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CANTO QUINDICESIMO

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1

Fu il vincer sempremai laudabil cosa,

vincasi o per fortuna o per ingegno:

gli è ver che la vittoria sanguinosa

spesso far suole il capitan men degno;

e quella eternamente è gloriosa,

e dei divini onori arriva al segno,

quando servando i suoi senza alcun danno,

si fa che gl'inimici in rotta vanno.


2

La vostra, Signor mio, fu degna loda,

quando al Leone, in mar tanto feroce,

ch'avea occupata l'una e l'altra proda

del Po, da Francolin sin alla foce,

faceste sì, ch'ancor che ruggir l'oda,

s'io vedrò voi, non tremerò alla voce.

Come vincer si de', ne dimostraste;

ch'uccideste i nemici, e noi salvaste.


3

Questo il pagan, troppo in suo danno audace,

non seppe far; che i suoi nel fosso spinse,

dove la fiamma subita e vorace

non perdonò ad alcun, ma tutti estinse.

A tanti non saria stato capace

tutto il gran fosso, ma il fuoco restrinse,

restrinse i corpi e in polve li ridusse,

acciò ch'abile a tutti il luogo fusse.


4

Undicimila ed otto sopra venti

si ritrovar ne l'affocata buca,

che v'erano discesi malcontenti;

ma così volle il poco saggio duca.

Quivi fra tanto lume or sono spenti,

e la vorace fiamma li manuca:

e Rodomonte, causa del mal loro,

se ne va esente da tanto martoro:


5

che tra' nemici alla ripa più interna

era passato d'un mirabil salto.

Se con gli altri scendea ne la caverna,

questo era ben il fin d'ogni suo assalto.

Rivolge gli occhi a quella valle inferna;

e quando vede il fuoco andar tant'alto,

e di sua gente il pianto ode e lo strido,

bestemmia il ciel con spaventoso grido.


6

Intanto il re Agramante mosso avea

impetuoso assalto ad una porta;

che, mentre la crudel battaglia ardea

quivi ove è tanta gente afflitta e morta,

quella sprovista forse esser credea

di guardia, che bastasse alla sua scorta.

Seco era il re d'Arzilla Bambirago,

e Baliverzo, d'ogni vizio vago;


7

e Corineo di Mulga, e Prusione,

il ricco re dell'Isole beate;

Malabuferso che la regione

tien di Fizan, sotto continua estate;

altri signori, ed altre assai persone

esperte ne la guerra e bene armate;

e molti ancor senza valore e nudi,

che 'l cor non s'armerian con mille scudi.


8

Trovò tutto il contrario al suo pensiero

in questa parte il re de' Saracini:

perché in persona il capo de l'Impero

v'era, re Carlo, e de' suoi paladini,

re Salamone ed il danese Ugiero,

ed ambo i Guidi ed ambo gli Angelini,

e 'l duca di Bavera e Ganelone,

e Berlengier e Avolio e Avino e Otone;


9

gente infinita poi di minor conto,

de' Franchi, de' Tedeschi e de' Lombardi,

presente il suo signor, ciascuno pronto

a farsi riputar fra i più gagliardi.

Di questo altrove io vo' rendervi conto;

ch'ad un gran duca è forza ch'io riguardi,

il qual mi grida, e di lontano accenna,

e priega ch'io nol lasci ne la penna.


10

Gli è tempo ch'io ritorni ove lasciai

l'aventuroso Astolfo d'Inghilterra,

che 'l lungo esilio avendo in odio ormai,

di desiderio ardea de la sua terra;

come gli n'avea data pur assai

speme colei ch'Alcina vinse in guerra.

Ella di rimandarvilo avea cura

per la via più espedita e più sicura.


11

E così una galea fu apparechiata,

di che miglior mai non solcò marina;

e perché ha dubbio per tutta fiata,

che non gli turbi il suo viaggio Alcina,

vuol Logistilla che con forte armata


Orlando Furioso

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