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Il coraggio delle donne in Guerra
Parte 2.
Il coraggio nella quotidianità delle donne italiane durante la Seconda guerra mondiale

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La guerra rappresenta quell’evento che determina per eccellenza lo sconvolgimento di ogni genere di situazione: personale, famigliare, sociale e nazionale. Essa implica la frantumazione di ogni situazione vissuta in tempi normali, la quotidianità, la famiglia, gli affetti, l’ordine sociale e ogni altro aspetto che determina la vita di relazione tra le persone.

A cercare di conservare o di mantenere la normalità, seppure in una condizione di sopravvivenza, nel corso della Seconda guerra mondiale caratterizzata dall’incertezza, dalla fame, dalla paura, dagli incubi, dall’orrore, in Italia e nel resto del mondo, hanno provveduto le donne rimaste sole, poiché i loro uomini sono stati richiamati a combattere sui vari fronti, con l’aggravante che quest’ ultimo conflitto è riuscito a travolgere ogni cosa e ogni essere direttamente o indirettamente coinvolto.

Per sfuggire alla morte, le donne hanno messo in atto innumerevoli espedienti per sé e per i propri familiari, ma anche per gli sconosciuti: soldati sbandati, italiani e stranieri, ebrei, oppositori, antifascisti, carcerati, chi era destinato al lavoro coatto in Germania; per coloro quindi che non facevano parte della propria famiglia, neppure della propria comunità di appartenenza, dilatando i confini di quest’ultima e facendo acquisire ai loro atti la valenza della responsabilità civica, politica nel senso puro del termine.

Cogliere appieno il senso di questa affermazione non è semplice, perché bisognerebbe ricostruire le condizioni di vita delle donne italiane negli anni della guerra sia pure a grandi linee, una realtà ben più complessa di quanto le vicende narrate nei racconti seguenti possano ricomporre e ricreare. Essi comunque assumono il valore simbolico del ricordo e del farne memoria per consolidare e mantenere i diritti delle donne e la pace tra i popoli.

Quando Mussolini, il 10 giugno 1940, dichiara l’ingresso dell’Italia nella Seconda guerra mondiale, iniziata da Hitler nove mesi prima, le donne italiane sono ancora “cittadine incompiute” prive di diritti politici come di gran parte di quelli civili; non legittimate ad assumere decisioni neppure all’interno dell’ambito familiare; sottomesse all’uomo di casa (padre, marito, fratello che fosse) o di un tutore; remissive nonostante le dure condizioni di vita, soprattutto in campagna o in fabbrica e in famiglia; per la maggior parte analfabete o quasi, tanto era considerato inutile investire nella loro istruzione, dal momento che si sarebbero sposate presto e avrebbero dovuto dedicare tutte le loro energie, le proprie abilità alla cura della casa e dei componenti del nuovo nucleo familiare.

Se avevano compiuto ventotto anni ed erano ancora senza marito potevano rischiare di essere considerate zitelle e perdere molto del proprio “valore” all’interno di una società basata sulla soggezione femminile all’uomo, pronta a riconoscere loro solamente la finalità meramente riproduttiva.

Le italiane dei ceti più poveri a quel tempo erano definite perlopiù dalle numerose gravidanze, che spesso le stroncavano – insieme alle fatiche – intorno ai quarant’anni. L’ideale femminile era stato modellato attraverso i secoli con il concorso fondamentale della Chiesa e consisteva nell’immagine della buona madre e sposa, modesta ed umile, felice di vivere all’interno dello spazio privato, circoscritto tra la casa del padre e quella del marito, ubbidiente, desiderosa di appagare il proprio uomo e i propri figli e le era concesso di lavorare anche fuori casa esclusivamente per necessità economica, per l’integrazione dello stipendio del marito, altrimenti era malvista e mal giudicata.

Sebbene la Prima guerra mondiale avesse sottratto gli uomini alle case e al lavoro ed avesse costretto le donne a diventare capofamiglia, svolgendo quelle attività fino a quel momento loro precluse, quell’immane e tragico evento mondiale non aveva scardinato i paradigmi dell’ordine sociale.

Probabilmente tutto ciò era stato vissuto come una inaspettata necessità dalla maggior parte delle donne, che obbligatoriamente, ma abbastanza disciplinatamente tornano “al loro posto”, forse sfinite da anni di fatiche e di solitudine, felici del ritorno del loro uomo per ragioni di cuore o di considerazione sociale; nonostante il fascismo si fosse presentato come un movimento in grado di interpretare le esigenze di modernizzazione dell’Italia, raccogliendo quindi consensi e approvazione tra le classi femminili più colte e più abbienti.

Mentre tra le classi più povere e meno istruite vengono poste al centro dell’attenzione nazionale la “massaia rurale”, ovvero la contadina e la “madre prolifica”, sempre pronta a rispondere alla mussoliniana richiesta degli “Otto milioni di baionette”, da scagliare contro i nemici del regime.

Nei primi anni della guerra il rapporto tra le donne e il fascismo è comunque rimasto complesso e contraddittorio, diviso tra la condivisione, la disillusione e il successivo rifiuto, seppure mantenendo il coraggio della quotidianità che, dopo l’8 settembre 1943 e la sconfitta del regime fascista, si è trasformato in testimonianza del coraggio degli isolati e degli indifesi.

Quindi, diverse donne invece, per dirla con una metafora, indossano i pantaloni e diventano combattenti e collaborano in modo più attivo con i movimenti che si oppongono al nazifascismo, propugnano la libertà e, nella ritrovata eguaglianza, combattono anche per l’affermazione dei diritti delle donne e la pace tra i popoli.

Storia esemplare di un’infermiera: l’assistenza, il conforto e la cura nel pericolo

Buio. Un buio fitto, impenetrabile, quasi tangibile, scalfito a tratti da sottilissime lame di luce, provenienti da finestre malcelate da una pesante carta blu come imponevano allora le leggi del coprifuoco. Era inverno e il secondo conflitto mondiale aveva travolto e stravolto tutta l’Europa, Italia compresa.

Il cielo lattiginoso aveva ridotto la già scarsa visibilità quasi a zero, rendendo indistinguibili i contorni delle case e delle vie. A Milano era caduta una grande quantità di neve, che aveva spazzato via anche l’ultimo brandello di cielo e tutto si confondeva in un’unica massa bianca con le nuvole compatte e impenetrabili.

Il freddo era intenso e pungente e, in queste condizioni così estreme, una figura scura arrancava faticosamente sul manto nevoso della strada. Con delle galosce ai piedi, ciabattava prudente sul terreno scivoloso, infagottata in una pelliccia che aveva visto tempi migliori, con un grande cappello di feltro di foggia quasi maschile a larghe falde, per proteggerle il viso. In una mano teneva una valigetta simile a quella dei medici mentre con l’altra, in tasca, teneva saldamente l’impugnatura della sua piccola torcia, che in caso di emergenza poteva utilizzare per illuminare per un tempo brevissimo il cammino davanti a sé.

Non poteva permettersi il lusso di scivolare e tanto meno di cadere, perché era l’unica infermiera con regolare permesso di circolazione notturna, nel pieno delle sue funzioni, che a qualsiasi ora, raramente rifiutava il soccorso o l’aiuto. In quel momento, nonostante la recente terribile nevicata, aveva urgenza di recarsi al capezzale di un suo piccolo paziente, che le stava particolarmente a cuore, affetto da una grave forma di bronchite, che aveva necessità delle sue cure, per poter superare la fase acuta della malattia, perché purtroppo gli antibiotici non erano ancora alla portata di tutti.

L’abitazione del piccolo malato si trovava nei pressi della Stazione Centrale, zona pericolosa perché, in quanto rete ferroviaria cruciale, era un obiettivo ambito dai bombardieri alleati.

Inoltre, anche gli inglesi, con il loro aereo soprannominato Pippo, compivano incursioni notturne di bombardamento, incutendo un “sacro” terrore nel Nord dell’Italia; un aereo fantasma solitario e che, come un fantasma si muoveva nella notte, provocando anche pesanti danni psicologici nella popolazione.

Nell’assoluto silenzio surreale di quella gelida sera, interrotto soltanto dallo sgocciolio di qualche grondaia rotta, era parso a Tina, questo il nome dell’infermiera, di sentire dei flebili lamenti, che sembravano provenire dagli argini di un piccolo corso d’acqua che scorreva nei pressi, il Naviglio della Martesana. Sulle prime aveva pensato a qualche cane o gatto che, accecato da tutto quel biancore poteva aver smarrito la strada di casa ma, avvicinandosi sempre più, i gemiti sembravano quelli di una persona in pericolo che, scivolata sulla neve ghiacciata, si fosse ferita e bisognosa di aiuto. Con molta attenzione e un po’ di timore, Tina accende la sua piccola torcia, la scherma con la mano guantata e fruga con il flebile raggio di luce che emette le rive del piccolo fiume intorno a lei, seguendo l’eco dei lamenti. Gli occhi si abituano alla penombra e, a un tratto, scorge un cumulo di macerie, con degli stracci. No, no… non sono stracci, si tratta di una persona rannicchiata, in una posa contorta, rattrappita dal freddo e dal dolore. La donna affretta il passo, si china e si trova di fronte a uno spettacolo straziante. Si avvicina ancora e come può cerca di rassicurare quel misero mucchio di ferite e di dolore. Piano piano gli solleva la testa, il viso è un grumo di sangue, sfigurato dai colpi ricevuti: pugni, calci, bastonate in ogni parte di quel povero corpo martoriato, che qualcuno degli assalitori aveva anche aggredito con una lama, provocando, per fortuna solo ferite di striscio. “Siamo alle solite” pensò “un’altra vittima dei fascisti…”

Da vent’anni circa (1922), ben prima che scoppiasse il conflitto mondiale, con l’ascesa di Benito Mussolini al potere e l’avvento del fascismo, in Italia si era creata un’atmosfera opprimente e irrespirabile: o si era con il Duce, dal latino dux “quello che deteneva il comando assoluto” nel suo pugno di ferro o si era contro. I suoi sostenitori avevano addirittura coniato un detto: “Il Duce ha sempre ragione”. In un tale clima politico o si era di fede fascista o si era contro. Non esistevano vie di mezzo. I comunisti e i socialisti erano tutti da estirpare con ogni mezzo come le erbacce, ma anche quelli che potevano essere ritenuti simpatizzanti venivano sottoposti a ogni tipo di tortura, la più in voga, poco dispendiosa e altrettanto efficace consisteva nel far ingurgitare al malcapitato preso di mira, litri di olio di ricino. Non si contavano i pestaggi di poveri cristi colti alla sprovvista, ignari di aver commesso qualche misfatto contro il governo, per tacere degli arresti e di qualche omicidio di strenui oppositori al regime, eseguiti su commissione.

Il coraggio delle donne in guerra

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