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Capitolo IV. Il dottore bianco

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La stanza del generale era ampia e arredata con molto buon gusto, quantunque predominasse in tutti i mobili lo stile cinese piuttosto che il siamese.

Le pareti erano coperte di quella meravigliosa carta di seta, con fiori, uccelli, lune e draghi, così cara ai Cinesi; il soffitto era tutto scolpito e dorato, il pavimento di porcellana a disegni stravaganti, che raffiguravano animali fantastici. Alle finestre ricche tende di seta verde cupe, nel mezzo un ampio letto di forme massicce, con coperte di seta e una zanzariera poi qua e là, negli angoli e lungo le pareti, divanetti, mobili leggerissimi laccati ed incrostati d’avorio e d’argento, poi vasi giapponesi e Cinesi, e vasi Siamesi d’oro, meravigliosamente cesellati; e di fronte al letto, su una mensola di ebano, una statuetta di Sommona Kodom.

Appesi alle pareti, disposti con un disordine pittoresco, si vedevano tondi istoriati di antichissima porcellana, armi di varie specie, e drappi preziosi tempestati di rubini, che ricordavano nei loro disegni e nelle loro tinte gli splendidi tessuti dei Birmani.

Lakon-tay, appena entrato, si diresse lentamente verso un angolo in cui, sopra una mensola d’argento, si vedeva una larga spada dalla lama diritta a due tagli, colla guardia piccolissima, specie di enorme rasoio. Era la sua catana di guerra, un’arma di fabbrica giapponese, taglientissima, già tinta e ritinta un tempo nel sangue dei Birmani e dei Cambogiani.

La impugnò con mano ferma e la guardò per alcuni istanti, alla luce della lampada azzurra che ardeva proprio sopra il letto; poi, senza che un muscolo del suo viso trasalisse, se l’accostò alla gola.

Ad un tratto però abbassò l’arma, poi la gettò su uno dei divanetti.

«No,» disse. «Il sangue farebbe troppa impressione alla dolce Len-Pra.»

Stette un momento irresoluto, poi si diresse verso un tavolino giapponese, su cui stavano parecchi vasi di porcellana, delle tazze e delle caraffe piene d’acqua e di liquori.

«La morte mi coglierà nel sonno,» mormorò.

Aprì uno di quei vasetti e ne tolse una palla di colore brunastro, grossa come una piccola noce di cocco, che tagliò a metà con un coltello dal manico d’oro. Levò dall’interno, che era un po’ molle, un pezzetto che gettò in una tazza già piena d’acqua.

Mescolò per alcuni minuti finché quel pezzetto di pasta fu sciolto, alzò la tazza e la vuotò d’un fiato.

Poi attraversò la stanza, sempre calmo, sempre impassibile, e si adagiò sul letto, mormorando: «Addio, mia dolce Len-Pra. Possa la mia morte placare la collera del re e salvarti dalla schiavitù.»

Un tremito scosse il suo corpo.

«Ecco il sonno eterno che si avanza,» mormorò ancora.

E chiuse le palpebre divenute pesantissime, mentre sulla veranda l’uccello della notte faceva echeggiare per tre volte di seguito il suo funebre grido.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Feng, il paggio affezionato, che nutriva verso il generale una devozione senza limiti, aveva intuito che Lakon-tay maturava nel suo cervello, eccitato dalla disgrazia che ormai stava per coglierlo, un triste disegno.

Già, nel Siam, il suicidio è cosa comune quanto nel Giappone. Un alto personaggio che cade in disgrazia, difficilmente osa affrontare la derisione dei personaggi che un giorno gli furono inferiori, e non sa rassegnarsi alla caduta.

Preferiscono suicidarsi, perché fra i Siamesi, cosa davvero inesplicabile per un popolo che si fa un dovere di non uccidere l’animale più nocivo e di non schiacciare il più vile insetto, il suicidio è considerato come un trionfo ed una sublime virtù.

Anzi colui che si impicca è perfino creduto degno di pubbliche lodi, chissà per quali strane e vecchie costumanze, e si decreta al suo cadavere un’apoteosi.

Feng, che era stato raccolto ancora fanciullo sui confini del Laos, in un villaggio di selvaggi Stienghi devastato dalla guerra, conosceva ormai da troppo tempo il suo padrone per non indovinarne i pensieri. Il suo istinto d’uomo selvaggio l’aveva avvertito che una ben più grave disgrazia stava per piombare sulla casa e colpire soprattutto la dolce Len-Pra.

Quindi, appena terminata la cena, si era celato fra i vasi di peonie che abbellivano la veranda, deciso a impedire al padrone di sopprimersi.

L’aveva veduto soffermarsi sulla terrazza, aveva udito le sue parole, aveva udito pure il funebre grido dell’uccello della notte che presagiva una imminente disgrazia.

Non osando però seguirlo appena era entrato nella stanza, non aveva avuto il tempo di vederlo prendere la catana; era giunto invece dinanzi ai vetri della porta quando il generale stava vuotando la tazza.

Dapprima credette che avesse trangugiato un bicchiere d’acqua o di trau, ma vedendolo poco dopo sdraiarsi sul letto e rimanere immobile, come fulminato, il sospetto che avesse bevuto qualche veleno gli balenò istantaneamente nel cervello.

Risoluto a strapparlo a qualunque costo alla morte, il bravo giovane, in preda ad un profondo turbamento, spinse poderosamente la porta, la quale, non essendo stata chiusa internamente, cedette al primo urto. In due salti fu presso il letto.

Lakon-tay, pallidissimo, coi lineamenti solo un po’ alterati, dormiva o pareva dormisse profondamente. Il suo respiro però era affannoso e attorno ai suoi occhi cominciava ad apparire un cerchio azzurrastro.

«Che cosa può aver bevuto il mio padrone?» si chiese Feng con angoscia.

Si precipitò verso il tavolino su cui stava ancora la tazza, e un grido gli sfuggì: Aveva scorto la palla di materia brunastra tagliata in due, che Lakon-tay non aveva più ricollocata nel vaso di porcellana.

«Ha bevuto dell’oppio disciolto nell’acqua!» esclamò. «Disgraziato padrone!»

Si precipitò fuori della stanza, attraversò in un lampo la veranda ed entrò come una bomba nel salotto.

Len-Pra, inquieta per i discorsi fatti dal padre, vi era tornata, non essendo riuscita ad addormentarsi. Anch’essa aveva udito le grida dell’uccello notturno e, superstiziosa al pari delle sue compatriote, le era balenato il pensiero che una disgrazia stesse per piombare sulla casa.

Vedendo entrare Feng cogli occhi dilatati dal terrore, il viso sconvolto, ansante, mandò un grido.

«Feng!» esclamò. «Che cos’hai?»

«Un medico, signora… tuo padre… suicidato… l’oppio…»

«Qui!… di fronte!… dallo straniero dalla pelle bianca… Ah! Padre mio!»

Feng era già nel vestibolo, urtando i servi che accorrevano da tutte le parti perché avevano udito il grido di Len-Pra. Scese a precipizio i gradini e si slanciò nella via.

Di fronte alla phe del generale, s’alzava un’elegante palazzina di legno, col tetto acuminato e le grondaie arcuate, di stile più cinese che siamese, e colla solita veranda.

Feng salì rapidamente i tre gradini, e col manico del coltello, che teneva nella fascia, percosse fragorosamente ed a più riprese il disco di bronzo sospeso sopra la porta, gridando contemporaneamente:

«Aprite, signor uomo bianco! Il mio padrone muore!»

Alla seconda battuta la porta si aperse e comparve un uomo vestito di bianco, con in capo un casco di flanella pure bianca, come usano gl’inglesi e gli olandesi nelle loro colonie d’oltremare, e con in mano una lanterna cinese coi vetri di talco.

Era un bel giovane di venticinque o ventisei anni, di statura piuttosto alta, di forme eleganti ed insieme vigorose, dalla pelle un po’ abbronzata, cogli occhi nerissimi ed i capelli e la barba pure neri.

«Chi muore?» chiese in buon siamese.

«Il mio signore, Lakon-tay.»

«Il ministro dei S’hen-mheng?» esclamò l’europeo con stupore.

«Si è avvelenato, signore.»

«Attendi un istante.»

L’europeo rientrò nella palazzina, in preda ad una visibile emozione, poi ne uscì di nuovo tenendo in mano una cassetta di legno laccato, contenente probabilmente degli antidoti.

«Presto, precedimi,» disse brevemente.

Attraversarono velocemente la via e salirono nell’abitazione del ministro, facendosi largo fra i servi, che gridavano e piangevano sulle scale, strappandosi le vesti e graffiandosi i volti.

«Ordina a questi uomini che stiano zitti,» disse l’europeo allo Stiengo. «Non è colle grida che si guarisce un moribondo.»

Preceduto da Feng, attraversò la veranda ed entrò nella stanza del ministro.

Len-Pra, cogli occhi pieni di lacrime, in preda ad una disperazione straziante, vegliava sola al capezzale di suo padre, sforzandosi, ma invano, di destarlo da quel sonno che a poco a poco lo traeva verso la morte.

Vedendo entrare l’europeo, gli si precipitò incontro, gridandogli con voce singhiozzante:

«Salvatelo, signore, e tutto il tesoro di mio padre sarà vostro.»

Il giovane si limitò a sorridere ed a scoprirsi il capo, figgendo i suoi occhi nerissimi in quelli della graziosa fanciulla. Poi s’avvicinò al letto e tastò il polso di Lakon-tay.

«Siamo in tempo,» disse. «La morte non sarebbe giunta prima d’un paio d’ore. Non temete, fanciulla, io lo salverò.»

«Fatelo, e tutto vi apparterrà, ed io vi sarò riconoscente finché avrò un soffio di vita.»

L’europeo per la seconda volta sorrise, dicendo a mezza voce:

«Mi basterà la riconoscenza della bella Len-Pra.»

S’avvicinò al tavolo, su cui stavano ancora la tazza e la palla d’oppio che Lakon-tay aveva tagliato quasi per metà.

«È parna,» disse, «l’oppio migliore, ma anche il più pericoloso. Bah! Vinceremo la sua potenza mortale.»

Aperse la cassetta, ne estrasse una fiala contenente un liquido color del rubino e versò in una tazza alcune gocce, aggiungendovi poi dell’acqua. Il liquido spumeggiò per qualche istante spandendo un odore acuto, poi tornò limpido.

«Ciò basterà per salvare vostro padre, Len-Pra,» disse il giovane medico.

S’impadronì d’un coltello colla lama d’acciaio e il manico d’oro che aveva veduto su una mensola, s’appressò al letto, aperse a forza i denti del generale e gli versò in bocca la misteriosa miscela.

Tosto un fremito scosse il corpo di Lakon-tay, fremito che durò qualche minuto, e la respirazione, che poco prima era affannosa, divenne quasi subito regolare e tranquilla.

«Salvato?» chiese Len-Pra, alzando sull’europeo i suoi begli occhi bagnati di lacrime.

«Aspettate un quarto d’ora o venti minuti, e vostro padre aprirà gli occhi.

Ah! Quegli indiani hanno degli antidoti veramente meravigliosi, che gli Europei, con tutta la loro scienza, non hanno potuto ancora trovare. È stata una vera fortuna, Len-Pra, che abbiate pensato a me. Non so se un altro medico, e specialmente uno dei vostri, avrebbe potuto strappare vostro padre alla morte. La dose d’oppio era forte, ma…»

«Dite, signor dottore.»

«Quale dispiacere può aver spinto vostro padre, ministro potente ed invidiato, favorito del re, valoroso fra i valorosi, a cercare la morte?»

«Non lo so, signore. Era tornato questa sera assai turbato e triste.»

«Che sia morto l’ultimo S’hen-mheng?» disse il medico. «Mi hanno detto che ieri mattina era assai ammalato e che alla corte regnava una profonda preoccupazione.»

«Il S’hen-mheng morto!» esclamò Len-Pra facendo un gesto di disperazione.

«Sì… morto…» mormorò una voce presso di lei.

Lakon-tay aveva aperto gli occhi e si era alzato, appoggiandosi sui gomiti.

Len-Pra gettò un grido di gioia.

«Ah! Padre mio!»

Il generale rimase immobile, cogli occhi dilatati, guardando ora la figlia ed ora lo straniero, certo stupito di trovarsi ancora vivo.

«Padre mio!» gridò nuovamente Len-Pra. «Non rimproverarmi d’averti strappato alla morte.»

La fronte del generale, che prima si era aggrottata, si rasserenava.

Gettò ambe le braccia al collo di Len e se la strinse al petto con un moto improvviso, dicendo:

«Perdonami, mia dolce Len, se io avevo cercato fra le braccia della morte di sottrarmi alla disgrazia che piomberà sulla nostra casa, ma al vecchio generale era mancato il coraggio di sfidare il disprezzo della corte e la collera del re.»

«Voi, il più prode guerriero del Siam!» esclamò l’europeo.

Lakon-tay guardò il medico, poi gli tese la mano, dicendo:

«Lo straniero nostro vicino. È a voi che debbo la vita, vero? Grazie per la mia Len, alla quale avete conservato il padre, che era risoluto a morire.»

«Sono ben lieto di avervi salvato, generale,» rispose l’europeo. «I valorosi come voi sono ben rari nel Siam.»

Un mesto sorriso sfiorò le labbra di Lakon-tay.

«Un dimenticato, ormai,» disse con voce triste, «e fors’anche un maledetto dai grandi e dal popolo, i quali mi accuseranno di essere stato io l’autore della morte dei S’hen-mheng, i protettori del regno.»

«Il quale regno potrà prosperare anche senza gli elefanti più o meno bianchi,» rispose l’europeo. «Credetelo, generale, sono vecchie superstizioni che un giorno spariranno anche dal Siam.»

«Forse avete ragione,» disse Lakon-tay, «ma nessuno potrà persuadere né i grandi né il popolo e nemmeno i talapoini.»

«Ecco un uomo moderno,» disse il dottore, sorridendo. «Per noi europei, perdonerete se parlo franco, gli elefanti, di qualunque colore siano, sono tutti animali né superiori né inferiori agli altri.»

«E voi, europei, ne sapete ben più di noi,» disse il generale.

«Condividete dunque la mia opinione?»

«Come uomo, sì, come siamese, no. Dovrei rinnegare la mia religione e le credenze dei miei avi.»

«E noi crediamo in Sommona Kodom,» mormorò Len-Pra.

«Avete veduto il re?» chiese l’europeo.

«Ieri sera, dopo la morte dell’ultimo S’hen-mheng

«Sapete, generale, che mi sembra per lo meno strana la morte di quei sette elefanti in così breve tempo?»

Lakon-tay fissò sull’europeo uno sguardo riconoscente.

«Anche voi sospettate che quella morte non sia naturale?» chiese.

«Sì, generale. Avete qualche nemico potente alla corte?»

«Tutti ne hanno: l’invidia ne fa sorgere dovunque.»

«Qualcuno che aspirasse al vostro posto?»

«Ve n’è più d’uno, ma io non credo che costoro abbiano osato sfidare l’ira di Sommona Kodom.»

«Comunque, un sospetto voi l’avete.»

«Sì,» rispose il generale.

«Frugate bene nella vostra memoria: quel nemico può venire a galla.»

«Ah!…»

«L’avete trovato?»

«Len-Pra,» disse il generale, «lasciaci soli. La confidenza che devo fare a questo europeo deve essere, per ora, ignorata da te.»

La fanciulla tese la sua piccola mano verso il medico, che gliela strinse sorridendo, e uscì, dicendo: «La mia riconoscenza, finché avrò un soffio di vita.»

«Parlate adagio, non stancatevi,» disse l’europeo, volgendosi verso il generale. «Siete ancora un po’ debole.»

«Non provo che un po’ di sonnolenza.»

«Non ritenterete la prova, spero.»

«No, ve lo prometto, perché ora ho un desiderio terribile di vendicarmi dei nemici che hanno giurato la mia perdita.»

«Parlate.»

«Le vostre domande mi hanno fatto nascere un sospetto, che prima non mi era mai balenato nel cervello. Sì… nella morte degli elefanti bianchi deve esserci entrata la mano di Mien-Ming.»

«Chi è costui?»

«Un Cambogiano che dal nulla è riuscito a diventare, non so per quali male arti, puram, ed a guadagnarsi il favore del re.»

«Un avventuriero?»

«Che era stato prima ai servigi del re di Birmania, un uomo falso, doppio, capace di commettere qualsiasi delitto, assetato d’ambizione e tuttavia temuto, perché è protetto dal re.»

«Aveva qualche motivo per tentare la vostra perdita?»

«Sì, quello di vendicarsi d’avergli io negato la mano di Len-Pra.»

«Ve l’aveva chiesta?»

«Tre mesi or sono.»

«Ed ecco che un mese dopo il primo S’hen-mheng moriva,» disse l’europeo, che era diventato pensieroso. «Non avete però alcuna prova che possa essere stato lui.»

«Nessuna e poi, anche avendone qualcuna, nemmeno io avrei potuto lottare contro un uomo così potente.»

«È buddista?»

«Io credo che sia un adoratore di Fo o di Confucio, come la maggior parte dei Cambogiani.»

«Ecco una preziosa informazione,» disse l’europeo. «Un confuciano può ridersene di Sommona Kodom, a cui non crede. Deve però aver avuto dei complici.»

«Certo, signore, fra i paggi, i servi od i mahut dei S’hen-mheng

«Sono amico di alcuni grandi della corte,» disse l’europeo, alzandosi. «Spero di ottenere il permesso di visitare l’elefante bianco che è morto ora. Conosco bene i veleni io: vedremo.»

«L’alba sta per spuntare e voi siete ormai fuori pericolo.»

«Come potrò ricompensarvi per avermi conservato alla mia dolce Len?» chiese il generale con voce commossa.

«Accettandomi come vostro alleato, per combattere i vostri misteriosi nemici,» rispose l’europeo. «Gli italiani amano la lotta e qui vi sarà ben da lottare, generale. Un valoroso come voi non deve cadere così sotto i colpi d’un avventuriero.

Daremo battaglia, mio generale, e spero che vinceremo e che smaschereremo quell’uomo, se potremo provare che sia realmente colpevole.

Ci rivedremo più tardi, dopo il mezzodì.»

La città del re lebbroso

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