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Il coraggio delle donne in Guerra
Le streghe della notte
Fratellanza – Sorellanza
Il 588° Reggimento da bombardamento notturno
ОглавлениеГордитесь тем, что вы женщины! (Siate orgogliose di essere donne!), il primo dei dodici comandamenti redatti dal Maggiore Marina Raskova, Comandante del 122° Gruppo Aereo, campeggiava sull’entrata dell’aerodromo della scuola di aviazione di Engels e accoglieva tutte le allieve pilote e navigatrici che avevano risposto al suo invito per difendere la Patria invasa dal dilagante e opprimente nemico.
Stalin in persona aveva ceduto alle pressanti richieste del Maggiore Raskova, la “Amelia Earhart” sovietica e aveva consentito che il 588° Reggimento da Bombardamento leggero notturno fosse costituito da sole giovani donne. Così, fin dal 1941 ne erano accorse a Engels oltre duemila, provenienti da ogni parte dell’Unione Sovietica ed esse, studentesse, operaie, allieve delle scuole di aviazione civile che fossero, erano pronte a entrare nelle unità dell’aeronautica tutte al femminile, che avrebbero volato in missioni di guerra e sganciato bombe, offrendo le loro giovani vite all’Unione Sovietica, la prima nazione che aveva deciso di impegnare anche le donne nella feroce guerra che stava devastando il paese.
Le ragazze fragili contro il Terzo Reich
In soli tre mesi di addestramento, 15—17 ore di duro lavoro ogni giorno, il Maggiore Raskova ne aveva selezionate 1200, poi suddivise in tre gruppi di volo: il 586° Reggimento caccia, il 587° per il bombardamento in picchiata, formati da personale misto e il 588° gruppo per il bombardamento leggero notturno, formato da 260 giovani donne, suddivise tra pilote, navigatrici e personale di terra, al comando del Maggiore Yevdokia Bershanskaya.
Insomma, una unità, il 588°, che incarnava il comandamento della Raskova e che possedeva un cuore che batteva all’unisono per via della sorellanza solidale che univa tutte loro.
Non altrimenti avrebbero potuto svolgere il loro durissimo lavoro e divenire l’unità di Aviazione femminile più decorata dell’Unione Sovietica. Un primato invidiabile che consentì loro di perdere in missione solo 28 aerei, con 32 vittime, guadagnando 23 medaglie dell’ordine di Eroe dell’Unione Sovietica, delle quali cinque alla memoria.
Ma, se partiamo dall’inizio della loro storia, questa era forse l’unità militare più “fragile” della Seconda Guerra Mondiale, che doveva battersi contro l’esercito più duro, meglio addestrato, meglio equipaggiato e il più capace di tutti i tempi nell’arte
della guerra. Insomma, un fragile e delicato soprammobile di vetro finissimo, tra rudi e pacchiani vasi di ferro. Rapportandoci poi alla ferrea logica maschilista del tempo, il delicatissimo oggetto rappresentato dal 588° si sarebbe dovuto frantumare al primo impatto con i teutonici guerrieri del Reich, ma non fu proprio così.
Le bombe in cambio di paracadute
Le “Streghe della Notte”, infatti, forti della loro solidale “sorellanza” seppero trovare il vigore combattivo necessario, trasformando la loro “debolezza” in forza. Al comando di Yevdokia Bershanskaya, divennero astute come serpenti e lottarono come tigri, insomma, divennero la leggenda che oggi conosciamo.
Volare, navigare e mantenere in perfetta efficienza gli aerei “Pannocchia” ovvero i biplani Polikarpov Po.2, che costituivano la linea di volo del reggimento, rappresentava un duro e impegnativo lavoro per tutte loro e che manteneva viva l’amicizia e rinsaldava i vincoli di vera fratellanza forse, ben oltre la semplice sorellanza di genere. Per le giovani pilote del 588°, i Polikarpov erano indubbiamente più facili da pilotare rispetto ai potenti caccia del tempo.
Erano costruiti in legno e tela, simili a quelli usati nella Prima guerra mondiale: a due posti, con la cabina scoperta e, in tempo di pace, venivano usati di solito solo nella buona stagione. Raggiungevano una velocità di appena 150 chilometri orari, contro i 500—600 km degli aerei tedeschi. Mancavano tutte le apparecchiature moderne come radio, radar, navigazione notturna, puntamento e armi: insomma, le fragilissime “Streghe” dovevano arrangiarsi con bussole, torce, cartine, matite, righelli e compassi e due pistole.
L’aereo non poteva portare molto peso e non era predisposto al trasporto di bombe, quindi, per caricare due ordigni da 50 chilogrammi l’uno, gli equipaggi dovevano rinunciare ai paracadute. Per questo, tutte loro solidali e affratellate, volavano sugli aerei “Pannocchia”, mostrando un coraggio da vere leonesse, pur mantenendo quei tratti di femminilità che contraddistinguevano la loro giovinezza.
L’onorificenza per ogni strega abbatuta
Di giorno, ricamavano, decoravano i loro aerei con fiori e usavano le matite di cui erano dotate per la navigazione anche come eyeliner, di notte, invece, ritornavano a essere le eroiche combattenti che seminavano il terrore nei cuori del nemico, con i loro lenti aeroplani di legno e tela, con l’impeto, la determinazione e la leggerezza d’animo che solo la giovane età poteva loro offrire.
Volavano con la copertura del buio, sfidando i colpi del nemico e il congelamento in aria, mentre di giorno combattevano lo scetticismo e le molestie sessuali a terra.
Erano temute e odiate dal nemico, al punto che ogni aviatore tedesco che avesse abbattuto un aereo “Pannocchia” con le sue occupanti, sarebbe stato automaticamente insignito della prestigiosa Croce di Ferro.
Ma le ragazze del 588° non temevano niente, perché quando il Commissario Politico Nina Nikulina le aveva avvisate: “Attente Compagne, i tedeschi hanno messo una taglia sui vostri aeroplani”, avevano scrollato le spalle, sorridendo, giurandosi poi segretamente reciproca fedeltà, solidarietà e fratellanza, a terra e in volo, scambiandosi fiori e ricami, di giorno e reciproca copertura e scorta, in missione, di notte.
La magia nel cielo
Così, volavano in gruppi di tre aerei a volo radente, con i motori al minimo per non farsi sentire fino all’ultimo momento. I primi due, non armati, facevano da esca per far accendere i riflettori e distogliere i tedeschi, ma si allontanavano subito riprendendo quota, mentre il terzo aereo sganciava le due bombe sull’obiettivo. Oppure, sempre in gruppi di tre, si avvicinavano a volo radente e motori al minimo, si alzavano in quota all’ultimo momento, scendevano in picchiata, sganciavano le bombe, riprendendo quota con i motori al massimo. O ancora, si avvicinavano in quota per poi scendere in picchiata con i motori al minimo, bombardare e risalire.
Per fare tutto questo, occorrevano grande coraggio e determinazione ma, se non ci fosse stato tra di loro il fil rouge, della sorellanza – fratellanza solidale, nessuna tra di loro, neanche le più spericolate, avrebbe potuto fare con naturalezza e semplicità, quello che loro facevano, quotidianamente, in missione. Il motore Shevetsov a cinque cilindri radiali, che faceva volare i loro aerei “Pannocchia”, produceva un fruscio particolare e, quando il nemico, i tedeschi, si rese conto che erano solo donne a pilotarli, le soprannominarono “Nachthexen”, “Streghe della notte” a cavallo delle scope volanti.
Temutissime dal nemico e, “sorelle nella notte”, proprio come nei “sabba” di fattucchiere d’altri tempi, seminavano il terrore tra i nemici, tanto che, in un rapporto del 1942, il capitano tedesco Johannes Steinhoff scrisse: “I piloti sovietici che ci danno più problemi sono donne. Donne che non temono nulla e vengono di notte a tormentarci con i loro obsoleti biplani e non ci fanno chiudere occhio per molte notti”.
1100 giorni in volo
Un ulteriore elemento che conferma la fratellanza esistente nel reparto e rende irripetibile la sua storia è rappresentato dal fatto che il Maggiore Evdokiya Bershanskaya fu il solo e unico comandante del 588° Bombardieri Notturni, dalla fondazione del reparto al suo scioglimento.
Evdokiya era un comandante naturale e amatissima dalle sue sottoposte, tanto che la sua “Strega” Natalya Meklin, a capo di una squadriglia di sei velivoli, la descriveva così: “Era un comandante severo, ma giusto; sapeva anche essere dolce nei momenti delicati che passavamo in quei giorni difficili. Aveva un autocontrollo perfetto, uno sguardo penetrante: ti bastava una sua occhiata per sentirti in colpa se avevi agito male o sentirti contenta se avevi fatto cose buone”.
Certamente una delle componenti che animavano le ragazze del 588° Reggimento era rappresentata dalla forte motivazione nella lotta contro l’invasore, ma è altrettanto vero che la sorellanza e la profonda solidarietà, che permeava tutto il reparto giocarono un ruolo fondamentale nel conseguimento del risultato finale e nella riduzione delle perdite in battaglia. Un grandissimo risultato, perché nelle loro missioni le “Streghe” superarono di gran lunga tutti i loro colleghi maschi, su tutti i fronti, perché se gli equipaggi del “sesso forte” volarono, completando 25—50 missioni a testa, le giovani pilote del 588° reggimento, volarono ininterrottamente per circa 1100 giorni, completando almeno 800 missioni a testa, un risultato impossibile da conseguire in condizioni diverse dalla assoluta sorellanza e dalla solidarietà di gruppo.
Per queste giovani pilote, la vita è sicuramente più comoda l’estate, perché con le notti corte si possono compiere al massimo dalle cinque alle sette sortite, ma diventa molto più dura durante le lunghe notti invernali, quando le missioni possono moltiplicarsi fino a quindici, tormente di neve permettendo.
Le preghiere di Santo Illya
Ne sanno qualcosa le “Streghe” Katya Ryabova e Nadya Popova, che in una notte hanno compiuto 18 raid sopra le linee tedesche. Intabarratissime nelle loro combinate di volo maschili, riadattate da abili mani sulle loro esili figure, hanno volato senza tregua, in un continuo andirivieni e col cuore che batteva all’impazzata.
Senza radio di bordo e interfono, Katya e Nadya si intendono con un muto linguaggio codificato da colpi sulla spalla o strette di mano, in funzione di chi deve “parlare”, il navigatore o il pilota. E, quella fatidica notte, con il termometro che segnava -41°C, dopo ogni rifornimento di bombe e carburante, si sono accontentate del tè caldo che porgeva loro Irina, senza uscire dalla carlinga per risparmiare tempo, lasciando che il loro “angelo custode” continuasse a recitare per loro, la preghiera al Santo Profeta Elia, patrono degli aviatori di tutte le Russie, sovietica compresa, rispondendo: “Prega per noi”, alla invocazione di Irina che diceva: “Sant’Elia che sali nel turbine verso il cielo”.
Il sogno nel cielo
Nella neve, nessuna di loro correva alcun rischio per queste innocenti preghiere, perché il severo Commissario Politico Nina Nikulina dormiva al calduccio nella sua baracca e la brava Irina, ortodossa convinta, non le avrebbe mai tradite.
Diciotto missioni in quella notte erano troppe anche per loro, per quanto fossero determinate e coraggiose, così quando nel profondo buio del piccolo aeroporto, la siberiana Olga aveva dato il cambio a Irina e il Santo Profeta Elia… non le accompagnava più, avevano deciso di dormire in volo, rannicchiate nella carlinga, una all’andata e l’altra al ritorno. Finalmente l’alba e il lattiginoso biancore che si riverbera sulla neve di… (forse non lo sapremo mai), perché Nina Nikulina, il Commissario Politico, aveva ordinato loro: “Di non rivelare mai la zona di operazioni neanche se fossero state in punto di morte”… ricorda a Katya che è tempo di virare per tornare alla base.
Lo Shevetsov tossisce e sembra sputacchiare tutto il suo olio attraverso i cilindri assediati dal freddo, ma una provvidenziale carezza sul tascone sinistro del giaccone di volo risveglia il Santo Profeta Elia che dorme al caldo tra la pelle e il reggiseno della pilota, tutti i rumori si placano.
Un regalo prezioso
Dando nuovamente gas, Katya pensa al lavoro che dovranno fare Irina e Olga, per rimediare al guasto e, mentre pronuncia un liberatorio: “Prega per Noi”, la striscia nera di terra gettata sul campo nevoso, si materializza sotto il carrello e, dopo una virata sopra le baracche il Po 09, prende terra. Nadya dorme ancora, rannicchiata nella carlinga.
Una breve frenata e giungono a destinazione, Katya riemerge dall’abitacolo, la bionda Irina e la taciturna Olga prendono in consegna il velivolo e lo spingono verso l’officina. Sulla porta della baracca-mensa le attende Nina Nikulina, che sta fumando la prima delle innumerevoli “Papiroska” della giornata e le apostrofa così: “Brave compagne, scriverò al comando di reggimento per farvi avere un encomio, le vostre diciotto missioni contribuiranno a rendere la vittoria più vicina… ora mangiate e poi a rapporto, oggi avrete razione doppia di zuppa d’avena e kasha preparate dalle compagne cuoche e anche due bottigliette di vodka “Stalin”, onore a lui, per combattere il freddo in quota”. Poi le lasciò consumare la colazione, ritornando alla sua baracca. Più tardi si uniscono a loro anche Irina e Olga e ognuna ha in mano un piccolo involto, il regalo per le compagne. Quest’ultima srotola sul tavolo una serie di pezzi di pelle renna, ancora con tutti i peli e racconta: “Con questa non riesco a scaldarmi neanche un piede, ma a voi sarà utilissima per pulire gli strumenti e parabrezza del velivolo, il suo grasso residuo non farà ghiacciare più niente…”, quindi si siede e comincia a mangiare.
Mentre Irina mostra orgogliosa a entrambe un nuovo carburatore, avvolto in uno straccio: “Compagne, il vostro velivolo ha finito di tossire, lo cambierò quest’oggi mentre dormite e stasera potrete ricominciare a volare”. Compaiono sul tavolo quattro bicchierini, Katya stappa il suo quartino di vodka, la serve e al grido di: “победа- vittoria”. Irina e Olga tornano in officina e Katya e Nadya raggiungono il dormitorio per riposare un poco ed essere pronte per la prossima missione notturna.
La guerra in cambio della matematica
Anche la storia di Vera Belik e di Tatyana Makarova, due “Streghe” insignite del titolo di “Eroe dell’Unione Sovietica” ci parla e ci dimostra in concreto come fosse vissuto il sentimento della fratellanza-sorellanza, tra di loro.
Vera Belik, futuro Tenente Navigatore del 588°, nacque in Ucraina a Ohrimovka, da una famiglia di operai e visse buona parte della sua giovinezza a Kerch, in Crimea, dove conseguì il diploma in pedagogia, in seguito si iscrisse all’università a Mosca. Lì studiò matematica, prima che la dichiarazione di guerra della Germania sconvolgesse i suoi piani. La rapida avanzata del nemico, ormai alle porte di Mosca nell’ottobre del 1941, la spinse a unirsi alle sue compagne di università, spedite in massa a Volokolamskaya, in periferia, a scavare trincee anticarro.
Pala e piccone non sono la migliore medicina per le loro delicate mani di studentesse ventenni, ma loro non mollano e alla fine di ogni giornata possono annunciare, sorridendo, al Commissario Politico: “Compagno Commissario, oggi abbiamo scavato 1,80x150 metri”, che le saluta e le ringrazia, alzando il pugno sinistro, sino a quando non sono sfilate tutte loro.
A cena, zuppa di cavoli e una fetta di pane nero poi, tutte a letto, pronte a riprendere il lavoro l’indomani mattina mentre l’artiglieria nemica batte incessantemente i capisaldi dell’Armata Rossa, situati più a Sud. Certo, la patria si difende anche con le mani bendate e insanguinate, ma Vera è convinta che lei la possa difendere meglio con la matematica, così entra nell’esercito e si inserisce nell’unità di aviazione femminile, fondata dal Maggiore Raskova, accedendo ai corsi di addestramento alla navigazione aerea, presso la scuola di aviazione militare di Engels.
Sei mesi di duro corso intensivo e, nel mese di maggio 1942, entra ufficialmente nel 588° Reggimento da bombardamento notturno, che è pronto a schierarsi sul fronte sud, lungo il fiume Mius, nei sobborghi di Stavropol. Il Maggiore Bershanskaya le assegna come pilota il Tenente Tatiana Makarova e, da quel momento, costituiranno una coppia fissa, un sodalizio che durerà nel tempo, sino al momento del loro abbattimento. Nel dicembre del 1942, il reggimento si ingrandisce ed entrambe sono promosse. Si forma il secondo squadrone e Belik ne diviene il capo-navigatore, mentre la Makarova, ne diviene il comandante. Il nuovo squadrone condotto dalla Makarova vola incessantemente, durante tutto l’inverno, la primavera e una parte dell’estate del 1943.
Con la morte delle amiche davanti agli occhi
nella battaglia sfortunata
La notte tra il 31 luglio e il primo agosto, avviene la catastrofe: lo squadrone perde quattro aerei ad opera della contraerea e della caccia nemica e quattro falò si accendono nella steppa, sotto gli occhi attoniti e sgomenti del suo comandante e del capo-navigatore che sorvolano il campo di battaglia, senza potere fare nulla per salvare le loro compagne.
Piangendo e imprecando contro “il maledetto nemico”, gridano tutto il loro dolore alla steppa, illuminata dalla prima luna di agosto. Tornate alla base, senza ulteriori indugi, fanno il loro desolato rapporto al Comandante del reggimento: “Compagna Comandante, questa notte abbiamo perso otto valorose Compagne, di certo non siamo responsabili della loro morte ma, viaggiando in scia e senza armi di offesa o difesa, dopo avere sganciato le nostre bombe, non siamo riuscite a difenderle o a proteggerle in nessun modo, avendo nel cuore lo strazio e la certezza che stavano bruciando vive!” Concludendo, tra le lacrime, il loro discorso con una perentoria richiesta: “Compagna Comandante, per onorare la memoria delle nostre Compagne, le chiediamo di essere nuovamente retrocesse ai ruoli di semplice pilota e navigatore”…
La Bershanskaya lasciò che terminassero di piangere ed estraendo da un cassetto della scrivania tre bicchierini e una bottiglia di vodka, disse: “Calma Compagne, comprendo il vostro strazio e sono anch’io addolorata per la loro perdita ma ora calmatevi e beviamo alla loro memoria, domani quando sarete più lucide è più tranquille ne riparleremo” e, indicando con il capo la porta, le congedò. Più tardi, in mensa, il borsch caldo della compagna cuoca Ludmilla e una robusta razione di vodka, offerta dal commissario politico, consentì loro di andare a letto e chiudere gli occhi senza problemi ma, nelle loro menti, si era stampata indelebilmente l’immagine dei quattro roghi degli aeroplani che bruciavano nella steppa, proiettando nel cielo scuro milioni di scintille infuocate.
L’autopunizione
L’indomani mattina di buon’ora, Vera e Tatyana raggiungono la baracca comando e portano con loro un foglio ripiegato, si tratta del piccolo manifesto di propaganda patriottica, distribuito da Nina Nikulina, il Commissario Politico del reggimento, per rinfrancare e rinsaldare lo spirito delle combattenti del 588°. Prima di scrivere la comunicazione nella quale chiedono di essere entrambe retrocesse, si sono consultate e hanno deciso di non usare la carta bianca così preziosa per i calcoli trigonometrici delle rotte tracciate da Vera mentre, per il loro scritto, utilizzeranno il retro del manifestino patriottico.
Con questo, sono certe che con tale лист бумаги (foglio di carta) il Comandante non potrà rifiutare loro la retrocessione ai ruoli di pilota e navigatore. Infatti, l’immagine del manifestino raffigura un soldato con la bandiera rossa in una mano e con il fucile nell’altra, che corre verso il nemico per lottare per la patria e per Stalin (за партию и за сталина – per la Patria e per Stalin). Mentre, sul retro-bianco, sono stati annotati nomi delle compagne cadute: Evdokija Ivanovna Nosal, Evgenija Maksimovna Rudneva, Aleksandrovna Sanfirova, Nina Zacharovna Uljanenko, Evdokija Nikulina, Irina Fëdorovna Sebrova, Maguba_Gusejnovna_Syrtlanova, Marina Pablovna Cecneva e la richiesta di retrocessione. Alla vista di questi fogli, il comandante Bershanskaya storce il volto in una smorfia dolorosa, si alza in piedi, legge i nomi delle cadute, saluta militarmente, pone un timbro e una firma sui due fogli e congeda il tenente Navigatore Vera Belik e il tenente Pilota Tatyana Makarova.
Distruggere il deposito di munizioni
Il fronte si sposta e il 588° Reggimento segue i suoi spostamenti. Così, Belik e Makarova compiono una serie di missioni in Ucraina, nell’area del Kuban del Caucaso settentrionale, in Crimea, in Bielorussia e infine in Polonia, diventando il primo equipaggio del Reggimento a volare sul suolo tedesco.
Le missioni e le sortite si susseguono e la notte del 25 agosto 1944, Belik e Makarova si alzano in volo per compiere la loro 813a sortita. Calata la notte, Vera e Tatyana hanno già preso posto nella carlinga, il motore si accende prontamente e comincia a ronzare come una paziente libellula, Olga toglie i ceppi che bloccano il carrello e, al segnale di Irina, che tende il braccio gridando: “Davai – avanti”, il loro Polikarpov rulla sull’erba, acquista velocità e decolla in direzione di Ostroleka.
L’obiettivo è un deposito di munizioni a bordo di una chiatta, ancorata in un’ansa del fiume Narew. Se potessero individuarlo e colpirlo, i “fuochi d’artificio” provocati dalla esplosione forse potrebbero essere visti anche dalle compagne che si trovano nel loro campo d’aviazione. Con questo proposito Vera, aveva calcolato una rotta, lungo il fiume, gridando a gran voce le piccole correzioni di rotta a Tatyana: “Davai – avanti, Pravo – destra, Levo – sinistra… e ancora i punti cardinali: Sever – nord, Yug- sud, Vostok est, Zapad – ovest e i corrispondenti gradi di correzione”.
Mentre sono in prossimità dell’obiettivo, volando sopra le cime degli alberi, si alza il vento e la luna crescente del 25 agosto illumina la loro sagoma e le fronde in movimento. Tatyana tira la cloche e grida: “Salgo di quota per sicurezza…”. Con la manetta al massimo, il Polikarpov comincia lentamente a salire: 150, 200, 250, 300 piedi, volo livellato e Vera, sporgendosi dalla carlinga, riesce a seguire con lo sguardo, la sinuosità del fiume.
La croce di ferro contro le eroine immortali
Il FW190 appare all’improvviso e comincia a sparare con tutte le armi di bordo, il primo passaggio non colpisce il loro velivolo a causa della differenza di quota, ma il suo pilota si vuole guadagnare la “Croce di Ferro”, riprende quota e, con un’ ampia virata si prepara a scendere in picchiata per colpire il povero “aereo pannocchia” e le sue occupanti.
Tatyana grida di nuovo: “Tieniti forte Vera”, mentre fa abbassare il muso del velivolo per raggiungere le cime degli alberi e mettersi al sicuro, ma il FW 190 è nella loro scia. Una raffica di “proiettili traccianti” lo raggiunge e il Polikarpov prende fuoco come un fiammifero. Vera urla disperata: “Qui brucia tutto…” poi la sua voce si spegne in un rantolo… e Tatyana lancia il velivolo in fiamme contro gli alberi che costeggiano il fiume, forse sperando che le fiamme possano raggiungere il loro obiettivo. Uno schianto, seguito da una esplosione e poi tutto tace. L’ignoto pilota tedesco ha guadagnato la sua “Croce di Ferro”, mentre il tenente Navigatore Vera Belik e il tenente Pilota Tatyana Makarova dovranno attendere il 23 febbraio 1945 per essere proclamate “Eroi dell’Unione Sovietica”.
Le streghe della notte sopra la Porta
Brandeburgo
Per concludere il racconto del 588° Reggimento, bisogna anche dire che Marina Raskova, ideatrice e promotrice di questa unità, non fece in tempo a vedere il successo delle “Streghe” e la fine della guerra, perché si schiantò sul Volga ghiacciato durante una tempesta di neve, il 4 gennaio 1943, mentre cercava di raggiungere Stalingrado, con il suo bombardiere del 587° reggimento, perendo assieme al suo equipaggio. Le sue ceneri sono sepolte nel muro del Cremlino dedicato agli eroi.
Diversa la sorte di Evdokiya Bershanskaya, che fu al comando del 588° per tutta la durata della guerra e ne vide la sua fine. Grazie alla sua non comune intelligenza e il suo profondo senso pratico, crebbe insieme al suo Reggimento e seppe sfruttare al massimo il potenziale delle sue “Streghe” e dei poveri mezzi bellici in dotazione.
Partecipando spesso alle missioni con i suoi piloti, garantendo prontezza ed efficienza e, avendo sempre pronti in ogni momento, equipaggi, velivoli e le sue “Streghe” legate tra di loro e a lei dai profondi vincoli della fratellanza-sorellanza, furono notate dagli alti comandi e per tutte loro cominciarono ad arrivare, sempre più numerose, le onorificenze.
Benché fosse uno dei comandanti di volo più onorati dell’URSS, alla fine della guerra, quando il reggimento fu sciolto, nonostante fosse stata nominata colonnello, scelse di non capitalizzare il suo prestigio e le sue medaglie, seguendo la sorte delle sue “Streghe”, si ritirò a vita privata. Come la Raskova, è stata sepolta nel cimitero degli eroi.
Nonostante fossero il reggimento più decorato, le “Streghe della notte” vennero vergognosamente escluse dalla parata durante i festeggiamenti per la fine della guerra. I loro aerei vennero ritenuti troppo lenti… e la sola concessione fu che il 2 maggio 1945, Irina Sebrova e Natalya Meklin volteggiassero in ricognizione sopra la Porta di Brandeburgo, con il piccolo Polikarpov, in memoria e per ricordare tutte le giovanissime “Streghe” cadute nella lotta contro il Terzo Reich.