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Capitolo VI. La cremazione del S’hen-mheng

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I tam-tam del palazzo reale avevano appunto battuto le quattro del pomeriggio, quando il medico entrò nella elegante phe di Lakon-tay.

Aveva l’aspetto d’un uomo assai preoccupato, e la sua ampia fronte era solcata da una profonda ruga, indizio che un profondo pensiero lo turbava.

Sul pianerottolo della scala Len-Pra, più leggiadra del solito, con un giubbettino di seta bianca tutto fronzoli e ricami d’oro, i calzoni ampi di seta azzurra che le scendevano fino sotto il ginocchio, e una superba peonia color del fuoco piantata sul pettine d’oro che le reggeva i nerissimi capelli, lo aspettava.

Dalla veranda lo aveva veduto uscire dalla sua palazzina e si era affrettata a muovergli incontro.

Il giovane scorgendola trasalì, e fissò sulla bella fanciulla uno sguardo ardente. La ruga era improvvisamente scomparsa dalla sua fronte e anche la preoccupazione dal suo animo.

«Mi aspettavate, Len-Pra?» chiese l’europeo, con una certa commozione.

«Sì, signor straniero,» rispose la fanciulla con voce dolce, mentre un rapido fremito agitava le sue mani, che già il dottore teneva fra le sue.

«Vostro padre?»

«È già alzato. Quanto siete abili voi, uomini dell’occidente: nulla vi è impossibile.»

«Bah! Un semplice antidoto.»

«Venite, signor uomo bianco.»

Attraversarono la veranda ed entrarono nella stanza del generale.

Lakon-tay, che pareva ormai completamente guarito, se ne stava seduto su un divanetto di seta gialla, chiacchierando col fido Feng.

«Buone nuove, dottore?» chiese, alzandosi senza fare alcun sforzo.

«Ho finito or ora di esaminare il sangue vomitato da quel povero elefante.»

«Avete potuto vederlo?»

«Il re me ne ha accordato il permesso. Voi sapete che Phra-Bard-Somdh nulla nega agli europei che sono nei suoi stati.»

«È vero,» rispose il generale. «Egli li apprezza come si meritano.»

Il dottore fissò per alcuni istanti il generale, poi disse con voce grave:

«I vostri sospetti non erano infondati: il S’hen-mheng è stato ucciso da un potente veleno, somministratogli da qualche vostro nemico.»

«Come avete potuto accertarvene?»

«Esaminando ed analizzando un po’ di sangue che mi avevano concesso di raccogliere. Vi ho trovato delle tracce di veleni potenti.»

«Siete ben sicuro, dottore, di non esservi ingannato?»

«Noi medici europei possediamo oggi mezzi sufficienti per scoprire, anche in un po’ di sangue, la traccia di un veleno.

Se avessi potuto avere anche gl’intestini del S’hen-mheng, avrei potuto conoscere più esattamente quali specie di veleni sono stati somministrati dai vostri nemici.»

«Voi tutto sapete e tutto potete,» disse il generale. «Non mi avete salvato dalla morte? I nostri medici sarebbero stati impotenti a compiere un simile miracolo.»

Fece cenno a Len-Pra ed a Feng di lasciarli soli, poi, rivolgendosi al dottore, che pareva fosse ricaduto nelle sue preoccupazioni, gli chiese con una certa ansietà:

«Avete appreso nulla delle intenzioni del re a mio riguardo?»

«Brutte nuove,» disse il dottore. «Voi dovete avere dei nemici potenti che esigono la vostra completa rovina. Ho saputo che il re è furibondo per la morte dell’ultimo S’hen-mheng

«Che cosa mi consigliate di fare?» chiese Lakon-tay, con voce cupa.

«Lottare sempre per la vostra riabilitazione.»

«Se io facessi una denuncia al re sull’avvelenamento del S’hen-mheng

«Chi vi crederebbe?»

«È vero,» rispose il generale.

«Anche se io appoggiassi la vostra denuncia, vi tratterebbero da pazzo o da visionario.»

«Che cosa farà il re?»

«Lo ignoro, ma temo che la vostra disgrazia, per ora, sia completa. Anche il popolo v’incolpa della morte del S’hen-mheng

«Sarebbe stato meglio che voi mi aveste lasciato morire,» disse Lakon-tay, facendo un gesto di sconforto supremo.

«E Len-Pra?»

«Sì, è vero; perdonate, signore; sono stato ingrato, pronunciando quelle parole in vostra presenza.»

Il quel momento un colpo di tam-tam echeggiò nella via, ripercuotendosi sulla veranda.

Qualcuno, certo qualche personaggio importante a giudicarlo dalla violenza del colpo, aveva percosso la lastra di bronzo sospesa sulla porta della phe.

Lakon-tay trasalì.

«Chi può essere?»

«Un paggio del re,» disse in quel momento Feng, entrando. «Ha recato per voi, mio signore, questo messaggio.»

Nelle mani teneva un cartone di dimensioni enormi, d’un metro quadrato per lo meno, come usano i Cinesi, con delle lettere monumentali tracciate in oro. Ai due lati superiori erano disegnati due elefanti ed a quelli inferiori due figure che rappresentavano Sommona Kodom.

«Un messaggio del re!» esclamò il generale, facendosi scuro in viso. «Annuncia la mia disgrazia?»

«Leggete,» disse il dottore.

«È un invito per assistere alla cremazione del S’hen-mheng,» disse Lakon-tay.

«Che la collera del re si sia calmata?» chiese il medico.

«Comincio a crederlo, giacché m’invita a prendere posto nella tribuna reale, assieme a mia figlia ed al portatore della mia scatola.

Dottore, verrete con me, è vero? Già Len-Pra non ama assistere alle cremazioni.»

«Quando si farà?»

«Fra due ore, al tramonto del sole.»

«È uno spettacolo che merita di essere veduto,» rispose l’europeo. «Accetto il vostro gentile invito. Che il re voglia parlarvi?»

«Vedremo, signore. Questo messaggio reale mi pare di buon augurio,» disse Lakon-tay, il cui viso si era rasserenato. «Dottore, andate a prendere il tè con Len-Pra. Mia figlia è felice quando vi vede; la sua riconoscenza verso di voi che mi avete salvato non morrà mai nel suo cuore.»

Un’ora dopo, Lakon-tay, che aveva indossato il costume di gala tutto in seta gialla a fiori e ricamata in oro, stretto alla cintura da una larga fascia che reggeva la catana, e l’italiano lasciavano la phe su due palanchini portati da otto robusti schiavi, preceduti da due servi che portavano l’uno la scatola d’oro, contenente il betel del generale, e l’altro un ombrello rosso, con granfe d’oro, distintivo che il re concede solamente ai grandi del regno.

I ricchi Siamesi e così pure i Birmani e anche i Tonchinesi non escono mai senza il portatore della scatola contenente il betel, del cui miscuglio sono avidissimi, e neppure senza il portatore d’ombrello. Sono distintivi di nobiltà, che dànno loro il diritto di farsi largo dovunque.

Procedendo di corsa, gli schiavi giunsero ben presto nei pressi del palazzo reale, dinanzi a cui, su una piazza immensa che si stendeva fino alla riva del Menam, doveva essere cremato il corpaccio del sacro elefante.

Una folla enorme aveva già occupato la piazza, pigiandosi contro le logge destinate ai grandi dello stato e alla corte reale che erano state costruite durante la notte da migliaia e migliaia d’operai.

Nel mezzo era già stata eretta la pira, una gigantesca piramide quadrilatera, mozza alla cima, che si alzava per ben cinquanta metri, formata da enormi tronchi d’albero, congiunti fra loro da anelli di ferro coperti di carta dorata. Da ogni lato della piramide si staccava un’ala lunga tredici metri e diretta verso uno dei quattro punti cardinali, che si congiungeva ad un’altra torre, eguale nella forma a quella centrale, ma di più modeste proporzioni.

Diciotto parasoli, di seta gialla con frange d’oro, donati dal re al S’hen-mheng quando era ancora in vita e che rappresentavano altrettanti titoli di nobiltà, circondavano la piramide, mentre la bandiera reale sventolava sul padiglione scarlatto dell’elefante bianco.

I Siamesi nelle loro cerimonie funebri spendono somme enormi, e le cremazioni dei grandi e dei re o delle principesse di sangue reale si fanno con un sfarzo inaudito.

Basti dire che la sola cremazione della moglie di Tian-fa, annegatasi accidentalmente nel Menam il 31 novembre 1882, costò la bagatella di cinquecentomila sterline!

I due palanchini portanti il generale ed il dottore, sempre preceduti dai due portatori della scatola d’oro e dell’ombrello, si apersero un solco fra quella folla che i soldati a stento trattenevano, distribuendo senza misericordia vergate tali da strappare urla di dolore, e giunsero finalmente sotto una delle logge che era già stata invasa da parecchi dignitari colle loro famiglie.

Lakon-tay, un po’ commosso, salì la gradinata, seguito dal dottore e dai due portatori, e prese posto dietro le file dei dignitari. La sua comparsa produsse però un profondo effetto fra quegli orgogliosi mandarini, che lo credevano ormai completamente liquidato. Vi furono esclamazioni di stupore, sussurrii poco benevoli e nessun saluto.

Anzi, i più vicini lasciarono i loro posti, come se temessero di venire contaminati dall’assassino del sacro elefante.

Lakon-tay, assai turbato ed immerso in tristi pensieri, fortunatamente non si accorse di quelle dimostrazioni ostili. Egli aveva subito fissato gli occhi sulla loggia reale, dove, sotto un baldacchino di seta gialla con lunghe frange, circondato da ombrelli altissimi colle aste d’oro ed a più ordini, se ne stava seduto il re, fra i principi e le principesse di sangue reale.

Il potente monarca non indossava, come il giorno innanzi, l’incomodo costume delle grandi occasioni; anzi, mentre i principi ed i dignitari facevano sfoggio di vesti ricamate d’oro e di perle e di decorazioni sfolgoranti di diamanti e rubini, portava una semplice veste di seta grigia, senza guarnizioni, stretta alla cintura da una fascia di seta azzurra, sostenente una corta sciabola in forma di scimitarra.

Phra-Bard pareva fosse di cattivo umore e rimaneva immobile sulla sua poltrona dorata, senza porgere orecchio a ciò che gli dicevano i ministri ed i principi.

Solamente, di quando in quando, allungava la destra verso la grande e ricchissima scatola d’oro che aveva sul coperchio lo stemma reale in rubini, per prendere qualche pizzico di betel.

Ad un tratto però Lakon-tay, che lo spiava ansiosamente, lo vide volgersi con una certa vivacità a guardare verso la loggia. I suoi occhi si fissarono per un momento sul generale, poi si volsero altrove.

«Vi ha notato,» disse il dottore.

«Sì, mi ha guardato,» rispose il generale.

«Non mi sembra che sia di buon umore.»

«Lo è di rado: non l’ho veduto sorridere che due o tre volte, in tanti anni che lo avvicino.»

«Ecco i talapoini che giungono: la pramana comincia. E dov’è l’elefante?»

«Si trova già entro la piramide,» rispose Lakon-tay.

«Che cosa ne faranno poi delle sue ceneri?»

«Le getteranno nel Menam, che è il nostro maggior fiume sacro. Le ossa che rimarranno si metteranno in un’urna d’oro, che verrà poi deposta nella pagoda di boromanivst, dove si conservano gli avanzi dei re del Siam e di tutti gli altri elefanti bianchi.»

Uno stuolo di talapoini e di talapoinesse, vestiti tutti di seta bianca, il colore usato nelle cerimonie funebri, s’avanzava verso la piramide, salmodiando massime morali nella lingua dei Bali, fiancheggiato da gruppi di suonatori che soffiavano disperatamente entro i pi, specie di chiarine dal suono assai aspro, percuotevano furiosamente degli enormi tapon dalla forma e della grossezza d’un barile, e sbatacchiavano i crab, certe specie di bastoni di legno sonoro, che servono d’accompagnamento alle voci.

Seguivano poi gruppi di ballerini e di ballerine, che avevano alle dita certi unghioni di rame giallo e portavano sul capo degli alti berretti conici ornati di pietre false; poi squadre di schiavi che reggevano dei canestri pieni di resine, di polvere di sandalo e di fiori; quindi dieci o dodici carri, scortati da suonatori di tong, quegli strani strumenti musicali fatti a forma di bottiglia, chiusi in fondo da una pelle che si batte col pugno.

Su tutti quei carri vi erano statue enormi di legno dorato, rappresentanti leoni, tigri, elefanti, mostri favolosi e serpenti colossali.

La processione fece due volte il giro dell’enorme piramide, gettando profumi, fiori e materie resinose, sempre urlando, salmodiando e suonando, poi un talapoino ad un cenno del re annodò ad un angolo della costruzione un largo nastro di seta bianca, legando l’altro capo ad un mucchio di libri sacri: era il mistico legame tra il defunto S’hen-mheng ed i libri di Sommona Kodom.

Quando il nastro fu teso, successe un profondo silenzio: talapoini, talapoinesse e suonatori non fiatavano più. Allora il re scese dal palco reale, tenendo in mano una fiaccola accesa, mentre alcuni soldati spargevano al suolo della polvere da sparo, formando una lunga striscia.

Phra-Bard, visibilmente commosso, diede fuoco alla polvere.

Una striscia di fuoco serpeggiò per la piazza, comunicandosi alle materie resinose che circondavano l’immensa pira.

Per alcuni istanti non si vide che una nuvola immensa di fumo nero avvolgere la piramide, poi fra quelle ondate di fumo guizzarono gigantesche lingue di fuoco, proiettando sulla folla dei bagliori sinistri.

L’immensa mole che racchiudeva il corpaccio del S’hen-mheng, formata quasi tutta di tronchi d’albero resinosi, bruciava con rapidità incredibile, lanciando in aria fasci di scintille.

Tutti i principi, le principesse e i grandi dignitari dello stato accorrevano da tutte le parti a gettare sul rogo una torcia, mentre i talapoini e le talapoinesse mandavano grida acutissime, e rombavano con un fracasso infernale i tapon e i tong.

I ballerini e le ballerine intanto intrecciavano danze, eseguendo il rabam, un ballo riservato per le cerimonie funebri.

La pira fiammeggiava ormai dalla base alla cima ed il fuoco si propagava alle quattro ali e alle quattro torri.

I tronchi scoppiettavano, poi cadevano al suolo con sinistri fragori, mentre si espandeva per l’aria un acre odore di carne bruciata: l’enorme animale rosolava entro quella immane fornace, tuonando come se nel suo corpaccio avessero messo dei petardi.

Le torri, meno elevate e più leggere, crollavano fragorosamente, lanciando in alto turbini di fumo e di scintille; le gallerie delle quattro ali si sfasciavano, ma la piramide resisteva ancora.

Le tenebre erano calate, eppure sulla piazza ci si vedeva meglio che se fosse mezzodì. Perché il cielo pareva tutto in fiamme.

Ad un tratto l’enorme edificio oscillò, come se una poderosa scossa di terremoto avesse sollevato il suolo, poi quelle migliaia e migliaia di tronchi fiammeggianti si sfasciarono e l’intera massa crollò con un fracasso spaventevole, formando un immenso braciere alto parecchi metri.

Il corpo del S’hen-mheng, sepolto sotto quell’ammasso di tronchi già carbonizzati, si inceneriva rapidamente.

«È finita,» disse il dottore. «Possiamo andarcene, generale.»

Lakon-tay, che era più commosso di quanto sembrasse, si era già alzato, quando un paggio del re lo accostò, sussurrandogli all’orecchio:

«Sua Maestà vi aspetta nel suo palazzo.»

«Il re mi chiama!» esclamò il generale. «Sono un uomo finito.»

«Voi non sapete ancora che cosa desidera,» disse il dottore, quantunque in fondo all’animo condividesse le angosce del disgraziato generale.

«Non sarà certo per mantenermi in carica o per annunciarmi la cattura di qualche altro elefante,» rispose Lakon-tay con voce triste. «Il meglio che mi possa toccare sarà l’esilio in qualche lontana provincia.»

L’europeo diventò pallido e il suo pensiero corse a Len-Pra, a quella deliziosa fanciulla che già tante volte aveva ammirato sulla veranda della phe e per la quale già da tempo nutriva, quasi senza saperlo, una profonda affezione.

«Ebbene,» diss’egli con voce risoluta dopo un breve silenzio, «vi seguirò anche nell’esilio. Guarire degli ammalati qui od altrove, per me fa lo stesso.»

«Mi seguirete nell’esilio?» chiese il generale, con stupore.

«Sì,» rispose l’italiano, «e voglio lavorare alla vostra riabilitazione. No, un prode a cui lo stato deve la salvezza della patria, non deve cadere sotto i colpi dei nemici.»

Lakon-tay, profondamente commosso, strinse la mano del bravo giovane.

«Ah! Questi europei!» mormorò. «Quanta nobiltà d’animo posseggono, mentre qui non vivono che l’intrigo e la vigliaccheria!»

Il rogo stava per estinguersi e il re si era ritirato colla sua corte, rientrando nella cinta dell’immenso palazzo reale. Fare attendere quel potente monarca era troppo pericoloso.

«Andiamo,» disse Lakon-tay, con voce risoluta. «Mi aspetterete davanti alla porta, è vero, dottore?»

«Non vi lascerò solo,» rispose l’italiano. «Ormai ho unito la mia sorte alla vostra.»

Scesero dalla loggia, che a poco a poco si era vuotata, e si diressero verso la porta d’occidente che s’apriva sulla vasta piazza e che era guardata da una compagnia d’arcieri della guardia reale, vestiti di seta rossa, con ampi calzoni alla turca e coi cappelli a forma di piramide.

Con grande sorpresa di Lakon-tay, le guardie gli presentarono le armi e fecero squillare i pi. Ciò era di buon augurio, poiché se la sua disgrazia fosse stata ormai decretata, nessun onore gli sarebbe stato più reso.

Un po’ incoraggiato da quell’accoglienza, fece cenno al dottore di attenderlo ed entrò nel vasto cortile d’onore, alla cui estremità s’apriva il salone delle udienze.

Quando salì la gradinata, vide Phra-Bard passeggiare con una certa agitazione fra le splendide colonne che reggevano il soffitto di mosaico d’oro, ancora vestito di seta grigia, colla corta scimitarra appesa alla fascia.

Il viso del monarca non si era ancora rasserenato, anzi profonde rughe solcavano la sua fronte ed un brutto lampo illuminava i suoi occhi nerissimi e leggermente obliqui.

Vedendo Lakon-tay si arrestò di colpo, fissando sul generale uno sguardo acuto come la punta d’uno spillo.

«Eccomi, maestà,» disse il generale, dopo essersi inchinato fino a terra.

«Tu hai combattuto anche alle frontiere cambogiane, contro gli Stienghi, è vero?» gli chiese il monarca senza rispondere al suo saluto.

«Sì, maestà, e mercé la protezione di Sommona Kodom, anche quella volta ho salvato il regno da una invasione,» rispose Lakon-tay, con voce tranquilla.

«Tu allora, che sei rimasto in quei paesi lungo tempo, devi conoscere una leggenda.»

«Quale, maestà?»

«Hai mai udito parlare del driving-hook di Sommona Kodom?»

Lakon-tay guardò il re con una certa sorpresa, chiedendosi che cosa potesse significare quella strana domanda, poi rispose:

«Sì, ne ho udito parlare.»

«Sai dove sarebbe stato sepolto?»

«In una pagoda d’una vecchia città, a quanto mi hanno narrato.»

«Che sorge presso il lago misterioso di Tuli-Sap.»

«Così mi hanno detto.»

«Ebbene, sappi ora che Sommona Kodom, interrogato dai talapoini, ha fatto comprendere che senza quel driving-hook più nessun elefante bianco si farà vedere né catturare.

L’uncino di cui si serviva il mahut, quando Sommona era incarnato in un elefante, è necessario per evitare le spaventevoli calamità che presto o tardi piomberanno sul regno non più protetto da alcun S’hen-mheng.

Vuoi la tua riabilitazione ed il mio perdono, e vuoi evitare a tua figlia la schiavitù? Va’ a trovarmelo.»

«Ma, maestà… se non esistesse?»

«Sommona ha parlato ai talapoini. Oseresti mettere in dubbio le parole del dio?» chiese il re con collera. «Sono trecent’anni che si parla di quel driving-hook

«Potrò io scoprirlo?»

«Questo è affar tuo: ti concedo tre giorni per fare i tuoi preparativi. Va’, Lakon-tay: ti ho dato il mezzo per riabilitarti.»

La città del re lebbroso

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