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Capitolo quindicesimo

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Harrington

Fu proprio a notte fatta, come aveva preveduto De Vincenzi, che Cruni tornò, recando con sé il bigatt. Erano le ventiquattro circa.

Lo aveva arrestato alla Cascina Maria, alle porte di Monza, mentre dormiva. E buon per lui che non vi fosse andato solo, perché quel vecchio aveva opposto una resistenza accanita, springando calci e pugni e dando morsi, come un molosso.

Quando lo portarono giù dall’automobile, ammanettato e ravvolto in un ferraiolo da brigante, con un cappellaccio sugli occhi, lo dovettero quasi trasportare di peso fin dentro gli uffici della Squadra, perché, per difendersi, Cruni e i due agenti che aveva con sé gli avevano dato una tale dose di botte da orbi, che quello non ce la faceva neppure a star ritto.

Cadde sulla seggiola e vi rimase, girando attorno sguardi da belva incatenata. De Vincenzi ebbe un fremito. Non aveva mai veduto tanto odio addensato nelle pupille di un uomo.

«Togligli il cappello» disse a Cruni.

Il ritratto fatto dallo scaccino corrispondeva abbastanza al vero. Era un brutto esemplare della razza uma na. Capellacci grigi, arruffati sul cranio, baffi grigi, spioventi, naso schiacciato da un lato, bocca sdentata e contorta.

«Come ti chiami?» chiese il commissario.

Gli rispose una specie di grugnito.

«Pigliagli le impronte».

Sani e Cruni gliele presero, senza togliergli le manette.

«Va’ su e sveglia l’archivista. Voglio saperne il nome stanotte stessa».

Cruni, che zoppicava un poco per un calcio del vecchio, prese il foglio con quelle dieci ditate azzurre — s’eran serviti del tampone dei timbri — e uscì.

De Vincenzi scrutava quell’uomo e si chiedeva per quale caso grottesco e atroce si trovasse immischiato in una vicenda tanto estranea al suo essere.

Che fosse davvero l’assassino del senatore e di Norina non lo aveva mai creduto, e tanto meno lo credeva adesso che se lo vedeva dinanzi. Per nessuna ragione al mondo il senatore si sarebbe fatto avvicinare da un individuo di quella specie e si sarebbe indotto ad entrare con lui nella libreria, conservando una tranquillità e una fiducia tali da permettere che gli sparasse due colpi di rivoltella alle spalle.

E poi, come se non bastasse, poteva esser stato quella specie di bruto alcoolizzato ad asportare dallo scaffale un libro del cinquecento?

Ma, se non era l’assassino, poteva esser vero che si fosse trovato in possesso del cappello del senatore e del soprabito della ragazza.

«Avete trovato niente in mezzo al fieno?» chiese ai due agenti, che erano andati con Cruni.

«Il brigadiere ha cercato rispose uno di essi» ma non l c’era nulla…

«Va’ a prendermi nel corpo di guardia quel Panzeri…».

L’agente uscì.

Sulla seggiola, il vecchio cominciava a chiuder gli occhi, come se volesse dormire.

«Non lo farai parlare, neppure con le frustate» disse Sani.

«Lo credo anch’io!» esclamò De Vincenzi. «Ma anche se parlasse, non potrebbe dirci gran che!…».

Lo scaccino entrò, con quel suo volto assurdamente grigio e quegli occhi color di palude.

«È lui» disse subito, appena vide il vecchio.

«Lo so. E chi volete che sia?».

Il bigatt aveva aperto gli occhi. Guardò il «confidente» ed ebbe un lampo di meraviglia. Poi digrignò i denti e si agitò furiosamente sulla seggiola.

«Boia! Spia!» ruggì.

Lo scaccino indietreggiò spaventato, tendendo le mani a ripararsi.

«Non abbiate paura. È legato».

Il vecchio tornò subito calmo e ricominciò a fare il gattone sonnolento.

«Ripetete davanti a lui quel che avete detto a me!».

L’uomo rifece per la terza volta il racconto e neppur questa volta mutò quasi parola. Il bigatt sembrava non ascoltarlo.

De Vincenzi gli si avvicinò e lo scosse.

«Hai sentito? Lui ti accusa di avere ucciso il senatore Magni e Norina Santini!…».

«È un boia!» disse il vecchio.

«Ma è vero che li hai uccisi?».

«È un boia!».

«Allora, confessi?».

Per la terza volta, quasi non sapesse dir altro, ripeté: «È un boia!…».

Entrava Cruni con la pratica dell’arrestato.

«Ecco qua, dottore…».

Porse il fascicolo giallo. Era voluminoso. De Vincenzi lo sfogliò rapidamente.

«Ti chiami Francesco Ravizzani… Hai iniziato la tua carriera nel 1890 con un arresto per violenza carnale e da quel giorno le condanne e gli arresti si sono susseguiti interminabili. Dieci condanne per violenza carnale… quaranta circa, per furto… ferimento… ribellione…».

Alzò la testa e fissò il vecchio.

«Però, in sessant’anni non hai mai ucciso. Perché lo hai fatto questa volta?…».

Nessuna risposta. L’uomo lanciò uno sguardo di traverso allo scaccino, che tremava.

Cruni si avvicinò a De Vincenzi e gli disse a bassa voce: «Di là c’è Harrington, che ha chiesto se poteva assistere al confronto…».

«Che aspetti» fece De Vincenzi e ordinò agli agenti di mettere in guardina il vecchio. «Solo, naturalmente. Non deve vedere nessuno».

«Io posso andare?» chiese l’uomo di Harrington, quando furono usciti il brigadiere con l’arrestato.

«Ma no! Dove volete andare a quest’ora? Il brigadiere vi darà una coperta e dormirete tranquillamente…». Il tremore dell’uomo si accentuò.

«Ma allora, lei crede che io?…».

«Non credo nulla!… A proposito! Non è stato ritrovato né il cappello, né il soprabito…».

«Li avrà bruciati…».

«Già… Buona notte!…».

L’inconcepibile lividore di quel volto sembrò aumentare. Lo scaccino fece qualche passo verso la porta, poi tornò. De Vincenzi fingeva di non badargli: s’era messo al tavolo e si vedevano soltanto le sue mani, nell’alone della lampada, prendere alcuni fogli e ordinarli. Il resto della sua persona era in ombra. Sani stava in piedi, di fianco al tavolo, ombra nera lui pure. Tutta la luce veniva proiettata in mezzo alla stanza e, dentro quel cerchio luminoso, lo scaccino sembrava preso come in una rete di raggi.

Batteva le palpebre.

«Perché, se lei volesse ritenermi responsabile…».

«Voi siete responsabile di quel che avete scritto e firmato…».

«Io non ho avuto un centesimo per mentire».

«Lo dimostrerete».

«Alle sei c’è la prima messa… il parroco mi cercherà…».

«Non vi trovate qui, forse, per fare un’opera di bene?».

«Il vino nell’ampolla… debbo aprire la chiesa…».

Balbettava. Se De Vincenzi gli avesse dato soltanto un altro colpo, si sarebbe sgonfiato. Ma De Vincenzi non voleva.

«Sapete che c’è Harrington di fuori?».

Istantaneamente s’irrigidì.

«Allora, vuole proprio che vada a dormire in guardina?».

«Ve l’ho detto».

«Sì… Buona notte».

E uscì.

Rapidissimo De Vincenzi si lanciò alla porta.

«Harrington, venite…».

Il detective si allontanò con un balzo dal suo uomo, che gli si era fermato vicino per parlargli, e avanzò. La porta del cortile batté dietro le spalle dello scaccino.

Harrington s’era messo tutti i suoi gioielli peggio di una cortigiana. Anche lui, alla luce della lampada, batté le palpebre. Il brillante della cravatta e quelli delle dita mandarono sprazzi rossigni. Piccolo, con quel suo volto trasudante malizia, il detective non sembrava tranquillo.

«Vi ho fatto chiamare alle undici di questa mattina e vi presentate a mezzanotte!».

«Ho un da fare da cani, cavaliere! Non c’è respiro! E poi le avevo mandato Panzeri… Più di quanto può dirle lui!… Ha fatto un bel lavoro, eh!».

«Sedetevi, Harrington. Credo che il nostro colloquio sarà piuttosto lungo».

Quello batté di nuovo le palpebre e si mise la mano ingioiellata davanti agli occhi.

«Ma questo è un faro da automobile, commissario!…».

«Quando sarete seduto, non vi darà più fastidio…». Il detective fece una smorfia, poco persuaso, e sedette. «Chi vi ha dato l’incarico di trovare l’assassino del senatore?».

«Nessuno, cavaliere».

«Cominciamo male, Harrington!».

«Eppure è la verità. Che crede lei, che io non ci metta il mio punto d’onore a render qualche servigio alla Questura, anche senza guadagno?».

«Uhm! E voi siete convinto che quella specie di rottame umano… quel bigatt, che vive nell’ombra della notte, rubacchiando qualche gallina o quel che gli capita dalle aie e per le cascine… abbia potuto uccidere il senatore Magni e proprio lì dove è stato ucciso… nel retrobottega d’un negozio di libri antichi?».

«Lo avrà ucciso fuori e poi trasportato là dentro! Lei conosce il casamento di via Corridoni?».

«Lo conosco. Ma il senatore è stato ucciso dentro il negozio e non fuori».

«Come fa a saperlo?».

«Lo so. E poi… dov’è la rivoltella? Voi avete trovato l’assassino…».

«Non l’ho trovato io, cavaliere!» protestò con foga improvvisa il detective. «Mettiamo bene in chiaro questo punto. Da me è venuto il Panzeri a dirmi: “So chi ha fatto il colpo di via Corridoni e della Darsena”. E mi sono affrettato ad avvertire il commissario Roberti…».

«Perché proprio lui?».

«Perché il bigatt se la fa pel Carrobbio e per Porta Ticinese… e io volevo che lo arrestasse quel Commissariato prima ancora d’avvertire la Centrale…».

«Ah! Volevate prepararmi tutto il servizio pronto, eh?».

«Che c’è di male? Questo le dimostra i miei scrupoli…».

«Già… Ma fatemi riprendere il filo… Come spiegate che non s’è trovato né il cappello, né il soprabito… né la rivoltella?».

Harrington agitò la mano in aria e il brillante s’accese di tutti i suoi fuochi.

«Distrutti… nascosti. L’uomo sarà stato preso da paura dopo il colloquio col Panzeri».

«Un ladro inveterato come il Ravizzani non distrugge la refurtiva… dovesse valere quattro soldi. E in quanto alla rivoltella…».

«Vedrà che la rivoltella salterà fuori, cavaliere!».

De Vincenzi corrugò la fronte.

«Badate, Harrington!» pronunciò lentamente. «Se mi fate ritrovare anche la rivoltella, vi metto in guardina e vi ci tengo per un pezzo!».

Il detective si fece bianco. Fissò il commissario con occhi atterriti.

«Che vuol dire, cavaliere?».

«Quello che ho detto».

«Ma… ma come fa a supporre che io?… Oh!».

Ebbe un gesto d’indignazione.

De Vincenzi sorrise con cordiale bonomia!

«Su via. Harrington. Ditemi per incarico di chi state arrischiando la galera?».

«La galera? Ma che dice, cavaliere? E un insulto… Vent’anni di mestiere onorato!… Non un solo incidente… Che cosa possono dire a San Fedele di me e della mia Agenzia?… Appena tre giorni fa, ho dato cinquecento lire per le Opere Assistenziali!…».

«Quando?».

«Tre giorni fa… Vuol vedere la ricevuta?».

«Ci credo, Harrington! Siete un nobile filantropo, voi! Ma questo non impedisce che non mi abbiate ancora detto chi sia stato a darvi l’incarico di ritrovare l’assassino, tre giorni fa».

«Ma nessuno, per Dio!…».

«Perché non dite: by Jove, Harrington? Tutti i detectives americani dicono by Jove!…».

L’altro si fece rosso come un gallinaccio. L’indignazione lo soffocava.

«Oh! Come fa a scherzare, in un momento così grave!… Non è serio!».

«Ma chi vi ha detto che io vi prenda sul serio, Harrington? Del resto, voi vi chiamate Caputo e, se avete voluto mettervi il nome di Harrington, perché non dovreste darvi anche una certa vernice… americana? Il mio non era che un suggerimento!».

Il detective si alzò. Era livido; le labbra gli tremavano.

Voleva continuare a mostrarsi indignato, ma gli passavano bagliori di smarrimento negli occhi. «Domattina, andrò dal Questore! Non è bello quel che lei fa a un galantuomo, che s’è dato ogni pena per servirla, al solo fine della giustizia! Non è bello!…».

«Calmatevi, Harrington! Se mi dite per conto di chi lavorate, vi prometto che non avrete noie».

«Ho detto la verità, cavaliere! Perché non vuol credermi?».

De Vincenzi capì che neppure con la tortura quello avrebbe rivelato il nome della persona, che evidentemente lo aveva pagato per non dirlo. Doveva essersi venduto a caro prezzo. E quel segreto, in mano sua, valeva tant’oro di zecca, non v’era dubbio!

«Sta bene. Ma se mi fate mandare in carcere un innocente… se avete accumulato tali prove contro il bigatt, da perderlo… l’avrete a fare con me, Caputo, e vi garantisco che non sono tanto innocuo quanto sembro!».

Harrington si accorse che il commissario non scherzava.

«Mi meraviglio!» mormorò. «I fatti mi daranno ragione… Io non ho mai avuto il più piccolo dubbio sulla correttezza del Panzeri… È un uomo timorato di Dio…».

«Vedremo. Può darsi che io abbia mal giudicato, non è vero, Harrington? Speriamolo. Io lo spero per voi. E, per ora, non ho altro da dirvi. Arrivederci!».

«Buona notte!» ma rimase qualche istante ancora nel cerchio di luce.

Poi si volse e si diresse lentamente verso la porta.

«Harrington…» chiamò con voce pacata il commissario. «Mi dica!».

Si fermò.

«Harrington… ricordatevi del mio consiglio… Non mi fate ritrovare la rivoltella!».

«Oh!…».

Alzò le spalle e uscì.

De Vincenzi sorrise. Si sentiva più leggero, adesso.

Aveva ritrovato quel suo fervore febbrile, il fervore di quando si avvicinava alla verità. Dopo tre giorni di atroce indecisione, ora capiva d’essere sulla buona strada. Sorrise di nuovo. Quale strada? Non sapeva ancora nulla di nulla, lui! Non un nome. Non un indizio buono. Ma appunto quell’assoluta mancanza di indizi gli dava la sicurezza che avrebbe ritrovato il delinquente. Costui si sarebbe perduto per la sua stessa abilità. Il fatto medesimo di avere inscenato tutta quella commedia del bigatt glielo dimostrava.

Si alzò. Girò il commutatore, che accendeva la luce in mezzo al soffitto e spense quella lampada bassa, di cui si serviva come d’un proiettore.

Sani era apparso sulla soglia.

«E così?».

«Cominciamo a camminare».

«Lo so».

«Perché?».

«Perché tu sei tornato a esser tu!».

«Ho passato tre brutti giorni, Sani!».

«Me ne sono accorto!».

«E ne passerò ancora dei bruttissimi, lo sento!».

«Non importa. Vincerai anche questa volta».

«Lo spero!».

«Io ne sono sicuro… Te ne vai?».

«Sì, vado a letto. Domattina il ballo comincerà assai presto».

«Vuoi che mi trovi qui anch’io di buon’ora?».

«Mi farai piacere. Grazie!».

E uscì svelto e, quando fu nel cortile illuminato dalla luna piena, accese una sigaretta.

De Vincenzi fumava una volta al mese, proprio nelle grandi occasioni…

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