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CANTO DECIMO

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1

Fra quanti amor, fra quante fede al mondo

mai si trovar, fra quanti cor constanti,

fra quante, o per dolente o per iocondo

stato, fer prove mai famosi amanti;

più tosto il primo loco ch'il secondo

darò ad Olimpia: e se pur non va inanti,

ben voglio dir che fra gli antiqui e nuovi

maggior de l'amor suo non si ritruovi;


2

e che con tante e con sì chiare note

di questo ha fatto il suo Bireno certo,

che donna più far certo uomo non puote,

quando anco il petto e 'l cor mostrasse aperto.

E s'anime sì fide e sì devote

d'un reciproco amor denno aver merto,

dico ch'Olimpia è degna che non meno,

anzi più che sé ancor, l'ami Bireno:


3

e che non pur l'abandoni mai

per altra donna, se ben fosse quella

ch'Europa ed Asia messe in tanti guai,

o s'altra ha maggior titolo di bella;

ma più tosto che lei, lasci coi rai

del sol l'udita e il gusto e la favella

e la vita e la fama, e s'altra cosa

dire o pensar si può più preciosa.


4

Se Bireno amò lei come ella amato

Bireno avea, se fu sì a lei fedele

come ella a lui, se mai non ha voltato

ad altra via, che a seguir lei, le vele;

o pur s'a tanta servitù fu ingrato,

a tanta fede e a tanto amor crudele,

io vi vo' dire, e far di maraviglia

stringer le labra ed inarcar le ciglia.


5

E poi che nota l'impietà vi fia,

che di tanta bontà fu a lei mercede,

donne, alcuna di voi mai più non sia,

ch'a parole d'amante abbia a dar fede.

L'amante, per aver quel che desia,

senza guardar che Dio tutto ode e vede,

aviluppa promesse e giuramenti,

che tutti spargon poi per l'aria i venti.


6

I giuramenti e le promesse vanno

dai venti in aria disipate e sparse,

tosto che tratta questi amanti s'hanno

l'avida sete che gli accese ed arse.

Siate a' prieghi ed a' pianti che vi fanno,

per questo esempio, a credere più scarse.

Bene è felice quel, donne mie care,

ch'essere accorto all'altrui spese impare.


7

Guardatevi da questi che sul fiore

de' lor begli anni il viso han sì polito;

che presto nasce in loro e presto muore,

quasi un foco di paglia, ogni appetito.

Come segue la lepre il cacciatore

al freddo, al caldo, alla montagna, al lito,

né più l'estima poi che presa vede;

e sol dietro a chi fugge affretta il piede:


8

così fan questi gioveni, che tanto

che vi mostrate lor dure e proterve,

v'amano e riveriscono con quanto

studio de' far chi fedelmente serve;

ma non sì tosto si potran dar vanto

de la vittoria, che, di donne, serve

vi dorrete esser fatte; e da voi tolto

vedrete il falso amore, e altrove volto.


9

Non vi vieto per questo (ch'avrei torto)

che vi lasciate amar; che senza amante

sareste come inculta vite in orto,

che non ha palo ove s'appoggi o piante.

Sol la prima lanugine vi esorto

tutta a fuggir, volubile e incostante,

e corre i frutti non acerbi e duri,

ma che non sien però troppo maturi.


10

Di sopra io vi dicea ch'una figliuola

del re di Frisa quivi hanno trovata,

che fia, per quanto n'han mosso parola,

da Bireno al fratel per moglie data.

Ma, a dire il vero, esso v'avea la gola;

che vivanda era troppo delicata:

e riputato avria cortesia sciocca,

per darla altrui, levarsela di bocca.


11

La damigella non passava ancora

quattordici anni, ed era bella e fresca,

come rosa che spunti alora alora

fuor de la buccia e col sol nuovo cresca.

Non pur di lei Bireno s'innamora,

ma fuoco mai così non accese esca,

né se lo pongan l'invide e nimiche

mani talor ne le mature spiche;


12

come egli se n'accese immantinente,

come egli n'arse fin ne le medolle,

che sopra il padre morto lei dolente

vide di pianto il bel viso far molle.

E come suol, se l'acqua fredda sente,

quella restar che prima al fuoco bolle;

così l'ardor ch'accese Olimpia, vinto

dal nuovo successore, in lui fu estinto.


13

Non pur sazio di lei, ma fastidito

n'è già così, che può vederla a pena;

e sì de l'altra acceso ha l'appetito,

che ne morrà se troppo in lungo il mena:

pur fin che giunga il dì c'ha statuito

a dar fine al disio, tanto l'affrena,

che par ch'adori Olimpia, non che l'ami,

e quel che piace a lei, sol voglia e brami.


14

E se accarezza l'altra (che non puote

far che non l'accarezzi più del dritto),

non è chi questo in mala parte note;

anzi a pietade, anzi a bontà gli è ascritto:

che rilevare un che Fortuna ruote

talora al fondo, e consolar l'afflitto,

mai non fu biasmo, ma gloria sovente;

tanto più una fanciulla, una innocente.


15

Oh sommo Dio, come i giudìci umani

spesso offuscati son da un nembo oscuro!

i modi di Bireno empi e profani,

pietosi e santi riputati furo.

I marinari, già messo le mani

ai remi, e sciolti dal lito sicuro,

portavan lieti pei salati stagni

verso Selandia il duca e i suoi compagni.


16

Già dietro rimasi erano e perduti

tutti di vista i termini d'Olanda

(che per non toccar Frisa, più tenuti

s'eran vêr Scozia alla sinistra banda),

quando da un vento fur sopravenuti,

ch'errando in alto mar tre dì li manda.

Sursero il terzo, già presso alla sera,

dove inculta e deserta un'isola era.


17

Tratti che si fur dentro un picciol seno,

Olimpia venne in terra; e con diletto

in compagnia de l'infedel Bireno

cenò contenta e fuor d'ogni sospetto:

indi con lui, là dove in loco ameno

teso era un padiglione, entrò nel letto.

Tutti gli altri compagni ritornaro,

e sopra i legni lor si riposaro.


18

Il travaglio del mare e la paura

che tenuta alcun dì l'aveano desta,

il ritrovarsi al lito ora sicura,

lontana da rumor ne la foresta,

e che nessun pensier, nessuna cura,

poi che 'l suo amante ha seco, la molesta;

fur cagion ch'ebbe Olimpia sì gran sonno,

che gli orsi e i ghiri aver maggior nol ponno.


19

Il falso amante che i pensati inganni

veggiar facean, come dormir lei sente,

pian piano esce del letto, e de' suoi panni

fatto un fastel, non si veste altrimente;

e lascia il padiglione; e come i vanni

nati gli sian, rivola alla sua gente,

e li risveglia; e senza udirsi un grido,

fa entrar ne l'alto e abandonare il lido.


20

Rimase a dietro il lido e la meschina

Olimpia, che dormì senza destarse,

fin che l'Aurora la gelata brina

da le dorate ruote in terra sparse,

e s'udir le Alcione alla marina

de l'antico infortunio lamentarse.

Né desta né dormendo, ella la mano

per Bireno abbracciar stese, ma invano.


21

Nessuno truova: a sé la man ritira:

di nuovo tenta, e pur nessuno truova.

Di qua l'un braccio, e di là l'altro gira,

or l'una or l'altra gamba; e nulla giova.

Caccia il sonno il timor: gli occhi apre, e mira:

non vede alcuno. Or già non scalda e cova

più le vedove piume, ma si getta

del letto e fuor del padiglione in fretta:


22

e corre al mar, graffiandosi le gote,

presaga e certa ormai di sua fortuna.

Si straccia i crini, e il petto si percuote,

e va guardando (che splendea la luna)

se veder cosa, fuor che 'l lito, puote;

né fuor che 'l lito, vede cosa alcuna.

Bireno chiama: e al nome di Bireno

rispondean gli Antri che pietà n'avieno.


23

Quivi surgea nel lito estremo un sasso,

ch'aveano l'onde, col picchiar frequente,

cavo e ridutto a guisa d'arco al basso;

e stava sopra il mar curvo e pendente.

Olimpia in cima vi salì a gran passo

(così la facea l'animo possente),

e di lontano le gonfiate vele

vide fuggir del suo signor crudele:


24

vide lontano, o le parve vedere;

che l'aria chiara ancor non era molto.

Tutta tremante si lasciò cadere,

più bianca e più che nieve fredda in volto;

ma poi che di levarsi ebbe potere,

al camin de le navi il grido volto,

chiamò, quanto potea chiamar più forte,

più volte il nome del crudel consorte:


25

e dove non potea la debil voce,

supliva il pianto e 'l batter' palma a palma.

– Dove fuggi, crudel, così veloce?

Non ha il tuo legno la debita salma.

Fa che lievi me ancor: poco gli nuoce

che porti il corpo, poi che porta l'alma. —

E con le braccia e con le vesti segno

fa tuttavia, perché ritorni il legno.


26

Ma i venti che portavano le vele

per l'alto mar di quel giovene infido,

portavano anco i prieghi e le querele

de l'infelice Olimpia, e 'l pianto e 'l grido;

la qual tre volte, a se stessa crudele,

per affogarsi si spiccò dal lido:

pur al fin si levò da mirar l'acque,

e ritornò dove la notte giacque.


27

E con la faccia in giù stesa sul letto,

bagnandolo di pianto, dicea lui:

– Iersera desti insieme a dui ricetto;

perché insieme al levar non siamo dui?

O perfido Bireno, o maladetto

giorno ch'al mondo generata fui!

Che debbo far? che poss'io far qui sola?

chi mi dà aiuto? ohimè, chi mi consola?


28

Uomo non veggio qui, non ci veggio opra

donde io possa stimar ch'uomo qui sia;

nave non veggio, a cui salendo sopra,

speri allo scampo mio ritrovar via.

Di disagio morrò; né chi mi cuopra

gli occhi sarà, né chi sepolcro dia,

se forse in ventre lor non me lo dànno

i lupi, ohimè, ch'in queste selve stanno.


29

Io sto in sospetto, e già di veder parmi

di questi boschi orsi o leoni uscire,

o tigri o fiere tal, che natura armi

d'aguzzi denti e d'ugne da ferire.

Ma quai fere crudel potriano farmi,

fera crudel, peggio di te morire?

darmi una morte, so, lor parrà assai;

e tu di mille, ohimè, morir mi fai.


30

Ma presupongo ancor ch'or ora arrivi

nochier che per pietà di qui mi porti;

e così lupi, orsi, leoni schivi,

strazi, disagi ed altre orribil morti:

mi porterà forse in Olanda, s'ivi

per te si guardan le fortezze e i porti?

mi porterà alla terra ove son nata,

se tu con fraude già me l'hai levata?


31

Tu m'hai lo stato mio, sotto pretesto

di parentado e d'amicizia, tolto.

Ben fosti a porvi le tue genti presto,

per avere il dominio a te rivolto.

Tornerò in Fiandra? ove ho venduto il resto

di che io vivea, ben che non fossi molto,

per sovenirti e di prigione trarte.

Mischina! dove andrò? non so in qual parte.


32

Debbo forse ire in Frisa, ove io potei,

e per te non vi volsi esser regina?

il che del padre e dei fratelli miei

e d'ogn'altro mio ben fu la ruina.

Quel c'ho fatto per te, non ti vorrei,

ingrato, improverar, né disciplina

dartene; che non men di me lo sai:

or ecco il guiderdon che me ne dai.


33

Deh, pur che da color che vanno in corso

io non sia presa, e poi venduta schiava!

Prima che questo, il lupo, il leon, l'orso

venga, e la tigre e ogn'altra fera brava,

di cui l'ugna mi stracci, e franga il morso;

e morta mi strascini alla sua cava. —

Così dicendo, le mani si caccia

ne' capei d'oro, e a chiocca a chiocca straccia.


34

Corre di nuovo in su l'estrema sabbia,

e ruota il capo e sparge all'aria il crine;

e sembra forsennata, e ch'adosso abbia

non un demonio sol, ma le decine;

o, qual Ecuba, sia conversa in rabbia,

vistosi morto Polidoro al fine.

Or si ferma s'un sasso, e guarda il mare;

né men d'un vero sasso, un sasso pare.


35

Ma lasciànla doler fin ch'io ritorno,

per voler di Ruggier dirvi pur anco,

che nel più intenso ardor del mezzo giorno

cavalca il lito, affaticato e stanco.

Percuote il sol nel colle e fa ritorno:

di sotto bolle il sabbion trito e bianco.

Mancava all'arme ch'avea indosso, poco

ad esser, come già, tutte di fuoco.


36

Mentre la sete, e de l'andar fatica

per l'alta sabbia e la solinga via

gli facean, lungo quella spiaggia aprica,

noiosa e dispiacevol compagnia;

trovò ch'all'ombra d'una torre antica

che fuor de l'onde appresso il lito uscia,

de la corte d'Alcina eran tre donne,

che le conobbe ai gesti ed alle gonne.


37

Corcate su tapeti allessandrini

godeansi il fresco rezzo in gran diletto,

fra molti vasi di diversi vini

e d'ogni buona sorte di confetto.

Presso alla spiaggia, coi flutti marini

scherzando, le aspettava un lor legnetto

fin che la vela empiesse agevol òra;

ch'un fiato pur non ne spirava allora.


38

Queste, ch'andar per la non ferma sabbia

vider Ruggier al suo viaggio dritto,

che sculta avea la sete in su le labbia,

tutto pien di sudore il viso afflitto,

gli cominciaro a dir che sì non abbia

il cor voluntaroso al camin fitto,

ch'alla fresca e dolce ombra non si pieghi,

e ristorar lo stanco corpo nieghi.


39

E di lor una s'accostò al cavallo

per la staffa tener, che ne scendesse;

l'altra con una coppa di cristallo

di vin spumante, più sete gli messe:

ma Ruggiero a quel suon non entrò in ballo;

perché d'ogni tardar che fatto avesse,

tempo di giunger dato avria ad Alcina,

che venìa dietro ed era omai vicina.


40

Non così fin salnitro e zolfo puro,

tocco dal fuoco, subito s'avampa;

né così freme il mar quando l'oscuro

turbo discende e in mezzo se gli accampa:

come, vedendo che Ruggier sicuro

al suo dritto camin l'arena stampa,

e che le sprezza (e pur si tenean belle),

d'ira arse e di furor la terza d'elle.


41

– Tu non sei né gentil né cavalliero

(dice gridando quanto può più forte),

ed hai rubate l'arme; e quel destriero

non saria tuo per veruna altra sorte:

e così, come ben m'appongo al vero,

ti vedessi punir di degna morte;

che fossi fatto in quarti, arso o impiccato,

brutto ladron, villan, superbo, ingrato. —


42

Oltr'a queste e molt'altre ingiuriose

parole che gli usò la donna altiera,

ancor che mai Ruggier non le rispose,

che di sì vil tenzon poco onor spera;

con le sorelle tosto ella si pose

sul legno in mar, che al lor servigio v'era:

ed affrettando i remi, lo seguiva,

vedendol tuttavia dietro alla riva.


43

Minaccia sempre, maledice e incarca;

che l'onte sa trovar per ogni punto.

Intanto a quello stretto, onde si varca

alla fata più bella, è Ruggier giunto;

dove un vecchio nochiero una sua barca

scioglier da l'altra ripa vede, a punto

come, avisato e già provisto, quivi

si stia aspettando che Ruggiero arrivi.


44

Scioglie il nochier, come venir lo vede,

di trasportarlo a miglior ripa lieto;

che, se la faccia può del cor dar fede,

tutto benigno e tutto era discreto.

Pose Ruggier sopra il navilio il piede,

Dio ringraziando; e per lo mar quieto

ragionando venìa col galeotto,

saggio e di lunga esperienza dotto.


45

Quel lodava Ruggier, che sì se avesse

saputo a tempo tor da Alcina, e inanti

che 'l calice incantato ella gli desse,

ch'avea al fin dato a tutti gli altri amanti;

e poi, che a Logistilla si traesse,

dove veder potria costumi santi,

bellezza eterna ed infinita grazia

che 'l cor notrisce e pasce, e mai non sazia.


46

– Costei (dicea) stupore e riverenza

induce all'alma, ove si scuopre prima.

Contempla meglio poi l'alta presenza:

ogn'altro ben ti par di poca stima.

Il suo amore ha dagli altri differenza:

speme o timor negli altri il cor ti lima;

in questo il desiderio più non chiede,

e contento riman come la vede.


47

Ella t'insegnerà studi più grati,

che suoni, danze, odori, bagni e cibi:

ma come i pensier tuoi meglio formati

poggin più ad alto, che per l'aria i nibi,

e come de la gloria de' beati

nel mortal corpo parte si delibi. —

Così parlando il marinar veniva,

lontano ancora alla sicura riva;


48

quando vide scoprire alla marina

molti navili, e tutti alla sua volta.

Con quei ne vien l'ingiuriata Alcina;

e molta di sua gente have raccolta

per por lo stato a se stessa in ruina,

o racquistar la cara cosa tolta.

E bene è amor di ciò cagion non lieve,

ma l'ingiuria non men che ne riceve.


49

Ella non ebbe sdegno, da che nacque,

di questo il maggior mai, ch'ora la rode;

onde fa i remi sì affrettar per l'acque,

che la spuma ne sparge ambe le prode.

Al gran rumor né mar né ripa tacque,

ed Ecco risonar per tutto s'ode.

– Scuopre, Ruggier, lo scudo, che bisogna;

se non, sei morto, o preso con vergogna. —


50

Così disse il nocchier di Logistilla:

ed oltre il detto, egli medesmo prese

la tasca e da lo scudo dipartilla,

e fe' il lume di quel chiaro e palese.

L'incantato splendor che ne sfavilla,

gli occhi degli aversari così offese,

che li fe' restar ciechi allora allora,

e cader chi da poppa e chi da prora.


51

Un ch'era alla veletta in su la rocca,

de l'armata d'Alcina si fu accorto;

e la campana martellando tocca,

onde il soccorso vien subito al porto.

L'artegliaria, come tempesta, fiocca

contra chi vuole al buon Ruggier far torto:

sì che gli venne d'ogni parte aita,

tal che salvò la libertà e la vita.


52

Giunte son quattro donne in su la spiaggia,

che subito ha mandate Logistilla:

la valorosa Andronica e la saggia

Fronesia e l'onestissima Dicilla

e Sofrosina casta, che, come aggia

quivi a far più che l'altre, arde e sfavilla.

L'esercito ch'al mondo è senza pare,

del castello esce, e si distende al mare.


53

Sotto il castel ne la tranquilla foce

di molti e grossi legni era una armata,

ad un botto di squilla, ad una voce

giorno e notte a battaglia apparecchiata.

E così fu la pugna aspra ed atroce,

e per acqua e per terra, incominciata;

per cui fu il regno sottosopra volto,

ch'avea già Alcina alla sorella tolto.


54

Oh di quante battaglie il fin successe

diverso a quel che si credette inante!

Non sol ch'Alcina alor non riavesse,

come stimossi, il fugitivo amante;

ma dele navi che pur dianzi spesse

fur sì, ch'a pena il mar ne capia tante,

fuor de la fiamma che tutt'altre avampa,

con un legnetto sol misera scampa.


55

Fuggesi Alcina, e sua misera gente

arsa e presa riman, rotta e sommersa.

D'aver Ruggier perduto, ella si sente

via più doler che d'altra cosa aversa:

notte e dì per lui geme amaramente,

e lacrime per lui dagli occhi versa;

e per dar fine a tanto aspro martire,

spesso si duol di non poter morire.


56

Morir non puote alcuna fata mai,

fin che 'l sol gira, o il ciel non muta stilo.

Se ciò non fosse, era il dolore assai

per muover Cloto ad inasparle il filo;

o, qual Didon, finia col ferro i guai;

o la regina splendida del Nilo

avria imitata con mortifer sonno:

ma le fate morir sempre non ponno.


57

Torniamo a quel di eterna gloria degno

Ruggiero; e Alcina stia ne la sua pena.

Dico di lui, che poi che fuor del legno

si fu condutto in più sicura arena,

Dio ringraziando che tutto il disegno

gli era successo, al mar voltò la schiena;

ed affrettando per l'asciutto il piede,

alla rocca ne va che quivi siede.


58

Né la più forte ancor né la più bella

mai vide occhio mortal prima né dopo.

Son di più prezzo le mura di quella,

che se diamante fossino o piropo.

Di tai gemme qua giù non si favella:

ed a chi vuol notizia averne, è d'uopo

che vada quivi; che non credo altrove,

se non forse su in ciel, se ne ritruove.


59

Quel che più fa che lor si inchina e cede

ogn'altra gemma, è che, mirando in esse,

l'uom sin in mezzo all'anima si vede;

vede suoi vizi e sue virtudi espresse,

sì che a lusinghe poi di sé non crede,

né a chi dar biasmo a torto gli volesse:

fassi, mirando allo specchio lucente

se stesso, conoscendosi, prudente.


60

Il chiaro lume lor, ch'imita il sole,

manda splendore in tanta copia intorno,

che chi l'ha, ovunque sia, sempre che vuole,

Febo, mal grado tuo, si può far giorno.

Né mirabil vi son le pietre sole;

ma la materia e l'artificio adorno

contendon sì, che mal giudicar puossi

qual de le due eccellenze maggior fossi.


61

Sopra gli altissimi archi, che puntelli

parean che del ciel fossino a vederli,

eran giardin sì spaziosi e belli,

che saria al piano anco fatica averli.

Verdeggiar gli odoriferi arbuscelli

si puon veder fra i luminosi merli,

ch'adorni son l'estate e il verno tutti

di vaghi fiori e di maturi frutti.


62

Di così nobili arbori non suole

prodursi fuor di questi bei giardini,

né di tai rose o di simil viole,

di gigli, di amaranti o di gesmini.

Altrove appar come a un medesmo sole

e nasca e viva, e morto il capo inchini,

e come lasci vedovo il suo stelo

il fior suggetto al variar del cielo:


63

ma quivi era perpetua la verdura,

perpetua la beltà de' fiori eterni:

non che benignità de la Natura

sì temperatamente li governi;

ma Logistilla con suo studio e cura,

senza bisogno de' moti superni

(quel che agli altri impossibile parea),

sua primavera ognor ferma tenea.


64

Logistilla mostrò molto aver grato

ch'a lei venisse un sì gentil signore;

e comandò che fosse accarezzato,

e che studiasse ognun di fargli onore.

Gran pezzo inanzi Astolfo era arrivato,

che visto da Ruggier fu di buon core.

Fra pochi giorni venner gli altri tutti,

ch'a l'esser lor Melissa avea ridutti.


65

Poi che si fur posati un giorno e dui,

venne Ruggiero alla fata prudente

col duca Astolfo, che non men di lui

avea desir di riveder Ponente.

Melissa le parlò per amendui;

e supplica la fata umilemente,

che li consigli, favorisca e aiuti,

sì che ritornin donde eran venuti.


66

Disse la fata: – Io ci porrò il pensiero,

e fra dui dì te li darò espediti. —

Discorre poi tra sé, come Ruggiero,

e dopo lui, come quel duca aiti:

conchiude infin che 'l volator destriero

ritorni il primo agli aquitani liti;

ma prima vuol che se gli faccia un morso,

con che lo volga, e gli raffreni il corso.


67

Gli mostra come egli abbia a far, se vuole

che poggi in alto, e come a far che cali;

e come, se vorrà che in giro vole,

o vada ratto, o che si stia su l'ali:

e quali effetti il cavallier far suole

di buon destriero in piana terra, tali

facea Ruggier che mastro ne divenne,

per l'aria, del destrier ch'avea le penne.


68

Poi che Ruggier fu d'ogni cosa in punto,

da la fata gentil comiato prese,

alla qual restò poi sempre congiunto

di grande amore; e uscì di quel paese.

Prima di lui che se n'andò in buon punto,

e poi dirò come il guerriero inglese

tornasse con più tempo e più fatica

al magno Carlo ed alla corte amica.


69

Quindi partì Ruggier, ma non rivenne

per quella via che fe' già suo mal grado,

allor che sempre l'ippogrifo il tenne

sopra il mare, e terren vide di rado:

ma potendogli or far batter le penne

di qua di là, dove più gli era a grado,

volse al ritorno far nuovo sentiero,

come, schivando Erode, i Magi fero.


70

Al venir quivi, era, lasciando Spagna,

venuto India a trovar per dritta riga,

là dove il mare oriental la bagna;

dove una fata avea con l'altra briga.

Or veder si dispose altra campagna,

che quella dove i venti Eolo istiga,

e finir tutto il cominciato tondo,

per aver, come il sol, girato il mondo.


71

Quinci il Cataio, e quindi Mangiana

sopra il gran Quinsaì vide passando:

volò sopra l'Imavo, e Sericana

lasciò a man destra; e sempre declinando

da l'iperborei Sciti a l'onda ircana,

giunse alle parti di Sarmazia: e quando

fu dove Asia da Europa si divide,

Russi e Pruteni e la Pomeria vide.


72

Ben che di Ruggier fosse ogni desire

di ritornare a Bradamante presto;

pur, gustato il piacer ch'avea di gire

cercando il mondo, non restò per questo,

ch'alli Pollacchi, agli Ungari venire

non volesse anco, alli Germani, e al resto

di quella boreale orrida terra:

e venne al fin ne l'ultima Inghilterra.


73

Non crediate, Signor, che però stia

per sì lungo camin sempre su l'ale:

ogni sera all'albergo se ne gìa,

schivando a suo poter d'alloggiar male.

E spese giorni e mesi in questa via,

sì di veder la terra e il mar gli cale.

Or presso a Londra giunto una matina,

sopra Tamigi il volator declina.


74

Dove ne' prati alla città vicini

vide adunati uomini d'arme e fanti,

ch'a suon di trombe e a suon di tamburini

venian, partiti a belle schiere, avanti

il buon Rinaldo, onor de' paladini;

del qual, se vi ricorda, io dissi inanti,

che mandato da Carlo, era venuto

in queste parti a ricercar aiuto.


75

Giunse a punto Ruggier, che si facea

la bella mostra fuor di quella terra;

e per sapere il tutto, ne chiedea

un cavallier, ma scese prima in terra:

e quel, ch'affabil era, gli dicea

che di Scozia e d'Irlanda e d'Inghilterra

e de l'isole intorno eran le schiere

che quivi alzate avean tante bandiere:


76

e finita la mostra che faceano,

alla marina se distenderanno,

dove aspettati per solcar l'Oceano

son dai navili che nel porto stanno.

I Franceschi assediati si ricreano,

sperando in questi che a salvar li vanno.

– Ma acciò tu te n'informi pienamente,

io ti distinguerò tutta la gente.


77

Tu vedi ben quella bandiera grande,

ch'insieme pon la fiordaligi e i pardi:

quella il gran capitano all'aria spande,

e quella han da seguir gli altri stendardi.

Il suo nome, famoso in queste bande,

è Leonetto, il fior de li gagliardi,

di consiglio e d'ardire in guerra mastro,

del re nipote, e duca di Lincastro.


78

La prima, appresso il gonfalon reale,

che 'l vento tremolar fa verso il monte,

e tien nel campo verde tre bianche ale,

porta Ricardo, di Varvecia conte.

Del duca di Glocestra è quel segnale,

c'ha duo corna di cervio e mezza fronte.

Del duca di Chiarenza è quella face;

quel arbore è del duca d'Eborace.


79

Vedi in tre pezzi una spezzata lancia:

gli è 'l gonfalon del duca di Nortfozia.

La fulgure è del buon conte di Cancia;

il grifone è del conte di Pembrozia.

Il duca di Sufolcia ha la bilancia.

Vedi quel giogo che due serpi assozia:

è del conte d'Esenia, e la ghirlanda

in campo azzurro ha quel di Norbelanda.


80

Il conte d'Arindelia è quel c'ha messo

in mar quella barchetta che s'affonda.

Vedi il marchese di Barclei; e appresso

di Marchia il conte e il conte di Ritmonda:

il primo porta in bianco un monte fesso,

l'altro la palma, il terzo un pin ne l'onda.

Quel di Dorsezia è conte, e quel d'Antona,

che l'uno ha il carro, e l'altro la corona.


81

Il falcon che sul nido i vanni inchina,

porta Raimondo, il conte di Devonia.

Il giallo e negro ha quel di Vigorina;

il can quel d'Erbia un orso quel d'Osonia.

La croce che là vedi cristallina,

è del ricco prelato di Battonia.

Vedi nel bigio una spezzata sedia:

è del duca Ariman di Sormosedia.


82

Gli uomini d'arme e gli arcieri a cavallo

di quarantaduomila numer fanno.

Sono duo tanti, o di cento non fallo,

quelli ch'a piè ne la battaglia vanno.

Mira quei segni, un bigio, un verde, un giallo,

e di nero e d'azzur listato un panno:

Gofredo, Enrigo, Ermante ed Odoardo

guidan pedoni, ognun col suo stendardo.


83

Duca di Bocchingamia è quel dinante;

Enrigo ha la contea di Sarisberia;

signoreggia Burgenia il vecchio Ermante;

quello Odoardo è conte di Croisberia.

Questi alloggiati più verso levante

sono gl'Inglesi. Or volgeti all'Esperia,

dove si veggion trentamila Scotti,

da Zerbin, figlio del lor re, condotti.


84

Vedi tra duo unicorni il gran leone,

che la spada d'argento ha ne la zampa:

quell'è del re di Scozia il gonfalone;

il suo figliol Zerbino ivi s'accampa.

Non è un sì bello in tante altre persone:

natura il fece, e poi roppe la stampa.

Non è in cui tal virtù, tal grazia luca,

o tal possanza: ed è di Roscia duca.


85

Porta in azzurro una dorata sbarra

il conte d'Ottonlei ne lo stendardo.

L'altra bandiera è del duca di Marra,

che nel travaglio porta il leopardo.

Di più colori e di più augei bizzarra

mira l'insegna d'Alcabrun gagliardo,

che non è duca, conte, né marchese,

ma primo nel salvatico paese.


86

Del duca di Trasfordia è quella insegna,

dove è l'augel ch'al sol tien gli occhi franchi.

Lurcanio conte, ch'in Angoscia regna,

porta quel tauro, c'ha duo veltri ai fianchi.

Vedi là il duca d'Albania, che segna

il campo di colori azzurri e bianchi.

Quel avoltor, ch'un drago verde lania,

è l'insegna del conte di Boccania.


87

Signoreggia Forbesse il forte Armano,

che di bianco e di nero ha la bandiera;

ed ha il conte d'Erelia a destra mano,

che porta in campo verde una lumiera.

Or guarda gl'Ibernesi appresso il piano:

sono duo squadre; e il conte di Childera

mena la prima, e il conte di Desmonda

da fieri monti ha tratta la seconda.


88

Ne lo stendardo il primo ha un pino ardente;

l'altro nel bianco una vermiglia banda.

Non dà soccorso a Carlo solamente

la terra inglese, e la Scozia e l'Irlanda;

ma vien di Svezia e di Norvegia gente,

da Tile, e fin da la remota Islanda:

da ogni terra, insomma, che là giace,

nimica naturalmente di pace.


89

Sedicimila sono, o poco manco,

de le spelonche usciti e de le selve;

hanno piloso il viso, il petto, il fianco,

e dossi e braccia e gambe, come belve.

Intorno allo stendardo tutto bianco

par che quel pian di lor lance s'inselve:

così Moratto il porta, il capo loro,

per dipingerlo poi di sangue Moro. —


90

Mentre Ruggier di quella gente bella,

che per soccorrer Francia si prepara,

mira le varie insegne e ne favella,

e dei signor britanni i nomi impara;

uno ed un altro a lui, per mirar quella

bestia sopra cui siede, unica o rara,

maraviglioso corre e stupefatto;

e tosto il cerchio intorno gli fu fatto.


91

Sì che per dare ancor più maraviglia,

e per pigliarne il buon Ruggier più gioco,

al volante corsier scuote la briglia,

e con gli sproni ai fianchi il tocca un poco:

quel verso il ciel per l'aria il camin piglia,

e lascia ognuno attonito in quel loco.

Quindi Ruggier, poi che di banda in banda

vide gl'Inglesi, andò verso l'Irlanda.


92

E vide Ibernia fabulosa, dove

il santo vecchiarel fece la cava,

in che tanta mercé par che si truove,

che l'uom vi purga ogni sua colpa prava.

Quindi poi sopra il mare il destrier muove

là dove la minor Bretagna lava:

e nel passar vide, mirando a basso,

Angelica legata al nudo sasso.


93

Al nudo sasso, all'Isola del pianto;

che l'Isola del pianto era nomata

quella che da crudele e fiera tanto

ed inumana gente era abitata,

che (come io vi dicea sopra nel canto)

per vari liti sparsa iva in armata

tutte le belle donne depredando,

per farne a un mostro poi cibo nefando.


94

Vi fu legata pur quella matina,

dove venìa per trangugiarla viva

quel smisurato mostro, orca marina,

che di aborrevole esca si nutriva.

Dissi di sopra, come fu rapina

di quei che la trovaro in su la riva

dormire al vecchio incantatore a canto,

ch'ivi l'avea tirata per incanto.


95

La fiera gente inospitale e cruda

alla bestia crudel nel lito espose

la bellissima donna, così ignuda

come Natura prima la compose.

Un velo non ha pure, in che richiuda

i bianchi gigli e le vermiglie rose,

da non cader per luglio o per dicembre,

di che son sparse le polite membre.


96

Creduto avria che fosse statua finta

o d'alabastro o d'altri marmi illustri

Ruggiero, e su lo scoglio così avinta

per artificio di scultori industri;

se non vedea la lacrima distinta

tra fresche rose e candidi ligustri

far rugiadose le crudette pome,

e l'aura sventolar l'aurate chiome.


97

E come ne' begli occhi gli occhi affisse,

de la sua Bradamante gli sovvenne.

Pietade e amore a un tempo lo trafisse,

e di piangere a pena si ritenne;

e dolcemente alla donzella disse,

poi che del suo destrier frenò le penne:

– O donna, degna sol de la catena

con chi i suoi servi Amor legati mena,


98

e ben di questo e d'ogni male indegna,

chi è quel crudel che con voler perverso

d'importuno livor stringendo segna

di queste belle man l'avorio terso? —

Forza è ch'a quel parlare ella divegna

quale è di grana un bianco avorio asperso,

di sé vedendo quelle parti ignude,

ch'ancor che belle sian, vergogna chiude.


99

E coperto con man s'avrebbe il volto,

se non eran legate al duro sasso;

ma del pianto, ch'almen non l'era tolto,

lo sparse, e si sforzò di tener basso.

E dopo alcun' signozzi il parlar sciolto,

incominciò con fioco suono e lasso:

ma non seguì; che dentro il fe' restare

il gran rumor che si sentì nel mare.


100

Ecco apparir lo smisurato mostro

mezzo ascoso ne l'onda e mezzo sorto.

Come sospinto suol da borea o d'ostro

venir lungo navilio a pigliar porto,

così ne viene al cibo che l'è mostro

la bestia orrenda; e l'intervallo è corto.

La donna è mezza morta di paura;

né per conforto altrui si rassicura.


101

Tenea Ruggier la lancia non in resta,

ma sopra mano, e percoteva l'orca.

Altro non so che s'assimigli a questa,

ch'una gran massa che s'aggiri e torca;

né forma ha d'animal, se non la testa,

c'ha gli occhi e i denti fuor, come di porca.

Ruggier in fronte la ferìa tra gli occhi;

ma par che un ferro o un duro sasso tocchi.


102

Poi che la prima botta poco vale,

ritorna per far meglio la seconda.

L'orca, che vede sotto le grandi ale

l'ombra di qua e di là correr su l'onda,

lascia la preda certa litorale,

e quella vana segue furibonda:

dietro quella si volve e si raggira.

Ruggier giù cala, e spessi colpi tira.


103

Come d'alto venendo aquila suole,

ch'errar fra l'erbe visto abbia la biscia,

o che stia sopra un nudo sasso al sole,

dove le spoglie d'oro abbella e liscia;

non assalir da quel lato la vuole

onde la velenosa e soffia e striscia,

ma da tergo la adugna, e batte i vanni,

acciò non se le volga e non la azzanni:


104

così Ruggier con l'asta e con la spada,

non dove era de' denti armato il muso,

ma vuol che 'l colpo tra l'orecchie cada,

or su le schene, or ne la coda giuso.

Se la fera si volta, ei muta strada,

ed a tempo giù cala, e poggia in suso:

ma come sempre giunga in un diaspro,

non può tagliar lo scoglio duro ed aspro.


105

Simil battaglia fa la mosca audace

contra il mastin nel polveroso agosto,

o nel mese dinanzi o nel seguace,

l'uno di spiche e l'altro pien di mosto:

negli occhi il punge e nel grifo mordace,

volagli intorno e gli sta sempre accosto;

e quel suonar fa spesso il dente asciutto:

ma un tratto che gli arrivi, appaga il tutto.


106

Sì forte ella nel mar batte la coda,

che fa vicino al ciel l'acqua inalzare;

tal che non sa se l'ale in aria snoda,

o pur se 'l suo destrier nuota nel mare.

Gli è spesso che disia trovarsi a proda;

che se lo sprazzo in tal modo ha a durare,

teme sì l'ale inaffi all'ippogrifo,

che brami invano avere o zucca o schifo.


107

Prese nuovo consiglio, e fu il migliore,

di vincer con altre arme il mostro crudo:

abbarbagliar lo vuol con lo splendore

ch'era incantato nel coperto scudo.

Vola nel lito; e per non fare errore,

alla donna legata al sasso nudo

lascia nel minor dito de la mano

l'annel, che potea far l'incanto vano:


108

dico l'annel che Bradamante avea,

per liberar Ruggier, tolto a Brunello,

poi per trarlo di man d'Alcina rea,

mandato in India per Melissa a quello.

Melissa (come dianzi io vi dicea)

in ben di molti adoperò l'annello;

indi l'avea a Ruggier restituito,

dal qual poi sempre fu portato in dito.


109

Lo dà ad Angelica ora, perché teme

che del suo scudo il fulgurar non viete,

e perché a lei ne sien difesi insieme

gli occhi che già l'avean preso alla rete.

Or viene al lito e sotto il ventre preme

ben mezzo il mar la smisurata cete.

Sta Ruggiero alla posta, e lieva il velo;

e par ch'aggiunga un altro sole al cielo.


110

Ferì negli occhi l'incantato lume

di quella fera, e fece al modo usato.

Quale o trota o scaglion va giù pel fiume

c'ha con calcina il montanar turbato,

tal si vedea ne le marine schiume

il mostro orribilmente riversciato.

Di qua di là Ruggier percuote assai,

ma di ferirlo via non truova mai.


111

La bella donna tuttavolta priega

ch'invan la dura squama oltre non pesti.

– Torna, per Dio, signor: prima mi slega

(dicea piangendo), che l'orca si desti:

portami teco e in mezzo il mar mi anniega:

non far ch'in ventre al brutto pesce io resti. —

Ruggier, commosso dunque al giusto grido,

slegò la donna, e la levò dal lido.


112

Il destrier punto, ponta i piè all'arena

e sbalza in aria, e per lo ciel galoppa;

e porta il cavalliero in su la schena,

e la donzella dietro in su la groppa.

Così privò la fera de la cena

per lei soave e delicata troppa.

Ruggier si va volgendo, e mille baci

figge nel petto e negli occhi vivaci.


113

Non più tenne la via, come propose

prima, di circundar tutta la Spagna;

ma nel propinquo lito il destrier pose,

dove entra in mar più la minor Bretagna.

Sul lito un bosco era di querce ombrose,

dove ognor par che Filomena piagna;

ch'in mezzo avea un pratel con una fonte,

e quinci e quindi un solitario monte.


114

Quivi il bramoso cavallier ritenne

l'audace corso, e nel pratel discese;

e fe' raccorre al suo destrier le penne,

ma non a tal che più le avea distese.

Del destrier sceso, a pena si ritenne

di salir altri; ma tennel l'arnese:

l'arnese il tenne, che bisognò trarre,

e contra il suo disir messe le sbarre.


115

Frettoloso, or da questo or da quel canto

confusamente l'arme si levava.

Non gli parve altra volta mai star tanto;

che s'un laccio sciogliea, dui n'annodava.

Ma troppo è lungo ormai, Signor, il canto,

e forse ch'anco l'ascoltar vi grava:

sì ch'io differirò l'istoria mia

in altro tempo che più grata sia.


Orlando Furioso

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