Читать книгу I drammi de' campi - Emilio Raga - Страница 6
II.
ОглавлениеQuelle vecchie cartacce di famiglia, se don Alessio l'avesse dissotterrate, avrebbero provato chiaramente che a S. Giovanni s'ingannavano di grosso a crederlo un villano rifatto. Ma o che non gli importasse di quella credenza, o ch'avesse svolte un tempo quelle pergamene e chi sa per quale diavoleria l'aveva prese, scritte com'erano in latino, o che n'ignorasse l'esistenza, fatto sta esse dormivano in fondo ad una cassapanca di querce annerita dal fumo e dagli anni, che giaceva impolverata nella soffitta con gli altri mobili rotti. Si chiamava Berlingheri, non Berlingrieri come pronunziavano nel paese, e discendeva da uno dei tanti rami dell'antica casa di Tolosa, così celebre nella storia. Chi sa quante peripezie dovette subire attraverso i secoli quella famiglia (venuta nel reame di Napoli con Carlo d'Angiò) prima di ridursi in Sicilia; chi sa per quali vicende i membri di essa si videro costretti a scingere la spada, e a impugnare o zappa o lesina o martello; a seconda dell'inclinazione d'ognuno, e dell'opportunità, dovendo pur vivere, perchè ora fosse perduto ogni vestigio dell'antico splendore. Si saran certo divisi come i pulcini delle quaglie appena messe le penne, si saran moltiplicati nei vari paesi trascinandosi dietro la fatalità che li colpiva poichè tutto deve mutarsi quaggiù; e qua la morte li avrà distrutti, là si sarà contentata d'assottigliarli, e la miseria aveva cancellata la nobiltà. Ora non restavano che un vecchio agrimensore a P…… povero come Giobbe con una nidiata di figliuoli per soprassello, don Alessio e la sorella donna Costanza, don Bastiano, loro fratello, ammogliato a Cammarata. Il padre un vecchio burgisi cupo, avaro tanto che non avrebbe dato un Cristo a baciare era arrivato a forza di stenti e di privazioni a raggranellare un patrimonio. Aveva mandato i figliuoli maschi a scuola in casa di un prete dove fecero quel che poterono, aveva tenuto la femmina sempre in casa a filare e tessere, ed era contento di lasciarli ricchi col cappello, che, senz'altro, dava loro diritto al «don.»
Don Bastiano dunque, il primogenito, aveva quarantasei anni; una moglie ristecchita gialla come un rigogolo, e un figliuolo per nome Giovanni il quale studiava a Palermo.
Grasso, con un ventre enorme, con un'aria di bue che sonnecchi, don Bastiano non era punto un testone. Nei paesi d'attorno non c'era chi gli potesse stare alla pari nell'amministrare un patrimonio: arbitriava, come si dice da noi, e con l'industria agraria, per la quale si può dire ch'era nato, era riuscito a duplicare il suo in pochi anni.
Invece don Alessio, il minore, aveva battuta tutt'altra via; egli la sentiva diversamente del fratello, col quale si dissomigliavano anche di persona: era corto, magro assaettato. Non voleva saperne di arbitri; per lui ciò era un voler comprare impicci a contanti, senza alcuna utilità: si contentava d'aumentare il suo col metter da parte qualche soldo.
—Ma io mi sono arricchito così! urlava don Bastiano quando il discorso cadeva su quell'argomento, il che era per solito, e tu, con lo startene con le mani alla cintola, hai accresciuto di poco quel che ti lasciò la buon'anima.
—Se io ho accresciuto il mio di poco o di molto non lo so…. rispondeva lui, nè voglio dirlo…. si vedrà appresso. Se mi mettessi in quelle brighe, ne uscirei con una canna in mano. Scuoti pure la testa.
E si bisticciavano, mentre avrebbero potuto risolvere la questione in due parole: don Alessio non aveva le attitudini necessarie a quel genere d'industria.
Però la campagna piaceva anche a lui; e specialmente andava pazzo per un suo podere a due tiri di schioppo da S. Giovanni, dove aveva finito con lo starsene tutto l'anno. La villetta sorgeva e sorge tuttavia a mezza costa del colle alle cui falde s'aggruppano le case del paese, con la parrocchia del campanile a ventola grigio per gli anni, dalle commessure delle cui pietre screpolate pendono dei ciuffi d'erba. A sinistra si estende un'ampia costiera nuda, tagliata dalla linea bianca dello stradale, rotta da borratelli e da frane; di fronte e a destra la valle; e dopo questa s'alzano colline e colline, le une dietro le altre, sino alla massa brulla della montagna di S. Calogero che chiude lo sfondo col più pittoresco effetto che mai.
Questo podere gliel'aveva portato in dote la moglie figlia d'un signore decaduto di Cammarata. Era ben poca cosa veramente, ma egli l'aveva ingrandito assai, e migliorato.
Così dava sfogo a una sua manía: non poteva vedere un appezzamento di terra vicino alle sue, che non avesse a far di tutto per averlo: metteva in campo lusinghe, persuasioni, tendeva gherminelle, offriva cambi con altre terre, minacciava anche, messo con le spalle al muro. E se tutto ciò non approdava a nulla, perdeva la pace, se ne sognava la notte, era preso dalla malinconia, e faceva fioccare l'offerte, sino a che il proprietario, abbagliato, non cedesse.
Allora diventava un giovinotto a vent'anni: non voleva che la persona s'allontanasse, temeva che ci dormisse sopra; correva a casa, si cambiava d'abito, prendeva il danaro necessario, e via dal notaro. Respirava. L'indomani immancabilmente metteva in capo il suo largo cappellaccio, di feltro grigio, prendeva un suo lungo bastone che pareva un bastone di pecoraio, e se n'andava diviato nella nuova proprietà. Provava un vivo piacere a vedere rompere i limiti divisori, squarciar la terra dall'aratro se campo seminativo, dalla zappa se vigna, e spingeva quel suo amore per la terra sin a curvarsi a raccogliere anche lui de' sassi e gettarli nei mucchi rotondi che faceva inalzare apposta perchè occupassero meno spazio, a estirpare i minimi fili d'erba che i giornalieri si lasciavano dietro. Ciò sin a tanto che un nuovo amore non venisse a fargli scordare il primo, un nuovo acquisto non richiedesse le carezze già prodigate al precedente. Così aveva fatto la fortuna di tanti poveri diavoli, che, se ridevan di lui, in fondo lo benedicevano. Questa brama però aveva le sue colonne d'Ercole: cessava appena il confine arrivasse a una via, a un torrente, anche a un ruscello. Bisognava vedere allora con quanta indifferenza guardava le terre al di là! non l'avrebbe prese manco regalate. Ciò per non guastar l'ordine. Era di sangue caldo, gridava per ogni nonnulla; ma in fondo poi era una pasta di zucchero: in quella casa il bernoccolo della bontà l'avevan tutti.
Donna Costanza, la sorella, aveva avuto sempre una particolare affezione per lui; sì che avevano finito con far tutt'una casa. Era una donna di media statura, grossa, con un faccione rotondo dal naso a ballotta; proprio una botta, come dicevan tutti, ma che aveva tali pregi da far dimenticar quasi la sua bruttezza, per la quale, del resto, in paese non aveva potuto trovare un cane che le abbaiasse. Non è a dire se ciò arrivava all'anima della poveretta che lo sapeva, benchè si fosse rassegnata. Anzi aveva spinto il buon senso a tal punto, da non voler acconsentire a farsi vedere da uno spiantato d'un paese vicino, venuto con un mezzano di matrimoni per conoscerla e sposarla qualora gli piacesse, diceva lui: aveva compreso esser quella una pura formalità, quel coso voler la dote e non lei.
Aveva fatto la serva alla cognata, una donna superbiosa da stomacare, e quando questa era morta al parto, s'era data a prodigare tutte le sue cure alla neonata: l'aveva cresciuta, le aveva insegnato quel poco che sapeva di lavori donneschi, le aveva trasfuso tutti i buoni sentimenti della sua anima candida, e ne aveva fatto un angelo. Fu così che la piccola Lola non s'accorse della sostituzione e l'amò come una vera madre.
Sin dal primo giorno però aveva avuto il governo della casa; il che la solleticava un pochino: lei provvedeva alle spese giornaliere, lei s'occupava delle provviste. Sicchè era sempre attorno or per una cosa, or per un'altra, e un po' di riposo l'aveva solo la sera, quando, messa a letto la nipotina e fattala addormentare con una fiaba, andava a sedersi vicino al tavolino dove il fratello faceva invariabilmente la solita partita a scovertino con padre don Giuseppe. Essa amante d'ogni giuoco (benchè non giocasse che al solo lotto) stava a guardare attentamente e con un vivissimo piacere. Nella stanza regnava il silenzio rotto solo dalla voce monotona de' giuocatori:—Coppe.—A lei.—Bastoni.—Tre d'assi…. Don Alessio, bizzoso quanto mai al giuoco, dava un gran pugno sul tavolino: era il segnale, e cominciavano a bisticciarsi. Donna Costanza cercava d'acquetarli…. Basta, ci riusciva: ma eccoti il reverendo a cominciare a sua volta…. A un'ora e tre quarti precisi si stabiliva di fare l'ultime tre partite, a due ore si cenava, a tre tutti erano a letto. Si faceva una piccola eccezione alla regola, quando il reverendo restava a cenare alla villa, o quando c'era Giovanni, il nipote, il che era sempre un avvenimento.
Aveva appena aperto gli occhi gnaulando, quando la mamma decretò, che gli si sarebbe messo nome Giovanni com'il nonno, e se ne sarebbe fatto un avvocato. Chi ha roba, ha liti. Il bimbo era venuto su sano e robusto, con tutt'altra inclinazione che per il codice, a giudicarne dalla sua passione pe' bastoni, su' quali cavalcava tutto il santo giorno, e per certi cappelli da generale con fiocchi e franzoli di carta, sua manifattura, che mettevano come un fruscio di foglie dovunque passasse galoppando. Poi una sera, in casa dello zio, gli avevano messa sulle braccia la cuginetta nata d'allora, e gli avevan detto ridendo: bacia la tua piccola sposina. Il fanciullo era diventato rosso sino alla radice dei capelli, aveva fatto una smorfia che voleva essere un sorriso, e aveva appiccato un bacio tanto forte sulla guancetta della bimba, che questa s'era messa a strillare. Così li avevano fidanzati sin dal nascere; e a mantenere sempre viva quell'idea ne' loro piccoli cervelli, la nonna alludeva, don Bastiano e donna Rosaria alludevano, don Alessio, donna Costanza, le serve…. fino i gatti di casa: tutt'e due ricchi, tutt'e due figli unici, era naturale: la sposa non avrebbe cambiato nemmeno di cognome. Essi soli non pronunziarono parola che accennasse a quell'accordo de' parenti: però la piccola Lola, sin dall'età della ragione cominciò ad imporsi con certe prepotenze di donnina viziata, a tenergli il broncio come un'amante quand'egli non le andasse a' versi, e Giovanni a fare ogni suo volere, benchè non fosse tanto pieghevole. Egli passava alla villa le feste e le vacanze. Facevano a rincorrersi o a rimpiattino, scorazzavano pe' campi, saccheggiavano il frutteto, alzavano casette e forni con pezzi di mattoni e terra bagnata, riempendo la casa, per solito silenziosa, delle loro risa e delle loro grida infantili, insudicciandosi, e facendo spazientire la zia. Fin la partita disturbavano la sera, e, cosa incredibile, don Alessio li lasciava fare sorridendo.
Ma un bel giorno Giovanni arrivò col babbo. Veniva a salutare lo zio, la zia e la cuginetta, prima di partire per Palermo: aveva compiti i dieci anni e la nonna aveva detto: è tempo ch'egli entri in collegio.
I due cugini non si videro che dopo sette anni. Il ragazzo s'era cambiato in un bel giovinetto che si pavoneggiava un pochino nella divisa di colleggiale di panno turchiniccio con le mostre rosse, la bimba in una fanciulla, che, a cagione del suo sviluppo precoce, mostrava più anni di quelli ch'avesse realmente. Dovettero pensar certo alle allusioni che s'eran fatte in famiglia sul loro avvenire, poichè si guardarono timidamente, arrossirono, si confusero, non seppero se non balbettare poche parole. Don Alessio e donna Costanza sorrisero e la vecchia serva dette loro d'occhio.
Agosto, settembre e ottobre, passarono come in un sogno delizioso. Oh, le belle passeggiate ne' dintorni! le scorpacciate di more sotto al grand'albero, con la faccia e le mani impiastricciate di rosso, facendo a rubarsi le più grosse, e le più mature! Oh, le belle sere passate al lume di luna nell'aia, sdraiati sulla paglia, a sentire l'allegre canzoni de' contadini, accompagnate dallo scaccia pensieri; o i cori stupendamente intonati con quelle cadenze larghe e malinconiche che fan vibrare le parti più riposte del cuore! E la raccolta delle frutta nell'autunno, e la vendemmia con i balli nel prato al suono dello zufolo accompagnato dall'accordo delle voci dopo la tramuta! Sì che lo studente, ritornato a Palermo, alzava la faccia spesso dal libro, e con l'anima inondata di mesta tenerezza, restava assorto in que' ricordi, fra' quali si moveva la figura della cugina col visino bianco tanto simpatico, e gli occhioni bruni e le grosse trecce nere che soleva portare sulle spalle. E or la vedeva seduta in casa, curva sul suo lavoro d'ago o di ricamo; or in mezzo a' campi per la viottola costeggiata di siepi di sambuco, con una rosa fra' capelli; or seduta nell'aia col bel viso illuminato in pieno dalla luna; or sotto al gelso, a rizzarsi sulla punta de' piedini, e stender la mano per cogliere una grossa mora: la manica del vestito scivolando, lasciava a nudo un braccio bianco come neve: oh, quella manica caramente indiscreta! Allora sì, aveva un bel rileggere il periodo, fare tutti i suoi sforzi per carpirne il senso; dopo due o tre parole la mente ricorreva dietro a quel caro fantasma. Pensava con un dolce trasalimento che una volta in cui lei gli mostrava certi cardellini che un contadinetto le aveva portati la mattina stessa, le loro mani s'erano incontrate nel carezzarli, ed essa s'era fatta rossa rossa: ricordava anche com'era vestita quel giorno…. d'una veste di mussola azzurro cupo, con delle mostre di tela color caffè crudo, aveva sul capo, e annodato sotto il mento, un fazzoletto di seta bianca: pensava che l'ultima volta ch'egli lasciò la villa, nell'accomiatarsi, aveva tenuto a lungo fra le sue la mano che la fanciulla gli abbandonava, e s'erano guardati a lungo negli occhi: quel suo sguardo l'aveva accompagnato come una carezza nel montare a cavallo, nel voltarsi indietro a salutar per l'ultima volta là dove la via si perde fra gli alti castagni che nascondono la vista della spianata… gli pareva di vederlo ancora dopo tanto tempo. E assaporava tutta la dolcezza di que' ricordi, provava la tristezza della lontananza, il desiderio di quel luglio nella cui metà si solevano dar le vacanze, immaginava eventi per i quali la sua presenza fosse inesorabilmente necessaria, ne' luoghi a lui ora tanto cari.
Però l'amore a quell'età soggiace all'incostanza dell'anima ancora fanciulla: oggi è fiamma, domani cova sotto le ceneri, o si spegne del tutto. L'esser libero per la prima volta in una grande città, i divertimenti, gli amici con le loro tentazioni, lo distrassero: i ricordi si presentarono meno vivi, i pensieri non più caldi e insistenti come prima: cominciò con qualche scappatella, sinchè ruppe la cavezza affatto, e la fanciulla fu quasi dimenticata.
In quel torno la nonna cadde malata gravemente. Giovanni chiamato in fretta da Palermo, arrivò appena in tempo per baciarle la mano l'ultima volta. Passato il lutto, s'aprì il testamento. Ma la vecchia aveva fatto prima delle donazioni a don Bastiano, il testamento non era tanto chiaro, don Alessio si piccò per un nonnulla, e messe su causa. Con la causa nelle due famiglie entrò una certa animosità, sicchè cessarono dal vedersi.
A Giovanni ciò non fece nè caldo nè freddo: ora egli aspettava con impazienza la fine delle vacanze per tornare a divertirsi in città, dove anzi si diceva che il signorino facesse il cascamorto con la figlia d'un ricco negoziante.
Intanto in paese, per non perder tempo, guardava con fissità da facchino le grosse figlie del cancelliere della pretura, che andavano in sollucchero civettando della maniera più grottesca; faceva la posta alle servotte che andavano all'acqua in piazza, sull'imbrunire. Le pedinava; sussurrava loro dietro delle parolacce e delle proposte; ne ghermiva qualcuna in un vicolo deserto o sotto a un arco buio. Ciò secondo lui era essere un giovine di spirito, uno che sappia davvero cosa vuol dire far vita.
—Che caro pazzo, dicevan tutti. E se ne imitavano le mode, se ne scimmiottavano le maniere, si ricercava la sua compagnia, la sua amicizia.
La sera in Casino si faceva crocchio attorno a lui; egli raccontava le sue avventure, con parole molto libere, tra le grasse risate, e gli sguardi accesi di voglia di quei più o meno barbuti signori, tra gli ammicchi e' sogghigni dei giovinastri, de' quali qualcuno s'alzava rosso come un gambero, e spariva per tutta la sera. Gli attempati anzi affettavano di dargli dei consigli, infilando famigliarmente il braccio sotto al suo: tutto ciò per strappargli delle confidenze: come stesse a quattrini, se era in via di rovinare il babbo, poveretto, un uomo che non se lo meritava davvero. E lasciatolo appena, andavan dicendo roba da chiodi de' fatti suoi. Aveva le mani bucate quel giovine; quella casa era bell'e ita; non era credibile quanti debiti avesse quel poco di buono a Palermo; una sera, nientemeno, aveva speso mille lire per una cena in un certo locale…. in un certo costume…. cosa da far nausea addirittura!
—Uh, chi gli darà la figliuola ora a quel vizioso? A pronuncia! esclamano le mamme, segnandosi col pollice sulla fronte, come per scacciarne la tentazione.
Trascorsero cinque anni. Si decise la causa che vinse don Bastiano. Si misero di mezzo alcuni amici intimi, e i due fratelli pacificarono. In quell'occasione si pianse di commozione e di gioia; nessuno però ne provò tanta quanto la giovinetta, oramai sicura di rivedere il suo Giovanni. Essa non aveva scordato le belle passeggiate, e le canzoni dell'aia, e i balli dell'autunno. Lo amava di più anzi quell'ingrato che non s'era fatto più vivo, forse per quel che sentiva raccontare della sua vita sbrigliata (è così fatta la natura umana) forse perchè come certi teneri cuori non doveva amare che una sola volta.
Si rividero. Arrossirono come al solito sino al bianco degli occhi, balbettarono come al solito, e passata la prima commozione provarono tutt'e due una viva tenerezza.
—Dio, come s'è fatto bello! pensò l'una tutto il giorno.
—Come s'è fatta bella! pensò l'altro. E in capo a poche settimane non solo tornò ad amarla come prima, ma confessò a sè stesso che oramai non poteva vivere senza di lei.
Tuttavia malgrado ciò, malgrado fosse compreso dal fascino che facevan sempre più crescere i colloqui intimi ne' quali parlavano del più e del meno con tenere inflessioni nella voce, le carezze degli occhi, certi rossori subitanei, certi dolci sorrisi, certi tocchi innocenti…. que' mille nonnulla insomma che per gli innamorati sono tante incantevoli rivelazioni, non osò mai farle una dichiarazione. Egli tanto ardito con l'altre donne, dinanzi a lei diventava timidissimo. Aveva tentato diverse volte cercando di farsi coraggio con tutti gli argomenti possibili, ma inutilmente: non poteva pronunziarla quella parola che il cuore gli spingeva sulle labbra, e non s'accorgeva ch'essa stava ad aspettarla ogni volta tutta tremante.
Un giorno però ardì rubarle un guanto. Era un piccolo guanto grigio, molto sciupato, che cacciò rapidamente nel taschino del panciotto: e ne lo cavava fuori spesso, e lo baciava, e ne aspirava l'odore con certi dolci fremiti, come se sotto al naso e sulle labbra, ci avesse la piccola manina della fanciulla con la punta dell'indice punzecchiata dall'ago.
Lola lo cercò con una singolare insistenza; fece un mondo di domande al cugino…. avrebbe fatto supporre essersi accorta ch'era stato lui a prenderglielo. Quel guanto ebbe la virtù di guarire in certo modo il giovine dalle sregolatezze passate. Ora era agitato d'altri pensieri. Aveva ventitre anni e si sentiva stanco di quella vita da scapestrato…. Oh, la vita beata coniugale, nella pace, tra una nidiata di figlioletti rosei e ricciuti, senza cure e senz'impicci! E provava una dolcezza infinita. Gran destino era il suo che quella benedetta nonna avesse disposto ch'egli doveva prendere la laurea prima d'ammogliarsi!… Basta, era il penultim'anno quello, e per di più n'era passata la metà: un anno e sei mesi si fanno sur un piede, che diavolo!
Anche la sua timidità era scomparsa dopo quell'atto ardito; almeno egli lo credeva: anzi aveva giurato a sè stesso che, arrivato a Badalà, non si sarebbe lasciata sfuggire la prima occasione favorevole; l'avrebbe pronunziata quella parola che doveva rendere completa la sua felicità.
E aspettò le vacanze in preda a un'impazienza vivissima.