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Parte prima
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Da quel giorno, don Blasco non ebbe più pace. A lui come a lui, che l’eredità andasse spartita in un modo piuttosto che in un altro, importava meno d’un fico secco; ma fin da quando egli era entrato al convento, non avendo più affari propri, la sua costante preoccupazione era stata di ficcare il naso in quelli degli altri.

Ragazzo, egli aveva visto i bei tempi di casa Uzeda, quando suo padre, il principe Giacomo xiii, spendeva e spandeva regalmente, con venti cavalli in istalla, uno sciame di servitori e un’intera corte di lavapiatti che prendevano posto alla tavola imbandita giorno e notte. Allora, il futuro Cassinese non aveva udito altri discorsi fuorché quelli delle straordinarie ricchezze di suo padre, dei grandi feudi che possedeva, delle rendite che riscoteva da mezza Sicilia; e glien’era naturalmente venuta una smania di godimenti, un’ingordigia di piaceri che ancora non sapeva precisare egli stesso; quando un bel giorno fu messo al noviziato di San Nicola e poi costretto a pronunziare i voti. Tutte quelle ricchezze erano del fratello primogenito: a lui non toccava altro che la dotazione di trentasei onze l’anno indispensabile per entrare nella ricca e nobile badìa!… Si scialava, veramente, a San Nicola, forse meglio che in casa Francalanza. Il convento, immenso, sontuoso, era agguagliato ai palazzi reali, a segno che c’eran le catene distese dinanzi al portone; e le rendite di cui godeva, circa settantamila onze l’anno, bastavano appena ad una cinquantina tra monaci, fratelli e novizi. Ma il lauto trattamento e l’allegra vita e la quasi assoluta libertà di fare quel che gli piaceva, non dissiparono dal cuore del monaco il cruccio per la violenza patita; tanto più che gli altri fratelli cadetti, il secondogenito Gaspare duca d’Oragua e lo stesso Eugenio, restavano al secolo, con pochi quattrini, in verità, ma con la possibilità di procacciarsene; liberi del tutto, a ogni modo, e padroni di vestirsi secondo la moda, non costretti a portar la tonaca che pesava a don Blasco più che a un servo la livrea. L’acrimonia del Benedettino, il suo dolore per le perdute ricchezze, la sua invidia contro i fratelli, il suo rancore contro il padre, si sfogarono quindi con l’esercizio quotidiano d’una censura acerba e inesorabile su tutta la parentela. Egli ebbe tanto più campo di sfogarsi quanto che, venuti i nodi al pettine, distrutta in poco tempo la fortuna del padre, il principino Consalvo vii fu ammogliato a quella Teresa Risà che entrò a far da padrona in casa Uzeda. Secondo le tradizioni di famiglia, premendo d’assicurare la continuazione del ramo primogenito e più, in quelle speciali circostanze, di ristorare le sconquassate finanze con una grossa dote, Consalvo fu accasato a diciannove anni, quando don Blasco non aveva ancora pronunziato i voti; ma fin da quel momento il novizio concepì contro la cognata una particolare avversione che cominciò a manifestarsi più tardi, ad ogni momento, per tutto ciò che ella fece e che non fece.

Il barone di Risà di Niscemi, padre della sposa, era venuto a Catania dall’interno dell’isola per dar marito alle due uniche sue figliuole, alle quali, da principio, voleva spartire egualmente le sue grandi ricchezze; ma quando la maggiore, Teresa, fu proposta al principe di Mirabella, futuro principe di Francalanza, gli Uzeda gli fecero intendere che, quantunque falliti, essi non avrebbero dato Consalvo vii alla figlia d’un semplice barone contadino, se costei non avesse colmato coi quattrini la distanza che la separava da un discendente dei Viceré. Tanto il barone che la ragazza riconobbero che questo era giusto; però, dando il padre quattrocentomila onze, cioè quasi tutto a Teresa e spogliando la minore Filomena che trovò poi per caso da maritarsi col cavaliere Vita e restò sempre in freddo con la sorella, pretese, d’accordo con la figliuola, che il matrimonio fosse contratto col regime della comunione dei beni e che a lei toccasse dirigere la baracca. Aveva quasi trent’anni, la promessa; dieci più di Consalvo vii, essendo nata nel 1795, e non avendo potuto trovare per molto tempo un partito conveniente; il suo carattere, già forte, s’era inasprito nella lunga attesa del matrimonio, e dalla grande ricchezza, dalla potenza quasi feudale esercitata dal padre nel paesetto nativo le veniva un bisogno di comando, d’autorità, di supremazia che ella volle esercitare nella sua nuova casa. Il principe Giacomo xiii dovette piegarsi a quelle dure condizioni per evitare il fallimento e la liquidazione; e così tanto suo figlio quanto egli stesso furono costretti a lasciar le redini in mano alla moglie e nuora. Donna Teresa salvò infatti la casa, ma vi esercitò un potere tirannico al quale si piegarono tutti, dal primo all’ultimo, fuorché don Blasco. Senza paura né di Dio né del diavolo, il monaco la fece costante bersaglio della sua più violenta opposizione. Se ella restrinse certe spese, la accusò di disonorar la famiglia con la sua tirchieria; se continuò a spendere in altre cose come prima, le rinfacciò di volerla portare all’ultima rovina; ascoltando gli altrui consigli, ella fu una bestia incapace di pensare col proprio cervello; se fece da sé, restò più bestia di prima, accoppiando la presunzione alla bestialità. I quattrini che aveva portato in dote che erano? Una miseria! Quando quella miseria puntellò e fortificò la pericolante baracca, divenne il prezzo col quale ella comprò il titolo di principessa. La sua nobiltà era della quinta bussola, non solo incapace di stare a paragone con quella sublime degli Uzeda, ma neppur degna d’uno dei loro lavapiatti, di quei nobilucci morti di fame che vivevano facendo quasi da servitori ai gran signori. Ella non poté ordinare un abito alla sarta, né comprare un cappellino o un paio di guanti, senza che il monaco criticasse l’occasione della spesa, la qualità dell’oggetto e la scelta del negozio. Ma don Blasco non risparmiava neppure gli altri parenti; non il padre, che aveva prima ingoiato un patrimonio e adesso era ridotto a vivere dell’elemosina della nuora, non il fratello che aveva lasciato portare i calzoni alla moglie, mentre egli portava invece… «Santa prudenza! santa prudenza! aiutami tu!…» esclamava allora, tappandosi violentemente la bocca, dicendone più con quelle reticenze che non con un lungo discorso, confermando in tal modo le ciarle sparse sul conto della cognata, spiattellando poi in tutte sillabe il nome che conveniva a costei quando, morti i due principi padre e figlio nello stesso anno, la principessa restò sola, e molto più libera di prima, che era stata liberissima.

Ella lo lasciava cantare. Le grida del monaco non le potevano impedire di fare in tutto e per tutto quel che le pareva e piaceva. E don Blasco si dannava l’anima, vedendo le sue stravaganze e le sue pazzie. Il primogenito, in tutte le case di questo mondo, è il prediletto, va bene? Lì, invece, era odiato! Chi era il preferito? Il terzogenito! Da secoli e secoli, il titolo di conte di Lumera era appartenuto, con tutti gli altri, al capo della casa: adesso, per puro capriccio, per una pazzia furiosa, toccava a quel Raimondo che era stato educato come un «porco»! E il secondogenito, a cui neppure il Re avrebbe potuto togliere il suo titolo vitalizio di duca d’Oragua, era invece chiuso a San Nicola!…

La storia di don Lodovico rassomigliava molto a quella di don Blasco, con questa differenza, tuttavia: che mentre don Blasco era cadetto del cadetto, Lodovico aveva dinanzi a sé soltanto il principe, e come duca d’Oragua avrebbe potuto sperare, se non dalla madre, almeno da qualche zio i quattrini occorrenti a portar con decoro quel titolo. Poiché era inteso che un altro Uzeda, in questa generazione, doveva entrare a San Nicola, la ragione e la tradizione designavano il terzogenito, Raimondo; ma donna Teresa, per far passare la propria volontà su tutte le leggi umane e divine, invertì l’ordine naturale, e avendo preso a proteggere Raimondo sopra gli altri fratelli, lo lasciò al secolo facendolo conte, e cominciò invece a lavorare perché il duchino Lodovico sentisse la vocazione. Nessuno, quindi, poté dare al ragazzo, in presenza di lei, il titolo che gli spettava; fin dalla puerizia egli fu vestito della nera tonaca benedettina; come balocchi non ebbe altro che altarini, piccole pissidi e aspersori e ogni altra sorta di oggetti sacri. Quando la mamma gli domandava: «Tu che vuoi divenire?» il bambino fu avvezzo a rispondere: «Monaco di San Nicola.» A questa risposta gli toccavano carezze e promesse di carlini, di svaghi, di passeggiate in carrozza; se talvolta egli osava rispondere: «Non so…» donna Teresa gli pizzicottava il braccio tanto forte da farlo piangere finché gli strappava la risposta obbligata. Il confessore di lei, frattanto, il Domenicano Padre Camillo, lavorava a quel risultato educando il ragazzo alla cieca obbedienza clericale, mortificandone in ogni modo i sensi e la fantasia, dandogli la paura dell’Inferno, facendogli intravedere le letizie del Paradiso. Per meglio riuscire nell’intento, la principessa non mise presto il ragazzo al noviziato: lo tenne in casa fino ai quindici anni. Erano i tempi delle rigide economie, dei creditori affollati nelle stanze dell’amministrazione, dei debiti estinti a poco a poco; talché, dove don Blasco aveva udito parlare continuamente dei tesori che in parte erano colati sotto i suoi propri occhi, Lodovico non intese se non querimonie, minacce di gente che rivoleva il suo, l’eterno ritornello della madre esagerante a bello studio quelle strettezze: «Siamo rovinati! Non c’è come fare! Non ci resterà più nulla!» E mentre al palazzo Francalanza la principessa lavorava di lesina e prodigava le più efficaci dimostrazioni della miseria in cui erano ridotti, raccogliendo fiammiferi spenti per riaccenderli dall’altro capo, rivendendo le sue vesti smesse prima di farsene una nuova; ella poi descriveva a Lodovico il monastero dei Benedettini come un luogo di eterna delizia, dove la vita passava, senza cure dell’oggi e senza paure del domani, tra lauti conviti, sontuose cerimonie, gaie conversazioni e scampagnate gioconde. E quando finalmente Lodovico entrò novizio a San Nicola poté riconoscere che la madre aveva detto la verità, perché il corno dell’abbondanza pareva rovesciarsi continuamente sul monastero e la vita vi scorreva facile e lieta. Il giovane che usciva dalla ferrea tutela della principessa e del confessore, apprezzava più specialmente la libertà, la quasi licenza che vedeva regnar nel convento; talché egli si persuase della convenienza, stillatagli fin da bambino, di entrare in quell’Ordine. Tuttavia, prima di pronunziare i voti, esitò un momento, comprendendo sul punto di compierlo la gravezza del sacrificio che gl’imponevano, fatto accorto da don Blasco dei raggiri materni; ma, oltre che egli non prestava molta fede al monaco, del quale conosceva l’implacabile critica, quella stessa terribile severità della madre alla quale egli era impaziente di sfuggire lo fece rinunziare, spaventato, ad ogni tentativo di aperta ribellione

Padre don Lodovico s’accorse del giuoco di cui era stato vittima troppo tardi, quando vide che le miserie lamentate dalla madre erano mentite, e che il posto a cui lo avevano costretto a rinunziare toccava al fratello Raimondo. Ma non era più tempo di tornare indietro: lo scapolare e la cocolla gli sarebbero pesati sulle spalle fino alla morte. La ribellione, lo sdegno e l’odio scatenatisi nell’animo suo furono tanto più violenti di quelli provati dallo zio, quanto meno egli era capace, per il lungo abito della finzione e della mortificazione, di sfogarsi a parole come don Blasco. Nulla trapelò dei sentimenti che gli ribollivano in cuore: egli restò dinanzi alla madre riverente e sommesso come prima, prodigò dimostrazioni d’affetto veramente fraterno a quel Raimondo che godeva del posto usurpato; confermò, con una vita esemplare, la vocazione per lo stato monastico. Mentre don Blasco, grossolano, ignorante, avido di godimenti materiali, gozzovigliava coi peggiori monaci, giocava al lotto come un disperato per arricchire e portava tanto di coltello sotto i panni; don Lodovico, più fine, più istruito e soprattutto più accorto, più padrone di sé, fu additato come raro esempio di virtù ascetiche, come arca di dottrina teologica. Mentre lo zio, per vendicarsi del perduto potere mondano, pretendeva spadroneggiare nel convento, vociando contro l’Abate e il Priore e i Decani e i Cellerari, bestemmiando San Nicola e San Benedetto e tutti i loro celesti compagni, il nipote parve mettere ogni cura nel farsi da parte, non nutrire altra ambizione fuorché quella di studiare… In cuor suo egli smaniava di prender la rivincita. Poiché si trovava per sempre chiuso là dentro, voleva arrivare, presto, prima d’ogni altro, ai gradi supremi. Ai Benedettini, infatti, c’era un regno da conquistare: l’Abate era una potenza, aveva non so quanti titoli feudali, un patrimonio favoloso da amministrare: le antiche Costituzioni di Sicilia gli davano il diritto di sedere tra i Pari del Regno! Don Lodovico volle pervenire a quel posto nel più breve tempo possibile; compresa qual era la via da tenere, non se ne discostò d’una linea: nessuno poté mai rimproverargli il più piccolo trascorso, nessuno lo poté mai trascinare nei tanti partiti in cui si dividevano i monaci: appartato, quasi sempre chiuso in biblioteca, si guadagnava simpatie con l’umiltà del contegno, con l’obbedienza prestata ai maggiori ed anche agli eguali, con la stretta osservanza della Regola, con la fama di dottrina in brev’ora acquistata. Così era stato eletto Decano a ventisette anni; ma, portato in palma di mano dall’Abate e da quasi tutti i monaci, egli si attirò l’odio più acre e violento dello zio. Assetato di potere, don Blasco voleva anch’egli esser Priore ed Abate; ma la vita scandalosa, il carattere violento, l’ignoranza supina gli rendevano, se non impossibile, per lo meno difficilissimo l’appagamento di quell’ambizione, tanto che non prima di quarant’anni era stato Decano; veder dunque a quel posto il nipote «col guscio ancora in… capo» lo fece uscir fuori dalla grazia di Dio. E la lotta tremenda scoppiò alla morte del Priore Raimo, nei primi di quell’anno 1855. Che uno degli Uzeda, i cui antenati erano stati tanto benemeriti del convento, dovesse occupare la carica vacante, era fuori contestazione; ma don Blasco pretendeva lui la dignità, né credeva che quel «gesuita» del nipote potesse sognarsi di contrastargliela: quando seppe che quel «porco» gli faceva la concorrenza e ardiva mettersi di fronte allo zio, mancò poco non gli pigliasse un accidente. Ciò che gli uscì di bocca contro Lodovico fu cosa da attirare i fulmini sulla cupola di San Nicola e da incenerire il convento con tutti i suoi abitanti; il meno che gli disse fu «ruffiano del Capitolo, vuotapitali dell’Abate e figlio di non so chi…» Don Lodovico lo lasciò dire, edificando l’intero monastero con l’umiltà opposta alla violenta aggressione dello zio. Era troppo sicuro del fatto suo: l’elezione di don Blasco, il quale aveva seminato figliuoli in tutto il quartiere e manteneva tre o quattro ganze, fra cui la famosa Sigaraia, ed era tanto ignorante e prepotente, giudicavasi da tutti impossibile: sul nipote aveva il solo vantaggio dell’età, ma questo non era tale da compensare tutti i suoi enormi difetti. A maggioranza strabocchevole fu eletto don Lodovico; da quel giorno don Blasco diventò una bestia contro quel «porco gesuita» e quella «…», quella «…» della principessa, alla quale fece naturalmente una nuova, più grave, imperdonabile colpa del calcio assestatogli da quel «gesuita porco».

Né gli altri nipoti che il monaco adesso difendeva in odio alla morta, eccitandoli a rifiutare il testamento, avevano goduto mai le sue buone grazie. Bastava già che fossero figli di colei ch’egli considerava come sua personale nemica; ma poi, ai suoi occhi, avevan torti particolari tutti quanti, a cominciar da Chiara e da suo marito.

La gran colpa di quest’ultimo consisteva nell’esser stato scelto dalla principessa come genero e d’aver voluto bene a Chiara nonostante l’avversione dimostratagli dalla ragazza; anzi appunto per ciò don Blasco ci aveva sguazzato, potendo scagliarsi a un tempo contro di lui che voleva «ficcarsi per forza» in casa Uzeda, contro la principessa che voleva «violentare» la figlia e contro la nipote «sciocca e pazza tanto» da rifiutare un partito «come quello!…» Resistendo alla madre, Chiara veramente avrebbe dovuto riscuoter lodi e incoraggiamenti dallo zio monaco; ma don Blasco era fatto così, che quando qualcuno gli dava ragione egli mutava opinione per dargli torto. Il fidanzamento era stato perciò tutt’una guerra violenta fra cognato e cognata, tra zio e nipote ed anche tra madre e figlia, giacché la principessa ne aveva fatto anche qui una delle sue.

Per lei, come per tutti i capi delle grandi famiglie, i figliuoli desiderabili ed amabili non potevano essere se non maschi: le femmine non sapevano far altro che mangiare a ufo e portar via parte della roba di casa, se andavano a marito. Questa idea salica, molto ben radicata nel suo cervello, ammetteva veramente qualche eccezione – ella stessa, per esempio – ma verso la prole era la sola che la guidasse. Fra gli stessi maschi, tuttavia, ella non ne aveva considerati due egualmente. In vita, aveva quasi odiato il primogenito e idolatrato Raimondo; ma l’odiato era l’erede del titolo, il futuro capo della casa; e il preferito, nonostante il sacrificio di Lodovico, un semplice cadetto: pertanto ella aveva messo d’accordo il rispetto alla tradizione feudale e la soddisfazione della sua personale volontà deliberando, senza dirne nulla, di dividere le sue ricchezze ai due fratelli, cioè defraudando il primogenito, che avrebbe dovuto aver tutto, e favorendo l’altro che non avrebbe dovuto aver nulla. Degli altri due, Lodovico era stato quasi soppresso per dar posto a Raimondo, mentre Ferdinando aveva potuto vivere fin ad un certo punto libero e a modo suo. Verso le donne, invece, ella aveva nutrito un più profondo e uniforme sentimento di repulsione e quasi di sprezzo, lavorando a impedire che «rubassero» i fratelli. Angiolina, la maggiore, era stata condannata alla vita claustrale fin dalla nascita, per una colpa imperdonabile commessa nel venire al mondo. Dopo un anno di matrimonio, donna Teresa era vicina a partorire: aspettava un maschio, il primogenito, il principino di Mirabella, il futuro principe di Francalanza: ella non solo l’aspettava, ma non ammetteva che non venisse. Nacque invece una femmina: la madre non le perdonò più. Fin da quando la tolse dalle fasce la vestì da monachella: la bambina non parlava ancora che fu portata ogni giorno alla badìa di San Placido: a sei anni fu chiusa lì dentro «per educazione», a sedici la mite e semplice creatura, ignara del mondo, soggiogata dalla volontà materna e dagli stessi impenetrabili muri del monastero, si sentì realmente chiamata a Dio: in tal modo morì Angiolina Uzeda e restò Suor Maria Crocifissa.

Chiara, venuta subito dopo e rimasta in casa, aveva provato peggio il rigore materno; né la principessa l’aveva lasciata al secolo per paura del biasimo con cui la gente avrebbe considerato il sacrifizio di due figliole; bensì per esercitare ella stessa sulla ragazza una vigilanza e un’autorità più severa e più forte di quella che la Badessa esercita in una badìa. «Ma da una pazza come mia cognata,» soleva dire don Blasco, «e da una bestia come mio fratello, che cosa doveva venir fuori? Una bestiona arcipazza, naturalmente!» E che s’era visto, infatti? S’era visto che fin a quando la madre l’aveva tenuta in un pugno di ferro, questa figliuola aveva sempre chinato il capo, rispettosa e obbediente; il giorno poi che la principessa, trovato quello stupido del marchese di Villardita il quale s’offriva di sposare la giovane per niente, s’era persuasa di maritarla, ella aveva detto di no, di no, di no: cose veramente dell’altro mondo!… Il marchese, vista la ragazza di tanto in tanto, sotto lo scialle, in chiesa, se n’era innamorato, e la principessa, risolutissima a dargli la figliuola, lo aveva ammesso in casa; ma, scoraggiato dalla fredda accoglienza e dalle ostinate repulse di Chiara, persuaso da parenti ed amici che faceva una pazzia a sposar per forza chi non lo voleva, egli si sarebbe ritirato in buon ordine, se donna Teresa, che quando pigliava partito neppure il diavolo la faceva andar indietro, non gli avesse ingiunto di rimanere al suo posto. Così, quand’egli rivedeva la ragazza, seduta in un angolo, a capo chino, col fazzoletto in mano, aveva voglia di mettersi a piangere anche lui, «quel vitello», diceva don Blasco, «tanto tenero di cuore da innamorarsi del faccione lungo di mia nipote!» Chiara, infatti, non era una bellezza, e la madre, dapprima per dissuaderla dal matrimonio, poi per indurla ad accettare quel partito, le ripeteva tutti i santi giorni: «Che non ti guardi allo specchio? Non vedi quanto sei brutta? Chi vuoi che ti pigli?…», ma Chiara, di rimando: «Nessuno, tanto meglio! Se Vostra Eccellenza non voleva maritarmi? Mi lasci stare in casa!…» Di prima impressione come tutti gli Uzeda, Chiara non aveva voluto sentirne di quel promesso, per l’unica e sola ragione che era un poco pingue; ma, una volta preso quel partito, la cocciutaggine, ereditaria negli Uzeda molto più che l’impressionabilità, era stata la più potente ragione della resistenza opposta alla madre: fino all’ultimo momento, pertinace, ostinata, inflessibile, aveva detto che mai, mai, mai avrebbe sposato quella mezza botte, e inutilmente i fratelli, gli zii, il Padre confessore le avevano spiegato che, se non era magro, il marchese possedeva un cuor d’oro, e che la sposava senza dote pel bene che le voleva, e che in casa di lui sarebbe stata da regina perché era solo e straricco, e che se lasciavasi sfuggire quel partito, la madre poteva tornare alla prima idea di non maritarla, di lasciarla invecchiar zitellona: coi piedi al muro, ella aveva sempre risposto di no, di no e poi di no. La principessa dapprima le aveva tolto la parola, poi l’aveva strapazzata come una serva, poi l’aveva chiusa a chiave in un camerino buio, senza vesti, con poco cibo; poi l’aveva cominciata a picchiare con le mani nocchiute che facevano male, giurando di lasciarla morir etica, se non si piegava. E al marchese il quale, preso dagli scrupoli, veniva a restituirle la sua parola: «Nossignore,» diceva: «ha da sposarti, perché così voglio. Se lei è degli Uzeda, io sono dei Risà! E vedrai che cangerà!…» Ella sapeva com’eran fatti, tutti quegli Uzeda; quando s’incaponivano in un’idea, neanche a spaccargli la testa li potevan rimuovere; erano dei Viceré, la loro volontà doveva far legge! Ma da un giorno all’altro, quando uno meno se l’aspettava, senza perché, cangiavano di botto; dove prima dicevano bianco, affermavano poi nero; mentre prima volevano ammazzare una persona, questa diventava poi il loro migliore amico… Fino all’ultimo momento, Chiara non aveva mutato: dinanzi all’altare, con due campieri a fianco, due facce brigantesche scovate apposta dalla madre per incuterle spavento, era svenuta, e solo il prete di buona volontà aveva udito il «sì»; ma il domani delle nozze, quando la famiglia andò a far visita agli sposi, o non li trovarono abbracciati che si tenevano per mano?… «Cose da far trasecolare!» gridava don Blasco. La gente di servizio, i famigliari, gli amici, scherzarono un pezzo tra loro sul mezzo che il marchese aveva adoperato per addomesticar la moglie: fatto sta che Chiara da quel giorno fu tutt’una cosa col marito, fino al punto che egli non poté tardare un quarto d’ora a rincasare senza che ella gli mandasse dietro tutta la servitù, fino ad essere gelosa dei suoi pensieri. E non ebbe più, in tutte le circostanze piccole e grandi, altra opinione che quella del marito; prima di dare una risposta, se le domandavano qualcosa, lo interrogava cogli occhi quasi temendo di non dire ciò che egli stesso pensava; il suo unico e grande dolore era quello di non avere un figliuolo da lui, dopo tre anni di matrimonio, dopo avere annunziato quattro o cinque volte, per troppa fretta, la propria gravidanza; ma anche così dimostrava il bene che voleva al suo Federico.

La principessa glielo aveva dato per molte ragioni. Prima di tutto le era nata, dopo i quattro maschi, una terza figlia, quindi ella aveva ragionato o «sragionato», a giudizio di don Blasco, così: delle tre, la prima monaca, la seconda a marito, l’ultima in casa. Ora il marchese, innamorato della ragazza, prometteva non solo di prenderla senza dote, ma di prestarsi anche ad una piccola commedia. Se fermo proposito della madre era che la sostanza della casa non fosse intaccata dalle femmine, il suo orgoglio di principessa di Francalanza non poteva consentire che la gente vantasse la generosità del genero nel prendersi Chiara senza un baiocco, quasi togliendola all’ospizio delle trovatelle. Pertanto, nei capitoli matrimoniali ella aveva costituito alla figlia una rendita di dugent’onze annue: così diceva l’atto registrato dal notaio Rubino e così sapevano tutti; ma poi il marchese le aveva rilasciato un’àpoca, accusando ricevuta dell’intero capitale di quattromila onze, delle quali non aveva visto neppure tre denari!

Ora don Blasco, il quale s’era già messo contro al marchese pel matrimonio con Chiara, e contro Chiara per la repentina conversione dall’odio all’amore verso il marito, aveva fatto un torto estremo ad entrambi della finzione a cui s’eran prestati per obbedire a quella pazza da legare della cognata. Un altro torto più grosso, forse imperdonabile, essi avevano commesso non facendo valere i loro diritti all’eredità paterna. Infatti, secondo il Benedettino, la casa Uzeda non era interamente distrutta quando c’era entrata donna Teresa; e ad ogni modo, siccome le rendite delle proprietà erano state riscosse anche nei tempi peggiori, bisognava che la principessa le conteggiasse, potendo dare a bere solo ai gonzi che esse fossero servite alle spese del mantenimento quotidiano. Avevano aiutato, invece, a pagare i debiti e a salvar le proprietà; erano quindi confuse nel patrimonio ricostruito e andavano ascritte all’attivo del principe Consalvo vii. Costui, da quell’imbecille che era sempre stato, aveva potuto coronare la sua corta e stupida vita con quel pulcinellesco testamento, impostogli e dettatogli dalla moglie, col quale dichiarando distrutto il suo patrimonio per disgrazie di famiglia, «la grazia delle disgrazie!», lasciava ai figli, «cose, cose da far recere i cani!…», l’affetto della madre; i figli, però, se non erano più imbecilli del padre, dovevano chiedere i conti, fino all’ultimo tornese. Il monaco era per questo andato assiduamente dietro ai nipoti, fuorché a Raimondo, al quale non rivolgeva la parola da anni ed anni per la ragione che era stato il beniamino della madre, incitandoli a farsi valere; ma nessuno, vivendo la principessa, aveva osato fiatare; ed egli li aveva a malincorpo scusati, attesa la soggezione a cui erano stati avvezzi da colei; ma quel marchese che le era soltanto genero, che non doveva quindi temerla, che era stato giuntato una prima volta nell’affare dei capitoli, fu per don Blasco l’ultimo dei minchioni non risolvendosi a parlar forte; e perché poi? di grazia, perché? Perché dichiarava d’aver sposato Chiara pel bene che le voleva, non per i quattrini che potevano venirgli!… La collera del monaco fu tale da procurargli uno stravaso di bile; ma, col tempo, egli s’era acchetato, aspettando la morte della cognata per riscendere in campo. Crepata costei, finalmente, e aperto quel bestiale testamento, il furioso Cassinese dimenticava adesso le bestialità di Federico e di Chiara per dar loro un nuovo assalto, per deciderli a muoversi. La morta, invece di dichiarare «onestamente» quant’era la parte del marito e dividerla «equamente» a tutti i figli, disponeva invece dell’intero patrimonio come di cosa propria! Non contenta di ciò, defraudava i legittimari fingendo di assegnar loro una quota superiore alla legale, dando loro in realtà «quattro grani»! Chiara, specialmente, era spogliata «come in un bosco», giacché il testamento non diceva parola del legato del canonico Risà. Questo era un altro pasticcio combinato tempo addietro da donna Teresa. Tra gli altri argomenti per vincere la resistenza di Chiara e indurla al matrimonio col marchese, ella aveva ricorso a quello dei quattrini e, per non sciogliere i cordoni della propria borsa, tirato in ballo un suo zio, il canonico Risà di Caltagirone, il quale prometteva un legato di cinquemila onze a favore della pronipote se la ragazza avesse sposato il marchese di Villardita. Nell’atto era intervenuta donna Teresa per garantire l’assegno, a condizione che la somma si trovasse realmente nel patrimonio del canonico, il quale prometteva di lasciare ogni cosa a lei. Invece, due anni avanti il canonico era morto, dividendo la roba tra una sua perpetua e la principessa, e costei s’era allora rifiutata di riconoscere il patto stabilito: né il marchese, per rispetto, per disinteresse, aveva pensato di chiederne l’esecuzione. Don Blasco, adesso, poiché neppure nel testamento la cognata s’era rammentata di quel suo obbligo, poiché ella aveva combinato «con arte infernale» anche l’altra gherminella delle quattromila onze che Chiara non aveva ricevute e che doveva intanto conferire come se le avesse prese, andava tutti i giorni dal marchese per istigarlo contro la morta e gli eredi, incitandolo a reclamare: 1. la divisione legale; 2. l’assegno matrimoniale con tutti gli interessi arretrati; 3. la parte che veniva a Chiara dal padre; 4. il legato del canonico; dimostrandogli in quattro e quattr’otto che non le diecimila onze assegnate nel testamento, ma tre volte tante gliene venivano per lo meno. Il marchese, pure ascoltandolo, chinando il capo a tutto quel che diceva il monaco, perché con quel Benedettino benedetto la discussione era impossibile, esprimeva alla moglie il desiderio di non dar l’esempio di una lite in famiglia, d’aspettare quel che avrebbero fatto gli altri; e Chiara consentiva in queste come in tutte le altre opinioni del marito; in cuor suo dava però ragione allo zio, voleva che le attribuissero ciò che le toccava, perché, gareggiando d’affetto con Federico, le doleva che egli dovesse sostener da solo il peso della casa; ma il marchese, da canto suo, protestava: «Io t’ho presa per te e non per i tuoi denari! Anche se tu non avessi nulla, non m’importerebbe… Del resto, non vuol dire che rinunzieremo ai nostri diritti. Lasciamo prima fare a Lucrezia e a Ferdinando; io non voglio essere il primo a intentare una causa alla tua famiglia…»

Quel disinteresse, quel rispetto da lui dimostrato verso casa Uzeda, accrescevano la devozione e l’ammirazione di Chiara, la facevano uniformare ai suoi desideri con tanto maggior zelo, quanto che, giusto in quei giorni, votatasi per consiglio della Badessa di San Placido al miracoloso San Francesco di Paola, ella aveva di nuovo la speranza d’essere incinta. Così, per difendere il marito da quella mosca cavallina di don Blasco, teneva fronte lei stessa allo zio, gli diceva:

«Sì, va bene; Vostra Eccellenza ha ragione, parla per amor nostro; ma il rispetto alla volontà di nostra madre…»

«Tua madre era una bestia,» gridava il monaco, «più di te!… Qual è stata la volontà di tua madre? Quella di rovinarvi tutti per amore di Raimondo e per odio di Giacomo! Pazza tu e lei! Manata di pazzi tutti quanti!…» E montando più in bestia per le moine che marito e moglie si facevano tutto il giorno, specialmente all’ora del desinare, quando si servivano reciprocamente come in piena luna di miele e s’imbeccavano al pari di due colombi, il monaco scoppiava: «Io non so veramente chi è più bestia, fra voi due!..»

Tanto che una volta Chiara, presolo a parte, protestò:

«Vostra Eccellenza mi dica quel che le piace, ma non tocchi Federico. Non tollero che se ne parli male»

«Che tolleri e talleri mi vai contando?» proruppe il monaco di rimando. «O credi che la gente abbia dimenticato che prima non lo volevi neanche per cacio bacato e minacciavi piuttosto di lasciarti morire che sposar quel cocomero?…»

Così la nipote voltò le spalle allo zio; questi mandò a farsi friggere la nipote e non mise più piede in casa di lei, dandosi ad altissima voce del triplice minchione per lo stupido interesse portato verso quel paio di animali. Ma erano giuramenti da marinaio; egli non poteva rassegnarsi a star zitto, gli coceva troppo che la volontà della morta si compisse: e allora, aspettando un’occasione per tornare alla carica contro quelle bestie, cominciò a prendersela con Ferdinando.

A qualunque ora andasse a cercarlo, lassù, alla Pietra dell’Ovo, lo trovava, sempre solo, con la pialla o con la sega o con la zappa in mano, intento a lavorar da stipettaio o da giardiniere, in maniche di camicia, come un operaio o un contadino. Da bambino era stato così, Ferdinando: taciturno, timido, mezzo selvaggio per la mala grazia con cui lo aveva trattato sua madre, costretto a svagarsi da solo, come meglio poteva, poiché non gli toccava il regalo del più povero balocco. Era cresciuto quasi da sé, ingegnandosi a procacciarsi quel che gli bisognava, a cavarsi d’impiccio. Quando gli altri andavano a spasso, egli restava in casa, a sfasciar scatole di legno o di cartone per farne teatrini o altarini o casucce che regalava poi a chi glieli chiedeva, a Lucrezia specialmente, per la quale, come per una compagna di destino, sentiva molta affezione; e se talvolta lo cercavano perché c’eran visite, perché qualche parente voleva vederlo, egli scappava, si rintanava in certi pertugi dove nessuno riusciva a trovarlo, o si rifugiava nella bottega dell’orologiaio, suo grande amico, dal quale facevasi insegnar l’arte. Un giorno, per San Ferdinando, don Cono Canalà gli regalò il Robinson Crusoe; egli lo divorò da cima a fondo e restò sbalordito dalla lettura come da una rivelazione. Da quel momento la sua selvatichezza s’accrebbe; il suo unico e costante desiderio fu quello di naufragare in un’isola deserta e di provveder da sé al proprio sostentamento. Cominciò allora a fare esperimenti di coltura nel giardino e nella terrazza del palazzo, e gli venne il gusto della campagna, che la principessa assecondò. Gli aveva messo il soprannome di Babbeo per quelle sue sciocche manìe; ma comprendendo che favorivano i propri piani gli abbandonò, alla Pietra dell’Ovo, prima la brulla chiusa delle ginestre e dei fichi d’India, poi col tempo, maturando il suo piano della generale spogliazione a favore del primogenito e di Raimondo, tutto il podere, stipulando però un contratto in piena regola, col quale il figliuolo obbligavasi di pagarle cinquecent’onze l’anno sui frutti del fondo, restando a lui tutto il di più. Il contratto per donna Teresa fu un affare: innanzi tutto ella risparmiò le trentasei onze annue del fattore, giacché Ferdinando andò subito subito a stabilirsi lì per coltivare da sé l’isola che aveva acquistata; e poi assicurossi una rendita che il podere non dava. Il Babbeo faceva assegnamento sulle bonifiche per pagare le cinquecent’onze alla madre e restar padrone dell’avanzo; infatti, appena entrato in possesso, cominciò a dissodare, a scavar pozzi, a strappar mandorli per piantar limoni, a sbarbicar la vigna per ripiantarci i mandorli, a sbizzarrirsi in una parola come aveva sognato. Il suo piacere, veramente, sarebbe stato più grande se avesse potuto far tutto da solo; ma costretto a chiamar zappatori e giardinieri, egli stesso lavorava con loro, a strappar erbacce, a portar via corbelli di sassi, a rimondar alberi, facendo anche da falegname, da muratore e da decoratore, perché una delle sue prime occupazioni era stata quella d’ingrandire ed abbellire la vecchia casa del fattore. Egli era felice facendo la vita dell’eroe che gli aveva acceso la fantasia, come se veramente fosse in un’isola deserta, a mille miglia dal mondo. Dormiva sopra una specie di cuccetta da marinaio, costruiva da sé tavole e seggiole, e la casa pareva un arsenale dalla tanta roba che v’era sparsa; seghe, pialle, trapani, pulegge, zappe, picconi; e poi un assortimento di assi e di travi, e sacchi di farina per fare il pane, provviste di polvere, una scansìa di libri, tutta la roba che un naufrago può salvare dalla nave prima che questa si sfasci.

Fin dal primo anno, però, egli non aveva potuto pagare interamente la rendita promessa alla madre; restò a dargliene una buona metà che la principessa notò regolarmente a suo debito. Poi, a furia di mutar colture, di porre in atto le novità di cui udiva parlare o che leggeva nei trattati d’agricoltura o che speculava da sé, il frutto del podere gli si venne sempre più assottigliando tra mano. Colpa dei mercenari, diceva, che non eseguivano bene i suoi ordini, o dello scombussolamento delle stagioni; ma la madre lo canzonava, a posta, per incaponirlo in quella sua manìa, e vi riesciva a meraviglia. E il frutto delle Ghiande scemava sempre più, non arrivava neppure alle cent’onze, nonostante che ad esclusione degli strumenti e di qualche libro egli non spendesse nulla per sé e mangiasse frugalmente i prodotti dell’orto e della caccia e le rare volte che compariva al palazzo scandalizzasse perfino i servi, tanto era stracciato e unto e goffo nei panni vecchi di anni ed anni. Ma la principessa, deridendolo, lo lasciava fare, e segnava una dopo l’altra nel libro dell’avere tutte le somme che ogni anno egli le dava in meno. Esse formavano già un discreto capitale che il Babbeo non sapeva dove prendere; il suo continuo timore era perciò che la madre, stanca di non vedersi pagata, gli togliesse di mano il podere; e infatti la principessa più d’una volta lo aveva minacciato di questo. Il colpo maestro di costei, nel testamento, fu dunque l’assegnazione delle Ghiande a Ferdinando. Per lui quella proprietà valeva più d’un feudo; a scambiarla per tutta l’eredità dei fratelli maggiori temeva di rimetterci. Come se non bastasse, c’era anche il condono degli arretrati che sommavano ormai a mille e cinquecento onze; talché, al colmo della soddisfazione, egli si credette trattato benissimo, oltre ogni speranza, e a don Blasco, il quale gli si metteva alle costole per indurlo a ribellarsi:

«Come?» diceva, candidamente, lasciando di piallare o di rimondare. «Non è abbastanza quello che ho avuto?»

«Ma ti tocca il triplo, per lo meno! Sei stato truffato con tutti gli altri! Ti tocca, in rate eguali con tutti gli altri, la parte di tuo padre, che è il momento di rivendicare! E non sai che Giacomo non ti mandò neppure a chiamare, il giorno della morte di tua madre?»

«Non è possibile!» rispondeva Ferdinando, scandalizzato. «E perché, poi?»

«Per far sparire carte e valori! Scappò lassù, si mise a rovistolare tutta la villa: le cose si risanno! E poi ha fatto la commedia dei suggelli. Te ne accorgerai all’atto dell’inventario, anima vergine!»

Il monaco smaniava dall’impazienza per quest’inventario; ma il principe invece pareva non avere fretta di conoscere quel che c’era in casa, non parlava d’affari a nessuno dei fratelli e delle sorelle, neppure al coerede Raimondo, il quale da parte sua pensava a tutto, fuorché a chiedergliene conto. Nonostante il lutto, stava sempre fuori casa, al Casino dei Nobili, a ragionar di Firenze coi vecchi amici, a far la sua partita o a giudicare gli equipaggi che sfilavano nell’ora del passeggio. E don Blasco intronava le orecchie di Ferdinando di invettive contro il fratello. Era «uno scandalo, una mancanza di rispetto alla morta calda ancora», la condotta di quello scapestrato che badava unicamente a spassarsi, che non era venuto a «chiuder gli occhi alla madre», neppure per amor dei quattrini che ella gli voleva dare brevi manu, «rubandoli agli altri!…» Ora il giorno che, cominciato finalmente l’inventario, risultò che in cassa c’erano soltanto cinque onze e due tarì di contanti, e un titolo di rendita di cento ducati, il monaco corse alle Ghiande come impazzito.

«Hai visto? Hai visto? Hai visto?… Che ti dicevo? Cinque onze! Tua madre non ne teneva mai meno di mille! E la rendita, la rendita! Fino a cinquemila ducati li sapevo io!… Capisci adesso! Hai visto come v’ha rubati il suo caro fratello? Quel ladro del signor Marco gli ha tenuto il sacco! Rubati! Rubati! Se non gridate, se non vi fate sentire, siete degni che vi sputino in viso.»

Non la finiva più, dimostrando al nipote, intontito dalle grida, la nuova magagna. Perché mai, dunque, Giacomo lasciava al suo posto il signor Marco, mentre aveva già cacciato via tutti i servi protetti dalla madre, il cocchiere maggiore, il cuoco, tutti coloro ai quali ella aveva lasciato qualcosa? Quel «porco» del signor Marco, l’«anima dannata» della defunta, avrebbe dovuto esser preso «a calci nel preterito» appena la sua protettrice aveva chiuso gli occhi; invece perché mai, dopo due mesi, era ancora in servizio? Appunto perché, appena morta la padrona antica, s’era buttato «vigliaccamente» ai piedi del padrone nuovo, gli aveva consegnato ogni cosa, gli aveva lasciato «rubare» i valori che andavano «a tutti» o per lo meno «al coerede!…»

E quella bestia di Ferdinando che faceva l’ingenuo, che non voleva credere a tante porcherie e si dichiarava grato alla madre pel condono delle mille e cinquecent’onze! Quasi che quello strozzato contratto tra madre e figlio non fosse stato immorale, quasi che la principessa non avesse a bella posta stabilito un canone superiore al frutto del podere per meglio impaniar quell’allocco!… Tuttavia, a furia di predicargli che gli toccava di più, che avrebbe potuto essere ricco più del doppio, più del triplo, il monaco sarebbe forse riuscito a scuotere il nipote se, come parlando male del marito a Chiara, non avesse commesso anche con Ferdinando una grave imprudenza. Rifiutando il testamento, chiedendo la divisione legale, Ferdinando temeva che le Ghiande andassero in mano ad altri, o che, per lo meno, egli dovesse spartirle coi fratelli; don Blasco, che gli dimostrava la possibilità di tenerle tutte per sé, un giorno gli cantò:

«E finalmente se perderai questo fondo, ne acquisterai in cambio un altro che varrà centomila volte più!…»

«Eccellenza no,» rispose Ferdinando; «come questo non ce n’è altri in casa nostra…»

«Le Ghiande?» scoppiò allora il monaco. «Una terra che si chiamava le Ghiande? Buona veramente a buttarci una mandra di maiali? E che ci vengono, fuorché le ghiande? Ora specialmente che hai finito di rovinarla con le tue speculazioni pazzesche?»

Ferdinando, a sentirsi così buttar giù la terra e l’opera propria, ammutolì e arrossì come un pomodoro; poi, ricuperata la voce, dichiarò:

«Eccellenza, sa come dice il proverbio? Ne sa più un pazzo in casa propria che un savio nell’altrui!»

Allora il monaco, eruttata una buona quantità di male parole contro quel malcreato, non rifece più la via del suo «porcile» e si ridusse a porre l’assedio intorno a Lucrezia. L’aveva serbata per l’ultima, poiché, se nutriva un’antipatia istintiva contro tutti i nipoti, era specialmente furioso contro questa qui.

Come Chiara e Ferdinando, Lucrezia non ricordava una carezza della madre; ma dove Chiara aveva avuto da principio agli occhi del monaco il merito relativo della resistenza opposta alla principessa nell’affare del matrimonio, e Ferdinando quello d’essere andato via di casa, la nipote più piccola non aveva altro che torti, uno più capitale dell’altro. Sotto la sferza di donna Teresa, trattata con particolare durezza per esser nata quando costei non aspettava più altri figli, considerata come un’intrusa venuta a rubare parte della roba già destinata ai due maschi, Lucrezia era cresciuta come «una marmotta», diceva il Benedettino: tarda, taciturna, selvatica come Ferdinando, e sempre così distratta che le sue risposte erano oggetto di risa per tutti fuorché per lo zio Blasco che se la mangiava viva.

Asservendo e maltrattando la figlia, la principessa non dimenticava tuttavia lo scopo principale da raggiungere: cioè di lasciarla zitellona in casa. Perciò ella dimostrava assiduamente, quotidianamente a Lucrezia che il matrimonio non era fatto per lei; prima di tutto per la cattiva salute – e invece la ragazza stava benissimo; poi perché così voleva il bene della casa – e le additava l’esempio di donna Ferdinanda; poi perché, senza quattrini, non avrebbe potuto mai trovare un partito conveniente – e l’eccezione del marchese Federico confermava la regola; e finalmente perché, quasi tutto questo non bastasse, era anche brutta – e qui diceva la verità. Quando la vedeva allo specchio, o le rare volte che la ragazza assisteva alle visite che venivano per la madre, costei esclamava: «Ma come sei brutta, figlia mia!… Che disgrazia avere una figlia così brutta, è vero?» L’argomento più persuasivo era nondimeno quello della povertà: la roba apparteneva «ai maschi»; quando i fattori le portavano sacchi di quattrini, ella diceva a Lucrezia: «Vedi questi? Sono tutti dei maschi…» e se la ragazza alzava gli occhi alle mappe dei feudi appese nelle anticamere, la madre ripeteva: «Che guardi? Sono le proprietà dei maschi!» Quando il discorso, presente la figlia, cadeva sui matrimoni, donna Teresa ammoniva: «Di che parlate dinanzi alle ragazze?» e a quattr’occhi le diceva che pensare al matrimonio era peccato mortale, da confessarsene: e il confessore, Padre Camillo, confermava in queste idee Lucrezia; poi la principessa ricominciava, fino alla sazietà: «Tu del resto non hai niente, devi restare in casa per forza: chi ti vorrà sposare senza denari?» Quanto a Chiara, era stata un’altra cosa: si era trovato uno che la prendeva con la sola camicia, perché la sapeva savia, timorata di Dio, obbediente alla madre. E addolcendo la pillola, la principessa si lasciava scappare di tanto in tanto: «Se anche tu sarai come tua sorella, poi ti compenserò altrimenti.»

Così era cresciuta Lucrezia: costantemente mortificata e umiliata, segregata dal mondo più che nella badìa, invisa ai fratelli maggiori ed agli stessi zii, tiranneggiata un poco anche da Chiara che per avere cinque anni più di lei faceva la grande; unicamente voluta bene e protetta da Ferdinando, col carattere del quale s’accordava molto il suo. Il Babbeo aveva già da badare a se stesso, non godendo troppe grazie in famiglia; ma dimostrava come poteva a Lucrezia il bene che le voleva. Maggiore appena d’un anno, egli giocò con lei, le diede i balocchi da lui stesso costruiti; più tardi, quando egli ebbe qualche nozione di lettere, quando apprese da sé a disegnare, a far minuti lavorucci, comunicò la sua scienza alla sorella per la quale non si faceva la spesa d’un maestro. Del resto la compagnia e la protezione di Ferdinando non fu la sola di cui godé Lucrezia: ella ebbe anche quella di donna Vanna, una delle cameriere; e la principessa, sempre all’erta, non vide il pericolo che correva da questa parte.

La servitù, in casa Francalanza, era pagata poco e avvezza a tremare dinanzi alla padrona; nondimeno raramente qualcuno andava via se non era congedato, perché tutti trovavano il mezzo di rifarsi moralmente e materialmente del cattivo trattamento. Il mezzo consisteva nel parteggiare segretamente per qualcuno dei figli o dei cognati contro la padrona, nel fomentare le ribellioni, nel far la spia: per questo v’erano altrettanti partiti, nel cortile, quante teste presumevano, su nel palazzo, di fare a modo proprio. Donna Vanna era dunque del partito delle «signorine»: come dapprima aveva incoraggiato la disperata resistenza di Chiara al matrimonio impostole, così più tardi venne narrando a Lucrezia la storia della sorella per dimostrarle le durezze e le strambità della madre; e le mise in testa che anche lei doveva maritarsi, e le diede la coscienza dei suoi diritti e delle sue qualità. Non era vero che ella fosse povera: la principessa poteva disporre solamente della metà della propria sostanza: l’altra metà andava egualmente divisa fra tutti i figli: «S’ha da fare così per forza, perché è scritto nella legge: perciò questa parte si chiama legittima…» E Lucrezia l’ascoltava a bocca aperta, cercando di comprendere. Ella comprendeva più facilmente le adulazioni della cameriera che trovava recondite bellezze nella persona della padroncina, quando la vestiva o la pettinava: «Com’è ben formata Vostra Eccellenza!… Sembra una palma!… E queste trecce! Corde di bastimento!» Poi concludeva: «Ha da trovarsi uno che se la godrà!…»

Così accadde che, quando i Giulente vennero a star di casa dirimpetto al palazzo dei Francalanza, donna Vanna disse alla signorina: «Vostra Eccellenza ha visto il signorino Benedetto? Guardi che bel ragazzo!» Ella si mise a osservarlo dalla finestra, e fu del parere della cameriera. «Vostra Eccellenza non s’è accorta come la guarda?» Lucrezia si fece rossa più d’un papavero, e da quel giorno i suoi occhi andarono spesso al balcone del giovanotto. Però, finché la principessa ebbe buona salute, la cosa non uscì da questi termini e nessuno la sospettò. Un brutto giorno donna Teresa, già malandata, si svegliò con un doloretto al fianco, del quale sulle prime non si curò, ma che un anno dopo doveva condurla al sepolcro. Quando la malattia della padrona aggravossi, e specialmente quando, per mutar d’aria, ella se ne andò al Belvedere, sola, giacché Raimondo, il beniamino, stava a Firenze e gli altri figliuoli erano qual più qual meno tutti aborriti, allora, più libera, donna Vanna favorì meglio l’amore della signorina; parlò al giovanotto, portò da una parte all’altra dapprima saluti, poi ambasciate e finalmente biglietti. In famiglia se ne accorsero, e tutti si scatenarono contro Lucrezia.

I Giulente, venuti circa un secolo addietro a Catania da Siracusa, appartenevano a una casta equivoca, non più «mezzo ceto» cioè borghesia, ma non ancora nobiltà vera e propria. Nobili si credevano e si vantavano; ma questa loro persuasione non riuscivano a trasfondere negli altri. Da parecchie generazioni s’erano venuti imparentando con famiglie della vera «mastra antica», ma avevano dovuto scegliere quelle ridotte a corto di quattrini, perché una ragazza nobile e ricca ad un tempo non avrebbe mai sposato un Giulente. Per giocare a pari coi baroni autentici avevano adottato tutti gli usi baronali: uno solo tra loro, il primogenito, poteva prender moglie; gli altri dovevano restar scapoli. L’abolizione del fedecommesso li aveva rallegrati, poiché in casa loro non c’era: istituito il maiorasco, avevano tentato di ottenerlo, senza riuscirvi. Nondimeno tutto era andato egualmente al primogenito: don Paolo, il padre di Benedetto, era ricchissimo, mentre don Lorenzo non possedeva un baiocco: per questo, forse, trescava coi rivoluzionari. Benedetto, un po’ per l’esempio dello zio, un po’ pel soffio dei nuovi tempi, faceva anch’egli il liberale; teneva moltissimo alla sua nascita, ma combattendo la bigotteria della nobiltà – quando la volpe non arriva all’uva! gridava la zitellona – e per questi suoi sentimenti, quantunque tutta la sostanza del padre dovesse un giorno spettargli, studiava per prendere la laurea d’avvocato. Quindi l’ira di don Blasco contro la nipote che s’arrischiava di fare all’amore senza chieder permesso a lui; e con chi? Con un Giulente, un liberale, un avvocato!

Ora, dopo la lettura del testamento, dopo le difficoltà opposte da Chiara, dal marchese e da Ferdinando alle sue sobillazioni, il monaco si rivolse a Lucrezia. Aveva maggiore speranza di riuscire con lei poiché, per l’amore di Giulente, ella aveva interesse a ribellarsi alla famiglia; è vero che gli toccava pel momento secondare o per lo meno fingere d’ignorare l’amoretto della nipote; ma pur di complottare e di metter zeppe e di farsi valere, don Blasco passava sopra a maggiori difficoltà. Egli cominciò dunque a dimostrare a Lucrezia il torto ricevuto, le ragioni da addurre, il furto di Giacomo appena morta la madre; e le rifece i conti e la stimolò a mettersi d’accordo con Ferdinando, sull’animo del quale ella sola poteva, per contrastar poi, uniti, al fratello maggiore.

Lucrezia, che all’opposizione dei parenti s’era impennata, come ogni Uzeda dinanzi alla contraddizione, ed aveva giurato a donna Vanna che avrebbe sposato Giulente a qualunque costo; udendo adesso il monaco parlarle dei suoi diritti, dimostrarle che ella era più ricca di quanto credeva, istigarla a far valere la propria volontà, gli dava ascolto, diffidente, tuttavia, sospettosa di qualche raggiro. La notte prendeva consigli dalla cameriera; e poiché donna Vanna la confortava a seguire il monaco, ella riconosceva, sì, che sua madre l’aveva messa in mezzo, come tutti gli altri, a profitto di due soli, e chinava il capo agli argomenti che don Blasco le ripeteva; ma sul punto d’impegnarsi a dire il fatto suo a Giacomo, la paura l’arretrava. Era cresciuta con l’idea che egli fosse d’una pasta diversa, d’una natura più fine; mentre tutti i fratelli e le sorelle si davano del tu fra loro, al primogenito toccava del voi; e il principe che l’aveva sempre tenuta a distanza, guardandola d’alto in basso, adesso, dopo la lettura del testamento, mostravasi ancora più chiuso con tutti, ma specialmente con lei. Preparata a sostener la lotta per amore di Giulente, ella voleva riserbare le sue forze pel momento buono, non sciuparle per uno scopo che le pareva secondario. Benedetto le aveva fatto sapere che, appena laureato, voleva dire fra un paio di anni, avrebbe chiesto la sua mano; e che il duca d’Oragua, tanto amico di suo zio Lorenzo, li avrebbe sicuramente sostenuti; ma che frattanto bisognava aver pazienza e prudenza, studiare di non accrescere l’animosità degli Uzeda. Consultato intorno alla quistione del testamento, egli confermava il consiglio di non far nulla contro il principe; parte per le ragioni antiche, parte per non parere ingordo della maggiore dote di lei. «Vede Vostra Eccellenza?» commentava la cameriera, udendo queste lettere che la padroncina le comunicava. «Vede Vostra Eccellenza quant’è buono? Vuol bene a Vostra Eccellenza, non ai quattrini! Un altro che avesse uccellato alla dote, che cosa avrebbe risposto? “Facciamo la lite!”» Egli era veramente un buon giovane, studioso, un po’ esaltato, infiammato dalle dottrine liberali dello zio, bruciante d’amore per l’Italia: scrivendo alla ragazza le diceva che le sue passioni erano tre: lei, la madre e la patria che bisognava redimere.

Così anche Lucrezia, dopo aver dato ascolto alle istigazioni di don Blasco, non faceva nulla di quel che voleva lo zio: anzi, una volta che costui fu più insistente, ella rispose:

«Perché non parla Vostra Eccellenza con Giacomo?»

Il monaco, a quest’uscita, diventò paonazzo e parve sul punto di soffocare.

«Ho da parlar io, ah, bestia? ah, bestiona? Vi piacerebbe, bestioni, prender la castagna con la zampa del gatto? Ah, volevate che parlassi io!… E che cavolo vi pare che me n’importi, in fin dei conti, se vi spoglia, se vi mangia tutti quanti, brancata di pazzi, di gesuiti e d’imbecilli, oh?…»

Parlare a Giacomo, prendere le parti di quei nipoti contro quell’altro, era veramente impossibile a don Blasco. Egli si sarebbe così impegnato definitivamente, avrebbe preso realmente un partito, non avrebbe potuto più dar torto a chi prima aveva dato ragione, e viceversa; e questo era per lui un bisogno. Così per esempio il principe, solo fra tutta la «mala razza» (come il Benedettino chiamava i suoi nei momenti d’esasperazione, cioè quasi sempre), gli era stato dinanzi obbediente e sommesso, gli aveva dato ragione nella lotta contro la principessa; ora don Blasco, in cambio, gli rivoltava i fratelli e le sorelle. Ma il monaco non credeva di far male, così; scettico e diffidente, sapeva che Giacomo s’era messo con lui non già per affezione o per rispetto, ma per semplice tornaconto.

Il principe Giacomo, infatti, aveva obbedito a sue proprie ragioni. Quasi non potesse perdonargli di non esser venuto a tempo, quand’ella l’aspettava e lo voleva, la principessa non aveva fatto festa al primogenito dei maschi, il quale aveva anche messo in pericolo, nascendo, la vita di lei. Invece di volergli tanto più bene quanto più lo aveva desiderato e quanto più le costava, donna Teresa gliene aveva voluto tanto meno. Alla nascita di Lodovico era rimasta ancora indifferente e crucciata; le sue viscere materne s’erano improvvisamente commosse per Raimondo. Così, mentre tutti gli altri parenti che non eran «pazzi» come lei, o che eran pazzi altrimenti, avevano dato a Giacomo l’idea che egli fosse da più di tutti come primogenito, come erede del titolo, la principessa aveva riposto tutto il suo affetto, un affetto cieco, esclusivo, irragionevole, sopra Raimondo. E la protezione della madre era molto più efficace di quella del padre e degli zii; perché, mentre costoro davano a Giacomo, avido di quattrini, ingordo d’autorità, soltanto vane parole, Raimondo era colmato di regali, otteneva ragione su tutti, faceva legge dei propri capricci. Così cominciarono le risse tra i due fratelli, e Raimondo, più piccolo, ne toccò; ma quando la principessa si vide dinanzi in lacrime il suo protetto, Giacomo assaggiò le terribili mani di lei che lasciavano i lividi dove cadevano. Il ragazzo s’ostinò un pezzo, fino a mutar la freddezza della madre in odio deciso; poi, accortosi di sbagliar via, mutò tattica, divenne infinto, fece da spia a don Blasco, gustò il piacere della vendetta nel vedere Raimondo picchiato dal monaco in odio alla cognata. Ma furono soddisfazioni mediocri e di corta durata: con gli anni la principessa chiuse a San Nicola il secondogenito, diede a Raimondo il titolo di conte; avara, anzi spilorcia, largheggiò soltanto col beniamino; Giacomo non ebbe mai un baiocco, e i suoi abiti cadevano a brandelli quando l’altro pareva un figurino. Se Raimondo esprimeva un’opinione, subito era secondato, o per lo meno non deriso; Giacomo non potè disporre di nulla. Uno dei suoi più lunghi desideri era stato quello di far atto di padrone, in casa, riadattando a modo suo il palazzo: la madre non gli permise di muovere una seggiola. Ella stessa aveva lavorato a mutar l’architettura dell’edificio, il quale pareva composto di quattro o cinque diversi pezzi di fabbrica messi insieme, poiché ognuno degli antenati s’era sbizzarrito a chiuder qui finestre per forare più là balconi, a innalzare piani da una parte per smantellarli dall’altra, a mutare, a pezzo a pezzo, la tinta dell’intonaco e il disegno del cornicione. Dentro, il disordine era maggiore: porte murate, scale che non portavano a nessuna parte, stanze divise in due da tramezzi, muri buttati a terra per fare di due stanze una: i «pazzi», come don Blasco chiamava anche i suoi maggiori, avevano uno dopo l’altro fatto e disfatto a modo loro. Il più grande rimescolamento era stato quello operato da suo padre, il principe Giacomo xiii, quando costui non sapeva come buttar via i quattrini; e quella «testa di zucca» di donna Teresa, invece di pensare all’economia, non s’era divertita a sciuparne degli altri in altre bislacche novità?… Giacomo voleva anch’egli ritoccare la pianta della casa, ma la madre non gli lasciò neanche attaccare un chiodo; e il Benedettino andava in bestia specialmente per questo; che il figliuolo sempre contrariato era tutto sua madre: autoritario, cupido, duro, almanacchista come lei; mentre quella papera preferiva Raimondo che non conosceva il valore del denaro, sperperava tutto quel che aveva, non s’intendeva d’affari, amava e cercava unicamente gli svaghi e i piaceri!… I due fratelli, quantunque avessero la stess’aria di famiglia, non si rassomigliavano neppure fisicamente: Raimondo era bellissimo, Giacomo più che brutto. Nella Galleria dei ritratti si potevano riscontrare i due tipi. Tra i progenitori più lontani c’era quella mescolanza di forza e di grazia che formava la bellezza del contino; a poco a poco, col passare dei secoli, i lineamenti cominciavano ad alterarsi, i volti s’allungavano, i nasi sporgevano, il colorito diveniva più oscuro; un’estrema pinguedine come quella di don Blasco, o un’estrema magrezza come quella di don Eugenio, deturpava i personaggi. Fra le donne l’alterazione era più manifesta: Chiara e Lucrezia, quantunque fresche e giovani entrambe, erano disavvenenti, quasi non parevano donne; la zia Ferdinanda, sotto panni mascolini, sarebbe parsa qualcosa di mezzo tra l’usuraio e il sagrestano; ed altrettante figure maschilmente dure spiccavano fra i ritratti femminili di più fresca data; mentre, negli antichi, le strane acconciature e gli stravaganti costumi, gli strozzanti collari alla fiamminga che mettevano le teste come sopra un bacino, le vesti abbondanti che chiudevano il corpo come scaglie di testuggine, non riuscivano a nascondere la sveltezza elegante delle forme né ad alterare la purezza fine dei lineamenti. Tratto tratto, fra le generazioni più vicine, in mezzo alle figure imbastardite, se ne vedeva tuttavia qualcuna che rammentava le primitive; così, per una specie di reviviscenza delle vecchie cellule del nobile sangue, Raimondo rassomigliava al più puro tipo antico. Ridevano gli occhi alla principessa, quando lo vedeva, grazioso ed elegante, guidare, montare a cavallo, tirare di scherma; al primogenito invece dava altrettanti soprannomi quanti difetti trovava nella sua persona: l’Orso che balla, per la goffaggine; Pulcinella, per il lungo naso; il Nano, per la corta statura.

Così l’astio di Giacomo contro la madre e il fratello si manteneva sempre vivo; esso crebbe a dismisura quando donna Teresa colmò lo staio, dando moglie a Raimondo. La tradizione di famiglia, mantenuta fino al 1812 dall’istituzione del fedecommesso, stabiliva che nessuno fuorché il primogenito prendesse moglie; e infatti, nella generazione precedente, né il duca né don Eugenio s’erano accasati; ma la principessa, come sempre, s’infischiò delle regole e pensò di trovare un partito a Raimondo prima ancora che a Giacomo. Morendo lei e lasciando ad entrambi la sua sostanza, la condizione dei due fratelli sarebbe stata eguale; ma in vita, non volendo ella spogliarsi di nulla, Giacomo, che doveva necessariamente ammogliarsi per tramandare il principato, si sarebbe arricchito con la dote della moglie, mentre Raimondo, restando scapolo, non avrebbe avuto nulla. Persuasa quindi della necessità di dar moglie anche al beniamino, ella esitò nondimeno molto tempo prima di attuare la sua risoluzione, e non già perché sentisse scrupolo d’infrangere la tradizione, di creare nell’albero genealogico degli Uzeda un ramo storto che avrebbe fatto concorrenza al diritto; ma per la stessa passione ispiratale dal giovane: all’idea che un’altra donna gli sarebbe vissuta notte e giorno a fianco, una sorda gelosia la struggeva. Per questo, il giorno che finalmente si decise, non soffrì di dargli nessuna delle ragazze della città e neppure della provincia; ma cominciò invece a cercargli un partito a Messina, a Palermo, più lontano ancora, nel continente, con certi suoi criteri particolari, uno dei quali era che la sposa fosse orfana di madre. Cercò parecchi anni e nessuna la contentò. Alla fine, per mezzo d’un monaco benedettino compagno di don Blasco, Padre Dilenna di Milazzo, fermò la sua scelta sulla figlia del barone Palmi, cugina del Cassinese. Tuttavia, parendo troppo a lei stessa che Raimondo prendesse moglie prima di Giacomo, il quale a venticinque anni era ancora scapolo, caso unico nella storia della famiglia, provvide ad ammogliare i due fratelli nello stesso tempo, e destinò al primogenito la figlia del marchese Grazzeri.

Le liti scoppiate in quell’occasione furono straordinarie. Se il rancore di Giacomo per il matrimonio del fratello divenne più cocente, vedendo egli prepararsi accanto alla propria un’altra progenie di Uzeda che gli avrebbe sottratto parte delle sue sostanze, non fu meno grande il rancore pel matrimonio suo proprio. Violento, avido e arido com’era, egli aveva amoreggiato colla cugina Graziella, figlia della sorella della madre, e s’era messo in testa di sposarla, quantunque la dote di lei fosse infinitamente più scarsa di quella della Grazzeri; ma la principessa, un poco appunto per questa considerazione della maggiore ricchezza, un poco perché non era mai andata d’accordo con la sorella, anzi l’aveva sempre tenuta lontana da sé, e soprattutto pel gusto di contrariare l’inclinazione del figliuolo, lo sforzò invece a sposar la Grazzeri.

Giacomo non era più ragazzo, da obbedire alla madre per paura di castighi o di busse; ella aveva però un’arma più potente in mano, essendo padrona dei quattrini e potendo minacciare di diseredarlo. «Neppure un grano!…» gli diceva, freddamente, facendo scattar l’unghia del pollice contro i denti; «non avrai neppure un grano!…» e la poca simpatia dimostrata a quel figliuolo e la passione per Raimondo e il matrimonio imminente di quest’ultimo confermavano la minaccia, facevano sospettare che ella l’avrebbe compiuta. Il principe, che fino a quel punto non era riuscito interamente ad adottar la politica della finzione, dopo quest’ultimo e violento contrasto le s’inchinò, rassegnato e devoto, le prestò una obbedienza scrupolosa e cieca anche nelle cose inutili e ridicole, non parlò più se non d’amor fraterno, d’unione, di rispetto ai maggiori. Dentro, si rodeva; ed aspettando di cogliere il frutto di quella condotta, esercitava il proprio tirannico impero e faceva pesare il suo cruccio unicamente sulla moglie. Dal primo giorno del matrimonio questa fu trattata peggio d’una serva; non che volontà, non poté esprimere neppure opinioni; il principe l’addestrò ad obbedirgli a un semplice muover di sguardi; quando ella ebbe bisogno di comperare una matassa di cotone o un palmo di nastro, le convenne chiedere a lui i baiocchi occorrenti – e in dote gli aveva portato centomila onze. La sua missione fu quella di dare un erede al marito, di perpetuare la razza dei Viceré; compitala, ella fu considerata come una bocca inutile, peggio d’un lavapiatti; perché i lavapiatti facevano almeno la corte alla famiglia, all’occorrenza davano una mano al maestro di casa; mentre donna Margherita non sapeva far nulla e non pensava ad altro fuorché ad evitar contatti e vicinanze, con la manìa della nettezza e l’incubo dei contagi. Era del resto una creatura mite, senza volontà, cera molle che il principe plasmò a suo talento. In odio al figlio, non per amore che le portasse, la principessa suocera pigliò più d’una volta le sue difese; allora ella sofferse maggiormente, perché Giacomo, arrendendosi in apparenza, le faceva poi scontare più duramente quella protezione.

Se il matrimonio del principe andò tanto male, quello di Raimondo andò molto peggio. Giacomo non voleva la Grazzeri, amando la cugina; Raimondo invece non voleva nessuna, era deciso a non ammogliarsi. Le moine e le preferenze usategli dalla madre avevano destato in lui appetiti insaziabili di piaceri e di libertà; ma la protezione della principessa pesava quasi quanto la sua avversione, tanto ella era dispotica in tutto. Il suo protetto doveva fare quel che voleva lei, pagarle con una obbedienza più rassegnata i privilegi che ella gli accordava; né questi privilegi, straordinari a paragone della soggezione in cui erano tenuti gli altri figli, bastavano a Raimondo: svegliavano invece le sue voglie senza arrivare a soddisfarle. A lui solo, per esempio, toccavano quattrini da buttar via a suo capriccio; ma la principessa donava per lambicco; e il giovane che spendeva continuamente per gli abiti, per le donne, e avea fra l’altre la passione del giuoco, sciupava in una notte quel che la madre gli dava in un anno. Solo a lui, anche, era stato consentito di arrivare sino a Firenze, ma quella rapida corsa. mettendo in corpo al giovanotto la manìa dei viaggi, dei lunghi soggiorni nei paesi più belli e più ricchi, non poté esser seguìta da altre Quindi, benché trattati in modo tanto diverso, entrambi i fratelli aspettavano con eguale impazienza la morte della madre: Giacomo per esercitare la propria autorità di capo della casa, per vendicarsi dei maltrattamenti sofferti, per afferrare la roba; Raimondo per saldare i debiti nascostamente contratti, per buttar via i quattrini nella soddisfazione delle proprie voglie, per appagare il più grande desiderio che lo struggeva: andar via dalla Sicilia, veder Milano e Torino, vivere a Firenze o a Parigi.

Al primo annunzio del matrimonio egli si ribellò dunque apertamente alla madre, poiché solo fra tutti poteva dirle in faccia: «Non voglio!» Il matrimonio era la catena al collo, la schiavitù, la rinunzia alla vita che egli sognava: a nessun patto poteva accettarlo. Ma la principessa, che verso gli altri figli adoperava i più acri sarcasmi, le imposizioni più dure e le minacce estreme, tenne a lui il linguaggio della persuasione. Voleva egli divertirsi, aver molti quattrini da spendere, far quello che gli piaceva? La dote gli avrebbe subito permesso ogni cosa! Quella gelosa che si adattava a dargli moglie per necessità, e non voleva la nuora del paese e gli andava invece a cercare un partito lontano, non poteva ammettere che suo figlio amasse quest’altra donna, che le fosse fedele, che le si credesse legato sul serio. «Stupido che sei!» gli diceva dunque. «Sposala per adesso; poi, se ti secca, la pianterai!» E solamente quel linguaggio e quegli argomenti indussero il giovane a dir di sì, persuadendolo che a quel modo egli sarebbe stato subito ricco e si sarebbe nello stesso tempo sottratto all’opprimente protezione della madre.

Don Blasco, al matrimonio di Giacomo, aveva fatto cose dell’altro mondo e vomitato gli ultimi vituperi sul nipote che s’era ficcato in testa di sposare la cugina Graziella, la figlia d’un’altra Risà! e sulla cognata che gli dava invece «per forza» una Grazzeri! Ma a coronare l’opera mancava proprio il matrimonio di Raimondo!… Ammogliare un altro figliuolo? Creare una seconda famiglia? Venir meno alle tradizioni della casa? C’era esempio d’una pazzia più furiosa?… Don Blasco non badava alla contraddizione fra quel rispetto che pretendeva portassero alle tradizioni, ed il proprio insaziabile rancore per esser stato sacrificato alle tradizioni medesime: pur di fare l’opposizione, pur di sfogarsi in qualche modo, egli saltava ostacoli molto più grandi. E quel che più specialmente l’offendeva, nel matrimonio di Raimondo, era la scelta della sposa. Fra tanti partiti che le erano offerti, quale aveva preferito sua cognata? Quello proposto da Padre Dilenna, nemico personale di don Blasco!

Lassù, ai Benedettini, fra le molte fazioni in cui si dividevano i monaci, le più accanite eran le politiche: ora don Blasco era borbonico sfegatato e Padre Dilenna, al Quarantotto, aveva fatto galloria con gli altri liberali per la cacciata di Ferdinando ii. L’anno dopo, don Blasco aveva ottenuto la rivincita; ma Dilenna gli fece più tardi mangiar l’aglio quando, in previsione della vacanza del priorato, sostenne Lodovico Uzeda, mentre don Blasco in persona aspirava a quell’ufficio! Sceglier dunque per Raimondo la moglie proposta dal Dilenna, anzi la sua propria cugina, era veramente un po’ troppo. Tutte le cose che don Blasco fece e disse, al palazzo, le seggiole che rovesciò, i pugni che lasciò cadere sui mobili, le male parole e le bestemmie che gli usciron di bocca, non si potrebbero ridire; tanto che la principessa, mentre prima lo aveva lasciato gridare, opponendogli una resistenza passiva, gli spiattellò finalmente sul muso che, in casa propria, ella aveva sempre fatto quel che le era piaciuto; e che lo stesso suo marito non s’era mai arrischiato di dirle una parola più forte d’un’altra: «Sapete dunque che c’è? Fatemi il famosissimo piacere di non venirci più!» Don Blasco, botta e risposta: «Mi dite voi di non venirci? E non sapete che io vi ho fatto un altissimo onore tutte le volte che sono entrato in questa bottega? E non sapete che di voi e di tutti i vostri me ne importa meno di quattordici paia di…? Ma andate un poco a farvi più che… tutti quanti siete, e maledetti siano i piedi d’asino e di porco che mi ci portarono!» Egli andò poi a dir cose, contro la cognata, fra i monaci amici, da far cascare il monastero, e non mise piede per più di un anno al palazzo struggendosi però di non poter più gridare, cadendone quasi ammalato; talché, alla nascita del principino Consalvo viii, quando Giacomo, tutto spirante pace ed amore, propose alla madre ed ottenne che s’invitasse lo zio alla festa del battesimo, il Cassinese riapparve in casa della cognata, per ricominciare, dopo un breve periodo di calma apparente, a gridar peggio di prima.

La principessa aveva dunque sostenuto, per accasar Raimondo, una lotta ora sorda, ora violenta non solo sul primogenito e con don Blasco, ma con lo stesso figlio di cui voleva assicurare l’avvenire, e perfino con se stessa. Ella ebbe in quell’occasione un altro nemico, e non meno terribile: donna Ferdinanda.

La zitellona contava allora trentotto anni, ma ne dimostrava cinquanta; né in età più fresca aveva mai posseduto le grazie del suo sesso. Destinata a restar nubile per non portar via nulla del patrimonio riserbato al fratello principe, ella sarebbe stata forse rinchiusa, per precauzione, in un monastero, se la sua bruttezza e più la naturale sincera avversione allo stato maritale non avessero assicurato i suoi parenti meglio della clausura contro i pericoli della tentazione. Non era parsa mai donna, né di corpo né d’anima. Quando, bambina, le sue compagne parlavano di vesti e di svaghi, ella enumerava i feudi di casa Francalanza; non comprendeva il valore delle stoffe, dei nastri, degli oggetti di moda, ma sapeva, come un sensale, il prezzo dei frumenti, dei vini e dei legumi; aveva sulla punta delle dita tutto il complicato sistema di misurazione dei solidi, dei liquidi e delle monete; sapeva quanti tarì, quanti carlini e quanti grani entrano in un’onza; in quanti tùmoli si divide una salma di frumento o di terreno, quanti rotoli e quanti coppi formano un cafisso d’olio… A quel modo che, fisicamente, gli Uzeda si dividevano in due grandi categorie di belli e di brutti, così al morale essi erano o sfrenatamente amanti dei piaceri e dissipatori come il principe Giacomo xiii e il contino Raimondo; o interessati, avari, spilorci, capaci di vender l’anima per un baiocco, come il principe Giacomo xiv e donna Ferdinanda. Costei aveva avuto dal padre una miseria, il così detto piatto, cioè tanto da assicurare il vitto quotidiano, la magra provvisione, durante il fedecommesso, dei cadetti e delle donne. Con quella miseria, donna Ferdinanda aveva giurato d’arrivare alla ricchezza. Tutti i suoi pensieri d’ogni giorno e d’ogni notte furono diretti a tradurre in atto il suo sogno. Appena in possesso di quelle miserabili sessant’onze annuali, ella cominciò a negoziarle, a darle in prestito contro pegno od ipoteca, secondo la solvibilità del debitore, scontando effetti cambiari, facendo anticipazioni sopra valori o sopra merci: ogni sorta d’operazioni bancarie da ghetto, poiché l’esiguità della sua rendita l’obbligava a contrattare con poveri diavoli, minuti industriali, mercantini, capimastri, rigattieri, vinai e perfino coi servi di casa. Ella non toccava un baiocco del capitale, arrischiava solo i frutti, cioè li raddoppiava, li triplicava, tanto genio degli affari aveva naturalmente, tanto era accorta, e dura, inesorabile quando si trattava di riavere i suoi quattrini e gli interessi, che pretendeva fin all’ultimo grano, sorda a preghiere ed a pianti di donne e di fanciulli; e più esperta, più cavillosa d’un patrocinatore, se le toccava ricorrere alla giustizia. Tanto era avara, anche; giacché non spendeva per sé più dei due tarì al giorno che passava alla principessa in cambio del vitto e del servizio che questa le assicurava: quanto all’alloggio, le avevano lasciato la cameruccia al terzo piano, sotto i tetti, che aveva occupata da bambina, e per vestirsi ricomprava le robe smesse dalla cognata. Così, a poco a poco, aveva esteso la cerchia dei suoi affari e formato un gruzzoletto che circolava tra persone di maggior levatura, negozianti in grosso, speculatori ragguardevoli, proprietari in imbarazzo. Allora, secondo che la sua sostanza venne crescendo, nacque una sorda gelosia nell’animo della principessa e di don Blasco contro la cognata e la sorella. Con metodi diversi, donna Ferdinanda lavorava al conseguimento d’uno scopo simile a quello di donna Teresa. Costei voleva salvare ed accrescere la fortuna degli Uzeda, quella aveva l’ambizione di crearne una di sana pianta. Ora, partendo donna Ferdinanda dal nulla, la sua gloria sarebbe stata maggiore, avrebbe offuscato quella di donna Teresa: di qui la sorda antipatia della principessa, i sarcasmi coi quali punzecchiava l’avarizia della cognata; giacché la propria era naturalmente legittima ed ammirabile. Quanto a don Blasco, il dolore da lui provato nel dover rinunziare al mondo s’inacerbiva tutte le volte che qualcuno dei parenti acquistava fama, potenza e quattrini: vedendo dunque la sorella far quello che egli stesso avrebbe fatto, se fosse rimasto al secolo, e riuscire oltre ogni previsione, rapidamente, il sangue gli ribolliva, l’umore gli s’inaspriva, l’invidia lo avvelenava. Donna Ferdinanda parve insensibile ai sarcasmi ed alle asprezze della cognata e del fratello. Le conveniva, pel momento, tacere, giacché era e voleva continuare ad esser ospite della principessa, finché i propri quattrini sarebbero stati tanti da permetterle di avere una casa propria. Parenti e amici la consigliavano ogni giorno di togliere quel suo peculio dalla circolazione troppo pericolosa, di acquistarne piuttosto solidi immobili; ella scrollava il capo, affermava che i suoi denari non correvano rischio di sorta, perché solo «chi presta senza pegno perde i denari, l’amico e l’ingegno»; in realtà ella aspettava d’aver tanto da poter fare una compra ragguardevole. Nel ‘42, dieci anni dopo d’essere entrata in possesso del suo magro piatto, stupì tutta la parentela acquistando all’asta pubblica per cinquemila onze il fondo del Carrubo, bel pezzo di terra che ne valeva dieci; fortunata, cioè accorta anche in questo: nell’aver saputo cogliere la magnifica occasione. Era noto a tutti che possedeva un capitaletto, nessuno immaginava che in dieci anni avesse messo insieme una piccola sostanza. Cognata e fratello furono più mordenti di prima, specialmente vedendo che ella non spendeva per sé un carlino di più: ella lasciò dire, continuando a speculare con le quattrocent’onze di rendita che adesso possedeva. Le faceva fruttare quanto più poteva, non ne perdeva un grano, e quando le cambiali scadevano, il notaio, il sensale o il patrocinatore venivano a portarle il suo avere in tanti bei pezzi di colonnati lucenti e sonanti. Patrocinatore, notaio e sensale erano i suoi amici. Fra la gente che frequentava il palazzo Francalanza ella sceglieva, per tirarseli a fianco, i più destri, i più prudenti, quelli che avevano come lei l’intelligenza e la passione degli affari, dai quali poteva sperare informazioni e suggerimenti. E il principe di Roccasciano, gran signore da quanto gli Uzeda, ma con pochi quattrini che s’era proposto di moltiplicare e che moltiplicava infatti, pazientemente, prudentemente, senza la spilorceria e le durezze di lei, era il suo consigliere preferito. Nel ‘49, quando meno l’aspettava, le si presentò l’occasione di comprar la casa. Ella aveva dato certe mille onze al cavaliere Calasaro, il cui figliuolo, complicato nella rivoluzione, era stato costretto a prendere le vie dell’esilio. Il padre, spogliatosi ed esaurito tutto il suo credito per non fargli mancare nulla, non poté, alla scadenza, soddisfare donna Ferdinanda. Costei, fiutando il vento, volle esser pagata subito subito, e minacciò la espropriazione e lanciò la prima citazione. Il debitore venne a gettarlesi ai piedi, con le mani in testa, perché gli evitasse l’ultima rovina, e le offrì, tra le sue proprietà, quella che più le piaceva. Donna Ferdinanda le buttò per terra, piene com’erano d’iscrizioni, capaci di attirarle addosso un diluvio di carta bollata, e poiché l’altro insisteva, e le offriva la casa netta d’ipoteche, la zitellona torse il grifo, dicendo: «Se ne può parlare.» Ma ella pretendeva di averla per le sue mille e cent’onze, capitale, interesse e spese, senza metter fuori un carlino di più, mentre il proprietario la stimava duemila onze, per lo meno, e pretendeva il resto. La cosa andò a monte; donna Ferdinanda spinse avanti la procedura. L’altro, con l’acqua alla gola, spremuto dal figliuolo che da Torino chiedeva sempre quattrini, vessato dal governo per motivo del giovane esiliato, chinò finalmente il capo. «Almeno faccia lei le spese dell’atto,» le mandò a dire; ma donna Ferdinanda: «Mille e cent’onze: ho una parola sola!» Così ella ebbe la casa. Era piccola, naturalmente, per quel prezzo: due botteghe fiancheggianti il portone, e un piano solo, sopra, con un balcone grande e due piccoli, nella facciata; ma aveva un valore inestimabile agli occhi di donna Ferdinanda; era posta ai Crociferi, che era il vecchio quartiere della nobiltà cittadina, ed essa stessa era una casa nobile, appartenendo da tempo ai Calasaro, signori della «mastra antica».

Oltre quella dei quattrini, la zitellona aveva infatti la passione della vanità nobiliare. Tutti gli Uzeda erano gloriosi della magnifica origine della loro schiatta; donna Ferdinanda ne era ammalata. Quando ella parlava di «don Ramon de Uzeda y de Zuellos, que fue señor de Esterel», e venne di Spagna col Re Pietro d’Aragona a «fondarsi» in Sicilia; quando enumerava tutti i suoi antenati e discendenti «promossi ai sommi carichi del Regno»: don Jaime i «che servì al Re don Ferdinando, figlio dell’imperator don Alfonso, contra ai mori di Cordova nel campo di Calatrava»; Gagliardetto, «caballero de mucha qualitad»; Attardo, «cavaliero spiritoso, ed armigero»; il grande Consalvo «Vicario della Reina Bianca»; il grandissimo Lopez Ximenes «Viceré dell’invitto Carlo v»; allora i suoi occhietti lucevano più dei carlini di nuovo conio, le sue guance magre e scialbe s’accendevano. Indifferente a tutto fuorché ai suoi quattrini, incapace di commoversi per qualunque avvenimento o lieto o triste, ella s’appassionava unicamente alle memorie dei fasti degli antenati. V’era in casa, ai tempi di suo nonno, una bella libreria; ma, quando il principe Giacomo xiii cominciò a navigare in cattive acque, fu venduta prima di tutto; ella salvò una copia del famoso Mugnòs, Teatro genologico di Sicilia, dove il capitolo «della famiglia de Vzeda» era il più lungo, occupando non meno di trenta grandi pagine. E quelle pagine secche e ingiallite, esalanti il tanfo delle vecchie carte, stampate con caratteri sgraziati ed oscuri, con ortografia fantastica; quella enfatica e bolsa prosa siculo-spagnola secentesca era la sua lettura prediletta, l’unico pascolo della sua immaginazione; il suo romanzo, il vangelo che le serviva a riconoscere gli eletti tra la turba, i veri nobili tra la plebe degli ignobili e la «gramigna» dei nobili falsi. «Chiaramente per tutti gli Hifpani genologifti fi fcorge, coi suoi felici fucceffi e con le occasioni debbite, qvale vna delle più antiche e fublimi famiglie delli regni di Valenza e d’Aragona la famiglia Vzeda, e per tvtto è uolgato effer ella fiffatamente cognominata dal nome, di vna fva terra detta la baronia di Vzeda, qvale alcanzò da qvei Re, in ricompenfo dei fvoi feruigi et indi coi Trionfi della militia nel Svpremo Cielo delle glorie militari peruenne.» Questo stile era d’una suprema eleganza, d’una straordinaria magnificenza per donna Ferdinanda, la quale leggeva letteralmente uolgato, peruenne e faceva già troppo, poiché essendo una «porcheria» per le donne della sua casta, al principio del secolo, sapere di lettere, ella aveva appreso a legger da sé, pei bisogni delle sue speculazioni.

Ora, con questo infatuamento della zitellona per la propria eccelsa origine e per l’istituzione della nobiltà in generale, la principessa pensò di dar per moglie a Raimondo, chi? Una Palmi di Milazzo, la figliuola d’un barone «da dieci scudi» del quale il Mugnòs non faceva e non poteva fare la più lontana menzione! Gloriavasi, questo «barone» Palmi, di certi privilegi di centocinquant’anni addietro; ma che erano centocinquant’anni paragonati ai secoli di nobiltà degli Uzeda? Senza contare che di questi privilegi non parlava neppure il marchese di Villabianca, autore fiorito nientemeno che un secolo dopo il Mugnòs!… La principessa, a cui la nobiltà stava a cuore, se non quanto a donna Ferdinanda, certo moltissimo, aveva giudicato invece sufficienti e fors’anche soverchi quei centocinquant’anni dei Palmi, giusto perché, volendo che la moglie del suo Raimondo fosse sottomessa dinanzi al beniamino come una schiava dinanzi al padrone, e che egli potesse trattarla d’alto in basso e farne quel che gli piaceva, aveva perfino pensato un momento di sceglier per lui l’umile figliuola di qualche ricco fattore… Il dissidio fu quindi violento. Già donna Ferdinanda, acquistato lo stabile dei Calasaro, era andata via dal palazzo Francalanza e aveva messo casa, continuando a squartar lo zero ma pagandosi il lusso della carrozza. I legni erano due vecchi trespoli comprati per pochi ducati ma decorati dello stemma di casa Uzeda; i cavalli, due magre bestie a cui ella dava in pasto un po’ di paglia del Carrubo, un pugno di crusca e la verdura marcita. Il cocchiere, oltre al servizio della stalla e della scuderia, faceva da cuoco e da staffiere. I sarcasmi della principessa eran divenuti, per tutto questo, naturalmente più aspri; e adesso la zitellona teneva fronte alla cognata. Ricca com’era di quattrini e come si credeva di senno, donna Ferdinanda pretendeva che le facessero la corte e la tenessero da conto; mentre prima, stando insieme coi parenti, era rimasta indifferente ai loro affari, voleva ora, lontana, ficcare anche lei il naso in tutte le quistioni di famiglia. Invece, la principessa non tollerava né protezione né imposizioni; quindi liti ogni giorno. Da un’altra parte don Blasco, esasperato per la fortuna della sorella, perdette il lume degli occhi vedendo costei fargli la concorrenza nella sua parte di critico minuto e di giudice infallibile; la zitellona, viceversa, gli disse il fatto suo per la vita scandalosa che conduceva; e un giorno, a proposito d’una certa balia da prendere per il principino, siccome a donna Ferdinanda il latte di costei pareva sospetto, mentre don Blasco lo dichiarava di prima qualità – le male lingue dicevano che aveva ragione di conoscerlo – fratello e sorella vennero quasi alle mani: chetàti a fatica dal nipote Giacomo, non si parlarono mai più. Il più strano era che, non parlandosi mai, evitandosi come la peste, essi soli, in quella casa, vedevano le cose a un modo e in tutto esprimevano eguali opinioni. Come don Blasco aveva gettato fuoco e fiamme contro il matrimonio di Raimondo, così donna Ferdinanda era divenuta una vipera. Non solamente quella bestia della cognata proteggeva il terzogenito in odio all’erede del titolo, non solamente si metteva sotto i piedi la «legge» che voleva la continuazione del solo ramo diretto; ma gli dava in moglie, chi, Signore Iddio? Una Palmi di Milazzo!… Palmi? Donna Ferdinanda non la chiamò mai con questo nome; ma ora Palma, ora Palmo, e le diede come arma parlante ora la mezza canna, che conta appunto quattro palmi, con la quale i rivenduglioli misurano la cotonina; ora due palme di piedi, che tra quella gente dovevano esser villosi, da quei contadini che erano. Le due cognate, a furia di sarcasmi e di liti, per poco non si strapparono i capelli; come don Blasco, la zitellona non mise più piede in casa Francalanza; ma, come il fratello, non soffrendo di starne a lungo lontana, ci tornò alla prima occasione.

E solamente gli altri due cognati, il duca Gaspare e il cavaliere don Eugenio, non avevano dato tanti fastidi a donna Teresa.

Il Cavaliere don Eugenio, al tempo di quelle lotte, non era in Sicilia. Destinato sulle prime ad entrare anche lui ai Benedettini come il fratello don Blasco, s’era salvato adducendo la propria inclinazione al mestiere delle armi. Fu la prima menzogna che disse, per evitare il convento: non poteva sentirsi chiamato ad un mestiere quasi sconosciuto in Sicilia, dove, come non c’era coscrizione e tra i popolani correva il motto: «meglio porco che soldato», così neppure la nobiltà si dava alla milizia. Ma don Eugenio voleva anch’egli esser libero e guadagnarsi un posto nel mondo. Rimasto al Noviziato di San Nicola per educazione fin quasi a diciott’anni, se ne andò a Napoli all’uscir dal monastero, e fu ascritto alla nobile compagnia delle Reali Guardie del Corpo, certo di salir subito ai primi gradi. Dopo dieci anni era appena sotto-brigadiere. Infatuato come tutti gli Uzeda della sua nobiltà, aveva guardato d’alto in basso i compagni ed anche un poco i superiori, vantando, oltre i sublimi natali, sterminate ricchezze; invece, al momento di mostrarle coi fatti, i giovani signori napolitani mettevano fuori i quattrini, mentre il vanaglorioso cadetto siciliano si ritraeva o, peggio, faceva debiti che poi non pagava. Trattato da millantatore, fu posto quasi al bando dai compagni; e del resto egli stesso, riconoscendo di non aver raggiunto lo scopo, quantunque ai parenti scrivesse che il magro successo era da attribuire all’invidia ed all’ingiustizia, risolse un bel giorno di dar le dimissioni. Restò tuttavia a Napoli, donde annunziava che le case più ricche e nobili gli erano aperte come la sua propria, e che il duca Tale ed il principe Talaltro gli volevano dare in moglie le figliuole; nessuno di quei matrimoni, continuamente spacciati come certissimi, si combinava mai. Frattanto, abbruciato di quattrini, egli aveva chiesto un impiego a Corte; e nonostante i precedenti poco promettenti, pure, per ragioni politiche, premendo ai Borboni di tenersi amiche le grandi famiglie siciliane, egli fu nominato Gentiluomo di Camera, con esercizio. Nel 1852, inaspettato ospite, tornò a casa. Diceva d’esser passato dal servizio attivo all’onorario perché il clima di Napoli non gli conferiva; una certa voce sorda parlò invece di cose poco pulite combinate con un fornitore di Casa reale… Da Napoli, l’ex Guardia del Corpo e Gentiluomo di Camera tornò con una nuova vocazione: l’archeologia, la numismatica e l’arti belle. Portò con sé una quantità di rottami provenienti, diceva, da Pompei, da Ercolano, da Pesto, e rappresentanti un valore grandissimo; tante tele da farne la velatura d’un vascello, «tutte dei più famosi autori: Raffaello, Tiziano, Tintoretto»; ricolmò di quella roba il quartierino che aveva preso in affitto – perché la principessa non volle saperne di riammetterlo in casa – e cominciò a far commercio d’antichità. Giacomo era ammogliato da due anni, ed aveva già l’aspettato primogenito; Raimondo stava a Firenze con la moglie, dove era loro nata una bambina.

Neppure il duca Gaspare s’era trovato in casa, al tempo dei matrimoni; ma, benché da lontano, fu l’unico che approvasse l’opera della cognata, attirandosi naturalmente per quell’approvazione, e più per il motivo che gliela dettava, i fulmini di donna Ferdinanda e di don Blasco. Questa ragione era d’indole tutta politica. Il barone Palmi, padre di Matilde, liberale d’antica data, aveva preso alla rivoluzione del Quarantotto una parte così attiva che, dopo la restaurazione, colpito da una condanna capitale, s’era rifugiato a Malta, e senza specialissime protezioni e solenni impegni di non cominciar da capo, quell’esilio, invece di pochi mesi, sarebbe durato quanto la sua vita. Nondimeno, graziato ed ammonito, egli ricominciò a dirigere nel suo paese e in quasi tutta la Sicilia il movimento contro il regime borbonico. Ora queste sue opinioni politiche e questa sua autorità nell’ancor vivo partito liberale furono le ragioni per cui il duca vide bene il matrimonio della figliuola di lui con Raimondo.

Fino al Quarantotto, il duca, come tutti gli Uzeda, era stato borbonico per la pelle. Ma quantunque, come secondogenito e duca d’Oragua, avesse avuto qualcosa di più del magro piatto ed alcuni zii materni avessero contribuito ad impinguare il suo appannaggio, pure egli aveva un’invidia del primogenito e una smania d’arricchire e di farsi valere nel mondo più grande di quella dei fratelli, giacché la sua dotazione svegliava ma non appagava i suoi appetiti. Mentre era durato il fedecommesso, i cadetti avevano sopportato con discreta rassegnazione il loro stato miserabile, non potendo dar di cozzo contro la legge; ora che i primogeniti erano preferiti per un’idea che al soffio dei nuovi tempi pareva pregiudizio, l’invidia li rodeva. Per questo sentimento che aveva fatto di don Blasco un energumeno, e alimentato la cupidigia di don Eugenio, il duca aveva dato ascolto alle lusinghe dei rivoluzionari, ai quali premeva di trarre dalla loro un personaggio importante come il duca d’Oragua, secondogenito del principe di Francalanza. Egli non cessò per altro dal far la consueta corte all’Intendente, a fine di prepararsi un paracadute nel caso di possibili rovesci; associossi al Gabinetto di lettura, covo dei liberali, senza lasciare il Casino dei Nobili, quartier generale dei puri, e insomma si destreggiò in modo da navigar tra due acque. Al primo scoppio della rivoluzione, la paura fu più forte: dichiarando ai suoi nuovi amici che il moto era impreparato, inopportuno, destinato immancabilmente a fallire, mentre la gente s’armava e si batteva egli se la batté in campagna, e fece sapere ai capi del partito regio che aspettava la fine di quella «carnevalata». Però la «carnevalata» promise di durare; i soldati napolitani sgombrarono la Sicilia, e quantunque s’annunziasse ogni giorno il loro ritorno, non se n’ebbe più né nuova né vecchia, e il governo provvisorio si venne ordinando. Il duca, visto che non ne andava la pelle, tornò in città, porse orecchio alle lusinghe del partito trionfante che, per averlo dalla sua, gli prometteva tutto quel che desiderava. Egli stette ancora a vedere, tirò in lungo, consigliò prudenza, allegò il bene del paese, le insidie, i possibili pericoli, dando così un colpo al cerchio e un altro alla botte. Corto di vista e presuntuoso per giunta, proprio mentre le cose volgevano fatalmente al peggio, giudicò di potersi ormai gettare in braccio ai liberali. Stava già per abbruciare i suoi vascelli e già assaporava i primi frutti del favor popolare, quando un bel giorno il principe di Satriano sbarcò a Messina con dodicimila uomini per rimettere le cose al posto di prima. Il duca si stimò perduto, e la nuova, più grande tremarella gli fece commettere uno sproposito di cui più tardi ebbe a pentirsi: mentre la città s’apparecchiava alla resistenza, egli firmò con altri borbonici fedeli e liberali traditori una carta in cui s’invocava la pronta restaurazione del potere legittimo. Ai primi d’aprile, le compagnie della milizia siciliana che presidiavano Taormina sgombrarono all’apparire dei regi e ritornarono a Catania; il 7 Satriano entrò in città dopo un sanguinoso combattimento. Tutti gli Uzeda erano scappati alla Piana, il duca s’era barricato alla Pietra dell’Ovo perché era opinione generale che i napolitani si sarebbero presentati dalla parte opposta, cioé dalla via di Messina. Invece, essi spuntarono dalla strada del Bosco etneo, prendendo, dopo brevi zuffe, i posti della Ravanusa e della Barriera. Ora, giunto all’altezza della Pietra dell’Ovo, il generale borbonico entrò col suo stato maggiore nel podere degli Uzeda, dove il duca lo accolse come un padrone, come un salvatore, come un Dio, mentre i cannoni spazzavano la via Etnea, e le truppe regie, assalite alla Porta d’Aci dal disperato battaglione dei corsi, decimate a colpi di coltello, nell’ora triste del crepuscolo, da quel manipolo che si sentiva perduto, inferocivano e distruggevano fin all’ultimo quei mille uomini e sfogavano l’ira sulla inerme città… Amico di Satriano, protetto dalla firma posta a quell’atto di sottomissione che tra i liberali andò infamato col nome di Libro nero, protetto ancora più dal suo proprio nome, perché era impossibile che un Uzeda avesse potuto dire sul serio mettendosi coi rivoluzionari, il duca non solo non soffrì molestie di sorta nella reazione, ma fu anzi accarezzato. Invece, un sordo fermento si destò contro di lui nel partito dei vinti. Gli apponevano quella firma odiosa, ma più le accoglienze fatte a Satriano alla Pietra dell’Ovo. L’affare della firma era conosciuto da pochi, dai capi; la storia della Pietra dell’Ovo si diffuse tra i gregari e corse in mezzo al popolo; ciascuno v’aggiunse un po’ di frangia, arrivarono a narrare che mentre la città agonizzava, il duca guardava lo spettacolo col cannocchiale di Satriano; che all’entrata del conquistatore della città gli aveva cavalcato al fianco. Don Lorenzo Giulente, rimastogli amico, ebbe un bel difenderlo, smentire le esagerazioni, asserire che il duca, solo ed inerme, non poteva mandare indietro il generale seguito da un intero esercito: gli animi amareggiati dal disinganno chiedevano un capro espiatorio; e come Mieroslawski, il polacco comandante della polizia, era stato accusato di tradimento, così il rancore popolare si rovesciò sul duca, quantunque mille più di lui lo meritassero perché di lui più colpevoli. In fin dei conti, egli non aveva preso né gradi, né stipendi, né appalti dalla rivoluzione: era stato a vedere, aspettandone la riuscita; mentre tanti altri, dopo aver fatto gazzarra e il mangia-mangia, si buttavano ai piedi dell’Intendente e salutavano col cappello fino a terra nominando Sua Maestà Ferdinando ii «che Dio sempre feliciti!» Questo voleva dire il duca, in propria difesa; questo diceva Giulente; ma cantavano ai sordi, e il duca si vedeva segnato a dito, bollato col nome di traditore, insultato e fin minacciato da lettere anonime. Un giorno l’amico don Lorenzo gli consigliò di partire: solo la lontananza e il tempo potevano avere virtù di far sbollire quell’odio. Il duca non se lo fece dire due volte, e andò a Palermo. Lì, il partito d’azione, vinto egualmente, era tuttavia meno depresso: le speranze non erano morte o cominciavano a risorgere. Passata la paura che le ultime vicende gli avevano messa in corpo, rinatagli in cuore l’ambizione inappagata e mortificata, il duca prestò di nuovo orecchio alle sollecitazioni dei liberali, anche per dimostrare ai suoi cari concittadini che non meritava il loro disprezzo. E quantunque non s’allontanasse dalla consueta prudenza, e andasse ai conciliaboli rivoluzionari come ai ricevimenti del Luogotenente generale del Re, e tornasse insomma, con più prudenza, al giuoco di prima, arrivò tuttavia a Catania la voce che egli era nei comitati d’azione e in corrispondenza con gli emigrati, e che dava quattrini per la buona causa e che soccorreva i patriotti perseguitati. Oltre la voce, arrivarono anche i quattrini che egli mandava ai comitati locali, comprendendo finalmente che quella era la buona via; che uno come lui, senza fede e senza coraggio, non poteva far valere altri titoli se non i denari sonanti. E frattanto gli animi placati vedevano meglio, riconoscevano i maggiori colpevoli, rivolgevano contro costoro l’odio col quale avevano prima perseguitato il duca. Infine venne il matrimonio di Raimondo con la Palmi ad assicurargli nuove grazie. Egli aveva conosciuto il barone a Palermo, per mezzo degli agitatori che questi veniva a trovare da Milazzo, in barba alle autorità e col pretesto degli affari. Quando il duca seppe del matrimonio divisato dalla principessa, s’affrettò quindi non solamente ad approvarlo, ma anche ad offrirsi come mediatore, facendo valere l’amicizia che lo legava al barone. Egli sentiva che quell’alleanza del proprio nipote con la figlia dell’antico liberale non poteva se non favorirlo, aiutarlo a riacquistar credito presso la parte che aveva tradita. Quanto alla principessa, borbonica come tutti gli Uzeda, il liberalismo dei Palmi piuttosto che un ostacolo fu una ragione di più che le fece combinare quel matrimonio. Prima di tutto ella era borbonica d’istinto, ma non s’occupava di politica avendo altro da fare; poi, come le era piaciuto che la sposa non potesse vantare una eccelsa nobiltà, così vedeva bene che la famiglia di lei fosse perseguitata dal governo, affinché Raimondo potesse meglio imporsi, in tutti i modi, alla famiglia ed alla moglie.

Per le nozze del nipote, il duca tornò in patria. Erano passati appena due anni dai fatti che gli avevano valso l’odio dei suoi concittadini e già egli poté vedere gli effetti della lontananza e della sua nuova politica e dell’amicizia col barone Palmi e dell’adesione al matrimonio di Raimondo. Mentre don Blasco e donna Ferdinanda, in guerra a morte con la principessa, se la prendevano anche con lui per l’appoggio prestato alla cognata e per la politica che gli dettava quel contegno, e al colmo della rabbia lo vituperavano e per poco non lo denunziavano alle autorità pel suo liberalismo, e poi ne ridevano e quasi gli gettavano in faccia il tradimento del 1849, la firma del Libro nero, l’amicizia di Satriano; mentre suo fratello e sua sorella facevano ciò, molti di coloro che gli avevano tolto il saluto lo avvicinarono e gli strinsero la mano; altre paci furono facilmente suggellate per mezzo di Giulente; nessuno parve più rammentare le storie passate. Nondimeno, il duca ripartì, se ne tornò a Palermo, un poco perché aveva preso gusto a starci, ma anche per confermare quelle buone disposizioni.

Tornato in patria, adesso, per la morte della cognata, egli era accolto quasi in trionfo, la gente traeva a lui in processione. Non solo nessuno parlava più dei fatti del 1849, vecchi di sei anni; non solo egli era considerato come una delle speranze del partito; ma il lungo soggiorno alla capitale, la frequentazione dei maggiori uomini palermitani gli conferivano improvvisamente fama di grande dottrina. Egli citava le opinioni di Tizio e di Filano, celebri patriotti «amici miei» – come don Eugenio aveva per amici i più gran signori napolitani —; infarciva i suoi discorsi di citazioni erudite di seconda e di terza mano; riesponeva a modo suo, quasi pensate da lui, le teorie economiche e politiche di cui aveva avuto qualche sentore nelle conversazioni di Palermo: e la gente gli stava dinanzi a bocca aperta. Il patriotta, è vero, riceveva visite dall’Intendente e le restituiva, e non aveva scrupolo di mostrarsi in compagnia dei più ferventi borbonici; ma ciò non gli era posto più a debito: bisognava fingere con l’autorità per non destarne i sospetti, per comprenderne il giuoco. Egli dava quattrini, non lasciava andare a mani vuote chi gli chiedeva soccorsi. Don Blasco e donna Ferdinanda lo vituperavano pertanto, ciascuno da canto suo, con più grande violenza di prima; egli li lasciava cantare, seguitava a giocare sulla carta della libertà come il monaco sopra i numeri del lotto e la zitellona sul credito della gente.

Come in politica si teneva bene con tutti, così in casa non parteggiava più per uno che per l’altro. Vedeva l’armeggio di don Blasco per sollevare i nipoti defraudati, sapeva le ragioni che militavano per essi; ma vedeva ancora la ciera accigliata del principe, udiva le sue amare lagnanze pel «tradimento» che gli aveva fatto la madre: perciò stava al bivio, dava ragione un po’ a tutti: al principe che gli offriva ospitalità e lo trattava con deferenza, a Lucrezia che amando e sposando il nipote del cospiratore Giulente, lo avrebbe aiutato ad entrar meglio nelle grazie dei liberali.

I Vicere

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