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Capitolo diciottesimo

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Il «parco dei cervi»

Mentre aspettava che il fratello di Norina comparisse, De Vincenzi diede un’occhiata all’armadio in cui stavano rinchiusi i quattro ferri chirurgici e il camice bianco, che era di cotone troppo comune per avere appartenuto al professore Magni. «I camici del Professore sono di puro lino… Era una sua civetteria aver ferri di molto valore…».

Quello rimaneva un mistero. «Prego consegnare alla Questura».

Chi era stato il padrone di quei ferri e di quel camice? E perché glieli avevano mandati?

«Venite avanti».

Il giovanotto avanzò con quel suo passo caratteristico, dimenando i fianchi e gettando avanti una spalla dopo l’altra. Non era più lo scamiciato di quella notte, in cui lo avevano portato lì dentro legato con le cinghie. Indossava l’abito del suo tristo mestiere: i pantaloni troppo larghi con le cuciture ribattute alla costura, la giacca attillata alla vita, le maniche a imbuto, la camicia di seta grigia con la cravatta a strisce larghe, rosa e bianco.

Lo sguardo sfuggente s’incontrò per un istante con quello di De Vincenzi, che lo fissava.

«Hai voluto parlarmi?».

«Sì… Si tratta di lei… Siedi».

Lui sedette, tirandosi i calzoni sulle ginocchia.

«Che c’è? Hai scoperto qualcosa?».

«Non so… M’hanno detto che avete arrestato un vecchio… Che lo hanno trovato col cappello di lui e col mantello di Norina…».

«Ebbene?».

«Il cappello, non so… forse non è vero che l’aveva… Ma il mantello al bigatt gliel’ho dato io… perché lo vendesse…».

Parlava a voce bassa, roca, con la cantilena propria dell’ambiente al quale apparteneva, resa più marcata dall’accento livornese e da un certo turbamento da cui era invaso.

«Spiegati».

«Norina venne a cercarmi a casa mia nel pomeriggio di martedì, verso le sei… Lo dissi anche a lei, quando mi interrogò quella notte… Deve ricordarselo!…».

«Va’ avanti…».

«Io non c’ero… Stavo nel negozio del “commendatore”… Lei avrà verificato l’alibi, se non mi ha più mandato a prendere… Allora, Norina parlò con la portinaia… L’avvertì che sarebbe tornata più tardi… a sera fatta… prima che chiudesse il portone e le lasciò il mantello da tenere, perché aveva caldo, disse, e doveva fare ancora parecchie corse per la città…».

«E tu?».

«Sono stato due giorni fuori di me… La portinaia mi aveva dato il mantello, ma io non avevo neppure capi to di che si trattasse. Lo avevo lasciato in camera… Quando cominciai a farmi una ragione di quanto era accaduto… mi accorsi che la mia amica se l’era messo e lo portava. Glielo strappai di dosso… Non volevo che il mantello di Norina finisse a quel modo… Preferii darlo al bigatt, perché lo vendesse».

«Non c’è altro?».

«No».

«Perché sei venuto a dirmelo?».

«Perché non è stato il vecchio a strangolarla. E io voglio che voi troviate chi l’ha ammazzata».

«Va bene. Se non sai altro, puoi andartene».

L’uomo si alzò e uscì lentamente.

Dunque, era stato così! Il Panzeri aveva veduto realmente il mantello nelle mani del bigatt e, partendo da quell’indizio, aveva inventato la storia del cappello e tutto il resto. Era chiaro; ma non gli rivelava gran cosa. Che il bigatt fosse innocente, lo sapeva. Sani venne a dirgli che era giunto l’autista del senatore.

«Sono le due».

«Va bene. Fallo venire».

Entrò quel giovane, che gli aveva aperto la porta di casa Magni, la seconda volta che vi si era recato. Ma, dimessa l’uniforme verde bottiglia, si presentava adesso come un giovanottello dall’eleganza facile e pretenziosa, qualcosa tra il garzone di barbiere e l’operaio.

«Sono venuto senza che nessuno lo sappia…» disse, avanzando con disinvoltura fino al tavolo del commissario. «Secondo quel che m’ha fatto raccomandare lei…».

«Siedi».

Sedette.

«Tu guidavi sempre, quando il senatore usciva in auto?».

«Sempre. Il padrone sapeva guidare; ma non lo faceva che qualche rara volta e soltanto in campagna. E anche allora io lo accompagnavo».

«Dunque, sei in grado di dirmi dove andava?».

Il giovanotto sorrise.

«Sono tre anni che sto in casa del senatore. Come vuole che ricordi tutti i luoghi dove siamo andati?».

«Non fare lo sciocco! Non t’ho chiesto tutti i luoghi. Ti farò domande precise».

La voce di De Vincenzi suonava aspra. L’autista si fece serio di colpo e accennò di sì col capo.

«Risponderò come posso».

«Nessuno ti chiede di più. E tu sei obbligato a farlo».

Voleva che capisse che, tra loro non si era stabilita alcuna complicità. Il sorriso fatuo con cui il giovanottello aveva detto di essere venuto all’insaputa di tutti gli era dispiaciuto, come un principio di familiarità.

Il giovanotto cominciò a sentirsi a disagio e si agitò sulla sedia.

«Il senatore usciva di casa tutte le sere o quasi. Prendeva sempre l’auto?».

«Qualche volta».

«E dove andava?».

«Se prendeva la macchina, a teatro o in qualche ristorante dei dintorni e della periferia».

«Al Sempioncino?».

«Quasi mai. Preferiva Monza… Qualche volta più lontano…».

«Solo?».

Il giovane esitò. Doveva essere stato pagato per tacere e si domandava se dovesse continuare a farlo, anche adesso che colui che pagava era morto.

«Devi rispondere. Pensa che ci sono di mezzo due cadaveri».

«Quando andava nei ristoranti o negli alberghi, non era mai solo».

«Sempre la stessa?».

«Raramente era la stessa signora».

«Donne d’occasione?».

«Sì… mi pare… ma non del genere che può credere lei».

«Non cercar di capire quel che credo io. Dimmi ciò che sai…».

«Gliel’ho detto. Non erano cocottes».

«Va bene. Dunque, tu dici che cambiava. Ma una ne aveva, che non cambiasse? Che fosse realmente la sua amante?».

«Non di sera».

«Quando?».

«Nel pomeriggio. Dalle tre alle sei. In quei giorni, si faceva condurre prima all’ospedale, ma ne usciva subito».

«Dove lo conducevi?».

«Aveva un appartamento… una garzoniera…».

«Dammi l’indirizzo».

«Vicino al Parco… in via Abbondio San Giorgio…».

«Numero?».

«18, al pianterreno».

«E in quell’appartamento, sempre la stessa… signora?».

«Sì. In questi ultimi tempi. Prima, tante».

«Tre mesi? Quattro mesi?».

«Forse, sei mesi. Cominciò in ottobre, mi pare».

«Come puoi esser sicuro che fosse sempre lei?».

«Andavo io a ricondurla con l’auto, a casa sua. Scendeva nei dintorni, naturalmente».

«Dove?».

«Dove lei abitasse, non so. Scendeva in piazzale Tonoli e la vedevo prendere il viale dei Mille».

De Vincenzi trasalì. Una strana agitazione si era impadronita di lui. Sentiva di avvicinarsi al punto cruciale. Anche per non rivelare quel suo orgasmo, s’era fatto rude. Gli dispiaceva frugare a quel modo nella vita intima del morto. Eppure non poteva farne a meno.

«Sai chi era?».

«No!» rispose il giovanotto con troppa precipitazione e il commissario non insisté, per quanto fosse sicuro che sapeva.

«Non importa. Non è questo che conta. E, quando si recava a questi appuntamenti, il senatore prendeva qualche precauzione? Ti sei mai accorto che temesse d’essere seguito?».

«Non credo. Soltanto mi aveva ordinato di far sempre la circonvallazione, quando andavo al piazzale Tonoli da via Abbondio San Giorgio. Un giro interminabile».

«E lui, intanto?».

«Qualche volta se ne andava a piedi o prendeva il tassi. Qualche altra, tornavo io a prenderlo con la macchina».

«Le chiavi dell’appartamento?».

«La portinaia. Né lui, né la signora le avevano».

«E prima… prima di sei mesi fa, la signora era sempre la stessa?».

«Per un certo tempo. Poi cambiava. Ne ha avute anche due nello stesso periodo. Naturalmente, in giorni diversi».

Quei particolari facevano aumentare sempre più in De Vincenzi il senso d’imbarazzo, quasi di vergogna che lo aveva invaso.

Tagliò.

«Nient’altro. Puoi andare».

L’autista, colpito dal congedo brusco, balzò in piedi.

«Quando ha bisogno di me…».

«Non ho bisogno di nessuno».

L’altro uscì, senza capire che diavolo fosse entrato nella testa del commissario.

De Vincenzi era rimasto assorto. Che brutta, che ripugnante commedia, la vita! Lui, in fondo, era un sentimentale e un puritano. Il tradimento di una moglie lo feriva, come se il tradito fosse lui. Se avesse dovuto fare il giurato, avrebbe assolto tutti i mariti che uccidono. Non questa volta a ogni modo, si disse subito, perché c’era anche il cadavere di quella disgraziata. Un orrore!

Si alzò e si mise soprabito e cappello.

Quando fu in mezzo alla stanza per attraversarla, si fermò. Guardava all’albero che rinverdiva nel cortile, al di là dell’inferriata polverosa. La campagna! Tanta purità! Che strano impasto di sentimenti discordanti, opposti, era in lui! Aveva voluto tuffarsi, per bisogno dello spirito, in quella vita e anelava senza posa a uscirne, come il carcerato anela alla libertà. Nessuno che lo avesse veduto agire e parlare, con quella sua precisione netta e algebrica, con quella logica tagliente e implacabile, avrebbe ammesso che la sua anima era ancora quella del bimbo, che ha bisogno delle carezze materne.

Un rumore nella stanza accanto lo fece sussultare, come colto in fallo.

S’affrettò a uscire.

«Tornerò fra un’ora. Forse, prima».

«Se viene il dottor Verga?» gli gridò Sani.

«Trattienilo».

Sulla piazza, nel sole di primavera, i colombi avevano coperto il monumento a Manzoni.

De Vincenzi salì in un tassi e diede l’indirizzo di via Abbondio San Giorgio, 18. Inconsapevolmente, aveva abbassato la voce, per parlare all’autista. Gli sembrava che tutti avrebbero subito compreso che cosa andasse a fare laggiù. Per lui era come se stesse per tradire un segreto d’anima, più che un segreto d’ufficio.

Se realmente «coloro che ci lasciano ritornano», pensò, io dovrei trovare lo spirito di lui a interdirmi di penetrare in quell’appartamento!

Perché si vide dinanzi le labbra troppo rosse e il volto cereo della vedova, in gramaglie, col petto leggermente ansante sotto il vestito di crespo?

E perché sentì all’orecchio la voce di Chirico, il padrone della libreria insanguinata, proferir con vibrazioni nuove e profonde quella frase troppo grande in bocca di lui, ometto risecchito e bilioso: «Tutto un mondo che non conosciamo vive attorno a noi».

Poi fu il corpo turbevole e tanto stranamente voluttuoso di Patt ad apparirgli, così come l’aveva veduta appoggiata al tavolo di marmo dell’ambulatorio, col capo un poco rovesciato all’indietro e un sorriso ambiguo sulle labbra carnose, che scoprivano i denti perlacei, saldamente piantati nelle gengive.

E quell’altro corpo di donna nudo, palpitante ancora, per quanto inanimato, con la gola segnata dalla stretta demente dell’assassino…

Una teoria di fantasmi.

Fioretta Vaghi, che veniva a dargli, piangendo d’amore desolato, la prima lettera dell’enigma. La medium, che faceva la chiromante per pagare i debiti del marito giuocatore. La maestrina, che aveva una volontà autoritaria, sotto l’apparenza della rassegnazione. Il dottor Marini, che credeva nell’aldilà, fino a confessarsi sicuro che i morti tornano.

Ombre o creature umane?

Personaggi di fantasia o persone vive?

Tutti fuori fuoco in quel quadro di un delitto commesso con la più sottile arte e con la più selvaggia immaginativa.

Il tassì s’era fermato davanti a un atrio di marmo nero, in una strada, che aveva da un lato la fila delle case alte, bianche, nuove, e dall’altro una scarpata verde e un prato, con la staccionata di legno giallastro.

Il sole batteva, non caldo ancora, ma acuto, come il raggio di un radiografo.

De Vincenzi si scosse; gli ci volle qualche istante prima di ricordare perché si trovasse in quel luogo. Pagò l’autista, che lo guardava con malizia quasi sapesse di averlo accompagnato a un buen retiro. E gli diede una così forte mancia, che quello fece girare la macchina, per andarsene, fischiettando il ritornello di una canzone salace.

Trovò la portinaia in una stanza a vetri, che sembrava un salotto. La casa era di lusso. La donna s’accordava all’ambiente. Indossava un abito di seta e sedeva inoperosa con le gambe accavallate e ben visibili. Aveva un musettino da furetto, con le orecchie leggermente ad ansa e tutte le linee del volto, che fuggivano irregolari.

Sorrise al giovanotto, che entrava.

«Desidera?».

«Qual è l’appartamento che aveva in affitto il senatore Magni?».

«Ah!».

Si rizzò in piedi.

«Come dice?».

«Vorrei visitarlo. Sono un commissario di polizia».

La donna prese sul tavolo un registro e l’aprì.

«È questo» indicò sul libro, seguendo col dito una linea di parole, spaziate nelle caselle delle finche.

«Desidero visitarlo».

Non guardò neppure il registro, mentre quella lo aveva aperto e lo sciorinava, per dimostrargli che era in regola.

Prendo le chiavi.

Le staccò da un quadro. Era un mazzettino di due chiavi inglesi piccine e tutte denti.

«Debbo accompagnarla?».

«Naturalmente».

Pochi gradini. Una porta lucente come specchio.

«Vado avanti ad aprir le finestre».

«Non importa. Accendete la luce».

Si sentiva avvolgere da un odore pesante e complesso di fumo, di acqua di colonia, d’altri profumi dolciastri.

Nell’anticamera c’era una cassapanca, un divano, un tavolino. In terra un grande orcio di terra cotta, che serviva da portaombrelli. Nessun segno di casa abitata. Anche i due quadri a olio appesi alle pareti erano senza espressione, quasi fossero stati fatti a serie.

La portinaia spalancò la prima delle tre porte, che si aprivano una per lato, di fronte e di fianco alla porta di ingresso.

«Il bagno».

Bianco e turchino, tutto a mattonelle di porcellana. Un grande specchio, di faccia alla vasca rettangolare, a linee diritte. Un’orgia di rubinetti, di chiavette, di bracci, di attaccapanni nichelati.

Anche qui il senso del nuovo, del disabitato, come il lavabo di un ristorante di lusso, per quanto sopra una mensola di vetro si allineassero alcune bottiglie d’acqua di colonia, di lozione, di aceto aromatico e vi fosse una grande spugna carnosa nella vaschetta e un accappatoio da bagno color granato accendesse una macchia contro il bianco e azzurro della parete. — De Vincenzi aveva veduto tutto con un’occhiata.

«Andiamo avanti».

La seconda porta era quella del salottino. Quando la donna girò il commutatore, si fece una luce gialla, che bagnò d’oro un vasto divano di velluto nero, una poltrona bassa, un piccolo tavolo. Sembrava una scena da teatro. Tutt’attorno alle pareti ricadeva dal soffitto un tendaggio di seta gialla. Alla finestra, una tenda pesante di velluto faceva la notte. In un angolo, il piccolo bar di palissandro reggeva le fiamme colorate delle sue ampolle di liquori. Sul ripiano brillava, accanto a due bicchieri di cristallo, uno shaker d’argento.

Tutto era intimo al modo d’una tomba.

E non un segno personale. Neppure un po’ di disordine, che avrebbe comunque rivelato la presenza di un essere vivente. Il velluto del divano era teso, liscio.

«Andiamo avanti!…».

La voce della donna suonò equivoca, torbida quasi: «Questa è la camera da letto».

Qui la luce riflessa si accese tutt’attorno al soffitto di stucco bianco, con un rosone sbalzato nel mezzo.

Alle pareti, un tendaggio azzurro chiaro; alla finestra, un’altra tenda, di velluto azzurro, più scuro, più denso.

Il letto vastissimo, basso, con un antico scialle di casimirro per coperta. Accanto a esso, ai due lati della te sta, due tavoli. Contro una parete, una grande psiche, sorretta da due colonnine alte da terra.

In fondo al letto un torcere da chiesa, massiccio, altissimo, monumentale, con il grosso cero fino e la fiamma della lampadina elettrica al posto dello stoppino.

De Vincenzi fece qualche passo nell’interno, mentre in lui il senso del disagio si mutava quasi in angoscia, tanto era acuto. Poi si affrettò verso un altro piccolo tavolo in un angolo, che gli era rimasto nascosto dal letto. Aveva veduto, in una grande cornice d’argento, il volto d’una donna.

Sentì immediatamente che era lei.

Fu una delusione. Questa qui era bella come quasi tutte le donne sono belle. L’osservò, prendendo la cornice in mano e accostandosi l’immagine allo sguardo. I capelli corti erano arricciolati e ariosi attorno al volto, dal piccolo naso disegnato finemente e che pure mancava di linea. Le labbra sorridevano, scoprendo la chiostra dei denti piccolini. Il mento pronunziato allungava un poco l’ovale. Impercettibilmente, i pomelli salivano ed era questo l’unico segno, che caratterizzasse quel volto, altrimenti comune. Gli occhi ridevano anche essi, sotto l’arco sottilissimo delle ciglia depilate e disegnate col lapis.

Il giovane sentì pesare su di lui gli sguardi ironici, carichi di lubricità della portinaia.

Depose il ritratto in fretta e chiese con voce, che non riuscì a render ferma: «È lei?».

«Sì, signore» rispose la donna, sempre fissandolo con sfrontatezza.

«Non ci sono altre stanze?».

«No» e aveva l’aria di dire che quelle bastavano.

«Il mobilio apparteneva al professore?».

«Certo. Provvide lui a tutto, quattro anni or sono, quando prese in affitto l’appartamentino…».

De Vincenzi pensò che anche tutto quel velluto e quelle sete e i mobili e il bar e la cornice d’argento avrebbero fatto parte della eredità della vedova…

Sul pianerottolo, salutò con un segno del capo la portinaia, che lo seguiva, e uscì in fretta, quasi fuggisse. Aveva l’impressione di uscire da un sepolcro.

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