosio277. Furono restituiti ai loro impieghi gli ufiziali, che tornarono al loro dovere, e fu graziosamente accordato anche il merito di un tardo pentimento: ma il deposto Imperator de' Romani, desideroso della vita ed insensibile all'ignominia, implorò la permissione di seguitare il Campo Gotico nel corteggio d'un superbo e capriccioso Barbaro278.

La deposizione d'Attalo tolse di mezzo l'unico reale ostacolo alla conclusion della pace; ed Alarico avanzassi fino alla distanza di tre miglia da Ravenna per sollecitar l'irresolutezza degl'Imperiali Ministri, che col ritorno della fortuna eran tornati alla loro insolenza. Egli si accese di sdegno, quando seppe che un Capitano suo rivale, che Saro, personal nemico d'Adolfo e nemico ereditario della casa di Balti, era stato ricevuto nel Palazzo. Alla testa di trecento seguaci quel coraggioso Barbaro fece subitamente una sortita dalle porte di Ravenna; sorprese e tagliò a pezzi un considerabile corpo di Goti; rientrò in trionfo nella città, e gli fu permesso d'insultar l'avversario con la voce d'un araldo, il quale dichiarò pubblicamente, che la colpa d'Alarico l'aveva escluso per sempre dall'amicizia e dalla corrispondenza coll'Imperatore279. Il delitto e la follìa della Corte di Ravenna s'espiò per la terza volta dalle calamità di Roma. Il Re dei Goti, che non dissimulava più il desiderio di preda e di vendetta, comparve armato sotto le mura della Capitale; ed il tremante Senato, senz'alcuna speranza di soccorso, si preparò a differire con una disperata resistenza la rovina della patria. Ma i Romani non furon capaci di guardarsi dalla segreta cospirazione dei loro schiavi e famigli, che per interesse o per nascita erano attaccati alla causa del nemico. Alla mezza notte fu tacitamente aperta la porta Salaria, ed i cittadini furono svegliati dal terribil suono della Gotica tromba. Mille centosettanta tre anni dopo la fondazione di Roma, la città Imperiale, che avea soggiogato ed incivilito una parte sì considerabile del genere umano, fu abbandonata al licenzioso furore delle tribù della Germania e della Scizia280.

Il manifesto però d'Alarico, quando entrò a forza nell'abbattuta città, mostrò qualche riguardo alle leggi dell'umanità e della religione. Incoraggiò le sue truppe a prendersi arditamente i premj del valore, e ad arricchirsi colle spoglie d'un popolo dovizioso ed effeminato, ma gli esortò nel tempo stesso a risparmiar la vita dei cittadini, che cedevano, ed a rispettare le Chiese degli Apostoli S. Pietro e S. Paolo, come sacri ed inviolabili santuarj. Fra gli orrori d'un notturno tumulto, molti Goti Cristiani dimostrarono il fervore d'una recente conversione, e son riferiti e adornati dallo zelo degli scrittori Ecclesiastici281 alcuni esempi della lor singolare moderazione e pietà. Mentre i Barbari scorrevano per la città in cerca di preda, fu aperta a forza da uno dei potenti Goti l'umile abitazione d'una provetta vergine, che avea consacrato la sua vita al servizio dell'altare. Egli subito chiese, quantunque in civil modo, tutto l'oro e l'argento che essa possedeva, e restò sorpreso alla prontezza, con cui la medesima lo condusse ad uno splendido ammasso di grossi vasi, formati delle ricche materie e del più fino lavoro. Il Barbaro mirava con maraviglia e diletto quel prezioso cumulo di roba, quando fu interrotto da una seria ammonizione, fattagli con le seguenti parole: «Questi, diss'ella, sono i vasi sacri appartenenti a S. Pietro; se voi ardite di toccarli, tal sacrilego fatto resterà sulla vostra coscienza. Quanto a me, io non ardisco di ritenere quel che non son capace di difendere». Il Capitano Goto, colpito da riverenzial timore, mandò ad informare il Re del tesoro che avea scoperto, e ricevè da Alarico un ordine perentorio, che tutti gli ornamenti ed i vasi sacri fossero trasportati senza danno o dilazione alcuna alla Chiesa dell'Apostolo. Dall'estremità probabilmente del colle Quirinale, fino al distante quartiere del Vaticano, un numeroso distaccamento di Goti, marciando in ordine di battaglia per le strade principali, difese con lucenti armi la lunga schiera dei loro devoti compagni, che portavano altamente sul capo i sacri vasi d'oro e d'argento; ed i marziali clamori dei Barbari si mescolavano col suono d'una salmodia religiosa. Da tutte le circonvicine cose una folla di Cristiani affrettossi ad unirsi a quest'edificante processione; ed una moltitudine di fuggitivi senza distinzione d'età, di grado, o anche di setta ebbe la buona fortuna di rifuggirsi al sicuro ed ospital santuario del Vaticano. L'erudita opera intorno alla Città di Dio fu composta espressamente da S. Agostino per giustificare i disegni della Previdenza nella distruzione della grandezza Romana. Ei celebra con particolare soddisfazione questo memorabil trionfo di Cristo, ed insulta i suoi avversari con provocarli a produrre qualche simile esempio d'una città presa per assalto, in cui gli Dei favolosi dell'antichità fossero stati capaci a difendere o se stessi, o i delusi loro devoti282.

Nel sacco di Roma si sono meritamente applauditi alcuni rari e straordinari esempj di barbara virtù. Ma i sacri recinti del Vaticano e delle Chiese Apostoliche potevan contenere una ben piccola porzione del Popolo Romano: più migliaia di guerrieri, specialmente gli Unni, che militavano sotto lo stendardo d'Alarico, non conoscevano il nome o almeno la fede di Cristo; e possiam sospettare, senz'alcun pregiudizio della carità o del candore, che nel tempo della sfrenata licenza, quando era accesa ogni passione, e tolto qualunque freno, i precetti dell'Evangelio di rado influissero nella condotta dei Goti Cristiani. Gli scrittori, più disposti ad esagerare la lor clemenza, liberamente han confessato, che fu fatta una crudele strage dei Romani283, e che le contrade della città eran piene di cadaveri, che restarono senza sepolture, finchè durò la generale costernazione. La disperazione dei cittadini si convertì qualche volta in furore; e quando i Barbari eran provocati dall'opposizione, essi estendevano promiscuamente il macello a' deboli, agli innocenti ed ai miserabili. Fu esercitata senza pietà o rimorso la privata vendetta di quarantamila schiavi; e le ignominiose battiture, che avevano antecedentemente ricevuto, furon lavate nel sangue delle colpevoli e delle innocenti famiglie. Le matrone e le vergini Romane furono esposte ad ingiurie più terribili, rispetto alla castità, che la morte medesima: e l'Istorico Ecclesiastico ha scelto un esempio di virtù femminile per servire d'ammirazione a' futuri secoli284. Una dama Romana, di singolar bellezza e di fede ortodossa, aveva eccitato gl'impazienti desiderj di un giovane Goto, che, secondo l'osservazione di Sozomeno, era attaccato all'eresia Arriana. Inasprito dall'ostinata resistenza, egli trasse la spada, e coll'ira d'un amante leggermente la ferì nel collo. L'insanguinata Eroina continuò tuttavia ad affrontarne lo sdegno ed a rigettarne l'amore, finattantochè il rapitore desistè dagl'inefficaci suoi sforzi, la condusse rispettosamente al Santuario del Vaticano, e diede sei monete d'oro alle guardie della Chiesa, a condizione che la restituissero intatta nelle braccia del suo marito. Tali esempi di generosità e di coraggio non furono molto comuni. I brutali soldati soddisfacevano i lor sensuali appetiti, senza consultare o l'inclinazione o i doveri delle lor prigioniere, ed i casuisti agitarono seriamente una dilicata questione. Si trattava di decidere se quelle tenere vittime che aveano inflessibilmente ricusato il loro consenso allo stupro cui soggiacquero, avessero perduto, per tale sventura, la corona della verginità285. Vi furono veramente altre perdite di più sostanzial natura e di più generale interesse. Non può per altro presumersi che tutti i Barbari fossero in ogni tempo capaci di fare tali oltraggi amorosi; e la mancanza di gioventù, di bellezza, o di castità, difese la maggior parte delle donne Romane dal pericolo d'esser violate. Ma l'avarizia è una passione insaziabile ed universale; perchè il godimento di quasi tutti gli oggetti, che possono dar piacere ai diversi gusti e temperamenti degli uomini, si può procurare col possesso delle ricchezze. Nel sacco di Roma fu data una giusta preferenza all'oro ed alle gioie, che nel volume e peso minore contengono il maggior valore; ma dopo che i depredatori più diligenti ebber portato via queste mobili ricchezze, i Palazzi di Roma furono barbaramente spogliati dei sontuosi e splendidi loro addobbi. Le tavole di argento massiccio e le vaghe guardarobe di seta e di porpora erano ammassate in confuso sui carri, che sempre seguivan la marcia di una Gotica armata. Furono rozzamente trattate le opere più squisite dell'arte, o capricciosamente distrutte; più di una statua si fece fondere per causa della materia preziosa, di cui era formata, e più d'un vaso nella division delle spoglie fu rotto in pezzi dai colpi d'un'ascia militare. L'acquisto delle ricchezze non servì che a stimolare l'avarizia dei rapaci Barbari, che procederono per mezzo di minacce, di verghe, e di tormenti a forzare i lor prigionieri a scuoprire i tesori nascosti286. L'apparente splendore e magnificenza si riguardava come la prova d'una doviziosa fortuna; l'apparenza di povertà imputavasi ad una disposizione alla parsimonia, e l'ostinazione di alcuni miserabili, che soffrirono i più crudeli tormenti, prima di scuoprire i segreti oggetti della loro affezione, riuscì fatale a molti poveri meschini, che spirarono sotto i colpi delle verghe per non potere scuoprire gl'immaginari loro tesori. Gli edifizi di Roma, quantunque molto ne sia stato esagerato il danno, patirono qualche offesa dalla violenza dei Goti. All'entrar che fecero nella porta Salaria, incendiarono le case vicine per servir di guida al loro corso, e per distrarre l'attenzione de' cittadini: le fiamme, che nel disordine della notte non incontrarono ostacolo alcuno, consumarono molte fabbriche pubbliche e private; ed al tempo di Giustiniano tuttavia sussistevano le rovine del palazzo di Sallustio287, come un magnifico monumento dell'Incendio Gotico288. Pure un Istorico contemporaneo ha osservato, che il fuoco difficilmente potea consumare l'enormi travi di bronzo massiccio, e che la forza umana non era sufficiente a distruggere i fondamenti delle antiche fabbriche. Può forse contenersi qualche verità nella sua devota asserzione, che l'ira del Cielo supplì all'imperfezione del furore ostile; e che il superbo Foro di Roma, decorato dalle statue di tanti Numi ed Eroi, fu da un colpo di fulmine ridotto al suolo289.

Per quanto fosse grande il numero di quelli dell'ordine Equestre e Plebeo, che perirono nel saccheggio di Roma, francamente si assicura che un solo Senatore perdè la vita pel ferro nemico290. Ma non era facile numerare la moltitudine di quelli, che da un onorevole stato e da una prospera fortuna furono in un tratto ridotti alla misera condizione di schiavi e di esuli. Siccome ai Barbari tornava più comodo il danaro che gli schiavi, essi fissarono ad un prezzo moderato il riscatto dei bisognosi lor prigionieri, che fu agevolmente pagato dalla benevolenza dei loro amici, o dalla carità degli stranieri291. Gli schiavi, che regolarmente furon venduti o in aperto mercato, o per privato contratto, avrebbero legittimamente ricuperato la nativa lor libertà, che era impossibile per un cittadino di perdere o d'alienare292. Ma siccome si venne tosto in cognizione, che la pretensione della libertà posto avrebbe in pericolo le loro vite; e che i Goti, qualora non fossero stati tentati a vendere gl'inutili lor prigionieri, si sarebbero mossi ad ucciderli, così la civile Giurisprudenza era già stata moderata da un savio regolamento, che essi fossero obbligati a servire pel discreto termine di cinque anni, finattantochè avessero col proprio lavoro pagato il prezzo della lor redenzione293. Le nazioni, che invasero l'Impero Romano, avevan cacciato avanti di loro in Italia delle intiere truppe di Provinciali famelici e spaventati, che meno apprendevano la schiavitù che la fame. Le calamità dell'Italia e di Roma ne dispersero gli abitanti ne' più solitari, sicuri, e distanti luoghi di rifugio. Mentre la cavalleria Gotica spargeva il terrore e la desolazione lungo le coste marittime della Campania e della Toscana, la piccola isola del Giglio (Igilium) divisa per mezzo d'uno stretto canale dal promontorio Argentario, rispinse o deluse gli ostili lor tentativi, e ad una sì piccola distanza da Roma un gran numero di cittadini trovò un sicuro ricovero nei folti boschi di quella separata regione294. I vasti patrimoni, che molte famiglie Senatorie possedevano in Affrica, le invitavano, se avevan tempo e prudenza, a scampare dalla rovina della patria, e ad abbracciare il rifugio di quell'ospitale Provincia. La più illustre fra tali fuggitivi fu la pia e nobile Proba295 vedova del Prefetto Petronio. Dopo la morte del suo marito, che era il più potente suddito di Roma, essa era restata alla testa della famiglia Anicia, e successivamente supplì colle sue private sostanze alla spesa dei consolati di tre suoi figli. Quando la città fu assediata e presa dai Goti, Proba sostenne con cristiana rassegnazione la perdita d'immense ricchezze; s'imbarcò in un piccol vascello, da cui vide in mare le fiamme del suo incendiato Palazzo, e fuggì con Leta sua figlia, e con la celebre vergine Demetriade, sua nipote, alle coste dell'Affrica. La benefica profusione, con cui la matrona distribuì le rendite o il prezzo dei suoi fondi, contribuì a sollevar le disgrazie della schiavitù e dell'esilio. Ma neppure la famiglia di Proba medesima fu esente dalla rapace oppressione del Conte Eracliano, che vilmente vendè in matrimoniale prostituzione le più nobili fanciulle di Roma al piacere o all'avarizia dei mercanti di Siria. I fuggitivi Italiani furon dispersi per le Province, lungo le coste dell'Egitto e dell'Asia, fino a Costantinopoli ed a Gerusalemme; ed il villaggio di Betlemme, solitaria abitazione di S. Girolamo e delle sue Convertite, fu ripieno d'illustri mendici d'ambidue i sessi e d'ogni età, che eccitavano la pubblica compassione per la rimembranza della passata loro fortuna296. Sì terribil catastrofe di Roma riempì l'attonito Impero di terrore e di amarezza. Un contrasto sì interessante di grandezza e di rovina dispose la facile credulità del Popolo a deplorare, ed anche ad esagerar le miserie della Regina delle città. Alcuni del Clero, che applicavano le sublimi metafore della Profezia Orientale ai fatti recenti, furono qualche volta tentati a confondere la distruzione della Capitale con la dissoluzione del Globo.

La natura umana ha una forte propensione a deprimere i vantaggi, e ad amplificare i mali dei tempi presenti. Pure, allorchè si furon quietati i primi moti, e si fece un giusto computo del danno reale, i più illuminati e giudiziosi contemporanei furon costretti a confessare, che Roma, ancora infante, aveva ricevuto anticamente dai Galli un pregiudizio in sostanza maggiore di quello, che avea sofferto dai Goti nella decadente sua età297. L'esperienza di undici secoli ha somministrato alla posterità un paralello molto più singolare, autorizzandola a sostener con franchezza, che le devastazioni dei Barbari, che Alarico avea condotti dalle rive del Danubio, furono men distruttive delle ostilità usate dalle truppe di Carlo Quinto, Principe Cattolico, il quale si chiamava Imperator dei Romani298. I Goti lasciaron libera la città nel termine di sei giorni; ma Roma restò più di nove mesi in mano degl'Imperiali, ed ogni ora fu macchiata da qualche atroce atto di crudeltà, di libidine o di rapina. L'autorità d'Alarico mantenne qualche ordine e moderazione fra la feroce moltitudine, che lo riconosceva per Capo e per Re: ma il Contestabile di Borbone era gloriosamente caduto nell'attacco delle mura; e la morte del Generale tolse ogni freno di disciplina ad un esercito composto di tre indipendenti nazioni, cioè d'Italiani, di Spagnuoli o di Tedeschi. Al principio del secolo XVI, i costumi dell'Italia presentano un'osservabile scena della depravazione dell'uman genere. Univano essi i sanguinari delitti, che hanno luogo in un imperfetto stato di società, con i vizi civili, che nascono dall'abuso delle arti e del lusso; ed i licenziosi avventurieri, che avevan soppresso qualunque idea di patriottismo e di riverenza fino ad assalire il palazzo del Romano Pontefice, meritano di esser riguardati come i più malvagi degli Italiani. Gli Spagnuoli, nel medesimo tempo, erano il terrore sì del Vecchio che del Nuovo Mondo. Ma l'altiero loro valore veniva disonorato da un profondo orgoglio, da una rapace avarizia, e da una insaziabile crudeltà. Instancabili nella ricerca della fama e delle ricchezze, avevano essi per mezzo d'una lunga pratica perfezionato i metodi più squisiti ed efficaci di torturare i lor prigionieri: molti Castigliani, che saccheggiarono Roma, erano famigliari della Inquisizione, ed alcuni volontari eran probabilmente tornati di fresco dalla conquista del Messico. I Tedeschi eran meno corrotti degl'Italiani, e meno crudeli degli Spagnuoli; ed il rozzo o anche selvaggio aspetto di quei Settentrionali guerrieri spesse volte cuopriva una semplice e compassionevol disposizione. Ma questi si erano imbevuti, nel primo fervore della Riforma, dello spirito non meno che dei principj di Lutero. Il divertimento lor favorito era quello d'insultare o di distruggere i sacri oggetti della cattolica superstizione: secondavano essi, senza rimorso o pietà, un odio devoto contro il clero di qualsivoglia specie o grado, che forma una sì considerabile parte degli abitanti di Roma moderna; ed il fanatico loro zelo potè forse aspirare a rovesciare il trono del creduto Anticristo, ed a purificare col sangue e col fuoco le abbominazioni della spiritual Babilonia299.

A. 410

La ritirata dei vittoriosi Goti, che nel sesto giorno300 partiron da Roma, potè ben essere il resultato della prudenza: ma non fu sicuramente l'effetto del timore301. Alla testa d'un'armata carica di ricche e pesanti spoglie, l'intrepido Capitano avanzossi lungo la via Appia verso le Province meridionali d'Italia, distruggendo tutto ciò che ardiva opporsi al suo passaggio, e contentandosi di predare il paese, dove non si facea resistenza. Il destino di Capua, superba e lussuriosa Metropoli della Campania, e che anche nella sua decadenza era rispettata come l'ottava città dell'Impero302, è sepolto nell'obblivione; mentre la vicina città di Nola303 fu illustrata in quest'occasione dalla santità di Paolino304, che fu successivamente Console, Monaco, e Vescovo. All'età di quarant'anni ei rinunziò ai diletti delle ricchezze, degli onori, e della società, ed alla letteratura per abbracciare una vita di solitudine e di penitenza; e l'alto applauso del Clero lo inanimò a disprezzare i rimproveri dei mondani suoi amici, che attribuivano tal violento atto a qualche disordine della mente o del corpo305. Un antico ed appassionato attaccamento lo determinò a porre l'umile sua abitazione in uno dei sobborghi di Nola, vicino al sepolcro miracoloso di S. Felice, che la pubblica devozione aveva già circondato di cinque grandi e frequentate Chiese. Gli avanzi del suo patrimonio e del suo ingegno furono consacrati al servizio del glorioso Martire, di cui Paolino giammai non mancò di celebrar le lodi con un Inno solenne, il giorno della sua festa, ed in nome del quale eresse una sesta Chiesa di maggior eleganza e bellezza, che fu decorata con molte curiose pitture, tratte dall'istoria del vecchio e del nuovo Testamento. Uno zelo sì assiduo gli cattivò il favore del Santo306, e dopo quindici anni di ritiro, il Console Romano fu costretto ad accettare il Vescovato di Nola, pochi mesi avanti che la città fosse investita dai Goti. Durante l'assedio, alcuni devoti si persuasero di aver veduto, o in sogno o in visione, la divina forma del tutelare lor Santo; tuttavia l'evento ben presto fe' manifesto che Felice mancava di potere o di buon volere per salvare il gregge di cui era stato pastore. Non evitò la generale devastazione307; ma il Vescovo, fatto schiavo, restò difeso della comune opinione della sua innocenza e della sua povertà. Passarono più di quattro anni dalla prospera invasione fatta dell'Italia dalle armi d'Alarico, fino alla volontaria ritirata de' Goti sotto la condotta d'Adolfo suo successore; ed in tutto quel tempo essi regnarono senza contrasto in un paese che, secondo l'opinion degli antichi, aveva unito in sè tutte le varie prerogative della natura e dell'arte. La felicità, in vero, a cui era giunta l'Italia nel fortunato secolo degli Antonini, era a grado a grado scemata col declinar dell'Impero. Ma i frutti di una lunga pace perirono nelle rozze mani dei Barbari; ed i medesimi non furon capaci di gustare le più eleganti finezze del lusso, che erano state preparate per uso dei molli ed ingentiliti Italiani. Ogni soldato però esigeva una buona porzione di sostanziali dovizie, di grano e di bestiame, d'olio e di vino, che giornalmente si raccoglieva e si consumava nel campo Gotico: ed i principali Uffiziali insultavano i giardini e le ville, abitate una volta da Lucullo e da Cicerone, lungo le deliziose coste della Campania. I tremanti loro schiavi, i figli e le figlie dei Senatori Romani, presentavano, in coppe d'oro e di gemme, abbondanti dosi di vino Falerno ai superbi vincitori, che stendevano le rozze lor membra all'ombra dei platani308, artifiziosamente disposti in maniera da impedire i cocenti raggi del sole, ed ammetterne il piacevol calore. Tali diletti erano accresciuti dalla memoria dei passati travagli; ed il confronto del nativo loro paese, dei freddi e nudi colli della Scizia, delle gelate rive dell'Elba e del Danubio, aggiungevano nuovi incanti alla felicità del clima italiano309.

A. 410

O fosse la fama, o la conquista, o la ricchezza l'oggetto di Alarico, ei lo cercò con instancabile ardore, che non potè esser frenato dall'avversità, nè saziato dal felice successo. Appena fu giunto all'estremità dell'Italia, fu attratto dal vicino prospetto d'una fertile e pacifica Isola. Risguardava però anche il possesso della Sicilia come un passo per fare l'importante spedizione che già meditava contro il continente dell'Affrica. Lo stretto di Reggio e di Messina310

183

La serie de' fatti, dalla morte di Stilicone fino all'arrivo d'Alarico sotto Roma, non si trova che in Zosimo Lib. V. p. 347, 350.

184

L'espressione di Zosimo; καταφρονησιν εμποιησαι τοις πολεμιοις αρκοντας; capaci d'eccitare il disprezzo a' nemici, è forte e vivace.

185

«Eos qui Catholicae sectae sunt inimici, intra palatium militare prohibemus. Nullus nobis sit aliqua ratione conjunctus, qui a nobis fide et religione discordat.» Cod. Theod. Lib. 16, tit. 5. leg. 42, ed il Coment. del Gotofredo Tom. VI. p. 364. Questa legge fu interpretata nella massima estensione, e rigorosamente eseguita. (Zosimo Lib. V. p. 364).

186

Addisson (nelle sue opere vol. 2. p. 54 dell'Ediz. di Baskerville) ha fatto una descrizione molto pittoresca della strada per l'Appenino. I Goti non avevano agio d'osservare le bellezze del prospetto; ma ebbero ben piacere di trovare che Saxa intercisa, stretto passo che Vespasiano aveva tagliato nel masso (Cluver. Ital. antiq. Tom. 1. p. 618) fosse totalmente abbandonato.

187

Hinc albi Clitumni greges, et maxima taurus

Victima; saepe tuo perfusi flumine sdero

Romanos ad tempia Deum duxere triumphos.

Oltre Virgilio, molti altri Poeti Latini, Properzio, Lucano, Silio Italico, Claudiano ec., i passi de' quali posson trovarsi appresso Cluverio ed Addisson, hanno celebrato le trionfali vittime del Clitunno.

188

Si è presa qualche idea della marcia d'Alarico dal viaggio d'Onorio fatto pei medesimi luoghi (Vedi Claudiano in VI. conf. Honor. 404. 522). La distanza misurata fra Ravenna, e Roma era 254 miglia Romane. Itinerar. del Wesseling. p. 126.

189

La marcia e la ritirata d'Annibale son descritte da Livio (Lib. XXVI. c. 7, 8, 9, 10, 11) ed il Lettore si fa spettatore di quell'interessante scena.

190

Si usarono tali comparazioni da Cinea, consigliere di Pirro, dipoi che fu tornato dalla sua ambasceria, in occasione della quale aveva esso diligentemente studiato la disciplina ed i costumi di Roma (Vedi Plutarco in Pyrrho Tom. 2 p. 459).

191

Ne' tre censi del Popolo Romano, che si fecero verso il tempo della seconda guerra Punica, i numeri sono 270213, 137108, 214000: vedi Liv. Epitom. L. XX. Hist. Lib. XXVII. 36. XXIX. 37. La diminuzione del secondo, e l'accrescimento del terzo pare sì enorme, che vari critici, nonostante l'uniformità de' Manoscritti, hanno sospettato nel testo di Livio qualche corruzione (Vedi Drakenborch ad XXVII. 36 e Beaufort Republ. Rom. Tom. 1. p. 325). Essi non avvertirono, che il secondo censo fu fatto solamente in Roma, e che il numero era diminuito non solo per la morte, ma anche per l'assenza di molti soldati. Nel terzo censo Livio espressamente dice, che de' Commissari particolari ebber la cura di passare in rivista le legioni. Da' numeri notati si dee sempre dedurre una duodecima parte sopra sessanta, e gl'incapaci di portar armi. (Vedi Populat. de la France p. 72).

192

Livio risguarda questi due accidenti come gli effetti solo del caso e del coraggio. Io sospetto che ambedue fossero prodotti dall'ammirabile politica del Senato.

193

Vedi Girolamo Tom. 1. p. 169, 170 ad Eultoch. Egli dà a Paola questi splendidi titoli Graecorum stirps, saboles Scipionum, Pauli haeres, cujus vocabulum trahit, Martiae Papyriae matris Africani vera et germana propago. Questa particolar descrizione suppone un titolo più solido, che il cognome di Giulio, che Tossono aveva comune con mille famiglie delle Province occidentali. Vedi l'Indice di Tacito, delle Iscrizioni del Grutero ec.

194

Tacito (Annal. III. 55) afferma, che fra la battaglia d'Azio ed il regno di Vespasiano, il Senato fu di mano in mano ripieno di famiglie nuove, prese da' Municipj e dalle colonie d'Italia.

195

Nec quisquam Procerum tentet (licet aere vetusto

Floreat, et claro cingatur Roma Senatu)

Se jactare parem; sed prima sede relicta

Aucheniis, de jure licet certare secando.

Claudian. in Prob. et Olybrii Cons. 18.

Tal complimento, fatto all'oscuro nome degli Auchenj, ha sorpreso i critici; ma tutti convengono, che qualunque sia la vera lezione di questo passo, non si può applicare il senso di Claudiano che alla famiglia Anicia.

196

La data più antica negli annali del Pighio è quella di M. Anicio Gallo Trib. della Plebe nell'anno di Roma 506. Un altro Tribuno Q. Anicio nell'anno 508 si distingue coll'epiteto di Prenestino. Livio (XLV. 43) pone gli Anicj sotto le gran famiglie di Roma.

197

Livio XLIV. 30, 31. XLV. 3, 26, 43. Ei pone in buona veduta il merito d'Anicio, e giustamente osserva, che la sua fama fu oscurata dal maggior lustro del trionfo Macedonico che precedè l'Illirico.

198

Questi tre Consolati cadono negli anni di Roma 593, 818, e 967, ed i due ultimi ne' regni di Nerone e di Caracalla. Il secondo di que' Consoli si distinse solo per mezzo dell'infame sua adulazione: Tacit. Annal. XV, 74. Ma eziandio la testimonianza dei delitti, se hanno l'impronta della grandezza e dell'antichità, viene ammessa senza ripugnanza a provare la genealogia d'una casa nobile.

199

Nel sesto secolo si fa menzione della nobiltà del nome Anicio con singolar rispetto dal Ministro d'un Re Goto d'Italia. (Cassiodoro, Variat. L. X, Ep. 10, 12).

200

… Fixus in omnes

Cognatos procedit honos; quemcumque requiras

Hac de stirpe virum, certum est de Consule nasci

Per fasces numerantur avi, semperque renata

Nobilitate virent, et prolem fata sequuntur

Claudiano in Prob. et Olyb. cons. 12. etc. Gli Annii, il nome dei quali sembra essersi trasfuso nell'Anicia, notano i Fasti con molti Consolati, dal tempo di Vespasiano sino al quarto secolo.

201

Può comprovarsi coll'autorità di Prudenzio (in Symmach. l. 553) il titolo di primo Senatore Cristiano, ed il disgusto de' Pagani verso la famiglia Anicia: vedi Tillemont Hist. des Emper., Tom. IV. p. 183. V. p. 44. Baron., Annal. A. 312. n. 78. A. 322. n. 2.

202

Probus… claritudine generis, et potentia et opum magnitudine cognitus orbi Romano, per quem universum pene patrimonia sparsa possedit, juste an secus non judicioli est nostri. (Ammiano Marcell. XVII. 11). La moglie ed i figliuoli gli eressero un magnifico sepolcro nel Vaticano, che fu demolito al tempo del Pontefice Nicolò V. per dar luogo alla nuova Chiesa di S. Pietro. Il Baronio, che deplora la rovina di questo monumento Cristiano, ne ha diligentemente conservate le iscrizioni ed i bassi rilievi. (Vedi Annal. Eccl. An. 395. n. 5. 17).

203

Due Satrapi Persiani andarono a Milano ed a Roma per udir S. Ambrogio, e per veder Probo (Paulin., in vit. Ambros.) Claudiano sembra che non abbia termini da esprimere la gloria di Probo (in cons. Prob. et Olybr. 30, 60).

204

Vedi il poema, che Claudiano fece per i due nobili giovani.

205

Secondino Manicheo, ap. Baron. ann. 490. n. 34.

206

Vedi Nardini. Roma antica, p. 89, 498, 500.

207

«Quid loquar inclusas inter laquearia sylvas;

«Vernula quae vario carmine ludit avis».

Claud. Rutil. Numatian., Itiner, v. III.. Il Poeta visse al tempo dell'invasione Gotica. Un moderato palazzo avrebbe occupato la possessione di quattro iugeri di Cincinnato (Val. Max. IV. 4.). «In laxitatem ruris excurrunt» dice Seneca Ep. 114. Vedi una giudiziosa nota di Hume (Saggi vol. 1. p. 562 dell'ultima edizione in 8).

208

Questo curioso ragguaglio di Roma nel tempo d'Onorio si trova in un frammento dell'Istorico Olimpiodoro, ap. Fozio, p. 197.

209

I figlj d'Alipio, di Simmaco, e di Massimo spesero nelle respettive loro Preture, chi dodici, chi venti, e chi quaranta centenari (o cento libbre d'oro). Vedi Olimpiodoro, ap. Fozio, p. 197. Tale stima popolare ammette qualche estensione; ma è difficile spiegare una legge nel Codice Teodosiano (Lib. VI. Tit. 4. leg. 5.) che determina la spesa del primo Pretore a 25000 folli, del secondo a 20000, e del terzo a 15000. Il nome di follis (Vedi Mem. dell'Accad. delle Inscriz., Tom. XXVIII. p. 727) si dava tanto ad una somma di 125 monete d'argento, che ad una piccola moneta di rame, ch'era 1/2625 di quella somma. Nel primo senso i 25000 folli sarebbero stati 150000 lire sterline: nel secondo solamente cinque o sei. L'uno sembra stravagante, l'altro è ridicolo. Bisogna che ve ne fosse una terza specie d'un valor medio, di cui s'intende di parlare in questo luogo; ma nel linguaggio delle leggi la ambiguità è una mancanza inescusabile.

210

«Nicopolis… in Actiaco littore, sita possessionis vostrae, nunc pars vel maxima est»: Girolam. in praef. Comm. ad Epistol. ad Tit. Tom. IX. p. 243. Il Tillemont suppone assai stranamente, che questa fosse una parte dell'eredità di Agamennone. (Mem. Eccl. tom. XII. pag. 85).

211

Seneca Ep. 89. Il suo stile è declamatorio; ma v'è appena declamazione, che possa esagerare l'avarizia ed il lusso de' Romani. Il Filosofo stesso meritava qualche specie di rimprovero, se è vero, che la sua rigorosa esazione dei quadringenties (cioè più di trecentomila lire sterline) che egli aveva prestato ad un alto interesse, suscitò una ribellione nella Britannia (Dion. Cas. l. 62. p. 1003). Secondo la congettura di Gale (Itinerar. d'Antonino in Britann. p. 92) il medesimo Faustino godeva una possessione vicino a Bury in Suffolk, ed un'altra nel regno di Napoli.

212

Volusio, ricco Senatore (Tacit., Annal. III. 30), preferiva sempre gli affittuali nativi del luogo. Columella, che da esso ebbe questa massima, discorre molto giudiziosamente su tal materia. (De re rustica, lib. 1. c. 7. p. 408 edit. Gesner. Lips. 1735).

213

Il Valesio (ad Ammian. XIV. 6) ha provato coll'autorità del Grisostomo e d'Agostino, che a' Senatori non era permesso dar del denaro ad usura. Pure apparisce dal Codice Teodosiano (Vedi Gotofred. ad lib. II. tit. XXXIII. Tom. I. p. 230, 289) che si concedeva loro di prendere il sei per cento, o la metà dell'interesse legale, e quel ch'è più singolare, tal permissione accordavasi a' giovani Senatori.

214

Plinio, Hist. Nat. XXXIII. 50. Egli determina l'argento a sole 4380 libbre, che sono accresciute da Livio (XXX. 45) fino a 100,023. La prima somma pare troppo piccola per una opulenta città, e l'altra troppo grande per qualunque tavola privata.

215

L'erudito Arbuthnot (Tavole d'antiche monete p. 153) ha osservato graziosamente, ed io credo con verità, che Augusto non aveva nè vetri alle sue finestre, nè una camicia indosso. Nel basso Impero l'uso del vetro e del lino divenne alquanto più comune.

216

Io debbo spiegare le libertà, che mi ho prese intorno al testo d'Ammiano: 1. Ho unito insieme il Cap. 6 del libro XIV col cap. 4. del XXVIII; 2. Ho dato ordine e connessione alla massa confusa de' suoi materiali; 3. Ho mitigato alcune iperbole stravaganti, e tolto alcune superfluità dell'originale; 4. Ho sviluppato alcune osservazioni ch'erano accennate piuttosto che espresse. Con tali licenze, la mia versione in vero non si troverà litterale, ma è però fedele ed esatta.

217

Claudiano, il quale pare che avesse letto l'istoria di Ammiano, parla di questa gran rivoluzione in uno stile assai meno cortigianesco:

Postquam jura ferox in se communia Caesar

Transtulit, et lapsi mores desuetaque priscis

Artibus, in gremium pacis servile recessi.

De bello Gildonico, 49.

218

La minuta diligenza degli Antiquari non è stata capace di verificar questi nomi straordinari. Io son d'opinione, che siano stati inventati dall'Istorico stesso, per evitare qualunque satira o applicazione personale. Egli è certo però, che le semplici denominazioni de' Romani furono appoco appoco prolungate sino al numero di quattro, cinque o anche sette pomposi cognomi, per esempio Marcus Maecius Memmius Furius Balburius Caecilianus Placidus. (Vedi Noris, Cenotaph. Pis. diss. IV. p. 438).

219

I cocchi o Carrucae de' Romani spesso eran d'argento sodo, superbamente intagliati e figurati, e gli arnesi delle mule o de' cavalli erano intarsiati d'oro. Tal magnificenza durò dal regno di Nerone fino a quello d'Onorio; e la via Appia era coperta di splendidi equipaggi di nobili, che venivano ad incontrar S. Melania, quando ritornò a Roma, sei anni prima dell'assedio Gotico (Senec., epist. 87. Plin., Hist. Nat. XXXIII. 49. Paulin. Nolan., ap. Baron. Ann. Eccl. an. 397. n. 5). La pompa però si è rettamente mutata nel comodo; ed una semplice carrozza moderna sulle molle è molto preferibile ai carri d'argento o d'oro dell'antichità, che posavano sugli assi delle rote, ed erano per lo più esposti all'inclemenza dell'aria.

220

In un'omelia d'Asterio, Vescovo di Amasia, il Valois ha scoperto (ad Ammian. XIV. 6.) che questa era una nuova moda; che si rappresentavano in ricamo orsi, lupi, leoni e tigri, boschi, caccie ec., e che i più devoti vi sostituivano la figura, o la leggenda di qualche Santo lor favorito.

221

Vedi Plin., Hist. t. 6. Tre grossi cignali furono tirati e presi ne' lacci senza interromper gli studi del filosofico cacciatore.

222

Il cangiamento dell'infausta voce Averno, ch'è nel testo, non è d'alcuna importanza. I due laghi Averno e Lucrino comunicavano insieme, e formavano per mezzo delle stupende moli d'Agrippa il porto Giuliano, che si apriva per uno stretto ingresso nel Golfo di Pozzuolo. Virgilio, che abitava in quel luogo, ha descritto (Georg. II. 161) quest'opera nel tempo della sua esecuzione, ed i comentatori di esso, particolarmente Catrou, hanno preso gran lume da Strabone, da Svetonio e da Dione. I terremoti, ed i Vulcani hanno mutata la faccia del luogo, e convertito il Lago Lucrino dopo l'anno 1538, nel monte nuovo. Vedi Camillo Pellegrino, discorsi della Campan. Felice p. 239, 244. Anton Sanfelici, Campania p. 13, 88.

223

Regna Cumana et Puteolana; loca, ceteroqui valde expetenda, interpellantium autem multitudine pene fugienda. Cicer., ad Attic. XVI. 17.

224

L'espressione di tenebre Cimmerie fu presa in origine dalla descrizione d'Omero (nel lib. XI. dell'Odissea), applicandola esso ad un remoto e favoloso paese sui lidi dell'Oceano. (Vedi Erasmi Adag. nelle sue opere Tom. 2. p. 593. ediz. di Leida).

225

Possiamo rilevare da Seneca (epist. 123) tre curiose circostanze relativamente ai viaggi de' Romani. 1. Essi eran preceduti da una truppa di Cavalleggieri di Numidia, che con un nuvolo di polvere annunziavano l'avvicinamento di un grand'uomo; 2. I loro muli da bagaglio non solamente trasportavano i vasi preziosi, ma anche i fragili vasellami di cristallo e di murra, sotto il qual nome è quasi provato dal dotto Francese Traduttore di Seneca (T. III. p. 403, 422) che intendevasi la porcellana della China e del Giappone; 3. i be' volti de' giovani schiavi eran coperti d'una crosta o unzione fatta ad arte per difenderli dagli effetti del sole e del gelo.

226

Distributio solemnium sportularum. Le sportulae e sportellae eran piccoli panieri, che si suppone che contenessero una quantità di cibi caldi del valore di 100 quadranti, o di dodici soldi e mezzo, ch'erano posti per ordine in una sala, e con ostentazione distribuiti alla famelica o servil turba, che stava aspettando alla porta. Si fa bene spesso menzione di tal grossolano costume negli epigrammi di Marziale e nelle satire di Giovenale. Vedasi anche Svetonio, in Claud. c. 21. in Neron. c. 16. in Domitian. c. 4, 7. Quanti panieri di cibi si convertirono in seguito in grosse monete, o in piatti d'oro e d'argento, che reciprocamente si davano e si ricevevano ancora dalle persona del più alto grado, nelle solenni occasioni de' Consolati, de' matrimonj ec. (Vedi Symmac., Epist. IV. 55., IX. 124, e Miscell. p. 256).

227

Il ghiro, detto da' Latini glis e da' Francesi loir, è un piccolo animale, che dimora ne' boschi, e rimane intorpidito nel grande inverno (Vedi Plin., Hist. nat. VIII. 82. Buffon, Hist. nat. Tom. VIII, pag. 158. Pennant, Sinopsi de' quadrupedi p. 289.). V'era l'arte di allevare e d'ingrassare un gran numero di ghiri nelle ville Romane, risguardandosi questo come un vantaggioso articolo di economia rurale (Varrone, de re rust. III. 15). L'eccessiva richiesta di essi per le tavole di lusso si accrebbe per le folli proibizioni de' Censori, e si racconta, che sono tuttavia in pregio nella moderna Roma, e si mandano frequentemente in regalo da' Principi Colonna. (Vedi Brotier ultimo editore di Plinio Tom. II. p. 458. ap. Barbou 1779).

228

Questo giuoco, che può tradursi co' nomi più a noi famigliari di Trictrac, o di Tavola Reale era il divertimento favorito de' più gravi Romani: ed il Giurisconsulto Muzio Scevola, il vecchio, aveva la fama di abilissimo giuocatore. Era chiamato ludus duodecim scriptorum da' dodici scritti o linee che dividevano in uguali parti l'alveolo, o la tavola. Sopra di esse venivan ordinate due armate, una bianca e l'altra nera, ciascheduna delle quali conteneva quindici uomini, o pezzi, e si muovevano alternativamente secondo le regole del giuoco e le indicazioni delle tessere, o de' dadi. Il Dottor Hide, che fa diligentemente l'istoria, e nota le varietà del Nerdiludium (nome di etimologia Persiana) dall'Irlanda al Giappone, versa su questo lieve soggetto un copioso torrente di erudizione classica ed orientale. Vedi Syntagm. dissertat. Tom. II. p. 217, 405.

229

Marius Maximus homo omnium verbosissimus, qui et mythistoricis se voluminibus implicavit. Vopisc. in Hist. August. p. 242. Egli scrisse le vite degli Imperatori da Traiano fino ad Alessandro Severo. Vedi Gerardo Vossio, de Hist. Latin. l. II. c. 3 nelle sue Opere volum. IV, pag. 57.

230

Questa satira probabilmente è esagerata. I Saturnali di Macrobio, e l'Epistole di Girolamo danno sufficienti prove, che molti Romani di ambi i sessi, e del più alto grado coltivavano studiosamente la teologia Cristiana e la classica letteratura.

231

Macrobio, amico di quei nobili Romani, risguardava le stelle come la causa o almeno i segni de' futuri eventi (de Somn. Scip., l. I. c. 19. p. 68).

232

Le storie di Livio (vedi specialmente lib. VI c. 36) son piene dell'estorsioni dei ricchi, e delle angustie dei poveri debitori. La patetica istoria di un bravo antico soldato (Dionis. Alicanass. l. V. c. 26. pag. 347. Ediz. d'Hudson. e Livio II. 23) deve essersi frequentemente ripetuta in quei primi tempi, che tanto immeritamente si son lodati.

233

Non esse in civitate duo millia hominum, qui rem haberent: Cicero, Off. II. 21. col Coment. di Paolo Manuz. ediz. del Grevio. Questo indeterminato calcolo fu fatto l'anno di Roma 649 in un discorso dal Tribuno Filippo, ed il sue scopo non meno che quello dei Gracchi (vedi Plutarco) era di deplorare e forse d'esagerare la miseria della plebe.

234

Vedi la terza satira v. 60-125. di Giovenale, che deplora con isdegno.

… Quamvis quota portio faecis Achaeae?

Jampridem Syrus in Tiberim defluxit Orantes;

Et linguam et mores etc.

Seneca proponendosi di consolare la propria madre (Consol. ad Helv. c. 6.) colla riflessione che una gran parte dell'uman genere si trovava in uno stato d'esilio, le rammenta quanto pochi fra gli abitanti di Roma fossero nati nella città.

235

Quasi tutto quello che si è detto del pane, del lardo, dell'olio, del vino etc. può trovarsi nel lib. XIV. del Codice Teodosiano, che tratta espressamente del governo delle grandi città. Si vedano in specie i Titoli 3, 4, 15, 16, 17 e 24. Le autorità correlative son prodotte nel Comentario del Gotofredo; e non v'è bisogno di trascriverle. Secondo una legge di Teodosio, che riduce a danaro la contribuzion militare, una moneta d'oro (cioè undici scellini) equivaleva ad ottanta libbre di lardo, o ad ottanta libbre d'olio, o a dodici moggia di sale (Cod. Teod. l. VIII. Tit. IV. Leg. 17). Questo confronto, paragonato con un altro di sessanta libbre di lardo per un'anfora (Cod. Teod. l. XIV. Tit. IV. Leg. 4), determina il prezzo del vino a circa sedici soldi il gallone.

236

L'anonimo autore della Descrizione del Mondo (p. 14. nel Tom. III. Geogr. Minor. Hudson) nel suo barbaro Latino così parla della Lucania: Regio optima et ipsa omnibus abundans, et lardum multum foras emittit. Propter quod est in montibus, cujus escam animalium variam etc.

237

Vedi Novell. ad calcem Cod. Theod. D. Valent. l. I. Tit. XV. Questa legge fu pubblicata in Roma il 20. Giugno 452.

238

Sueton., in August. c. 42. Il più grand'eccesso dell'Imperatore medesimo, nel suo favorito vino della Rezia, non eccedè mai un Sestario, cioè una pinta Inglese, id. c. 77. Torrent., Ib. e Tavol. d'Arbuthnot p. 86.

239

Il suo disegno era di piantar vigne lungo le coste marittime dell'Etruria; Vopisc., in Hist. August. p. 225. cioè nell'orrida, malsana ed incolta Maremma della moderna Toscana.

240

Olimp., ap. Phot. p. 197.

241

Seneca (Epist. 86) paragona i bagni di Scipione Affricano alla sua villa di Literno con la magnificenza, che andava continuamente crescendo, de' pubblici bagni di Roma, molto tempo avanti che fossero fatte le magnifiche Terme d'Antonino e di Diocleziano. Il quadrante, che si pagava per l'ingresso nelle medesime, era la quarta parte d'un asso, circa un ottavo d'un soldo Inglese.

242

Ammiano (l. XIV. c. 6, e lib. XXVIII. c. 4) dopo aver descritto il lusso e l'orgoglio dei Nobili Romani, espone con uguale indignazione i vizi e le follie della plebe.

243

Gioven., Satir. XI. 191. L'espressioni dell'Istorico Ammiano non son meno forti ed animate di quelle del satirico; e tanto l'uno che l'altro dipingono al vivo. Il numero delle persone, che il Circo Massimo era capace di contenere, è preso dalle Notizie originali della città. Le differenze, che sono fra loro, provano che non si sono copiate, ma la quantità può sembrare incredibile, quantunque in tali occasioni il contado accorresse in folla alla città.

244

Alle volte in vero componevano opere originali.

… vestigia Graeca

Ausi deserere et celebrare domestica facta.

Orazio, Epist. ad Pison. 285. con la dotta quantunque ambigua nota di Dacier, che avrebbe potuto accordare il nome di tragedie al Bruto e al Decio di Pacuvio, o al Catone di Materno. Tuttavia sussiste come un saggio assai svantaggioso della tragedia Romana l'Ottavia, attribuita ad uno dei Senechi.

245

Al tempo di Quintiliano e di Plinio un poeta tragico era ridotto all'imperfetto metodo d'invitar molta gente in un luogo capace, ad oggetto di leggere ivi la sua composizione. Vedi il dialogo de Oratorib. c. 9, 11, e Plinio, Epist. VII. 17.

246

Vedi il Dialogo di Luciano de saltatione Tom. II. p. 265-317. Ediz. Reitz. I pantomimi ebbero l'onorevol nome di χειροσοφοι sapienti di mano; ed era necessario, che si esercitassero in quasi ogni arte e scienza. Burette (nelle Memor. dell'Accadem. delle Iscriz. Tom. I. p. 127) ha fatto una breve storia dell'arte de' pantomimi.

247

Ammiano (l. XIV. c. 6) si duole con decente sdegno, che le strade di Roma fossero piene d'una turba di donne, che avrebbero potuto dare dei figli allo Stato, ma che non avevano altra occupazione che quella d'arricciarsi, ed accomodarsi i capelli, e jactari volubilibus gyris dum exprimunt innumera simulacra, quae finxere fabulae theatrales.

248

Lipsio (Tom. III. p 423. de magnitud, Rom. l. III. c. 3) ed Isacco Vossio (Observ. var. p. 26, 34) si son lasciati trasportare da strani sogni di quattro, di otto, o di quattordici milioni di persone in Roma. David Hume, (Saggi Vol. I. p. 460-457) unitamente ad un ammirabile buon senso e scetticismo, dimostra qualche segreta disposizione a diminuir la popolazione degli antichi tempi.

249

Olimpiodoro, ap. Phot. p. 197. Vedi Fabric., Bibl. Graec. Tom. IX. p. 400.

250

In ea autem majestate urbis, et civium infinita frequentia innumerabiles habitationes opus fuit explicare. Ergo cum recipere non posset area plana tantam multitudinem in urbe, ad auxilium altitudinis aedificiorum res ipsa coegit devenire: Vitruv. II. 8. Questo passo, di cui son debitore al Vossio, è chiaro, forte, e pieno.

251

Le successive testimonianze di Plinio, di Aristide, di Claudiano, di Rutilio ec. provano l'insufficienza di questi editti restrittivi. Vedi Lipsio, de Magnitud. Rom. l. III c. 2.

… Tabulata, tibi jam tertia fumant,

Tu nesciis; nam si gradibus trepidatur ab imis

Ultimus ardebit, quem tegula Sola tuetur

A pluvia…

Juvenal., Satir. III. 199.

252

Leggasi tutta la satira terza, ma particolarmente i versi 166-223. La descrizione dell'insula, o casa d'appigionarsi piena di gente in Petronio (c. 95. 97) perfettamente s'accorda coi lamenti di Giovenale; e sappiamo da prove legali, che al tempo d'Augusto (Heinec., Hist. Jur. Rom. c. IV. p. 181) la rendita ordinaria di varj cenacoli o appartamenti d'una isola era di quarantamila sesterzi l'anno, fra tre e quattrocento lire sterline (Pandect. lib. XIX. Tit II. n. 30); somma che prova nel tempo stesso e la grand'estensione, e l'alto valore di quelle comuni fabbriche.

253

Questa somma totale è composta di 1780 Domus o vaste case, di 46,602 insule o abitazioni plebee (vedi Nardini, Rom. ant. l. III. p. 88); e questi numeri vengono assicurati dalla conformità dei testi delle diverse Notitiae (Nardini, l. VIII. p. 498-500).

254

Vedasi l'esatto scrittore Messance, Recherches sur la Population p. 17-187. Appoggiato a probabili o certi fondamenti egli assegna a Parigi 23,565 case, 71,114 famiglie, e 576,630 abitanti.

255

Questo computo non è molto diverso da quello che il Brotier, ultimo editore di Tacito, (Tom. II. pag. 380) ha tratto da principj simili; quantunque sembri, che esso tenda ad un grado di precisione, a cui non è possibile nè importante di giungere.

256

Quanto ai fatti seguiti nel primo assedio di Roma, che vengono spesso confusi con quelli del secondo e del terzo, vedi Zosimo l. V. p. 350-354. Sozomeno lib IX. c. 6, Olimpiodoro, ap. Phot. p. 180, Filostorgio lib. XII. c. 3, e Gotofredo, Dissert. p. 467-475.

257

La madre di Leta era chiamata Pissuxena. Erano però ignoti il padre, la famiglia, e la patria di essa. (Ducange, Famil. Byzantin. p. 59).

258

Ad nefandos cibos erupit esurientium rabies et sua invicem membra laniarunt, dum mater non parcit lactenti infantiae: et recipit utero quem paullo anta effuderat. Girolam., ad Principiam Tom. I. p. 121. La stessa orribile circostanza parimente si racconta degli assedj di Gerusalemme e di Parigi. Quanto all'ultimo, si paragonino fra loro il decimo libro dell'Enriade, ed il Giornale di Enrico IV. (T. I. p. 47-83) e si osservi che una semplice narrazione dei fatti è molto più patetica delle più elaborate descrizioni dell'epica poesia.

259

Zosimo (l. V. p. 355, 356) parla di queste ceremonie come un Greco male informato della nazionale superstizione di Roma e della Toscana. Io sospetto, che contenesser due parti, cioè le segrete e le pubbliche: le prime erano probabilmente un'imitazione delle arti e degl'incantesimi, coi quali Numa aveva tratto Giove ed il suo fulmine sul monte Aventino.

… Quid agant laqueis, quae carmina dicant,

Quaque trahant superis sedibus arte Jovem,

Scire nefas homini…

Gli ancili o scudi di Marte, pignora Imperii, che si portavano nelle processioni solenni per le calende di Marzo, traevano l'origine da questo misterioso evento (Ovid., Fastor. III. 259, 398). Si aveva probabilmente intenzione di far risorgere quest'antica festa, che era stata soppressa da Teodosio. In tal caso noi scuopriremmo una data cronologica, vale a dire il primo di Marzo dell'anno 409, che finora non si è osservata.

260

Sozomeno (l. IX. c. 6.) induce a credere, che l'esperimento fosse realmente fatto, quantunque senza successo; ma non rammenta il nome d'Innocenzo; ed il Tillemont (Mem. Eccl. Tom. X. p. 645) è determinato a non credere, che un Papa potesse esser reo d'una sì empia condiscendenza.

261

Il pepe era un ingrediente favorito della più sontuosa cucina Romana, e la sorte migliore di esso vendevasi quindici denarii, o dieci scellini la libbra. Vedi Plinio, Hist. Nat. XII. 14. Era portato dall'India; ed il medesimo paese, cioè la costa del Malabar, tuttavia ne somministra la più grande abbondanza: ma il perfezionamento del commercio e della navigazione ha moltiplicato la quantità e diminuito il prezzo di esso. Vedi Hist. Polit. et Philos. ec. Tom. I. p. 457.

262

Questo Capitano Goto è chiamato Athaulphus da Isidoro e da Giornandes; Ataulphus da Zosimo e da Orosio: e da Olimpiodoro Adaoulphus. Io mi son servito del celebre nome d'Adolfo, che sembra essere autorizzato dalla pratica degli Svedesi, figli o fratelli degli antichi Goti.

263

Il trattato fra Alarico ed i Romani ec. è preso da Zosimo lib. V. p. 354, 355, 358, 359, 362, 363. Le circostanze, che vi si potrebbero aggiungere, sono troppo poche e di piccola importanza per esigere qualche altra citazione.

264

Zosimo, lib. V. p. 367, 368, 369.

265

Zosimo, lib. V. p. 360, 361, 362. Il Papa, essendo restato a Ravenna, scansò le imminenti calamità di Roma, Orosio, l. VII. c. 39 p. 573.

266

Per le avventure d'Olimpio e de' suoi successori nel ministero, vedi Zosimo (l. V. p. 363, 365, 366) ed Olimpiodoro (ap. Phot. p. 180, 181).

267

Zosimo (l. V, p. 364) riferisce tal circostanza con visibile compiacenza, e celebra il carattere di Gennerido come l'ultima gloria del Paganesimo spirante. Assai diversi furono i sentimenti del Concilio di Cartagine, che deputò quattro Vescovi alla Corte di Ravenna per dolersi della legge, stata fatta poco avanti, che ogni conversione al Cristianesimo dovesse esser libera e volontaria. (Vedi Baron., Annal. Eccles. an. 409. n. 12. ap. 48 n. 47, 48).

268

Zosimo l. V. p. 367, 368, 369. Questo costume di giurare per la testa o la vita, la salute o il genio del Sovrano era della più remota antichità, tanto in Egitto (Genes. XLII. 15.) quanto nella Scizia. Fu ben tosto per adulazione trasferito a' Cesari, e Tertulliano si duole, che questo fosse l'unico giuramento, che i Romani del suo tempo affettavano di rispettare. Vedasi un'elegante dissertazione dell'Abate Massieu sopra i giuramenti degli antichi nelle Memorie dell'Accadem. delle Inscriz. Tom. I. p. 208, 209.

269

Zosimo l. V. p. 368, 369. Io ho moderato l'espressioni d'Alarico, il quale si diffonde in uno stile troppo florido sull'istoria di Roma.

270

Vedi Sueton. in. Claud. c. 20. Dione Cassio lib. LX. p. 949. edit. Reimar. e la vivace descrizione di Giovenale Sat. XII. 75. ec. Nel secolo decimosesto, allorchè i residui di questo augusto Porto eran tuttora visibili, gli Antiquari ne abbozzaron la pianta (vedi Danville Mem. dell'Accad. delle Inscriz. Tom. XXX. p. 198), e dichiararono con entusiasmo, che tutti i Monarchi dell'Europa non sarebbero stati capaci d'eseguire un'Opera così grande (Bergier, Hist. des grands chemins des Romains Tom. II. p. 356).

271

Ostia Tyberina (Vedi Cluver. Ital. antiq. l. III. 870-879) in numero plurale, o sia le bocche del Tevere eran separate dall'Isola sacra, che formava un triangolo equilatero, ogni lato del quale veniva considerato circa due miglia. La Colonia d'Ostia fu fondata di là dal ramo sinistro o meridionale, e la distanza fra i residui, che ve ne sono, ascende a poco più di due miglia nella Carta del Cingolani. Al tempo di Strabone la sabbia e la belletta depositatavi dal Tevere, avevan ristretto il porto d'Ostia; in seguito la medesima causa ha molto accresciuto la mole dell'Isola sacra, ed appoco appoco ha fatto restare Ostia ed il Porto ad una considerabil distanza dal lido. I canali detti fiumi morti, ed i grandi stagni di Ponente e di Levante dimostrano i cangiamenti del fiume e gli sforzi del mare. Quanto allo stato presente di quest'orrido e desolato paese può consultarsi l'eccellente carta dello Stato Ecclesiastico fatta dai matematici di Benedetto XIV, un'attual descrizione dell'Agro Romano in sei vedute fatta dal Cingolani, che contiene 113,819 rubbj o 570,000 acri inglesi, e la gran carta topografica dell'Ameti in otto vedute.

272

Fino dal terzo secolo (Lardner Credibilità del Vangelo Part. II. Vol. III. p. 80-92) o almeno dal quarto (Carol. a S. Paulo Notit. Eccles. p. 47) il Porto di Roma era una città Episcopale, che sembra essere demolita nel nono secolo dal Pontefice Gregorio IV al tempo delle scorrerie degli Arabi. Adesso è ridotto ad un'osteria, ad una Chiesa, ed alla casa o palazzo del Vescovo, che è uno dei sei Cardinali Vescovi della Chiesa Romana. (Vedi Eschinard, Descrizione di Roma e dell'Agro Romano p. 328).

273

Quanto all'innalzamento d'Attalo vedi Zosimo l. VI. p. 377, 380, Sozomeno l. IX. c. 8. 9, Olimpiodoro ap. Fozio p. 180, 181, Filostorg. l. XII. c. 3, e Gotofredo Dissert. p 570.

274

Possiamo ammettere la testimonianza di Sozomeno quanto all'Arriano Battesimo d'Attalo, e quella di Filostorgio quanto alla sua educazione Pagana. Il visibil contento di Sozomeno, e il dispiacere che egli attribuisce alla famiglia Anicia, sono circostanze assai svantaggiose al Cristianesimo del nuovo Imperatore.

275

Egli spinse la sua insolenza a tal segno, che dichiarò, che avrebbe mutilato Onorio avanti di mandarlo in esilio. Ma quest'asserzione di Zosimo vien distrutta dalla più imparziale testimonianza d'Olimpiodoro, che attribuisce tal vergognosa proposizione, la quale fu assolutamente rigettata da Attalo, alla viltà, e forse alla perfidia di Giovio.

276

Procop. de Bell. Vandal. l. I. c. 1.

277

Vedi la causa e le circostanze della caduta d'Attalo appresso Zosimo l. VI. p. 380-384, Sozomeno l. IX. c. 8, e Filostorgio l. XII. c. 3. I due atti d'indennità, che sono nel Codice Teodosiano l. IX. Tit. 38. leg. 11, 12, e che furono pubblicati il dì 12. di Febbr. ed il dì 7. d'Agosto dell'anno 410. evidentemente si riferiscono a quest'usurpatore.

278

In hoc, Alaricus, Imperatore facto, infecto, refecto, ac defecto… mimum risit, et ludum spectavit Imperii. Orosio l. VII. c 42. p. 582.

279

Zosimo l. VI. p. 484 Sozomeno l. IX. c. 9. Filostor. l. XII. c. 3. In questo luogo il testo di Zosimo è mutilato, ed abbiam perduto il sesto e l'ultimo suo libro, che terminava col sacco di Roma. Per quanto credulo o parziale sia quest'istorico, noi ci dobbiamo licenziare da lui con qualche rammarico.

280

Adest Alaricus, trepidam Romam obsidet, turbat, irrumpit. (Orosio lib. VII. c. 39. p. 573.) Egli sbriga questo gran fatto in sette parole; ma impiega delle intere pagine a celebrare la devozione dei Goti. Io ho tratto da un'improbabile storia di Procopio le circostanze, che avevano qualche aria di probabilità. (Procop. de Bell. Vandal. l. I. c. 2). Questi suppone, che la città fosse sorpresa mentre i Senatori dormivano dopo pranzo; ma Girolamo con maggiore autorità e ragione asserisce, che ciò seguì nella notte; nocte Moab capta est; nocte cecidit murus ejus: Tom. I p. 121 ad Principiam.

281

Orosio (l. VII. c. 39. p. 573-576) fa plauso alla pietà dei Goti Cristiani, senza parer d'accorgersi, che per la maggior parte erano eretici Arriani. Giornandes (c. 30. p 653) ed Isidoro di Siviglia (Chron. p. 614. Edit. Grot.) che erano ambidue attaccati alla causa dei Goti, hanno ripetuto ed abbellito questi racconti. Secondo Isidoro s'udì dire ad Alarico medesimo, che egli faceva la guerra coi Romani, non cogli Apostoli. Questo era lo stile del settimo secolo; duecento anni prima, si sarebbe attribuito il merito e la gloria non agli Apostoli ma a Cristo.

282

Vedi Agostino, de Civ. Dei, lib. I. c. 1, 6. Esso particolarmente cita gli esempj di Troia, di Siracusa e di Taranto.

283

Girolamo (T. I. p. 121. ad Principiam) applicò al sacco di Roma tutte le forti espressioni di Virgilio:

Quis cladem illius noctis, quis funera fando

Explicet etc.

Procopio (l I. c. 2) positivamente afferma che fu ucciso un gran numero di Romani dai Goti. Agostino (de Civit. Dei, lib. I. c. 12, 13) offre un conforto Cristiano per la morte di quelli, i corpi de' quali (multa corpora) eran restati (in tanta strage) insepolti. Il Baronio, da' diversi scritti dei Padri, ha sparso qualche lume sul sacco di Roma. Annal. Eccles. an. 410. n. 16, 44.

284

Sozom. l. IX. c. 10. Agostino (de Civ. Dei, l. II. c. 17) racconta, che alcune vergini o matrone s'uccisero da se stesse per evitar la violazione, e sebbene ammiri il loro spirito, pure è costretto dalla teologia, a condannare la temeraria lor presunzione. Forse il buon Vescovo d'Ippona fu troppo facile a credere, ugualmente che troppo rigido a censurare, questo atto di femminile eroismo. Lo venti fanciulle (se pur vi furono) che si gettarono nell'Elba, quando Magdeburgo fu preso d'assalto, si son moltiplicate fino al numero di mille e dugento: Vedi Harte Istor. di Gustavo Adolfo Vol I. pag 308.

285

Vedi S. Agostino, de Civit. Dei l. I. c. 16, 18. Egli tratta quest'argomento con notabile diligenza, e dopo avere ammesso che non vi può essere delitto dove non v'è consentimento, aggiunge: Sed quia non solum quod ad dolorem, verum etiam quod ad libidinem pertinet, in corpore alieno perpetrare potest; quicquid tale factum fuerat, etsi retentam constantissimo animo pudicitiam non excutit, pudorem tamen incutit, ne credatur factum cum mentis etiam voluntate, quod fieri fortasse sine carnis aliqua voluptate non potuit. Nel cap. 18 egli fa alcune distinzioni fra la verginità fisica e la morale.

286

Marcella, dama Romana, rispettabile ugualmente per la nascita che per l'età e per la religione, fu gettata in terra, e crudelmente battuta, e flagellata: caesam fustibus flagellisqueec. Girol. T. I. p. 121. ad Princip. Vedi Agostino, de Civ. Dei l. I. c. 10. Il moderno Sacco di Roma (p. 208) dà un'idea delle varie maniere di torturare i prigionieri per l'oro.

287

L'istorico Sallustio, che utilmente praticava i vizi, che ha sì eloquentemente censurato, impiegò il bottino della Numidia per adornare il suo palazzo e giardino sul colle Quirinale. Il luogo, dove era la casa di esso, è presentemente occupato dalla Chiesa di S. Susanna, separata solo per mezzo d'una strada da' Bagni di Diocleziano, e molto distante dalla porta Salaria. Vedi Nardini, Roma antica p. 192, 195, e la gran pianta di Roma moderna fatta dal Nolli.

288

L'espressioni di Procopio sono distinte e moderate (de Bell. Vandal. l. I. c. 2). La cronica di Marcellino dice troppo fortemente: partem Urbis Romae cremavit; le parole di Filostorgio εν ερειπνοις δε της πολεως κειμενης nelle rovine della città giacente (lib. XII. cap. 3) portano un'idea falsa ed esagerata. Il Bargeo ha fatta una dissertazione a posta (vedi Tom. IV. Antiq. Rom. Grev.) per provare che gli edifizi di Roma non furon distrutti dai Goti e dai Vandali.

289

Oros. l. II c. 19. p. 143. Ei parla come se disapprovasse tutte le statue, che vel Deum vel hominem mentiuntur. Esse rappresentavano i Re d'Alba e di Roma, incominciando da Enea, i Romani illustri o nelle armi o nelle arti, ed i Cesari divinizzati. L'espressione Forum, ch'egli usa, è alquanto ambigua, poichè v'erano cinque Fori principali; ma siccome erano tutti contigui ed addiacenti nella pianura che è circondata da' colli Capitolino, Quirinale, Esquilino e Palatino, potrebbero giustamente considerarsi come uno. Vedi Roma antiqua di Donato p. 162-201, e Roma antica del Nardini p. 212-273. La prima è più utile per le descrizioni antiche, e l'altra per l'attuale topografia.

290

Orosio (l. II. c. 19. p. 142) paragona la crudeltà dei Galli con la clemenza dei Goti. Ibi vix quemquam inventum Senatorem, qui vel absens evaserit, hic vix quemquam requiri, qui forte ut latens perierit. Ma in quest'antitesi si vede un'aria di rettorica e forse di falsità; e Socrate (l. VII. c. 10) afferma, forse con altrettanta esagerazione al contrario, che furono uccisi molti Senatori con vari e squisiti tormenti.

291

Multi… Christiani in captivitatem ducti sunt, August. De Civ. Dei l. I. c. 14, ed i Cristiani non furon soli a soffrir quei travagli.

292

Vedi Hein., Antiq. Jur. Rom. Tom. I. p. 96.

293

Append. Cod. Theod. XVI. nelle opere del Sirmondo Tom. I. p. 735. Quest'editto fu pubblicato gli 11 di Dicembre dell'anno 408, ed è troppo ragionevole, perchè possa propriamente attribuirsi a' ministri d'Onorio.

294

Eminus Igilii sylvosa cacumina miror

Quem fraudare nefas laudis honore suae

Haec proprios nuper tutata est insula saltus,

Sive loci ingenio, seu Domini genio.

Gurgite cum modico victricibus obstitit armis,

Tamquam longinquo dissociata mari.

Haec multos lacera suscepit ab urbe fugatos,

Hic fessis posito certa timore salus.

Plurima terreno populaverat aequora bello,

Contra naturam classe timendus eques,

Unum, mira fides, vario discrimine portum!

Tam prope Romanis, tam procul esse Getis


Rutil., In itiner. l. I. 325. L'Isola presentemente si chiama Giglio. Vedi Cluver., Ital. antiq. l. II. p. 502.

295

Come le avventure di Proba e della sua Famiglia son connesse con la vita di S. Agostino esse vengono diligentemente illustrate dal Tillemont (Mem. Ecclesiast. Tom. XIII. p. 620-635). Qualche tempo dopo il loro arrivo in Affrica, Demetriade prese il sacro velo, e fece voto di virginità; fatto, che fu risguardato come della massima importanza per Roma e pel Mondo. Tutti i Santi le scrissero lettere di congratulazione; sussiste ancora quella di Girolamo (Tom. I. p. 62-73. ad Demetriad. de servand. virginit), la quale contiene un miscuglio di assurdi ragionamenti, di spiritose descrizioni, e di curiosi fatti, che si riferiscono all'assedio ed al sacco di Roma.

296

Vedi il patetico lamento di Girolamo (Tom. V. p. 400) nella sua Prefazione al secondo libro de' comentari sul Profeta Ezecchiello.

297

Orosio fa questo paragone, sebbene con qualche parzialità (lib. II. c. 19. p. 142, l. VII. c. 39. pag. 575); ma nell'istoria della presa di Roma fatta da' Galli tutto è incerto, e forse favoloso. Vedi Beaufort sur l'incertitude etc. de l'Hist. Rom. p. 356, e Melot nelle Mem. dell'Accad. delle Iscriz. Tom. XV. p. 1-21.

298

Il Lettore, che brama informarsi delle circostanze di questo famoso fatto, può leggerne un'ammirabile narrazione nell'istoria di Carlo V del Dott. Robertson Vol. II. p. 283, o consultare gli Annali d'Italia del dotto Muratori T. XIV. p. 236-244 dell'ediz. in 8. Se vuole esaminare gli originali, può ricorrere al libro 18 della grande ma non finita storia del Guicciardini. Ma il ragguaglio, che più veramente merita il nome d'autentico ed originale, è un piccolo libro intitolato: Il sacco di Roma, composto dentro il termine di meno d'un mese, dopo l'assalto della città, dal fratello dell'Istorico Guicciardini, che sembra fosse un abile Magistrato ed uno spassionato scrittore.

299

Il furioso spirito di Lutero, effetto di temperamento e d'entusiasmo, è stato attaccato con forza (Bossuet, Istor. delle variaz. delle Ch. Protest. lib. I. p. 20-36), e debolmente difeso (Sechendorf., Comment. de Lutheranismo, specialmente lib. I. n. 78 p. 120, e lib. III. n. 122. pag. 556).

300

Marcellino (in Chron. Orosio lib. VII, c. 39, p. 575) asserisce, ch'ei lasciò Roma il terzo giorno; ma si può facilmente conciliare tal differenza pei successivi movimenti di gran corpi di truppe.

301

Socrate (lib. VII. c. 10) pretende però che Alarico fuggisse, alla notizia che gli eserciti dell'Impero Orientale erano in piena marcia per attaccarlo.

302

Ausonio, de Claris urbibus pag. 233. edit. Toll. La mollezza di Capua aveva una volta sorpassato quella di Sibari medesima. Vedi Ateneo, Deipnosophist. lib. XII. p. 528. edit. Casaubono.

303

Quarantotto unni prima della fondazione di Roma (circa 800. avanti l'Era Cristiana) i Toscani fabbricarono Capua e Nola, alla distanza di 23. miglia l'una dall'altra; ma l'ultima di queste non uscì mai dallo Stato di mediocrità.

304

Il Tillemont (Mem. Eccles. Tom. XIV p. 1-446.) ha raccolto con la solita sua diligenza tutto ciò, che si riferisce alla vita ed agli scritti di Paolino, la ritirata del quale ci è nota pe' suoi propri scritti, ed è celebrata dalle lodi di S. Ambrogio, di S. Girolamo, di S. Agostino, di Sulpicio Severo ec. suoi cristiani amici e contemporanei.

305

Vedi le affezionate lettere d'Ausonio (Epist. 19-25 p. 650-698 ed. Toll.) al suo Collega, amico, e discepolo Paolino. La religione d'Ausonio è tuttora un problema (Vedi Memoir. de l'Acad. des Inscript T. XV. p. 123-138). Io credo che tale fosse anche al suo tempo, e per conseguenza che nel suo cuore fosse Pagano.

306

L'umile Paolino una volta ebbe la presunzione di dire ch'egli credeva che San Felice lo amasse; almeno come un padrone ama il suo cagnolino.

307

Vedi Giornandes, de reb. Get. c. 30. p. 653. Filostorgio l. XII. c. 3, Agostino de Civ. Dei l. I. c. 10, Baronio, Annal. Eccles. an. 410. n. 45, 46.

308

Il platano era un albero favorito degli antichi dai quali fu propagato, per causa dell'ombra, dall'Oriente fino alla Gallia. (Plin., Hist. Nat. XII. 3, 4, 5). Questo scrittore fa menzione di alcuni Platani di enorme grandezza: uno di essi nell'Imperial villa di Velletri, che Caligola chiamava il suo nido, aveva tali rami, che eran capaci di contenere una gran tavola, il corteggio de' famigliari, e l'Imperatore medesimo, che Plinio graziosamente chiama pars umbrae; espressione che poteva con ugual ragione applicarsi ad Alarico.

309

«Il soggiogato mezzodì cede al distruttore i vantati suoi titoli, e gli aurei suoi campi; con truce diletto la stirpe del Settentrione vede un più lucente giorno, ed il Cielo di colore azzurro; odora la nuova fragranza della rosa che s'apre, ed ingoja l'uva pendente a misura che cresce». Vedi i poemi di Gray pubblicati dal Mason p. 197. Invece di compilar tavole di cronologia e d'istoria naturale, perchè non applicò il Gray le forze del suo ingegno a finire quel poema filosofico, di cui ci ha lasciato un saggio così squisito?

310

Quanto alla perfetta descrizione dello stretto di Messina, di Scilla, di Cariddi ec. vedi Cluverio (Ital. antiq. l. VI. p. 123. 9. e Sicil. Antiq. l. I. p. 60, 76), che ha diligentemente studiato gli antichi, ed esaminato con occhio curioso lo stato attuale del luogo.

Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 6

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