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Capitolo ventunesimo

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La seduta

Chirico era fremente.

Il volto pallido gli si era fatto livido. Neppure se fossero andati ad annunziargli che tutti i suoi debitori erano falliti, avrebbe perduto il sangue dal viso a quel modo.

Tutto quanto gli era stato umanamente possibile d’inventare e di opporre, per schermirsi dall’obbligo di presenziare a quella seduta, lui lo aveva inventato e obbiettato.

Per sino d’avere la moglie gravemente ammalata.

Ma De Vincenzi non aveva voluto sentir ragioni. «Per un paio d’ore, sua moglie potrà stare senza di lei. Mentre se non fa quanto desidero io, le faccio spiccare un mandato di cattura e, prima di sera, l’accompagno a San Vittore. Procuri di sceglier bene tra queste due alternative». Naturalmente, Chirico aveva scelto la seduta spiritica e adesso camminava concitatamente su e giù per la vasta sala di lettura del Circolo di Studi Psichici, in preda a un vero orgasmo.

Erano le otto e mezza e la sala era vuota.

Chirico aveva fatto in modo che lo fosse per tutta la serata. E non gli era stato difficile, del resto. Pochi era no i soci che vi convenivano e vi si attardavano e lui, che li conosceva uno a uno, aveva potuto avvertirli di astenersi dall’andare al Circolo, per quella sera.

E alla sera, senza essere riuscito a ingoiare neppure una cucchiaiata di minestra e un boccone di carne, con grande e preoccupata meraviglia di sua moglie — la quale godeva del suo consueto ottimo appetito — era scappato in via Broletto, che non erano ancora le otto, e s’era messo ad aspettare, passeggiando pel salone.

Il Circolo di Studi Psichici, se aveva un segretario, non aveva né fattorino, né custode. La pulizia delle quattro stanzette e del salone veniva fatta dalla portinaia detentrice altresì delle chiavi, quando il Circolo era chiuso.

Sicché Chirico aveva aperto da sé le porte delle quattro stanzette — quella d’ingresso e le tre interne, una delle quali era il suo ufficio — che davano sul salone; aveva acceso tutte le luci e… s’era messo ad attendere uomini e avvenimenti.

Con quel cadavere, la maledizione s’era abbattuta su lui e sopra i suoi libri. Il negozio di via Corridoni era diventato l’antro dei misteri.

E poteva esser vero che quella sera il mistero si sarebbe squarciato e dallo spacco di esso — come di tra i due lembi di un velario, sopra un palcoscenico — avrebbe fatto la sua apparizione l’assassino?

Chirico credeva alla materializzazione, alla trasfigurazione, alla ideoplastia, che non è altro se non il modellamento della materia vivente per opera dell’Idea. Ma si trattava di credenze teoriche, di una forma di credo spirituale. Si crede in Dio, ma se Iddio ci apparisse, materializzato, si cadrebbe a terra di colpo, uccisi da un aneurisma, che il volgo chiama accidente secco…

Era appunto l’accidente secco, che Chirico temeva per sé quella sera, dato il caso che la signora Sorbelli fosse riuscita a far tornare nel mondo dei viventi lo spirito visibile — ectoplasma, lui poteva anche permettersi il lusso d’adoperare termini scientifici — del defunto senatore Magni.

Ricordava uno studio dell’illustre Bozzano, del quale aveva appreso a memoria persino le parole: «Il subcosciente del medium è capacissimo di creare fluidicamente o di materializzare fantasmi animati e intelligenti di defunti a lui sconosciuti in vita, ma conosciuti da qualcuno dei presenti».

E alla Sorbelli, per di più, lo spirito, che stava per evocare, era perfettamente conosciuto in vita!

L’ometto si agitava. Aveva deposto il cappello, si era tolto quel suo pastrano troppo lungo. In giacca appariva ancora più miserello. Il vero tipo del gestore di un’agenzia di pegni, in un ghetto d’ebrei romano o veneziano.

Questa volta l’avventura era tanto più grande di lui da schiacciarlo.

Alzò le mani al soffitto e ne fermò poi una sulla testa per grattarsela.

Che cosa avrebbe inventato quel commissario della malora, per scovare un assassino, che era incapace di trovare coi mezzi consueti, logici, onesti, i quali non avrebbero procurato patemi e accidenti secchi ad alcuno?

E perché la sorte si accaniva contro di lui, Chirico, lardellandolo di colpi come un tagliere?

«E permesso» belò una voce tapina e il segretario del Circolo saltò dallo spavento.

Stava sulla porta Pietrosanto.

«Avanti, perbacco! È questo il modo di entrare, senza far rumore?».

Gualmo aveva attraversato la stanzetta d’ingresso con le sue suole di gomma silenziosa. Oh! Come avrebbe potuto fare altrimenti?

«Ma non sono entrato!».

Era vero. E d’entrar proprio in quel salone, nel quale vedeva tanti tavoli e tante seggiole, aveva paura. Sapeva adesso che si trattava di una seduta spiritica e per lui essa voleva dire tavoli e seggiole, che si sollevano, balzano, ricadono.

Anche Gualmo arrivava in via Broletto dopo ore di spaventosa ansia, per quanto in lui il desiderio di conoscere il nome di quell’assassino, ch’era riuscito a introdurre un cadavere attraverso le porte chiuse del negozio, fosse tanto vivo da superare persino lo spavento dell’ignoto, a cui lo avevano obbligato ad andare incontro.

«Venga avanti e mi aiuti a toglier tutti questi tavoli di mezzo. Ne basterà uno. Il più grande».

E Chirico indicò un tavolo massiccio, a quattro gambe.

Sgomberarono, accostando gli altri tavoli e le seggiole alle pareti. L’ometto volle mettere il tavolo scelto per l’esperienza proprio di fronte alla porta aperta di una delle tre stanzette, quella di mezzo. La stanzetta non conteneva che una libreria e una seggiola. La libreria aveva gli sportelli a vetri e Gualmo vide il padrone andarli a chiudere con la chiave, ch’era nella serratura e mettersela poi in tasca.

«È qui dentro che di solito avvengono le materializzazioni… I fantasmi compaiono nel riquadro di questa porta…».

Gualmo lo fissò.

«Ma lei… lei ha veduto proprio?…».

«Sì» fece Chirico sdegnoso e lo guardò con compatimento. «Che crede? Può benissimo accadere che lo spirito del senatore Magni torni in terra, per dirci il nome del suo assassino».

Gualmo inghiottì la saliva.

Nell’ingresso si udì rumore di passi.

Tutti e due si volsero di scatto.

Erano De Vincenzi, Sani, Cruni e due agenti.

De Vincenzi, che alla mattina aveva visitato assieme a Chirico la sede del Circolo, andò subito alla porta della stanzetta di destra e guardò dentro, poi si volse a Sani: «Mettiti lì con gli altri… Portatevi le seggiole, voi tre…».

Quando furono entrati tutti, il commissario fermò in alto e in basso la mezza porta, che Chirico aveva spalancata, e prima di chiuder l’altra chiese a Sani: «Hai capito bene?».

«Non dubitare!».

«Pazienza, allora, e non respirate neppure».

Chiuse la porta e si guardò attorno.

Anche lui era pallido; ma vide Chirico in volto e rise.

«Un po’ commosso?».

«Uhm!» fece l’altro e guardò l’orologio. «Son quasi le nove. A che ora verranno?».

«Adesso».

«Quanti sono?».

«Quando ci saranno tutti, li conti».

Era nervoso. Non per i molti rischi, che correva. Carriera spezzata, dimissioni, eccetera. Non ci pensava neppure. Ma perché, se gli fosse fallita quella prova, avrebbe avuto la rivelazione matematica della propria impotenza a dominare avvenimenti e uomini.

La certezza che tutto il suo metodo era sbagliato… Che la sua pretesa di leggere nelle anime e di cercare gli indizi psicologici, invece di quelli materiali visibili, era presunzione e null’altro.

Lui non credeva nello spiritismo, o per lo meno non credeva in esso, se non come forza ipnotica, e suggestiva.

Ma che i morti tornassero? No! Non lo riteneva possibile. E tanto meno che tornassero giusto a tempo per smascherare un assassino.

Sapeva, però, che altri lo credevano fermamente e contava su questa loro convinzione.

Due ore era stato, quel pomeriggio, da solo con la signora Sorbelli, in casa di lei, mentre la figliuola si trovava a scuola, e non s’era fatto leggere le carte e neppure i fondi del caffè. Aveva parlato, quasi sempre lui, anzi, e l’altra lo aveva ascoltato con gli occhi allucinati e con le labbra tremanti.

«Vuole proprio questo da me? Proprio questo? Ma, se cado in trance realmente, come mi avviene sempre, in qual modo potrò ricordarmi, parlare, dire quel che vuole lei?».

De Vincenzi l’aveva rassicurata. Se avesse pensato fortemente a quanto lui le aveva detto, se le sue frasi se le fosse impresse profonde nella memoria, esse si sarebbero rivelate da sole, anche durante il sonno ipnotico. E gliele aveva fatte ripetere, quelle frasi, interminabilmente. Certo, egli contava d’averla soprattutto suggestionata.

Ma tra poco, che cosa sarebbe avvenuto?

Eppure, si sentiva tanto sicuro di non aver commesso alcun errore di osservazione, di deduzione, di sintesi, che non gli sembrava possibile gli avvenimenti si svolgessero diversamente di come li aveva previsti e preparati. E se anche, all’ultimo istante, gli fosse venuto a mancare qualche elemento, se gli si fosse ingranata una o più rotelline di quella delicatissima macchina ch’egli aveva montata, ebbene dalla realtà stessa dei fatti sarebbe sgorgata la verità, come polla dal terreno, come fiamma dalla paglia riarsa, sotto il solleone, se la scintilla la penetra.

Primo, al convegno, giunse quel magro giovanotto, lungo e invasato, del dottor Sigismondi. De Vincenzi lo aveva pregato di non mancare, perché temeva che a un certo punto di un dottore ci sarebbe stato bisogno, con quella medium ammalata di cuore e con le altre donne.

Arrivò con la sua busta nera sotto il braccio e il profilo più tagliente, più rostrato che mai.

«Deponga quella busta dei ferri in un angolo… che non gliela vedano subito e lei segga. Crede nello spiritismo, lei?».

Sigismondi si mostrava disposto anche a crederci. E a ogni modo ferrato nella materia lo era di certo.

«Verrà un tempo, e forse assai presto, in cui queste cose, che oggi appaiono paradossali, diventeranno banalità ammesse e accettate. Siamo infermi intellettualmente e tardi nell’accogliere l’evoluzione della scienza. La ricerca psichica e lo studio della fenomenologia spiritica appartengono al campo della scienza e non a quello della ciarlataneria».

Chirico approvava col capo. Gualmo ascoltava con attenzione e vibrava d’ansia. Fu quasi balbettando che disse: «La culla ha un ieri e la tomba un domani». Vampe di rossore gli salirono al volto, quando tutti si voltarono a guardarlo e subito si scusò: «L’ho letto in Victor Hugo…». Gli altri non sorrisero. Non era il momento. Entrava la signora Sorbelli, accompagnata dal dottor Verga e da miss Patt.

La medium aveva indossato un abito nero, chiuso fino al collo e non portava cappello. Aveva i capelli, ancora tutti nerissimi, divisi in mezzo al cranio e tirati sulle due bande. Il volto grassoccio, così pallido com’era, appariva affinato, spiritualizzato. Gli occhi le brillavano come carbonchi.

Avanzò con passi automatici e De Vincenzi le porse subito una seggiola, inchinandosi davanti a lei, con l’impressione di rendere omaggio a una dama.

Miss Patt non aveva perduto per nulla né la baldanza, né quel sottile fascino, carnalmente turbevole, che obbligava gli uomini a guardarla con gli occhi accesi e con le labbra aride.

Accanto a lei, il dottor Verga assumeva inconsapevolmente l’aspetto di un giovane attore, che si mettesse in posa per un primo piano d’un film di passione. Erano la vamp e il suo partner.

Ma tutto, in quel salone, aveva assunto l’aspetto teatrale e artificioso.

Anche De Vincenzi, che s’era messo un abito grigio, dal taglio impeccabile. Anche Chirico, così miserello e sordido. Persino Gualmo con l’abito scuro delle domeniche.

Doveva essere quella donna vestita di nero, bianca in volto sotto le due ali corvine dei capelli, che, seduta in mezzo alla stanza, taceva, con gli occhi fissi nel vuoto, a spandere attorno a sé una luce irreale, a dare a tutte le cose e alle persone un po’ della propria fissità, rendendole quasi inumane.

Certo, anche miss Patt, dopo qualche istante, perdette la sua naturalezza. Il sorriso che aveva sulle labbra si fece troppo segnato, quasi convulso.

De Vincenzi guardava all’ingresso. Soltanto la palpitazione leggermente affrettata delle narici sottili tradiva in lui l’ansia e l’attesa.

Sorrideva con un movimento macchinale e faceva girare attorno al medio, spingendolo col pollice, un anello d’oro liscio, del quale non si ricordava che nei momenti di orgasmo.

Ma ognuno era troppo intento a controllare se stesso, per poter notare le reazioni altrui.

Entrò la vedova in gramaglie e tutti le s’inchinarono, tranne la signora Sorbelli, che non la vide neppure.

De Vincenzi le si fece incontro.

«Voglia perdonarmi, signora» disse a voce bassa. «Forse, è una prova troppo dura per lei e pel suo dolore».

«Se si tratta davvero di quanto mi ha velatamente accennato nella sua lettera… e se io ho saputo legger bene, la ringrazio di farmela subire».

E sedette.

Tutti gli altri rimanevano in piedi.

Nessuno chiedeva che cosa si attendesse, né quale fosse la parte, che gli era stata assegnata.

Che fossero lì per qualcosa di molto grave, tutti sentivano. E ognuno guardava con diffidenza agli altri.

Presenti fra loro erano anche due cadaveri.

Si udì una voce d’uomo e poi un’altra che rispondeva. La seconda era calda, esuberante, quasi gioviale.

De Vincenzi si volse di scatto verso la porta d’ingresso.

Apparivano il dottor Marini e Pietro Santini.

Il giovanotto venne con la sua aria equivoca, la giacca troppo attillata, i pantaloni troppo larghi, lo sguardo obliquo, a completare il quadro. Fu un’altra macchia di colore. Un altro tipo sulla scena.

Marini avanzò subito verso De Vincenzi.

«Ho incontrato questo giovanotto per le scale» disse. «Cercava il Circolo. Gli ho detto di seguirmi. Spero non essermi ingannato, nel condurlo qui».

«No» rispose De Vincenzi. «E ringrazio lei, dottore, per non aver mancato. Come vede, io sono tenace nei miei propositi. Mi ero messo in testa di assistere a una seduta spiritica».

Marini si guardava attorno.

Scorse la signora Magni ed ebbe un gesto. Sussurrò al commissario: «Ma perché proprio lei? Ha fatto male, ha fatto male, De Vincenzi!».

Lo rimproverava con aria paternamente indulgente e pure profondamente addolorata.

De Vincenzi si strinse nelle spalle.

«Lo ha voluto!» disse.

«Ah!» sospirò Marini. «Ma non conti su di me per addormentare la medium…».

«La guardi» interruppe il commissario, indicando con un movimento del capo la signora Sorbelli, che non s’era mossa. «Non le sembra che basterà spegnere la luce, perché cada in trance?».

Anche la vedova volse lo sguardo verso il lampadario, che ardeva al soffitto, e un lampo di sgomento passò negli occhi di tutti.

«Ma lei non la spegnerà! Sarebbe un’imprudenza della quale non calcola le conseguenze. Non si scherza con l’aldilà. Non si scherza coi morti, commissario!…».

De Vincenzi andò a chiudere la porta d’ingresso e poi, nel tornare, l’altra che dava sul salone.

Il dottor Marini si manteneva calmissimo. Sembrava soltanto dolorosamente stupito che anche gli altri non si unissero a lui nel tentar di convincere il commissario della poca opportunità di un esperimento, fatto, in quelle condizioni.

«Tra i fiori c’è l’astero, che è il simbolo di Cristo!».

Una voce, che veniva d’oltretomba. La medium parlava e tutte le luci erano accese.

Le due donne e i sette uomini ebbero un sussulto. La vedova rabbrividì sotto le gramaglie.

De Vincenzi fissò la donna seduta in mezzo alla stanza, che aveva parlato, senza muovere le labbra. Fingeva o era realmente caduta nel sonno ipnotico? Che cosa avrebbe detto ancora? Da quale profondità aveva tratto quella frase, vuota di senso o intensa d’un significato grave e profondo?

Lui non aveva troppo abusato, forse, di quella creatura eccessivamente sensibile, che doveva avere i nervi tesi sino allo spasimo, vibranti al tocco invisibile di onde eteree?

Si sentì afferrare per un braccio. Era Marini.

«Stia attento! Quella signora è ammalata. Lei si sta assumendo una responsabilità di cui mi auguro voglia rendersi conto».

De Vincenzi non rispose.

La donna adesso taceva.

Aveva deposto le mani sulle ginocchia. Il corpo le si protendeva leggermente in avanti.

A un tratto, prima che alcuno potesse sostenerla, rovesciò il capo all’indietro sullo schienale e, poiché ebbe gli occhi rivolti verso la luce, agitò le mani frementi, sollevandole in alto.

De Vincenzi sentì istantaneamente che gli avvenimenti si mettevano da soli pel loro corso e che nulla più avrebbe potuto arrestarli.

Un senso di gelo gli si fece sulla nuca e alle terapie. Ebbe l’impressione di non aver più la possibilità dell’iniziativa, ma d’essere anche lui sotto il dominio di una forza tanto più poderosa, quanto più occulta.

Andò alla parete e spense la luce.

Alcune voci esclamarono: «No!» con terrore.

Nel buio si sentiva il respiro oppresso dei presenti e quello rantolante della medium.

Che cosa sarebbe accaduto?

«7 rododendri sanguigni e paonazzi. le clematidi turchine come fiamma… le campanule amorose… E poi c’è la genzianella, che ama il sole e l’aconito con la sua piuma di corvo…».

Parole. E la voce le proferiva tutte eguali, senza espressione, così fredde da sembrare il filo d’una lama.

I denti di qualcuno battevano con rumore di unghie, che percotessero tasti d’avorio.

Ognuno guardava nel buio per vedere. S’aspettava che sorgesse un bagliore, un corpo evanescente e fosforeo, qualche manifestazione visibile di quel mistero pieno d’orrore.

De Vincenzi non comprendeva di dove nascessero tutti quei fiori. La donna pareva si trovasse in un giardino pieno d’incantamenti. Ma quale facoltà aveva di leggere i colori con quella precisione morbosa? Nessuna delle frasi che lui le aveva apprese, poteva neppur lontanamente richiamare l’idea di un giardino fiorito.

Era finzione?

Era l’inconscio bisogno di parlare per parlare?

O qualcosa di più terribile?

De Vincenzi reagiva a se stesso. S’imponeva di rimaner soltanto spettatore, per giudicare.

Dovette pensare ai due cadaveri, per aggrapparsi a qualcosa di solido, di esistente, di materiale.

«Lo specchio dell’acqua è freddo e immoto e c’è un volto di donna, che mi fissa…».

La voce s’era animata. Le parole non correvano più sul filo d’una lama. Ma s’erano fatte esse stesse d’acciaio flessibile e vibravano.

De Vincenzi sentì che il sangue gli scorreva di nuovo nelle vene. Quella era, press’a poco, una frase sua. Ma allora, la donna fingeva? Aveva preparato tutta quella scena e la recitava da grande attrice? Lui non aveva immaginato nulla di simile e sentiva quasi vergogna di essersi fatto giocare.

Meraviglioso!

Anche la profezia era stata una commedia!

Un grido terribile, inumano, straziante lampeggiò nel buio, come cosa viva.

Tutti rabbrividirono dalle anche al petto, percossi da verghe sottili. L’angoscia li afferrò alla gola.

Il grido si ripetette. E nel buio si udì il rumore di una lotta. L’allacciamento di due corpi, che si dibattevano.

De Vincenzi si gettò contro il muro, vi fece scorrere sopra le mani, cercando disperatamente. Trovò il commutatore e la stanza s’inondò di luce.

La signora Sorbelli era in terra riversa e, curvo su di lei, comprimendole il ventre con un ginocchio, il dottor Marini la stringeva alla gola con mani inesorabili, e le dita premevano a fondo, penetravano…

De Vincenzi si lanciò di balzo. Ma prima di lui arrivò Pietro Santini. Afferrò il dottore pei capelli, lo rovesciò all’indietro, lo strappò dal corpo della donna con la violenza con cui si svelle un arbusto dalla terra.

Lo tenne sollevato e stava per schiantarne la testa contro il tavolo massiccio, quando De Vincenzi lo raggiunse e lo colpì con un pugno alla mandibola.

«Lascialo!».

Pietro vacillò e lasciò la presa.

Il dottore s’afflosciò, girò su se stesso, s’appoggiò con la schiena al tavolo, vi si aggrappò e rimase così, ansante, rantolante, gli occhi iniettati di sangue, la bocca bavosa.

In terra, la donna aveva perduto conoscenza. Gli altri guardavano terrorizzati.

«Sani!» gridò De Vincenzi.

La porta della stanzetta si aprì e i quattro uomini apparvero.

«Frugalo!» ordinò il commissario.

Sani si gettò sopra Marini e gli passò le mani sul corpo, premendone le tasche. Da quella di destra della giacca tolse una rivoltella.

«Dammela!».

Era una rivoltella piccola, nera.

De Vincenzi se la mise in tasca. Poi si volse a guardare il dottor Sigismondi, che si era inginocchiato vicino alla signora Sorbelli e le ascoltava il cuore.

Il dottore si alzò, corse alla sua busta, ne trasse una fialetta.

«Acqua!».

I due agenti s’affrettarono verso l’ingresso.

«Lì» riuscì ad articolare Chirico e indicò la terza porta.

C’era acqua corrente e un bicchiere. Sigismondi lasciò cadere molte gocce dalla fiala nel bicchiere, per metà pieno d’acqua, poi versò a forza il liquido, tra le labbra della donna immota.

«Non c’è altro da fare» disse. «Non ho con me la siringa delle iniezioni. Non sapevo! Se il cuore le regge è un miracolo».

Ma la donna riprendeva a respirare.

«Portatela in un’altra stanza!» disse De Vincenzi agli agenti ed essi la sollevarono e la trasportarono nella stanzetta di mezzo, là dove avrebbe dovuto apparire il fantasma materializzato.

Sigismondi li seguì e lo si vide prendere il polso della donna e curvarsi nuovamente su di lei, che i due uomini avevano deposta in una poltrona.

«Cruni, conduci via quello lì…» e De Vincenzi indicò Santini.

Il giovanotto era mortalmente pallido e saettava Marini coi suoi obliqui occhi, che la collera rendeva ancor più strabici.

«Fallo chiudere in casa».

Cruni lo afferrò per un braccio. L’altro si lasciava trascinare. Uscirono. Allora, De Vincenzi si volse a guardare la signora Magni.

Si teneva ritta, senza bisogno di appoggio alcuno, e fissava il dottor Marini con intensità, quasi sforzandosi di capire un enigma.

La verità — se pure quella che appariva era la verità — le si era rivelata tanto folgorante e in modo così drammatico, ch’ella non poteva ancora rendersi conto del significato di essa.

Il commissario le si avvicinò, le prese con dolce rispetto una mano e la condusse verso l’ingresso. La donna si strappò dalla sua concentrazione con un sussulto.

«Non ha più bisogno di me?» disse.

«Non credo. Grazie».

Quando passarono dinanzi al dottor Verga, che nel buio aveva afferrato Patt per un braccio e che la teneva ancora, De Vincenzi gli disse: «Vuole accompagnare a casa la signora, dottore?».

Verga lasciò il braccio e s’inchinò, ma l’occhio gli corse con apprensione alla fidanzata.

«Ho giù l’auto» disse la vedova. «Posso condurre a casa la signorina».

I tre uscirono, la signora Magni avanti, Patt e Verga subito dietro.

De Vincenzi, che li aveva accompagnati fin sulla soglia, tornò rapidamente e si guardò attorno.

Non c’erano più che Chirico e Pietrosanto, ch’eran caduti a sedere in un angolo e lì rimanevano inerti e spenti, come i lucignoli dei ceri, a funzione finita, dopo passato il chierico con lo spegnitoio. Tutti raggricciati in se stessi sembravano proprio due stoppini abbruciacchiati.

E poi Sani e gli agenti.

Sani stava presso il tavolo a cui si appoggiava ancora il dottore Marini. Questi si andava calmando. L’occhio gli ritornava normale. Le labbra gli si asciugavano.

Quando vide ritornare De Vincenzi, parlò subito.

«Quella donna è una ciurmatrice!» e diede un’occhiata alla stanza in cui si trovava la Sorbelli con Sigismondi. «Questa sera stava per ripetere la stessa immonda finzione di quando predisse la morte di Magni. Ho perduto il lume della ragione. Voglia perdonarmi».

Allora De Vincenzi disse poche parole, con voce gelida.

«In casa sua, mentre lei era qui, hanno trovato La Zaffetta.».

Il dottore emise un debole gemito e sollevò verso il commissario i suoi tondi occhi fattisi supplici: «Dovevo ucciderlo! Mi creda! Dovevo ucciderlo!».

E De Vincenzi tirò un sospiro, perché nessuno era andato in casa del dottor Marini, quella sera, e nessuno aveva trovato La Zaffetta.

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Augusto De Angelis: Tutti i Romanzi

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