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CAPITOLO SEI

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Maya fissava il cellulare che teneva in mano. Il registro delle chiamate era aperto, il numero era lì. Doveva solo toccarlo.

Magari domani.

Si sedette a gambe incrociate sul suo letto, nascosto in un angolo della camera, di fronte a Sara. Gli spazi a volte erano angusti, ma mai come nelle baracche di West Point a cui era abituata. E Sara aveva avuto quattro coinquilini quando viveva a Jacksonville, quindi quel tipo di sistemazione poteva andar bene ad entrambe. In diverse occasioni avevano rifiutato l'offerta del padre di farle dormire nella camera più grande dell'appartamento.

Maya lanciò il telefono sul copriletto accanto a una copia in gran parte ignorata dell'Ulisse ("Un trionfo di masochismo", come lo chiamava suo padre) e una barretta proteica mangiata a metà. Voleva fare la chiamata. E l'avrebbe fatto. Ma non quel giorno.

Il numero, se avesse avuto il coraggio di chiamarlo, l'avrebbe messa in comunicazione con l'ufficio della preside di West Point, il generale di brigata Joanne Hunt. L'ufficio della Hunt aveva chiamato Maya non meno di quattro volte nelle ultime due settimane, ma non avevano lasciato messaggi vocali o qualsiasi altra indicazione sul perché stessero cercando di raggiungerla.

Non ce n'era bisogno, e lei sapeva perché. Dopo un'esperienza straziante nello spogliatoio femminile e una lite con tre ragazzi durante la quale Maya aveva picchiato gravemente due di loro e quasi ucciso il terzo, la preside Hunt le aveva gentilmente offerto di prendersi una pausa per il resto del semestre autunnale, in attesa di farla tornare in gennaio, dopo la pausa invernale.

Ma Maya non era tornata ed era troppo tardi per farlo ora. Si era persa troppo. Aveva prolungato inutilmente la sua istruzione di almeno sei mesi, un duro colpo per il suo obiettivo di diventare il più giovane agente della CIA nella storia dell'organizzazione.

Aveva solo bisogno di più tempo. Questo è quello che aveva detto a suo padre e sua sorella. Ancora un po' di tempo con sé stessa e con loro e poi sarebbe ritornata. Ma sapeva benissimo che ogni giorno passato senza fare quella telefonata l'avrebbe allontanata sempre di più dal suo ritorno.

La porta dell'appartamento si aprì e Maya si irrigidì per un attimo, una reazione naturale dato il numero di volte in cui qualcuno era entrato nella loro casa con l'intenzione di ucciderle o rapirle. Ma sapeva riconoscere i passi di suo padre ed il suo sospiro frustrato quando la porta si bloccava leggermente, perché il legno si era espanso a causa del freddo, e tornò a respirare regolarmente.

"Tesoro, sono tornato!" Disse.

"Chi è il tesoro?" Rispose Maya con un sorriso.

"Chiunque risponda, immagino".

"Ci sono solo io".

Lui apparve sulla soglia, sorridendo. "Allora, ciao, tesoro. Dov'è tua sorella?"

"Lezione d'arte al Centro ricreativo".

“Bene. Dimenticavo che lo stava seguendo. Ma sono contento che lo faccia. Ha bisogno di un passaggio?"

"No, è andata in bici".

Suo padre batté le palpebre. "In febbraio?"

“Ha detto che le piace il freddo. La tiene vigile".

“Uhm. E poi sarei strano io".

Maya scivolò giù dal letto e lo seguì in cucina, dove frugò nel frigo e prese una birra leggera. Dopo essersi levato il cappello, si passò una mano tra i capelli e sospirò prima di prenderne un sorso.

"Sei frustrato", osservò Maya.

"No, sto bene. Felice come un bambino". Tentò di ingannarla con un sorriso, ma lei non ci cascò. "In realtà dovresti dire, felice come un bambino in alto mare". Sai che quel modo di dire risale al 1841? Alcuni addirittura lo attribuiscono a Robert E. Lee…"

Si interruppe mentre lei incrociò le braccia e sollevò un sopracciglio. “Sei frustrato. O arrabbiato per qualcosa. Forse entrambe le cose. Non ti sei tolto le scarpe quando sei entrato, sei andato dritto a bere una birra, ti sei toccato i capelli e hai sospirato…"

"Non è vero", disse lui.

"E ora stai cercando di sviare", concluse lei. "Scommetto che eri sul punto di dirmi di ordinare le pizze stasera". La pizza era la sua soluzione nelle serate in cui aveva troppe cose per la testa.

"Bene, hai vinto". Aggiunse in un mormorio: "a volte vorrei aver avuto figlie più stupide. O magari con un senso dell'osservazione meno sviluppato".

"Vuoi dirmi come sono andate le tue commissioni?" Chiese Maya.

Ci pensò un momento, poi disse: "Mettiti una giacca".

Prese il cappotto e lo seguì sul loro piccolo balcone, grande abbastanza per contenere due sedie e un piccolo tavolino di vetro. Ma non si sedettero; suo padre chiuse la porta a vetri alle loro spalle e si appoggiò alla ringhiera.

Maya si abbottonò la giacca contro l'aria fredda dell'inverno e incrociò le braccia. "Sputa il rospo".

"Ho cercato una persona", le disse, mantenendo la voce abbastanza bassa da permetterle di sentire. “Un agente o qualcuno che lo era circa cinque anni fa circa. Si chiama Connor".

"E' il nome o il cognome?" Chiese Maya.

Lui scrollò le spalle. "Non ne ho idea". Potrebbe essere morto. E se non lo è, l'hanno nascosto molto bene.

Sara si accigliò, chiedendosi perché suo padre avrebbe dovuto cercare un agente presumibilmente morto. "Che cosa ti serve da lui?"

Suo padre bevve faticosamente un sorso dalla bottiglia poi mormorò qualcosa sottovoce. Maya non riuscì a capirlo, ma le sembrò quasi che avesse detto "scartoffie".

“Che cosa?”

"Niente", le disse. “Non posso dirtelo. È una… questione di lavoro".

"Ho capito". Ma dal suo comportamento e dal fatto che al momento non era ingaggiato dalla CIA per condurre una caccia su vasta scala per trovare questo ragazzo, ipotizzò che non si trattasse di una questione di lavoro. "E perché me lo dici qui al freddo, sul balcone…?"

Non rispose nulla, ma la guardò inespressivo. Le ci volle un momento per interpretarlo, ma quando lo fece le si rivoltò lo stomaco.

"Oh mio Dio, non pensi davvero …?" Si trattenne dal dirlo ad alta voce. Pensava che il loro appartamento potesse essere in qualche modo controllato.

"Non ne sono sicuro. Alan ha fatto un po' di ricerche, ma tendono a diventare sempre più creativi".

Maya scosse la testa disgustata al pensiero che tutto ciò che diceva, forse anche tutto ciò che faceva, per non parlare della sorella, venisse registrato in qualche database della CIA. Una volta le avevano impiantato un chip di tracciamento proprio sotto la pelle e il pensiero che qualcuno potesse sempre conoscere la sua posizione era abbastanza inquietante.

Ma essere effettivamente osservata… le riportò alla mente i tre ragazzi adolescenti di West Point, che si erano nascosti in uno spogliatoio, aspettando che uscisse dalla doccia in modo da poterla aggredire. Chi sapeva da quanto tempo erano lì, cosa avevano visto…?

Allontanò con forza quel pensiero dalla testa. Suo padre conosceva il minimo indispensabile di ciò che era accaduto e non aveva alcuna intenzione di rivelargli i dettagli in quel momento. Era un problema suo, come non la riguardava il problema di suo padre.

"Cosa hai intenzione di fare ora?" Domandò lei.

Zero agitò una mano con disprezzo. “C'è un medico, forse, che lo conosce. O lo conosceva. Non lo so ancora. Sto aspettando alcune informazioni da Reidigger". Le sorrise, voltandosi indietro. "Dai, torniamo dentro".

"Aspetta. Se non dovresti parlarne, perché mi stai dicendo tutto questo?”

La fissò per un momento, abbastanza a lungo da permetterle di pensare che neanche lui fosse sicuro della risposta.

"Perché", disse alla fine, "quando sono frustrato, parlare mi aiuta".

La strinse alle spalle e tornarono dentro, giusto in tempo per vedere Sara che si stava chiudendo la porta alle spalle. Si tolse il berretto di lana, il naso e le guance arrossati e screpolati dall'aria invernale.

Sara diede un'occhiata al loro papà e annuì. "Quindi pizza per cena, allora?"

Lui alzò entrambe le mani. "Sono davvero così prevedibile?"

Maya sorrise, ma poi notò che c'era qualcosa in Sara che non andava. Si muoveva con rigidità e sembrava che non fosse solo per il freddo. Anche dopo aver tolto il parka, sua sorella tenne i gomiti ben chiusi, quasi sulla difensiva.

“Tutto bene?” Chiese Maya.

Sara tirò su con il naso. "Sì. Solo, sai, le mie solite cazzate".

"Attenzione al linguaggio", la richiamò suo padre dalla cucina. E poi, "Sì, vorrei due grandi piz…"

"Sto bene", la rassicurò Sara mentre si dirigeva verso la loro camera da letto condivisa.

Maya non ci credeva, ma sapeva che non era il momento di indagare oltre. Tutti avevano i loro problemi e tutti li trattavano a modo loro. Per una famiglia che si era promessa reciprocamente l'onestà, sembravano mantenere molti segreti. Ma non era una questione di disonestà; era una questione di indipendenza, ciascuno era responsabile per sé stesso.

Doveva ammettere comunque, che talvolta si sentiva sola.

Ma forse non avrebbe dovuto. Stava pensando a questo Connor scomparso. Doveva esserci un modo per trovare il ragazzo… e una persona intelligente come lei avrebbe dovuto arrivarci. Forse avrebbe dovuto riuscirci per mostrare a suo padre, non a parole, che non doveva essere sempre solo davanti ai suoi problemi.

Se solo ci fosse riuscita in qualche modo.

Un’esca per Zero

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