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IV. L’URAGANO

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Era proprio il cetaceo che Harwey aveva ramponato dinanzi all’arcipelago delle isole Aleutine e che dopo due, tre, quattro giorni di continua fuga era colà andato a spirare.

Il mostro portava ancora nel fianco l’arma che l’aveva ucciso alla quale era attaccata la lenza colla «droga» portante le cifre del «Danebrog».

Sul suo ventre e sulla enorme testa che era un po’ affondata si vedevano le procellarie, i gabbiani, le urie e le strolaghe cibarsi delle sue grasse carni. Ve n’erano delle migliaia ed altre ancora accorrevano da tutte le parti dell’orizzonte per prendere parte al lauto banchetto.

Il «Danebrog», abilmente diretto da mastro Widdeak, venne a collocarsi a fianco del cetaceo, attorno al quale nuotavano già, ma senza arrischiarsi ad addentarlo, tanta è la paura che destano in tutti gli abitanti del mare siffatti giganti, numerosissime torme di smisurati pescicani.

– È un bel mostro – disse Koninson gettando gli occhi su quell’enorme massa. – Scommetterei che misura diciannove metri

– E forse di più disse il tenente. – Ci darà almeno novanta tonnellate d’olio.

– Ci vorrebbe una bestiaccia così ogni settimana. Si diventerebbe ricchi in una sola stagione.

– Al lavoro, giovanotti! – gridò il capitano. – Bisogna far presto se si vuole uscire dallo stretto di Behring prima della comparsa dei ghiacci.

Mastro Widdeak fece calare in mare una baleniera e vi saltò dentro con sei uomini armati di palette taglienti, abbordando il cetaceo alla testa. Con parecchi vigorosi colpi aprirono il labbro inferiore, entrarono nella enorme bocca e intaccarono la lingua, enorme massa oleosa del peso di parecchie tonnellate e che, ben cucinata, è un cibo non disprezzabile.

Mentre il mastro operava da quel lato, Koninson, seguito da parecchi marinai, tagliava un fitto strato di grasso in prossimità della testa, facendolo passare, senza però spezzarlo, a bordo.

Quando la lingua fu ritirata in coperta, i marinai cominciarono a far girare lentamente l’enorme cetaceo, il quale presentò presto il dorso irto di strane protuberanze.

Il tenente Hostrup e quattro uomini armati di scuri, con mille precauzioni, per non cadere in mare raggiunsero il cranio che tosto sfondarono per raccogliere quel prezioso olio che è conosciuto in commercio sotto il nome di «bianco di balena» e viene specialmente adoperato nella fabbricazione delle candele e dei saponi di lusso.

Quest’olio, o meglio questo spermaceto, è bianco, brillante, perlaceo e si trova in un canale allungato che forma, riunendosi, le ossa del cranio con quelle della faccia. Nell’animale vivo è fluido, ma nell’animale morto lo si trova coagulato e talvolta il canale, ne contiene più di quattro tonnellate. Ordinariamente però non sono che tre, e tante appunto ne conteneva il capodolio abbordato dal «Danebrog».

Raccolto lo spermaceto che si vende ad un prezzo piuttosto elevato, i marinai continuarono a far girare il cetaceo strappandogli la cotenna che appena a bordo veniva tagliata a pezzi e ammucchiata grossa a poppa, dove erano già state apparecchiate sul fornello delle caldaie della capacità di quattrocento cinquanta litri, per la fusione.

Ben presto la coperta della nave baleniera offrì una scena selvaggia. Quelle nubi di fumo nere, puzzolenti, che s’alzavano dai fornelli alimentati dai frammenti di tessuto cellulare del cetaceo; quelle caldaie che bollivano spandendo all’intorno un odore ancora più nauseante; quelle masse grasse che venivano gettate da tutte le parti spandendo veri rivi d’olio; quel sangue che salendo dalla cotenna arrossava la tolda e le murate quei marinai scalzi imbrattati di sudiciume e armati di coltelli di ogni dimensione, quel carcame enorme che mostrava le carni rossastre e le costole gigantesche, e quelle migliaia e migliaia di uccelli che s’incrociavano in tutti i versi, mescendo le loro rauche grida ai comandi degli uomini, ai brontolii delle caldaie e ai tuffi dei mostruosi pescicani, formavano uno strano quadro.

Le tenebre però, in breve, posero fine allo smembramento del carcame. Il capitano Weimar, che aveva lavorato anche lui come l’ultimo dei suoi marinai, fece distribuire, dopo la cena, una larga razione di «gin» e, fatta assicurare la nave con due solide àncore, affinchè non venisse gettata verso la costa che non era molto lontana, ordinò il riposo.

All’indomani il lavoro fu ripreso per tempissimo e con maggiore alacrità. La cotenna fu interamente tirata a bordo, poi vennero strappati i denti che quantunque composti di un avorio non troppo bello hanno pure qualche valore, parte dei muscoli che danno una colla eccellente, i tendini, grande quantità di ossa dalle quali si ricava il nero animale e finalmente il canale ove nascondesi spesso l’«ambra grigia», materia preziosissima che tramanda un profumo delicatissimo molto ricercato dalle eleganti americane ed europee, tanto poco densa che galleggiava sull’acqua e che altro non è se non un escremento alterato, una parte d’alimento infine, incompiutamente digerito.

Koninson ne trovò sei pezzi, nel canale del capodolio, dei peso di cinque o seicento grammi ciascuno e di forma irregolare.

Alle 6 del pomeriggio più nulla vi era da trarre dalla carcassa.

Il capitano, che aveva molta fretta di raggiungere lo stretto di Behring per arrivare alle coste della Giorgia prima della comparsa dei ghiacci fece spiegare le vele, e alle 7, dopo due lunghe bordate, il «Danebrog» lasciava la baia di Norton colla prua nord-nord-est, portando con sè oltre novanta tonnellate di materie grasse una parte delle quali erano state già fuse, ottenendo un olio giallastro, d’un sapore di pesce rancido, della densità di 0,927 e che non doveva gelare che a 0°.

Fuori dalla baia il mare era un po’ agitato a causa di un forte vento di nord-ovest, freddo assai e che tendeva a crescere. Per di più, per il cielo correvano dei nuvoloni di una tinta biancastra, saturi di elettricità e che non presagivano nulla di buono.

– Temo che si scateni un uragano – disse il capitano abbordando il tenente che passeggiava, in coperta colle mani in tasca e la pipa in bocca.

– Danzeremo! – si accontentò di dire il flemmatico uomo.

– Ma molto forte, signor Hostrup. Ho notato che il barometro si abbassa rapidamente e che lo «storm-glass» si decompone assai. Vorrei già essere lontano dai pericolosi paraggi dello stretto.

– Bah! Il «Danebrog» è un eccellente veliero che se ne infischia degli uragani, capitano.

– Non dico di no. Spero che se la caverà bene anche questa volta.

– Verso le 10 di sera, la massa delle nubi diventò più densa e il mare cominciò ad alzarsi. Numerose procellarie correvano sopra le spumeggianti creste dei flutti, gettando rauche strida. Si sarebbe detto che quei funesti uccelli invocassero la tempesta che stava per scoppiare.

Il capitano, temendo che l’uragano si scatenasse da un momento all’altro, rimase in coperta fino ad ora tardissima, ma vedendo che il vento, quantunque soffiasse irregolarmente, non mutava direzione si ritirò nella sua cabina dopo aver fatto chiudere i pappafichi e i contra e terzarolare le vele basse.

La notte infatti passò abbastanza tranquillamente. Non vi furono raffiche violente nè cavalloni molto alti.

Il 31 però la massa delle nubi divenne più densa e più nera, abbassandosi tanto da credere che volesse tuffare i suoi lembi nel mare. Il vento crebbe di violenza girando da sud a sud-est, fischiando in mille guise attraverso gli attrezzi e sollevando gigantesche ondate che andavano coprendosi di bianchissima spuma.

Ben presto si udì in lontananza il tuono e alcuni lividi lampi illuminarono i neri vapori che allora correvano disordinatamente come cavalli sbrigliati.

Il capitano fece chiudere buona parte delle vele e salire in coperta tutto l’equipaggio. Il lupo di mare prevedeva un uragano violentissimo e voleva essere pronto a sostenerne gli attacchi.

Verso le 11 del mattino il mare diventò burrascosissimo e il vento ancora più impetuoso. Non erano onde, ma vere montagne d’acqua quelle che correvano urtandosi furiosamente. Non si udivano che i mille muggiti del vento, lo sbattere delle vele e dei cordami, il gemito degli alberi, le grida dei marinai e le strida delle procellarie.

Il «Danebrog», guidato dall’abile mano di mastro Widdeak, si comportava valorosamente, fendendo le onde col suo acuto e solido sperone, ma dopo qualche ora si trovò in una situazione così scabrosa che fece illividire il viso a più di un marinaio e aggrottare la fronte persino al flemmatico tenente.

Il vento aveva allora raggiunto la straordinaria velocità di 27 metri al minuto secondo, velocità che solo raggiunge nelle grandi tempeste, e alle quali ben poche navi resistono. Infatti il «Danebrog» si sentiva trascinare via con velocità incalcolabile, andando attraverso le onde che si rimescolavano orribilmente empiendo l’aria di mille muggiti, tuffando spesso il tribordo nell’acqua. Gran parte delle sue vele, in meno che non si dica, furono lacerate e strappate dai pennoni, compromettendo così molto seriamente la sua stabilità.

Il povero legno, che non obbediva quasi più al timone, traballava disordinatamente, ora salendo i cavalloni, ora precipitando negli avvallamenti dove minacciava di venire per sempre inghiottito: gemeva, perdeva ora un pezzo di murata, ora un attrezzo della coperta. C’erano certi momenti che tanta era la massa dell’acqua che si slanciava sopra i suoi bordi, da non sapere se galleggiasse ancora o fosse per andare a picco.

Il capitano Weimar, aggrappato alla ribolla del timone con a fianco mastro Widdeak, malgrado la gravità della situazione, conservava un ammirabile sangue freddo e comandava con voce tonante la manovra.

Il tenente aggrappato ad una catena di prua faceva eseguire gli ordini con voce tranquilla, come se si trovasse in una solida casa, anzichè su una nave che da un momento all’altro poteva sfasciarsi.

I marinai, scalzi, seminudi, senza berretti, inzuppati d’acqua, i volti lividi per il terrore, si tenevano stretti stretti alle murate o alle sartie, o ai bracci delle vele inferiori, cogli occhi fissi sui comandanti, pronti a eseguire le manovre. Di quando in quando qualcuno di loro, investito da un colpo di mare, veniva trascinato per la coperta o gettato contro gli alberi, riportando talvolta delle contusioni di qualche gravità. E uno fu persino sbattuto fuori dalla murata e si salvò solamente aggrappandosi prontamente ad una gru.

Alle 9 pomeridiane, cioè dopo tredici ore di ostinatissima lotta, il «Danebrog» che aveva sempre camminato con una celerità superiore ai dodici, e qualche volta ai tredici nodi, si trovava a breve distanza dallo stretto di Behring. Già la costa americana, al chiarore di un lampo era stata scorta a sette od otto miglia sopravvento.

Il capitano Weimar mandò due uomini sulla gran gabbia, affinchè fossero pronti a segnalare le isole Diomede che sorgono in mezzo allo stretto, e contro le quali poteva venire spinto il «Danebrog».

Alle 10 una raffica furiosa si rovesciò sulla nave, la quale, presa di traverso, fu violentemente rovesciata su di un fianco. Un immenso grido di spavento echeggiò sulla coperta mescendosi a urli della tempesta. Tutti i marinai credettero che non si risollevasse mai più.

Fortunatamente Koninson, che si trovava presso i bracci della vela di maestra con pochi colpi di scure tagliò le manovre. Ciò bastò perchè la nave riprendesse il suo equilibrio prima che le onde si precipitassero sulla tolda.

Quasi subito successe una breve calma. Le nubi, violentemente squarciate da quel furioso colpo di vento, mostrarono per alcuni istanti il sole, che in quelle latitudini elevate, nella stagione estiva, si può dire che non tramonta mai.

L’effetto prodotto da quella luce dorata sullo sconvolto mare fu stupendo, ma durò pochi istanti. Le nubi richiusero quello strappo, la semi-oscurità tornò a stendersi sui flutti e il vento ricominciò a ruggire con maggior forza, spingendo innanzi a sè la nave, alla quale non restavano più che la vela di trinchetto e la randa dell’albero di mezzana.

Ad un tratto si udirono i gabbieri gridare:

– Terra a prua!…

Il capitano affidò il timone a mastro Widdeak e si slanciò, nonostante i violenti rollii, a prua dove l’aveva già preceduto il tenente.

Ad una distanza di quattro miglia il mare si sollevava a prodigiosa altezza intorno al gruppo delle Diomede formato dall’isola Ratmanoff che è la più grande, dalla Krusenstern che è la mezzana e da Ferway che è un arido scoglio.

– Bisogna tenersi al largo assai, capitano! – disse il tenente

– Mi metterò io al timone! – rispose Weimar. – Fate preparare alcune vele di ricambio.

– Temete che scappino quelle spiegate?

– Se giunge una raffica forte quanto quella di prima non potranno resistere, ne son certo.

Il capitano ritornò a poppa e prese la ribolla del timone mentre il tenente faceva portare in coperta alcune vele.

Il «Danebrog» era giunto nello stretto, il quale è largo ben 83 chilometri fra il capo orientale dell’Asia e il capo di Galles dell’America e profondo assai.

Qui il mare era orribilmente agitato. Le onde, spinte dal vento, si schiacciavano, per così dire, fra due coste, quantunque, come si disse, queste siano assai distanti l’una dall’altra; e si frangevano furiosamente contro le isole lanciando sprazzi di spuma a tale altezza che questi toccavano le nere frange delle nubi.

A mezzanotte il «Danebrog» giungeva dinanzi all’isola Ratmanoff, sulla quale volteggiavano disordinatamente migliaia di uccelli marini.

D’improvviso, quando i marinai si credevano già quasi fuori di pericolo, una raffica furiosa investì la nave che tuffò più di mezza prua nel seno degli spumanti flutti. Gli alberi si curvarono come fossero semplici stecchi, poi si udirono due scoppi violenti seguiti da urla di terrore. Le due vele strappate dai pennoni volarono via come due immensi uccelli. Il capitano Weimar, malgrado il suo straordinario coraggio, impallidì.

– Una vela! Una vela o siamo perduti! – gridò.

Infatti il «Danebrog», senza un brano di tela, veniva spinto dalle onde e dal vento contro l’isola Ratmanoff che mostrava i suoi scogli a meno di quattro gomene di distanza.

Il tenente, Koninson, mastro Widdeak e una decina di marinai malgrado le disordinate scosse che li atterravano, tentarono di spiegare una trinchettina, ma le onde che si precipitavano in coperta e i soffi tremendi del vento, rendevano quell’operazione quasi impossibile.

Tre volte la vela fu innalzata fino al pennone e tre volte il vento l’abbattè e con essa gli uomini.

Allora un grande spavento si impadronì del l’equipaggio. Alcuni marinai perduta completamente la testa per il terrore, si misero a correre per la coperta sordi ai comandi e alle minacce dei capi. Altri, non meno spaventati, si gettarono sulle baleniere.

Il «Danebrog», semi-rovesciato su un fianco, coperto d’acqua ad ogni istante, andava sempre attraverso le onde malgrado gli sforzi disperati del capitano che non aveva abbandonato la ribolla.

Ad un tratto avvenne un urto formidabile sul tribordo, seguito da un crepitio sinistro. Il capitano, il tenente e i marinai furono violentemente rovesciati in coperta.

Quando si risollevarono il «Danebrog» non correva più. Si era arenato a una sola gomena dall’isola, in mezzo ad un gruppo di scoglietti le cui punte nere uscivano dalle onde.

I pescatori di balene

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