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VII

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Alfonso era venuto in città apportandovi un grande disprezzo per i suoi abitatori; per lui essere cittadino equivaleva ad essere fisicamente debole e moralmente rilasciato, e disprezzava quelle ch’egli riteneva fossero le loro abitudini sessuali, l’amore alla donna in genere e la facilità dell’amore. Credeva di non poter somigliare loro e si sentiva ed era per allora molto differente. Non aveva conosciuto la sensualità che nell’esaltazione del sentimento. La donna era per lui la dolce compagna dell’uomo nata piuttosto per essere adorata che abbracciata, e nella solitudine del suo villaggio, ove il suo organismo era giunto a maturità, ebbe l’intenzione di serbarsi puro per porre ai piedi di una dea tutto se stesso. In città quest’ideale perdette ben presto qualunque influenza sulla sua vita per non vivere che nel suo proposito, un proposito vago che non aveva forza che quando non c’era bisogno di lotta.

Ma come teoria ci teneva anche dopo di essersi accorto che appariva ridicola agli occhi di coloro cui la esplicava. Non sapeva come supplirvi; abbandonandola avrebbe creato un vuoto nella sua vita. Non la enunciò più, così che Miceni a torto si vantava di aver operato una conversione.

A ventidue anni i suoi sensi avevano la delicatezza e la debolezza dell’adolescenza. Aveva dei desideri ch’egli sapeva reprimere soltanto con grandi sofferenze. A provocare questi desideri, dura irrisione al suo sogno, bastava una gonnella o anche il pensarci, ed erano forti abbastanza per toglierlo improvvisamente alla lettura quando vi si era messo e farlo correre per le vie, spinto da un’agitazione vaga, indefinita, s’egli non ne avesse conosciuta l’origine. In tale stato non poteva dedicarsi che ad una sola occupazione, quella di seguire per lunghi tratti di via qualche gentile figura di donna ammirandola timido e vergognoso. Tardi gli venne il pensiero di spingere oltre le cose. Fino ad allora aveva atteso che il suo ideale venisse a lui.

Una sera, correndo, si trovò dietro ad una donna che passando lo aveva guardato. Vestita di nero, teneva molto alta la sottana e lasciava vedere un piedino calzato in eleganti scarpette lucide, una calza nera, l’attaccatura del piede gentilissima per un corpo agile ma non misero. Alfonso vide ancora il collo, dalla pelle bianchissima; nulla della faccia.

Risolutamente la seguì, la sorpassò, poi l’attese come un cagnolino. La signora a lui pareva ridesse guardandolo alla sfuggita e, incoraggiato, egli si propose di avvicinarla. Era la prima volta ch’egli si trovasse in tale imbarazzo. Ebbe delle esitazioni che lo costrinsero poi ad accelerare il passo. Ella attraversò il Corso e imboccò via Cavana; doveva passare dinanzi alla biblioteca. – Alla peggio andrò in biblioteca, – pensò Alfonso per dare alla sua passeggiata una meta sicura.

La precedette e si fermò alla porta della biblioteca. Ella passò mentre la luce di un fanale faceva risaltare la bianchezza del collo e brillare la lacca della scarpetta, ma non lo guardò, ciò che ad Alfonso levò per qualche tempo la voglia di seguirla. Lentamente ella salì l’erta della via dei SS. Martiri lungo il Tribunale mentre appoggiato ad un paracarro egli si contentava di seguirla con l’occhio. Poi, quando ella aveva quasi terminata l’erta, egli si avanzò sino al Tribunale. Vide la figurina prospettarsi sul cielo, le curve precise come se le avesse viste più da vicino. Ancora un istante di esitazione e l’avrebbe perduta di vista; non v’era tempo a riflettere e il suo desiderio parlò chiaro ed imperioso spingendolo ad una corsa sfrenata in modo che la raggiunse prima ch’ella si trovasse sul piano. Era agitato, ma tanto stanco ch’era là là per lasciare la risoluzione presa da poco. In mente la stessa idea che lo aveva fatto correre dal Tribunale in su, le si avvicinò: – Signora… – le disse e levò il cappello, ma la respirazione divenuta più affannosa dacché s’era fermato, gl’impedì di continuare. Un occhio azzurro lo guardò con freddezza glaciale e trovandosi poco preparato per parlare avendo pensato solo a correre, semplicemente si fece in parte per lasciarla passare, e pigliò fiato, lieto come se avesse temuto di venirne impedito. I desideri che lo coglievano con tanta rapidità altrettanto rapidamente lo abbandonavano; per dimenticarli gli bastava di venir scosso da un timore o da una fatica.

Per certo tempo ogni sera correva dietro a qualche donna, ma soltanto a quelle ben vestite, perché l’oggetto dei suoi sogni era tutt’altro che pezzente e ad ogni corsa poteva illudersi di trovarlo. Questi conati all’amore avevano sempre il medesimo risultato. La sua timidezza vinceva i propositi fatti con la maggior risolutezza e bastava un gesto di ripulsa dell’aggredita od anche meno, lo sguardo indiscreto di qualche passante, per farlo desistere.

Dovette però fare l’esperienza che non era soltanto la sua timidezza che gl’impediva l’amore, ma i suoi dubbi, le sue esitazioni, e persino quel suo ideale portato dal villaggio e cacciato in un canto ma non scomparso. Esso capitava fuori tutt’ad un tratto quando Alfonso lo aveva del tutto dimenticato e gli faceva disprezzare col suo splendore quella miserabile realtà che gli era concessa.

Ebbe qualche avventura d’amore, ma non appena iniziata la soffocava con abbandoni bruschi per un risveglio della sua coscienza morale od anche semplicemente per non aver da sacrificare all’amore le ore di studio.

Rammentò per parecchi anni con rimpianto Maria, una giovinetta dai capelli esattamente biondi, il colore puro dell’oro, una figurina diritta che non pareva accorgersi del peso del tanto metallo che portava in testa. L’affrontò una sera e audacissimo come sono tutti i timidi quando si costringono al coraggio, le fece subito una dichiarazione d’amore. Maria ch’era, a quanto essa gli disse, dama di compagnia presso una vecchia signora, doveva trovarsi in uno stato d’animo simile al suo, perché, con sua grande sorpresa, ella accolse la sua dichiarazione ch’era sincera e parolaia, uno sfogo di sentimento accumulato, con serietà e con qualche commozione. Doveva partire pochi giorni appresso, ma prima, in seguito alle sue preghiere insistenti, gli accordò un abboccamento a cui egli non andò. Le ore di studio serali erano divenute nel frattempo la cosa più importante della sua giornata. L’abboccamento era stato fissato per quelle ore e all’ultimo momento egli aveva deciso di non andarci. Ebbe poi un cocente rimorso della sua azione, ma non poté ripararvi perché non la rivide mai più.

Non perciò rinunciò a quelle sue corse dietro alle gonnelle. Così correndo sognava meglio. Si vergognava di tale abitudine e sofferse molto un giorno che la vide indovinata da Gustavo.

Fino ad allora era stato lui il maestro di costui. Volendo essere utile alla famiglia Lanucci, egli aveva cercato di ricondurre il giovinetto sulla buona via. L’altro stava ad ascoltare seriamente gl’insegnamenti di Alfonso ma vi opponeva le sue massime semplici e sicure: – Il lavoro in genere era duro e mai retribuito abbastanza; preferiva perciò di vivere povero e libero che di poco più ricco e schiavo.

Tutt’ad un tratto Alfonso si trovò ad essere divenuto scolaro e l’altro maestro:

– Che gusto ci trovi? – chiese Gustavo molto sorpreso facendogli interrompere una corsa dietro ad una donna.

Era volgo lui, ma parlava con calma delle cose che profondamente commovevano e turbavano Alfonso, e questi lo invidiò. Egli più adulto e più intelligente, sotto questo rapporto importantissimo gli era inferiore. La sua forza disordinata era malattia e debolezza, mentre nella faccia anemica e magra di Gustavo brillava la salute, la pace.

Eppure non si sentiva infelice! Trovava la sua felicità da una parte nello studio accanito stesso, dall’altra nella sua ambizione cresciuta gigante, la fame di gloria. Sentiva di essere superiore agli altri e se ancora non sapeva come si sarebbe guadagnata questa gloria, lo afforzava nelle sue speranze il suo amore allo studio ch’era divenuto passione. Completava le ore di studio alla biblioteca con altrettante in casa e non gli bastava ancora. Lo studio invadeva le ore di ufficio, del pranzo e della cena e andava rubandogli ogni giorno parecchie ore di sonno.

In un’epoca di maggiore attività propose a Lucia di darle delle lezioni di lingua italiana. Non doveva essere disaggradevole d’imparare insegnando.

La proposta fece andare in visibilio i vecchi Lanucci e il padre volle che anche Gustavo partecipasse a quelle lezioni. Persino costui s’infiammò. Volle dimostrare una grande diligenza. Si fece dettare da Alfonso le definizioni delle parti del discorso e intendeva di studiarle a mente perché per mancanza di preparazione e non d’intelligenza non giungeva a comprenderle. Poi non si fece più vedere e soltanto le due prime volte si rammentò di scusarsi, quelle però con tutta buona grazia e sempre asserendo che la prima lezione lo aveva grandemente divertito.

La signora Lanucci formalmente consegnò Lucia ad Alfonso. Le prime lezioni vennero date in tinello, le altre in stanza di Alfonso, perché in tinello a certe ore non vi era quiete bastante.

Alfonso prese il suo compito sul serio e l’entusiasmo della signora Lanucci finì col far credere anche a lui di usare un benefizio a Lucia dandole i suoi insegnamenti.

Avevano principiato col Puoti, ma ben presto mutarono programma, ambedue mortalmente annoiati. Lucia non aveva capito niente e Alfonso lo sapeva.

Da parecchio tempo Alfonso usava di leggere i sinonimi del Tommaseo. Risolse di far studiare a Lucia quelli in luogo della grammatica.

– Almeno non si ha da fare con un sistema – le disse. – Per quanto lo si sia, non ci si accorge mai di essere troppo indietro perché non c’è addentellato, ogni pagina e ogni articolo essendo parti che stanno da sé. Si studiano queste parti e un bel giorno si scopre con sorpresa di aver edificato un edifizio, conquistata la lingua italiana.

Quello che maggiormente amava in queste lezioni si era di tener discorsi d’introduzione. Poi non solo l’ignoranza di Lucia, ma i dettagli dell’insegnamento lo annoiavano e lo stancavano. Lucia per le due prime lezioni si fece credere capace e intelligente perché comprese le non poche sottili differenze fra abbandonare e lasciare. Portò seco il librone e imparò a mente quell’articolo. Alla terza lezione, vedendo che la fanciulla lo aveva seguito con tanta facilità sino a quel punto, Alfonso dichiarò che si poteva procedere più rapidamente; una quarta parte circa dell’opera gli era nota e desiderava di giungere presto ove ci sarebbe stato da imparare anche per lui. Ella non desiderava di meglio volendo giungere rapidamente lontano. Lo amava o almeno credeva di esserne amata, ciò che sommamente la commoveva. Dal canto suo, Alfonso in quell’epoca si trovava molto bene con Lucia; non aveva trovato nessuno che supplisse a Maria e Lucia gli serviva di surrogato. A costei non raccontava dei suoi affanni, ma semplicemente le insegnava, e i dogmi e le teorie ch’egli cacciava fra sinonimo e sinonimo, bastavano a levarlo dal suo avvilimento. Il visino di Lucia non intelligente ma attento in modo che sembrava lo fosse più in atto di omaggio che per interessamento alla cosa, gli faceva dimenticare gli occhi inquieti e la parola brusca di Sanneo.

Talvolta l’ignoranza di Lucia lo inquietava e diveniva violento quando doveva accorgersi che le sue spiegazioni non venivano capite e le precedenti dimenticate. Anche sottili distinzioni penetravano qua e là in quel cervello, ma non era abitazione per esse e ne uscivano dopo brevissimo soggiorno. Se una seconda volta si presentava la medesima idea, bisognava fare un’altra volta la presentazione in tutte le regole, e non bastava, perché alla seconda volta l’ira che trapelava da tutti i pori del maestro toglieva alla scolara la calma necessaria per pensare. Quando egli le chiedeva di ripetere le sue spiegazioni, ella alzava il nasino; sorridente ma molto pallida diceva il contrario di quanto aveva detto Alfonso o connetteva in fretta delle frasi che le erano rimaste nell’orecchio, senza molto preoccuparsi del loro significato. Per non perdere la pazienza, Alfonso andava ripetendosi delle massime di bontà e si proponeva di non offendere l’essere meno intelligente.

– Meno intelligente merita compassione – gridava Alfonso una settimana dopo – ma poco diligente, no!

Infatti la ragazza non studiava più. Con uno sforzo immenso, il suo cervello aveva camminato fino a certo punto e si fermava perché stanco, quasi saturo. Quando erano principiate le lezioni, la madre, abituata ai sistemi della scuola, per far trovare alla figliuola il tempo necessario alla nuova occupazione, le aveva fatto un orario nel quale un’ora al giorno era stata destinata alla preparazione. Regolarmente la ragazza passava quest’ora, anziché in stanza sua allo studio, assieme agli altri in tavola a udire i racconti del padre. Vi rimaneva inquieta, seccata dalla madre che la richiamava allo zelo, seccata dal proprio desiderio di figurare con Alfonso, in fine veramente tormentata dal timore di venire sgridata da lui, ma vi rimaneva! Vi rimaneva vinta dall’inerzia, rassegnata anche di subire le osservazioni taglienti di Alfonso alle quali avrebbe preferito delle legnate, piuttosto di mettersi da sola in lotta con quei concetti esposti alla breve. Poteva anche studiarli a memoria che con Alfonso non bastava; perché se il caso voleva ch’ella dimenticasse una parola, era proprio quella, secondo Alfonso, l’essenziale.

Quello che ad Alfonso mancava per essere un buon insegnante era la capacità di apprezzare come meritavano i piccoli sforzi della sua scolara. Lodava di rado e soltanto quando, pentitosi di una parola brutale, voleva risparmiarsi le lagrime che la fanciulla a stento ratteneva, ma mai per una risposta quasi giusta. S’era fatto illusioni sulla sua vocazione all’insegnamento e se gli piaceva d’insegnare non era per affetto allo scolare. I progressi di Lucia poco o nulla gl’importavano. Si sentiva offeso che ella non imparasse di più coi suoi insegnamenti e diveniva violento a sfogo di giornate uggiose nelle quali aveva avuto da subire lui le ire altrui.

Era sorprendente che Lucia non perdesse definitivamente la pazienza e non facesse sospendere quelle lezioni che le apportavano tanti dispiaceri e un utile così piccolo. Non voleva questo! Anzi, alla fine di ogni singola lezione, quando Alfonso, nel congedarla, si faceva più mite e la trattava da amico coi soliti suoi riguardi, ella si proponeva di essere diligente, di studiare, per meritarsi quel trattamento anche durante la lezione. Sarebbe stato pur bello di passare insieme da buoni amici anche quell’oretta, ammirandosi vicendevolmente, ciò che a lei riusciva facilmente! Dopo quell’ora di studio forzato, lo studio le sembrava più facile e più aggradevole che non prima della lezione la quale in parte toglieva al cervello la ruggine che vi si faceva durante la giornata passata a lavorare d’ago. Si proponeva anche per la mattina seguente di levarsi più di buon’ora per rimettersi allo studio, ma bastava la notte a ripiombarla nella solita inerzia.

Sospenderle no, ma che le lezioni le dispiacessero lo si vedeva dalla premura con la quale approfittava di ogni pretesto per risparmiarsene una o l’altra. Una sera aveva da andare da una sua amica, molte altre, in mancanza di meglio, si sentiva poco bene. Gustavo una sera, vedendo che fingeva di essere triste e svogliata dacché era venuto Alfonso, non messo a parte dello scopo della malattia, le chiese:

– Così improvvisamente ti ammali?

Non occorreva di questo avvertimento ad Alfonso per fargli sapere quale amore allo studio egli avesse saputo infondere nella sua scolara, ma non gli dispiaceva di venir temuto.

Una volta Lucia ebbe il coraggio di rifiutarsi di prendere lezione e ciò senz’addurre alcun pretesto. Andò dessa ad aprire la porta ad Alfonso e con una risata clamorosa ch’ella aveva copiata da un’amica, lo avvertì semplicemente che per quella sera non avrebbe preso lezione.

– Perché? – chiese Alfonso corrugando le sopracciglia. Non rideva lui; era sorpreso poco aggradevolmente.

– Vogliamo stare insieme e ridere e non studiare, – rispose Lucia coraggiosamente.

– Non sarebbe meglio cessare del tutto queste lezioni che non troppo sembrano piacerle?

Lucia impallidì subito spaventata. La madre le venne in aiuto e spiegò ad Alfonso che la fanciulla non avendo trovato il tempo necessario per studiare, non prendeva quella sera lezione proprio allo scopo di non dover procedere oltre prima di essersi resa padrona di quanto già avevano passato insieme. Poi anch’egli si divertì quella sera più che se fosse rimasto a studiare con Lucia. Ciarlò molto e venne ascoltato religiosamente.

La lezione seguente fu più brutale del solito e giunse fino a darle dell’ignorante. Aveva lasciato alla giovinetta mezz’ora di tempo per dare una risposta che non voleva venire e faceva come se gli sembrasse un delitto che in tale intervallo ella non sapesse raccapezzarsi; dimenticava che donde non c’era non si poteva levar sangue. Egli dichiarò, non trovando altre frasi pungenti, ch’era ora di sospendere quelle lezioni che non portavano alcun risultato e si alzò in piedi per sospendere intanto quella. La ragazza fino ad allora non s’era arrischiata di dichiarare nettamente che quello che non sapeva non poteva dire. Guardava il soffitto a cercarvi la risposta, emetteva dei suoni d’impazienza per diminuire quella d’Alfonso e aveva un sorriso affettato ma forzato tanto che chiedeva compassione. Alla dichiarazione esplicita di Alfonso, ella scoppiò in pianto dirotto, si alzò, uscì chiudendo con violenza la porta e si gettò fra le braccia della madre ch’era sola in tinello. Alfonso fu spaventato dell’effetto che aveva prodotto e volentieri l’avrebbe fermata per chiederle scusa.

La seguì e venne colpito da uno sguardo d’ira intensa lanciato verso la sua stanza dalla signora Lanucci che teneva stretta al seno la fanciulla tanto oppressa dai singhiozzi che ancora nulla aveva potuto spiegarle. Vedendolo, ella lo guardò molto seria:

– Che cosa le ha fatto questa poveretta?

Molto imbarazzato, Alfonso rispose:

– L’ho sgridata perché non aveva studiato nulla!

– Ma se ha studiato! L’ho vista io a studiare.

Come in tutte le persone deboli, l’ira di Lucia perché lungamente repressa, scoppiò con grande violenza. Ad onta dei singhiozzi inviò ad Alfonso con voce intelligibilissima tre insolenze:

– Imbecille, sciocco, asino!

Le belle maniere apprese con fatica negli ultimi anni non l’accompagnavano nella commozione e ne veniva ridotta alle parole, al suono di voce ed al gesto di Gustavo. Alfonso era offeso ma senza parole e irresoluto se dovesse difendersi o salvarsi da quell’ira rifugiandosi nella sua stanza.

La signora Lanucci, dolente di vedere rotta la buona armonia ch’ella aveva voluto regnasse fra i due giovani, si adirò con Lucia:

– Sei tu la sciocca, l’imbecille; vuoi star zitta? – e la respinse da sé.

Lucia andò a cadere su una sedia, ma non le pareva d’essersi sfogata abbastanza:

– Crede di essere un dotto…

– Vuoi stare zitta? – la interruppe la Lanucci minacciosamente.

Ancora per una mezz’ora Lucia continuò a singhiozzare.

La signora Lanucci non voleva apparire di dare importanza all’avvenuto e ne rise con Alfonso che davvero non seppe imitarla.

– Però voglio che in casa regni l’armonia e capisco che l’unico mezzo d’averla è di lasciare queste lezioni; peccato!

Poteva parlare del suo dispiacere senza dover temere di destare sospetti in Alfonso, perché al cominciare delle lezioni gli aveva spiegato quanto dalla sua istruzione sperasse per Lucia. Gli uomini, specialmente coloro i quali hanno il vero entusiasmo per lo studio, diceva la signora Lanucci con un inchino lusinghiero ad Alfonso, sono più idonei ad insegnare che non le donne le quali amano le cose piccole e si perdono in particolari inutili e perciò dannosi alla comprensione del tutto. Gli uomini però, ora se ne accorgeva, avevano altri difetti ed altrettanto dannosi. Ad onta di questi difetti ella rimase tanto gentile con Alfonso da sorprenderlo.

Lucia invece meno. Per otto giorni si astenne dal rivolgergli la parola. Lo serviva a tavola come la madre le ordinava, ma senza pronunziare una parola. La signora Lanucci, per consolarlo, gli faceva l’occhietto, rideva e rivolta a Lucia diceva ironicamente:

– Ma porgi dunque quel piatto al signor Alfonso. Lo odii tanto da volerlo lasciare morire di fame?

Lucia obbediva seria seria; altrettanto serio, con un ringraziamento freddo, Alfonso si lasciava servire.

Una sera, entrando nel tinello improvvisamente perché accompagnato da Gustavo che aveva le chiavi di casa, trovò il vecchio Lanucci e la moglie accigliati e Lucia con gli occhi rossi di pianto. Evidentemente i due vecchi s’erano uniti per farle la predica. Sedette a tavola facendo le viste di non essersi accorto di nulla.

Era pentito amaramente del suo contegno, ma non sapeva chieder scuse. Alla sera quand’era solo o in ufficio, ripensandoci, rivedeva le mute domande di scusa rivoltegli dalla povera fanciulla e doveva confessare che le sue ire erano state scioccamente brutali. Concludeva ch’era suo dovere di andare incontro a Lucia, chiederle scusa, e toglierle un dispiacere che, si capiva, la rendeva infelice. Invece quando si vedeva dinanzi quel volto sciocco, senza espressione, dagli zigomi sporgenti, serio, immusonito con tutta risolutezza, la buona parola che già aveva pronta gli ritornava in gola.

Senza guardarlo in faccia, dopo una lunga esitazione, Lucia andò a lui e stendendogli la mano gli disse:

– Mi scusi, signor Alfonso, ho avuto torto; facciamo la pace!

Alfonso, commosso, gliela strinse con vivacità:

– In gran parte il torto fu mio, mi scusi lei!

Lucia gli lanciò un’occhiata raggiante di riconoscenza che la rese meno brutta ed ebbe poscia il contegno tranquillo, disinvolto, da persona che dimentica i malintesi. Rideva spesso ed era ritornata immediatamente ai suoi costumi affettati e dolci.

Egli fu meno disinvolto; gli dispiaceva di essere stato vinto in generosità. Avrebbe dovuto cedere per il primo lui, la persona colta, il maestro. Questo dispiacere, per quanto lieve, continuò ad agitarlo anche quando fu coricato. Erano sempre questi fatti insignificanti che lo inquietavano nella sua vita del resto vuota d’avvenimenti d’importanza, e ogni sera aveva di che sognare su qualche sua parola detta troppo in fretta o su qualche parola altrui di cui appena allora scopriva il vero significato, per pentirsi di non essersi vendicato di una puntura o di aver risposto troppo brusco ingiustificatamente.

In tinello si parlava e, macchinalmente, egli ascoltò. Erano la Lanucci ed il marito; egli non distingueva che il suono delle voci e soltanto quando, per recarsi alla loro stanza, passarono dinanzi alla sua porta, udì chiaramente la Lanucci che esclamava, probabilmente a conclusione di quanto fino ad allora avevano discorso, con un risolino di buon umore: – Queste sono proprio dispute da innamorati.

Di sospetti ne aveva già nutriti circa gli scopi della Lanucci su lui, ma più che scopi, fino ad allora gli erano sembrate speranze che non potevano allarmarlo ma che dovevano lusingarlo. Quelle due parole giunte per caso fino a lui, conclusione di un discorso più lungo, gli parve provassero che non soltanto si sperava da lui ma che si congiurava contro di lui, contro la sua libertà. Il contegno della madre e della figliuola era stato conforme a questo scopo. La madre aveva consegnato a lui che ingenuamente voleva insegnare, non una scolara ma una sposa.

Si rammentava di certe parole di raccomandazione che avrebbero potuto avere doppio senso. La figliuola poi aveva sopportato tutto meno che di veder interrotte le lezioni come egli aveva minacciato di fare. Ora la pace fatta con Lucia doveva avere rianimato le loro speranze.

Doveva indignarsene? Un tale attentato lo avrebbe meritato perché se fosse riuscito avrebbe apportato un enorme peggioramento della sua situazione.

Era però una situazione terribile quella in cui si trovava la famiglia Lanucci coi suoi due uomini incapaci di migliorarne le condizioni! Si sentiva tanto al sicuro dalle reti che gli tendeva la signora Lanucci, che poté liberarsi dalla preoccupazione per sé e riconoscere che avrebbe potuto vivere altri cent’anni e non offrirglisi più l’occasione di fare una buon’azione come sarebbe stata quella di sposare Lucia. Quale avvenire sarebbe stato quello di costei? Probabilmente sarebbe rimasta vecchia zitella e avrebbe conservato inutilmente sino alla fine della sua vita tutti quei suoi modi di società, come li chiamava la madre. Nei suoi sogni egli era capace delle azioni più eroiche, ma il giorno appresso ebbe un contegno meno disinvolto del solito ma non più affettuoso. Quando era solo vedeva la situazione con tutt’altri occhi che quando si trovava con Lucia. Prima scusava, perdonava, giungeva persino a sentire rimorso di non poter agire nobilmente, rammentava l’amore di Lucia che si era manifestato tanto nella pazienza con cui aveva sopportato le sue brutalità, quanto nella violenza del suo dolore allorché aveva dovuto riconoscere di non poter raggiungere la sua meta. Quando era dinanzi a Lucia ne vedeva gli zigomi sporgenti. Stava all’erta! Non sentiva desideri; era libero e voleva rimanerlo.

– Sono ammalato!

Per giungere a questa conclusione aveva dovuto fare molte osservazioni su se stesso. La sua profonda tristezza che tutto gli faceva apparire grigio, smorto, fino ad allora gli era sembrata naturale conseguenza del suo malcontento, l’insonnia derivava dall’agitazione in cui metteva il suo cervello con lo studio di sera e infine lo stato anormale, febbrile che qualche volta osservava nel suo organismo era, come egli aveva pensato sempre, il bisogno di fatica e di aria pura che i suoi muscoli ed i suoi polmoni si ostinavano a chiedere. Altre volte però gli bastava di essere libero per qualche ora per riavere la sua vivacità e la sua quiete. Ora, invece, una visione dominava sempre, monotona, e gli toglieva la facoltà di prender parte al presente, di udire ed esaminare la parola altrui. Sanneo, dopo che per lungo tempo gli aveva dato delle istruzioni, con voce mutata gli chiedeva: – Ha capito? – Quel mutamento di voce strappava Alfonso alle sue fantasticherie e diceva di sì tanto per venir lasciato più presto in pace e ripiombare nei suoi sogni. Ma non aveva capito niente. Non aveva udito nulla e non era capace neppure d’inquietarsene. Se ne andava lento al suo posto con passo piccolo per guadagnare tempo e interrompere le care visioni il più tardi possibile. Si ostinava tuttavia di passare le sue sere in biblioteca, ma ne usciva come ne era entrato, senza idee nuove perché per l’idea nuova il suo cervello era chiuso. Non sapeva che rievocare cose vecchie e ciò per completare qualche sogno da megalomane in cui si vedeva far mostra della sua scienza dinanzi a terzi. I suoi nervi erano indeboliti per modo che gli davano persino qualità da pazzo. Temeva ed evitava i propri simili quando non li conosceva e bastava che di sera un uomo gli passasse accanto per farlo sussultare dallo spavento. Si sentiva male all’oscuro e il minimo rumore lo faceva trasalire. Rannicchiato nel suo letto, con la testa sotto le coperte, rimaneva per delle ore senza saper conquistare il sonno. Era una conquista difficile! Come pensare a nulla? Si coricava talvolta veramente stanco e gli pareva che a dormire non gli mancasse che di chiudere gli occhi. Gettatosi sul letto, il sonno lo abbandonava e quando dopo ore giungeva a chetarsi su un punto del letto, doveva accontentarsi di un sonno senza intensità in cui il cervello continuava un lavorìo sordo, indistinto, ma non perciò meno affaticante.

– Ella è indisposto, mi pare, – gli disse Cellani vedendolo pallido e stralunato, – si prenda qualche settimana di vacanza, se ne ha bisogno.

Alfonso non accettò subito e dovette alla sera andare a chiedere a Cellani quello che alla mattina aveva rifiutato.

Alquanto bruscamente anche Sanneo gli accordò il chiesto permesso. Già da parecchio tempo aveva dovuto dare un aiutante ad Alfonso nella persona di certo Carlo Alchieri tenente d’artiglieria, pensionato per debolezza di petto. Era entrato da Maller non bastandogli per vivere la piccola pensione che gli era stata accordata. Era un giovane dal volto da vecchio con barba intera d’un colore indeciso; all’apparenza del resto era robusto. Fu l’unico a bestemmiare allorché udì del permesso accordato ad Alfonso. Era spaventato perché sapeva che gli sarebbe toccato di sopportare tutto il lavoro da solo. Sanneo non era uomo da togliere gli altri corrispondenti dalle loro occupazioni abituali per dare aiuto ad uno temporaneamente ammazzato dal lavoro, – naturalmente – come si esprimeva Sanneo, cioè senza suo intervento, per il fatto che l’impiegato conciato in questo modo era supplente, rango ufficiale, dell’impiegato che mancava.

Bastò l’uscire all’aria aperta sapendo di poterci rimanere per parecchio tempo e di esserci per scopo di salute per togliere Alfonso alla sua inerzia. Aveva intero il desiderio di riconquistare la salute. Fino ad allora non s’era doluto del suo indebolimento sembrandogli come a certi religiosi dell’India che l’annientamento della materia apporti necessariamente un aumento dell’intelligenza. Ma non era da intelligente quello stato di noia in cui le cose gli apparivano monotone e grigie.

Il sole s’era appena levato che con violento sforzo di volontà Alfonso balzò dal letto. Non sapeva dove andrebbe e il caso lo avrebbe condotto; di montagne intorno alla città non ne mancavano.

Si propose da prima di seguire una compagnia di soldati che uscivano all’esercizio. Il suono del loro passo pesante e misurato sul selciato lo infastidì. Salì la via Stadion quasi di corsa per allontanarsi da essi che seguivano la stessa via. Voleva giungere all’altipiano. La fatica per quel primo giorno sarebbe stata bastante. Non aveva passato ancora le ultime case della città, dall’aspetto da villaggio, basse, qualcuna col fienile, colorite con colori vivaci per quanto poco puri, e aveva già mutato idea. Desiderava il verde del colle che giaceva alla sua destra, non il paesaggio sconsolante dell’altipiano. Varcò su un ponte di legno un torrente dal letto largo ma quasi asciutto; soltanto una piccola vena d’acqua limpida correva la sua via capricciosa in mezzo alle pietre bianche. Attraversò dall’altra parte un viale largo e sotto ai suoi piedi finalmente sentì la terra nuda, l’erba viva cedere al suo peso. Già stanco e affannato si gettò a terra. Si trovava in un boschetto di alberelli giovani dai tronchi sottili ma dalle corone abbastanza ricche mormoranti nella brezza mattutina. A questo rumore si univa il mormorìo di una piccola caduta d’acqua in un serbatoio, una casetta bassa distante da lui di pochi passi.

Lo riprese il desiderio di correre, l’ambizione di giungere lontano. Salendo, gli alberi divenivano più fitti e più robusti. Qua e là gli arbusti gl’impedivano il passo ed egli si faceva la via correndo con impazienza febbrile. Non sapeva più il passo calmo dell’uomo forte. Varcò un altro viale ed un altro boschetto sempre salendo senza meta. Il sangue gli turbinava nella testa e gli mancava il fiato, ma non si lasciò costringere che a brevissime pause. La stanchezza non lo vinse che dinanzi ad un’alta muraglia che gli chiudeva il passaggio. Saliva da meno di un’ora e si gettò a terra sfinito; il riposo gli sembrava ora ben meritato.

Per parecchi minuti gli durò la fatica greve che lo spaventò per il violento battito del cuore e alle tempie. Si levò la giubba, la stese sotto al suo capo e si coricò accanto ad una quercia. Poco dopo, pur continuando l’agitazione nel sangue, i polmoni gli si aprirono ad un profondo respiro. Da molto tempo non aveva respirato così profondamente. Guardò il piccolo prato intorno a sé e vedendolo così chiaro, verde, ridente, ne godette come se fosse stato suo, destinato a sua abitazione. Un lembo della città era visibile. Una ventina di case ammucchiate, poi altre singole sparse sul colle dirimpetto. In fondo un pezzo di mare azzurro con barche immobili. Il cielo chiaro senza nubi fino all’orizzonte, il verde della campagna, quelle case gettate là a caso gli ricordavano un’oleografia in cui i colori erano stati eguagliati dalla macchina, l’idea del pittore diminuita nella riproduzione e scomparsa la vita, il movimento.

S’addormentò come un bambino, sorridente e coi pugni chiusi.

Sognò fantasticamente di Maria. La riconobbe a certo vestito dai colori vivaci. Gli diceva ch’ella già sapeva ch’egli all’appuntamento non aveva potuto venire per forza maggiore. Lo scusava e l’amava.

Una vita

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