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CANTO TREDICESIMO

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1

Ben furo aventurosi i cavallieri

ch'erano a quella età, che nei valloni,

ne le scure spelonche e boschi fieri,

tane di serpi, d'orsi e di leoni,

trovavan quel che nei palazzi altieri

a pena or trovar puon giudici buoni:

donne, che ne la lor più fresca etade

sien degne d'aver titol di beltade.


2

Di sopra vi narrai che ne la grotta

avea trovato Orlando una donzella,

e che la dimandò ch'ivi condotta

l'avesse: or seguitando, dico ch'ella,

poi che più d'un signiozzo l'ha interrotta,

con dolce e suavissima favella

al conte fa le sue sciagure note,

con quella brevità che meglio puote.


3

– Ben che io sia certa (dice), o cavalliero,

ch'io porterò del mio parlar supplizio,

perché a colui che qui m'ha chiusa, spero

che costei ne darà subito indizio;

pur son disposta non celarti il vero,

e vada la mia vita in precipizio.

E ch'aspettar poss'io da lui più gioia,

che 'l si disponga un dì voler ch'io muoia?


4

Isabella sono io, che figlia fui

del re mal fortunato di Gallizia.

Ben dissi fui; ch'or non son più di lui,

ma di dolor, d'affanno e di mestizia.

Colpa d'Amor; ch'io non saprei di cui

dolermi più che de la sua nequizia,

che dolcemente nei principi applaude,

e tesse di nascosto inganno e fraude.


5

Già mi vivea di mia sorte felice,

gentil, giovane, ricca, onesta e bella:

vile e povera or sono, or infelice;

e s'altra è peggior sorte, io sono in quella.

Ma voglio sappi la prima radice

che produsse quel mal che mi flagella;

e ben ch'aiuto poi da te non esca,

poco non mi parrà, che te n'incresca.


6

Mio patre fe' in Baiona alcune giostre,

esser denno oggimai dodici mesi.

Trasse la fama ne le terre nostre

cavallieri a giostrar di più paesi.

Fra gli altri (o sia ch'Amor così mi mostre,

o che virtù pur se stessa palesi)

mi parve da lodar Zerbino solo,

che del gran re di Scozia era figliuolo.


7

Il qual poi che far pruove in campo vidi

miracolose di cavalleria,

fui presa del suo amore; e non m'avidi,

ch'io mi conobbi più non esser mia.

E pur, ben che 'l suo amor così mi guidi,

mi giova sempre avere in fantasia

ch'io non misi il mio core in luogo immondo,

ma nel più degno e bel ch'oggi sia al mondo.


8

Zerbino di bellezza e di valore

sopra tutti i signori era eminente.

Mostrammi, e credo mi portasse amore,

e che di me non fosse meno ardente.

Non ci mancò chi del commune ardore

interprete fra noi fosse sovente,

poi che di vista ancor fummo disgiunti;

che gli animi restar sempre congiunti.


9

Però che dato fine alla gran festa,

il mio Zerbino in Scozia fe' ritorno.

Se sai che cosa è amor, ben sai che mesta

restai, di lui pensando notte e giorno;

ed era certa che non men molesta

fiamma intorno al suo cor facea soggiorno.

Egli non fece al suo disio più schermi,

se non che cercò via di seco avermi.


10

E perché vieta la diversa fede

(essendo egli cristiano, io saracina)

ch'al mio padre per moglie non mi chiede,

per furto indi levarmi si destina.

Fuor de la ricca mia patria, che siede

tra verdi campi allato alla marina,

aveva un bel giardin sopra una riva,

che colli intorno e tutto il mar scopriva.


11

Gli parve il luogo a fornir ciò disposto,

che la diversa religion ci vieta;

e mi fa saper l'ordine che posto

avea di far la nostra vita lieta.

Appresso a Santa Marta avea nascosto

con gente armata una galea secreta,

in guardia d'Odorico di Biscaglia,

in mare e in terra mastro di battaglia.


12

Né potendo in persona far l'effetto,

perch'egli allora era dal padre antico

a dar soccorso al re di Francia astretto,

manderia in vece sua questo Odorico,

che fra tutti i fedeli amici eletto

s'avea pel più fedele e pel più amico:

e bene esser dovea, se i benefici

sempre hanno forza d'acquistar gli amici.


13

Verria costui sopra un navilio armato,

al terminato tempo indi a levarmi.

E così venne il giorno disiato,

che dentro il mio giardin lasciai trovarmi.

Odorico la notte, accompagnato

di gente valorosa all'acqua e all'armi,

smontò ad un fiume alla città vicino,

e venne chetamente al mio giardino.


14

Quindi fui tratta alla galea spalmata,

prima che la città n'avesse avisi.

De la famiglia ignuda e disarmata

altri fuggiro, altri restaro uccisi,

parte captiva meco fu menata.

Così da la mia terra io mi divisi,

con quanto gaudio non ti potrei dire,

sperando in breve il mio Zerbin fruire.


15

Voltati sopra Mongia eramo a pena,

quando ci assalse alla sinistra sponda

un vento che turbò l'aria serena,

e turbò il mare, e al ciel gli levò l'onda.

Salta un maestro ch'a traverso mena,

e cresce ad ora ad ora, e soprabonda;

e cresce e soprabonda con tal forza,

che val poco alternar poggia con orza.


16

Non giova calar vele, e l'arbor sopra

corsia legar, né ruinar castella;

che ci veggian mal grado portar sopra

acuti scogli, appresso alla Rocella.

Se non ci aiuta quel che sta di sopra,

ci spinge in terra la crudel procella.

Il vento rio ne caccia in maggior fretta,

che d'arco mai non si aventò saetta.


17

Vide il periglio il Biscaglino, e a quello

usò un rimedio che fallir suol spesso:

ebbe ricorso subito al battello;

calossi, e me calar fece con esso.

Sceser dui altri, e ne scendea un drappello,

se i primi scesi l'avesser concesso;

ma con le spade li tenner discosto,

tagliar la fune, e ci allargammo tosto.


18

Fummo gittati a salvamento al lito

noi che nel palischermo eramo scesi;

periron gli altri col legno sdrucito;

in preda al mare andar tutti gli arnesi.

All'eterna Bontade, all'infinito

Amor, rendendo grazie, le man stesi,

che non m'avessi dal furor marino

lasciato tor di riveder Zerbino.


19

Come ch'io avessi sopra il legno e vesti

lasciato e gioie e l'altre cose care,

pur che la speme di Zerbin mi resti,

contenta son che s'abbi il resto il mare.

Non sono, ove scendemo, i liti pesti

d'alcun sentier, né intorno albergo appare;

ma solo il monte, al qual mai sempre fiede

l'ombroso capo il vento, e 'l mare il piede.


20

Quivi il crudo tiranno Amor, che sempre

d'ogni promessa sua fu disleale,

e sempre guarda come involva e stempre

ogni nostro disegno razionale,

mutò con triste e disoneste tempre

mio conforto in dolor, mio bene in male;

che quell'amico, in chi Zerbin si crede,

di desire arse, ed agghiacciò di fede.


21

O che m'avesse in mar bramata ancora,

né fosse stato a dimostrarlo ardito,

o cominciassi il desiderio allora

che l'agio v'ebbe dal solingo lito;

disegnò quivi senza più dimora

condurre a fin l'ingordo suo appetito;

ma prima da sé torre un de li dui

che nel battel campati eran con nui.


22

Quell'era omo di Scozia, Almonio detto,

che mostrava a Zerbin portar gran fede;

e commendato per guerrier perfetto

da lui fu, quando ad Odorico il diede.

Disse a costui, che biasmo era e difetto,

se mi traeano alla Rocella a piede;

e lo pregò ch'inanti volesse ire

a farmi incontra alcun ronzin venire.


23

Almonio, che di ciò nulla temea,

immantinente inanzi il camin piglia

alla città che 'l bosco ci ascondea,

e non era lontana oltra sei miglia.

Odorico scoprir sua voglia rea

all'altro finalmente si consiglia;

sì perché tor non se lo sa d'appresso,

sì perché avea gran confidenza in esso.


24

Era Corebo di Bilbao nomato

quel di ch'io parlo, che con noi rimase;

che da fanciullo picciolo allevato

s'era con lui ne le medesme case.

Poter con lui communicar l'ingrato

pensiero il traditor si persuase,

sperando ch'ad amar saria più presto

il piacer de l'amico, che l'onesto.


25

Corebo, che gentile era e cortese,

non lo potè ascoltar senza gran sdegno:

lo chiamò traditore, e gli contese

con parole e con fatti il rio disegno.

Grande ira all'uno e all'altro il core accese,

e con le spade nude ne fer segno.

Al trar de' ferri, io fui da la paura

volta a fuggir per l'alta selva oscura.


26

Odorico, che maestro era di guerra,

in pochi colpi a tal vantaggio venne,

che per morto lasciò Corebo in terra,

e per le mie vestigie il camin tenne.

Prestògli Amor (se 'l mio creder non erra),

acciò potesse giungermi, le penne;

e gl'insegnò molte lusinghe e prieghi,

con che ad amarlo e compiacer mi pieghi.


27

Ma tutto è indarno; che fermata e certa

più tosto era a morir, ch'a satisfarli.

Poi ch'ogni priego, ogni lusinga esperta

ebbe e minacce, e non potean giovarli,

si ridusse alla forza a faccia aperta.

Nulla mi val che supplicando parli

de la fé ch'avea in lui Zerbino avuta,

e ch'io ne le sue man m'era creduta.


28

Poi che gittar mi vidi i prieghi invano,

né mi sperare altronde altro soccorso,

e che più sempre cupido e villano

a me venìa, come famelico orso;

io mi difesi con piedi e con mano,

ed adopra'vi sin a l'ugne e il morso:

pela'gli il mento, e gli graffiai la pelle,

con stridi che n'andavano alle stelle.


29

Non so se fosse caso, o li miei gridi

che si doveano udir lungi una lega,

o pur ch'usati sian correre ai lidi

quando navilio alcun si rompe o anniega;

sopra il monte una turba apparir vidi,

e questa al mare e verso noi si piega.

Come la vede il Biscaglin venire,

lascia l'impresa, e voltasi a fuggire.


30

Contra quel disleal mi fu adiutrice

questa turba, signor; ma a quella image

che sovente in proverbio il vulgo dice:

cader de la padella ne le brage.

Gli è ver ch'io non son stata sì infelice,

né le lor menti ancor tanto malvage,

ch'abbino violata mia persona:

non che sia in lor virtù, né cosa buona.


31

Ma perché se mi serban, come io sono,

vergine, speran vendermi più molto.

Finito è il mese ottavo e viene il nono,

che fu il mio vivo corpo qui sepolto.

Del mio Zerbino ogni speme abbandono;

che già, per quanto ho da lor detti accolto,

m'han promessa e venduta a un mercadante,

che portare al soldan mi de' in Levante. —


32

Così parlava la gentil donzella;

e spesso con signiozzi e con sospiri

interrompea l'angelica favella,

da muovere a pietade aspidi e tiri.

Mentre sua doglia così rinovella,

o forse disacerba i suoi martiri,

da venti uomini entrar ne la spelonca,

armati chi di spiedo e chi di ronca.


33

Il primo d'essi, uom di spietato viso,

ha solo un occhio, e sguardo scuro e bieco;

l'altro, d'un colpo che gli avea reciso

il naso e la mascella, è fatto cieco.

Costui vedendo il cavalliero assiso

con la vergine bella entro allo speco,

volto a' compagni, disse: – Ecco augel nuovo,

a cui non tesi, e ne la rete il truovo. —


34

Poi disse al conte: – Uomo non vidi mai

più commodo di te, né più opportuno.

Non so se ti se' apposto, o se lo sai

perché te l'abbia forse detto alcuno,

che sì bell'arme io desiava assai,

e questo tuo leggiadro abito bruno.

Venuto a tempo veramente sei,

per riparare agli bisogni miei. —


35

Sorrise amaramente, in piè salito,

Orlando, e fe' risposta al mascalzone:

– Io ti venderò l'arme ad un partito

che non ha mercadante in sua ragione. —

Del fuoco, ch'avea appresso, indi rapito

pien di fuoco e di fumo uno stizzone,

trasse, e percosse il malandrino a caso,

dove confina con le ciglia il naso.


36

Lo stizzone ambe le palpebre colse,

ma maggior danno fe' ne la sinistra;

che quella parte misera gli tolse,

che de la luce sola, era ministra.

Né d'acciecarlo contentar si volse

il colpo fier, s'ancor non lo registra

tra quelli spirti che con suoi compagni

fa star Chiron dentro ai bollenti stagni.


37

Ne la spelonca una gran mensa siede

grossa duo palmi, e spaziosa in quadro,

che sopra un mal pulito e grosso piede,

cape con tutta la famiglia il ladro.

Con quell'agevolezza che si vede

gittar la canna lo Spagnuol leggiadro,

Orlando il grave desco da sé scaglia

dove ristretta insieme è la canaglia.


38

A chi'l petto, a chi'l ventre, a chi la testa,

a chi rompe le gambe, a chi le braccia;

di ch'altri muore, altri storpiato resta:

chi meno è offeso, di fuggir procaccia.

Così talvolta un grave sasso pesta

e fianchi e lombi, e spezza capi e schiaccia,

gittato sopra un gran drapel di biscie,

che dopo il verno al sol si goda e liscie.


39

Nascono casi, e non saprei dir quanti:

una muore, una parte senza coda,

un'altra non si può muover davanti,

e 'l deretano indarno aggira e snoda;

un'altra, ch'ebbe più propizi i santi,

striscia fra l'erbe, e va serpendo a proda.

Il colpo orribil fu, ma non mirando,

poi che lo fece il valoroso Orlando.


40

Quei che la mensa o nulla o poco offese

(e Turpin scrive a punto che fur sette),

ai piedi raccomandan sue difese:

ma ne l'uscita il paladin si mette;

e poi che presi gli ha senza contese,

le man lor lega con la fune istrette,

con una fune al suo bisogno destra,

che ritrovò ne la casa silvestra.


41

Poi li trascina fuor de la spelonca,

dove facea grande ombra un vecchio sorbo.

Orlando con la spada i rami tronca,

e quelli attacca per vivanda al corbo.

Non bisognò catena in capo adonca;

che per purgare il mondo di quel morbo,

l'arbor medesmo gli uncini prestolli,

con che pel mento Orlando ivi attaccolli.


42

La donna vecchia, amica a' malandrini,

poi che restar tutti li vide estinti,

fuggì piangendo e con le mani ai crini,

per selve e boscherecci labirinti.

Dopo aspri e malagevoli camini,

a gravi passi e dal timor sospinti,

in ripa un fiume in un guerrier scontrosse;

ma diferisco a ricontar chi fosse:


43

e torno all'altra, che si raccomanda

al paladin che non la lasci sola;

e dice di seguirlo in ogni banda.

Cortesemente Orlando la consola;

e quindi, poi ch'uscì con la ghirlanda

di rose adorna e di purpurea stola

la bianca Aurora al solito camino,

partì con Isabella il paladino.


44

Senza trovar cosa che degna sia

d'istoria, molti giorni insieme andaro;

e finalmente un cavallier per via,

che prigione era tratto, riscontraro.

Chi fosse, dirò poi; ch'or me ne svia

tal, di chi udir non vi sarà men caro:

la figliuola d'Amon, la qual lasciai

languida dianzi in amorosi guai.


45

La bella donna, disiando invano

ch'a lei facesse il suo Ruggier ritorno,

stava a Marsilia, ove allo stuol pagano

dava da travagliar quasi ogni giorno;

il qual scorrea, rubando in monte e in piano,

per Linguadoca e per Provenza intorno:

ed ella ben facea l'ufficio vero

di savio duca e d'ottimo guerriero.


46

Standosi quivi, e di gran spazio essendo

passato il tempo che tornare a lei

il suo Ruggier dovea, né lo vedendo,

vivea in timor di mille casi rei.

Un dì fra gli altri, che di ciò piangendo

stava solinga, le arrivò colei

che portò ne l'annel la medicina

che sanò il cor ch'avea ferito Alcina.


47

Come a sé ritornar senza il suo amante,

dopo sì lungo termine, la vede,

resta pallida e smorta, e sì tremante,

che non ha forza di tenersi in piede:

ma la maga gentil le va davante

ridendo, poi che del timor s'avede;

e con viso giocondo la conforta,

qual aver suol chi buone nuove apporta.


48

– Non temer (disse) di Ruggier, donzella,

ch'è vivo e sano, e come suol, t'adora;

ma non è già in sua libertà; che quella

pur gli ha levata il tuo nemico ancora:

ed è bisogno che tu monti in sella,

se brami averlo, e che mi segui or ora;

che se mi segui, io t'aprirò la via

donde per te Ruggier libero fia. —


49

E seguitò, narrandole di quello

magico error che gli avea ordito Atlante:

che simulando d'essa il viso bello,

che captiva parea del rio gigante,

tratto l'avea ne l'incantato ostello,

dove sparito poi gli era davante;

e come tarda con simile inganno

le donne e i cavallier che di là vanno.


50

A tutti par, l'incantator mirando,

mirar quel che per sé brama ciascuno,

donna, scudier, compagno, amico; quando

il desiderio uman non è tutto uno.

Quindi il palagio van tutti cercando

con lungo affanno, senza frutto alcuno;

e tanta è la speranza e il gran disire

del ritrovar, che non ne san partire.


51

Come tu giungi (disse) in quella parte

che giace presso all'incantata stanza,

verrà l'incantatore a ritrovarte,

che terrà di Ruggiero ogni sembianza;

e ti farà parer con sua mal'arte,

ch'ivi lo vinca alcun di più possanza,

acciò che tu per aiutarlo vada

dove con gli altri poi ti tenga a bada.


52

Acciò l'inganni, in che son tanti e tanti

caduti, non ti colgan, sie avertita,

che se ben di Ruggier viso e sembianti

ti parrà di veder, che chieggia aita,

non gli dar fede tu; ma, come avanti

ti vien, fagli lasciar l'indegna vita:

né dubitar perciò che Ruggier muoia,

ma ben colui che ti dà tanta noia.


53

Ti parrà duro assai, ben lo conosco,

uccidere un che sembri il tuo Ruggiero:

pur non dar fede all'occhio tuo, che losco

farà l'incanto, e celeragli il vero.

Fermati, pria ch'io ti conduca al bosco,

sì che poi non si cangi il tuo pensiero;

che sempre di Ruggier rimarrai priva,

se lasci per viltà che 'l mago viva. —


54

La valorosa giovane, con questa

intenzion che 'l fraudolente uccida,

a pigliar l'arme ed a seguire è presta

Melissa; che sa ben quanto l'è fida.

Quella, or per terren culto, or per foresta,

a gran giornate e in gran fretta la guida,

cercando alleviarle tuttavia

con parlar grato la noiosa via.


55

E più di tutti i bei ragionamenti,

spesso le ripetea ch'uscir di lei

e di Ruggier doveano gli eccellenti

principi e gloriosi semidei.

Come a Melissa fossino presenti

tutti i secreti degli eterni dei,

tutte le cose ella sapea predire,

ch'avean per molti seculi a venire.


56

– Deh, come, o prudentissima mia scorta

(dicea a la maga l'inclita donzella),

molti anni prima tu m'hai fatta accorta

di tanta mia viril progenie bella;

così d'alcuna donna mi conforta,

che di mia stirpe sia, s'alcuna in quella

metter si può tra belle e virtuose. —

E la cortese maga le rispose:


57

– Da te uscir veggio le pudiche donne,

madri d'imperatori e di gran regi,

reparatrici e solide colonne

di case illustri e di domìni egregi;

che men degne non son ne le lor gonne,

ch'in arme i cavallier, di sommi pregi,

di pietà, di gran cor, di gran prudenza,

di somma e incomparabil continenza.


58

E s'io avrò da narrarti di ciascuna

che ne la stirpe tua sia d'onor degna,

troppo sarà; ch'io non ne veggio alcuna

che passar con silenzio mi convegna.

Ma ti farò, tra mille, scelta d'una

o di due coppie, acciò ch'a fin ne vegna.

Ne la spelonca perché nol dicesti?

che l'imagini ancor vedute avresti.


59

De la tua chiara stirpe uscirà quella

d'opere illustri e di bei studi amica,

ch'io non so ben se più leggiadra e bella

mi debba dire, o più saggia e pudica,

liberale e magnanima Isabella,

che del bel lume suo dì e notte aprica

farà la terra che sul Menzo siede,

a cui la madre d'Ocno il nome diede:


60

dove onorato e splendido certame

avrà col suo dignissimo consorte,

chi di lor più le virtù prezzi ed ame,

e chi meglio apra a cortesia le porte.

S'un narrerà ch'al Taro e nel Reame

fu a liberar da' Galli Italia forte;

l'altra dirà: – Sol perché casta visse

Penelope, non fu minor d'Ulisse. —


61

Gran cose e molte in brevi detti accolgo

di questa donna e più dietro ne lasso,

che in quelli dì ch'io mi levai dal volgo,

mi fe' chiare Merlin dal cavo sasso.

E s'in questo gran mar la vela sciolgo,

di lunga Tifi in navigar trapasso.

Conchiudo in somma, ch'ella avrà, per dono,

de la virtù e del ciel, ciò ch'è di buono.


62

Seco avrà la sorella Beatrice,

a cui si converrà tal nome a punto:

ch'essa non sol del ben che qua giù lice,

per quel che viverà, toccherà il punto;

ma avrà forza di far seco felice,

fra tutti i ricchi duci, il suo congiunto,

il qual, come ella poi lascerà il mondo,

così de l'infelici andrà nel fondo.


63

E Moro e Sforza e Viscontei colubri,

lei viva, formidabili saranno

da l'iperboree nievi ai lidi rubri,

da l'Indo ai monti ch'al tuo mar via danno:

lei morta, andran col regno degl'Insubri,

e con grave di tutta Italia danno,

in servitute; e fia stimata, senza

costei, ventura la somma prudenza.


64

Vi saranno altre ancor, ch'avranno il nome

medesmo, e nasceran molt'anni prima:

di ch'una s'ornerà le sacre chiome

de la corona di Pannonia opima;

un'altra, poi che le terrene some

lasciate avrà, fia ne l'ausonio clima

collocata nel numer de le dive,

ed avrà incensi e imagini votive.


65

De l'altre tacerò; che, come ho detto,

lungo sarebbe a ragionar di tante;

ben che per sé ciascuna abbia suggetto

degno, ch'eroica e chiara tuba cante.

Le Bianche, le Lucrezie io terrò in petto,

e le Costanze e l'altre, che di quante

splendide case Italia reggeranno,

reparatrici e madri ad esser hanno.


66

Più ch'altre fosser mai, le tue famiglie

saran ne le lor donne aventurose;

non dico in quella più de le lor figlie,

che ne l'alta onestà de le lor spose.

E acciò da te notizia anco si piglie

di questa parte che Merlin mi espose,

forse perch'io 'l dovessi a te ridire,

ho di parlarne non poco desire.


67

E dirò prima di Ricciarda, degno

esempio di fortezza e d'onestade:

vedova rimarrà, giovane, a sdegno

di Fortuna; il che spesso ai buoni accade.

I figli, privi del paterno regno,

esuli andar vedrà in strane contrade,

fanciulli in man degli aversari loro;

ma infine avrà il suo male amplo ristoro.


68

De l'alta stirpe d'Aragone antica

non tacerò la splendida regina,

di cui né saggia sì, né sì pudica

veggio istoria lodar greca o latina,

né a cui Fortuna più si mostri amica:

poi che sarà da la Bontà divina

elletta madre a parturir la bella

progenie, Alfonso, Ippolito e Isabella.


69

Costei sarà la saggia Leonora,

che nel tuo felice arbore s'inesta.

Che ti dirò de la seconda nuora,

succeditrice prossima di questa?

Lucrezia Borgia, di cui d'ora in ora

le beltà, la virtù, la fama onesta

e la fortuna crescerà, non meno

che giovin pianta in morbido terreno.


70

Qual lo stagno all'argento, il rame all'oro,

il campestre papavero alla rosa,

pallido salce al sempre verde alloro,

dipinto vetro a gemma preziosa;

tal a costei, ch'ancor non nata onoro,

sarà ciascuna insino a qui famosa

di singular beltà, di gran prudenza,

e d'ogni altra lodevole eccellenza.


71

E sopra tutti gli altri incliti pregi

che le saranno e a viva e a morta dati,

si loderà che di costumi regi

Ercole e gli altri figli avrà dotati,

e dato gran principio ai ricchi fregi

di che poi s'orneranno in toga e armati;

perché l'odor non se ne va sì in fretta,

ch'in nuovo vaso, o buono o rio, si metta.


72

Non voglio ch'in silenzio anco Renata

di Francia, nuora di costei, rimagna,

di Luigi il duodecimo re nata,

e de l'eterna gloria di Bretagna.

Ogni virtù ch'in donna mai sia stata,

di poi che 'l fuoco scalda e l'acqua bagna,

e gira intorno il cielo, insieme tutta

per Renata adornar veggio ridutta.


73

Lungo sarà che d'Alda di Sansogna

narri, o de la contessa di Celano,

o di Bianca Maria di Catalogna,

o de la figlia del re sicigliano,

o de la bella Lippa da Bologna,

e d'altre; che s'io vo' di mano in mano

venirtene dicendo le gran lode,

entro in un alto mar che non ha prode. —


74

Poi che le raccontò la maggior parte

de la futura stirpe a suo grand'agio,

più volte e più le replicò de l'arte

ch'avea tratto Ruggier dentro al palagio.

Melissa si fermò, poi che fu in parte

vicina al luogo del vecchio malvagio;

e non le parve di venir più inante,

acciò veduta non fosse da Atlante.


75

E la donzella di nuovo consiglia

di quel che mille volte ormai l'ha detto.

La lascia sola; e quella oltre a dua miglia

non cavalcò per un sentiero istretto,

che vide quel ch'al suo Ruggier simiglia;

e dui giganti di crudele aspetto

intorno avea, che lo stringean sì forte,

ch'era vicino esser condotto a morte.


76

Come la donna in tal periglio vede

colui che di Ruggiero ha tutti i segni,

subito cangia in sospizion la fede,

subito oblia tutti i suoi bei disegni.

Che sia in odio a Melissa Ruggier crede,

per nuova ingiuria e non intesi sdegni,

e cerchi far con disusata trama

che sia morto da lei che così l'ama.


77

Seco dicea: – Non è Ruggier costui,

che col cor sempre, ed or con gli occhi veggio?

e s'or non veggio e non conosco lui,

che mai veder o mai conoscer deggio?

perché voglio io de la credenza altrui

che la veduta mia giudichi peggio?

Che senza gli occhi ancor, sol per se stesso

può il cor sentir se gli è lontano o appresso. —


78

Mentre che così pensa, ode la voce

che le par di Ruggier, chieder soccorso;

e vede quello a un tempo, che veloce

sprona il cavallo e gli ralenta il morso,

e l'un nemico e l'altro suo feroce,

che lo segue e lo caccia a tutto corso.

Di lor seguir la donna non rimase,

che si condusse all'incantate case.


79

De le quai non più tosto entrò le porte,

che fu sommersa nel commune errore.

Lo cercò tutto per vie dritte e torte

invan di su e di giù, dentro e di fuore;

né cessa notte o dì, tanto era forte

l'incanto: e fatto avea l'incantatore,

che Ruggier vede sempre e gli favella,

né Ruggier lei, né lui riconosce ella.


80

Ma lasciàn Bradamante, e non v'incresca

udir che così resti in quello incanto;

che quando sarà il tempo ch'ella n'esca,

la farò uscire, e Ruggiero altretanto.

Come raccende il gusto il mutar esca,

così mi par che la mia istoria, quanto

or qua or là più variata sia,

meno a chi l'udirà noiosa fia.


81

Di molte fila esser bisogno parme

a condur la gran tela ch'io lavoro.

E però non vi spiaccia d'ascoltarme,

come fuor de le stanze il popul Moro

davanti al re Agramante ha preso l'arme,

che, molto minacciando ai Gigli d'oro,

lo fa assembrare ad una mostra nuova,

per saper quanta gente si ritruova.


82

Perch'oltre i cavallieri, oltre i pedoni

ch'al numero sottratti erano in copia,

mancavan capitani, e pur de' buoni,

e di Spagna e di Libia e d'Etiopia,

e le diverse squadre e le nazioni

givano errando senza guida propia;

per dare e capo ed ordine a ciascuna,

tutto il campo alla mostra si raguna.


83

In supplimento de le turbe uccise

ne le battaglie e ne' fieri conflitti,

l'un signore in Ispagna, e l'altro mise

in Africa, ove molti n'eran scritti;

e tutti alli lor ordini divise,

e sotto i duci lor gli ebbe diritti.

Differirò, Signor, con grazia vostra,

ne l'altro canto l'ordine e la mostra.


Orlando Furioso

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