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Capitolo sedicesimo

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Il «bigatt»

Il Questore passeggiava nervosamente per l’ufficio e, poiché la stanza era stretta e lunga, egli aveva spazio sufficiente per quella sua corsa agitata.

Il commissario si teneva contro l’uscio chiuso e osservava il suo Capo con pacata serenità.

Sembrava più giovane, più fresco del solito, De Vincenzi. La primavera, che cominciava a dare a quelle ultime mattine di marzo una gioiosità cristallina e squillante, illuminava piazza San Fedele, oltre il balcone centrale della Questura, a cui si accedeva dall’ufficio del Questore. Certo doveva essere la primavera a dare quel rifiorente aspetto di gioia al commissario, gioia che neppure la preoccupata agitazione del suo Capo sembrava turbare.

La corsa durava già da qualche minuto. Il Questore si fermò di colpo in mezzo alla stanza, di fronte a De Vincenzi. I suoi piccoli occhi penetranti sembrava volessero forare coi loro sguardi il volto impassibile del giovane.

«Così, lei vorrebbe rilasciare il Ravizzani… rimandarlo alle sue cascine e ai suoi furti… soltanto perché non s’è trovato il cappello e il soprabito!… E della for male accusa del Panzeri, non tiene conto? E del fatto che quell’uomo non sa neppure negare, non tiene conto? E dei precedenti dell’indiziato, non tiene conto?».

Fece una pausa, carica di collera contenuta.

«Ma lo sa, De Vincenzi, quanti indiziati gravi, lei ha lasciati liberi di passeggiar per Milano, da quattro giorni a questa parte? Li conti un po’! Il dottor Verga… miss Drury…».

«Oh quella!» sorrise l’altro.

«Oh! Quella, un corno, caro lei! Quell’americana è una donna di nervi e di cervello, capace di metter nel sacco parecchi uomini e che avrebbe potuto uccidere non uno, ma dieci senatori Magni!… E poi, continui!… il fratello della cameriera… il portinaio e la portinaia dello stabile di via Corridoni… Ce n’è abbastanza, mi pare!… E forse la mia lista non è completa… Lei non vuol tener conto degli indizi… delle apparenze… dei precedenti… dei moventi, che ognuno di costoro ha… Lei li guarda, li interroga, li esamina… li giudica col suo metodo psicologico e poi li manda a spasso, decretando: non può esser stato costui, perché gli manca la capacità morale… intellettuale… nervosa… fisica, per commettere un assassinio, questo assassinio! E adesso mi vuol dar aria anche a quel vecchio avanzo di galera, perché non ha la capacità morale? Ma così dove andiamo a finire, De Vincenzi? La sua psicosi del delitto è una pazzia!».

Il commissario sorrideva. Era un sorriso buono, pieno di affettuoso rispetto, il suo, e valse a far sbollire un poco la collera del Capo.

«Lo sa dove andiamo a finire? Glielo dico io! Al Manicomio!».

E sorrise anche lui. Sbirciò il garofano, che aveva all’occhiello, gli diede un colpettino col dito, per metterlo a posto. A De Vincenzi, lui voleva bene. Ciò non impediva però, che questa volta la partita fosse troppo seria, perché gli lasciasse le mani completamente libere. Era necessario, non già spronarlo, ma tenerlo sulla strada della praticità e della logica comune.

«Lei sta pensando che io dico un sacco di bestialità, vero?».

«Ma neppur per sogno, commendatore!».

«Già! Ma poi va diritto per la sua strada, sino in fondo!… Può aver ragione lei, del resto! Ma se questa volta prende una cantonata, De Vincenzi, non gliela perdono!».

«Lo so! Ed è per questo che non vorrei arrestare il Ravizzani…».

S’interruppe. Gli era balenata un’idea. Che imbecille era stato a non pensarci subito!

«Oppure, no, commendatore. Forse, ha davvero ragione lei. Adesso, vado giù, telefono al giudice, mi faccio firmare il mandato e spedisco il bigatt a San Vittore, prima di mezzogiorno…».

Il Questore lo scrutava. Quell’improvviso cambiamento non poteva persuaderlo.

«Che cosa ha nel cervello, De Vincenzi?».

Il commissario non sorrideva più. Era assorto.

«E un duplice delitto mostruoso, commendatore.

Soprattutto lo strangolamento della ragazza. Rientra anche esso nel quadro, ma è terribile».

Alzò la testa.

«Adesso, le dirò sinceramente il mio pensiero. Io non credo, naturalmente, che sia stato il Ravizzani a uccidere, come non sono stati né il dottor Verga, né miss Drury, né gli altri, che lei ha nominati. C’è qualcuno nell’ombra, che ha commesso i due delitti e che ha saputo rendere l’ombra tanto fitta e spessa, da essere assai arduo distinguervelo. Chi? Non lo so. Posso sospettare almeno due persone; ma è sospetto estremamente fantasioso, per non dire fantastico. Ma qualcuno c’è. E, naturalmente, costui ha tutto l’interesse a mandare in galera un altro al posto suo. Anzi, credo addirittura che si sia adoperato abilmente a tale scopo. Orbene, se noi facciamo credere di essere caduti nell’inganno… se ficchiamo a San Vittore il Ravizzani… forse, riusciamo ad addormentare la diffidenza del vero assassino. E allora, chi sa?!».

Il Questore lo aveva ascoltato con attenzione. Dopo una pausa alzò le spalle.

«Può darsi che le cose stiano come lei suppone… A ogni modo, quel vecchio ladro non avrà davvero rubato anche quei pochi giorni di carcere, che gli faremo fare… se pure saranno pochi!».

«Oh! Da questo lato non ho rimorsi!» esclamò il commissario.

«Allora…» e fece un gesto di congedo.

De Vincenzi aprì la porta.

Il Questore continuava a guardarlo.

«Lei mi ha chiesto otto giorni… e siamo già al quarto».

«Gliel’ho detto, commendatore, all’ottavo verrò a presentarle le dimissioni…».

«Bella consolazione!… Vada, vada!».

E ricominciò a passeggiare per la stanza.

De Vincenzi tornò nel suo ufficio, dove Sani e Cruni lo aspettavano.

Traversò in fretta la prima stanza, dicendo: «Cruni!… Vieni anche tu, Sani».

I due si affrettarono a seguirlo. Lui aveva già preso il ricevitore del telefono.

«Mettimi in comunicazione col giudice istruttore dell’affare Magni… Sai chi è?… Bene. Digli che si tratta di cosa urgente».

Sani e Cruni si diedero un’occhiata. Che, invece di dormire quella notte, avesse trovato l’assassino? De Vincenzi vide l’occhiata e fece di no, energicamente col capo. Poi, mettendo una mano sul cornetto, disse: «Io non ho trovato un accidente! Ma adesso, capirete».

Tolse la mano e parlò nel microfono: «Buon giorno, signor giudice… No, no… Non sono ancora trascorsi gli otto giorni!… Può star tranquillo!… Ma oggi ho bisogno di un mandato d’incarcerazione al nome di Francesco Ravizzani… È un vigilato, recidivo… ha avuto una quarantina di condanne… Naturalmente, per il delitto di via Corridoni… Chi? Lui? Ma no! È più innocente lui di quei delitti, che io del peccato originale!… Non le posso spiegare di più per telefono… Ma si fidi di noi!… Anche il signor Questore la prega di questo… Oh Dio! Può mettere: accusa di trafugamento di oggetti appartenenti a due persone assassinate e presunto assassino. Vedrà che fra un paio di giorni dovrà farlo liberare… Ecco! Grazie…».

Posò il ricevitore e guardò i suoi fedeli.

«Avete capito?».

«Ho capito» disse Sani «che mandi in carcere il bigatt con la sicurezza che è innocente!».

«Sì. E necessario. Cruni, andate subito alla Procura del Re, fatevi consegnare il mandato e poi tornate qui a prendere il Ravizzani e portatelo a San Vittore… Ma, quando lo portate via, prendete con voi quattro agenti e fate un’uscita teatrale: manette, tassi e tutto il resto… Che i cronisti della Sala vedano l’arrestato… E se vi domandano qualcosa, come certo vi domanderanno, confidate loro col più grande mistero che il prigioniero è il presunto assassino di Magni… Più gente lo saprà e meglio è…».

«Ho capito, dottore…» e uscì in fretta.

«E adesso a noi, Sani… Bisogna che tu vada da Harrington…».

«Nella sua Agenzia!?…».

«Eh! Già, proprio nella sua Agenzia e devi trattarlo col massimo riguardo. Digli pure che io stanotte ero stanco… nervoso… Digli quel che vuoi, che il lavoro mi ha esaurito… e che non ho più la testa a posto. Insomma, cerca di dargli la sicurezza che noi abbiamo bevuto la sua storia e che il giudice ha mandato il Ravizzani a San Vittore, come autore del duplice assassinio…».

«Tu credi che Harrington?…».

«Harrington non sa nulla. Forse, è persino in buona fede. Ma è indispensabile che il suo cliente ritenga chiusa l’istruttoria o quasi… Hai capito?».

«Ho capito. Ma il cliente chi è?».

«Eh! Se lo sapessi!… Che vuoi, tu?».

Sulla porta era comparso il piantone.

«C’è una signora che chiede di parlare con lei, signor commissario».

«Com’è? Giovane? Bionda?».

«No, cavaliere. E grande, bruna… Molto bella, ma bianca in volto come fosse di cera… E vestita a lutto…».

De Vincenzi trasalì.

«Falla entrare subito».

Il piantone scomparve.

«E la vedova del senatore! Oh! Perché mai s’è indotta a venir qui?…».

Sani andò incontro alla visitatrice, l’introdusse nella camera del commissario e chiuse la porta dietro di lei.

De Vincenzi, in piedi, l’attendeva coi segni del più profondo rispetto.

La signora Magni aveva rialzato sul volto bellissimo il pesante velo vedovile e avanzava lentamente, con un pallido sorriso sulle labbra laccate di rosso. Aveva sempre quella sua aria da gran signora, quell’incedere matronale e aristocratico; ma c’era in lei, negli occhi soprattutto, alcunché di turbato e di turbevole, come se un sentimento nuovo e ambiguo la tenesse, un sentimento di cui ella stessa non sapesse valutare la portata.

«Sono venuta io, per non farla disturbare a recarsi lei da me…».

De Vincenzi le porgeva una seggiola. Sedette. Si accomodò il velo dietro le spalle, si appoggiò allo schienale, con un movimento di stanco abbandono. Ma si vinse subito ed eresse il corpo.

«Sarei venuto io da lei, signora, anche nei giorni scorsi, se non avessi temuto di risvegliare con la mia presenza un dolore tanto più profondo quanto inasprito dalle circostanze. E poi… purtroppo non potevo ancora dirle nulla di nuovo e di sicuro, sulla morte del suo povero marito…».

«Ancora nulla?» mormorò lei, con un accento, che voleva essere di tristezza, ma che era soprattutto di delusione. «Lo immaginavo».

«Eppure, troveremo, signora!».

De Vincenzi era andato a sedersi al suo tavolo e non perdeva uno solo dei movimenti del volto di lei, pur facendo mostra di occuparsi delle carte, che aveva dinanzi.

«Lei è scettica circa l’opera della Questura…».

«Ma no… Anche loro fanno quel che possono… Ma la morte di quella povera ragazza… quella cosa orribile e mostruosa… ha finito per darmi il colpo di grazia… Creda che vivo in un vero terrore!… Chi può essere ad accanirsi con tanta ferocia contro di noi?! Una povera figliola innocente!… Ma perché?… Perché?…».

Era profondamente commossa.

«Sì, è stato atroce!… Ma vendicheremo suo marito e vendicheremo Norina!… Lei può supporre quale scopo abbia mosso l’assassino, nel sopprimere la sua cameriera?».

«Io? E come potrei supporlo? Non so vedere…».

«Ci sarebbe da credere» lasciò cadere il commissario con voluta indifferenza «che il povero senatore fosso stato ucciso, perché possessore d’un segreto… e che tale segreto egli avesse confidato a Norina…».

«Ma che dice? Una cameriera!…».

C’era tanto sdegnoso disprezzo in quelle parole, che De Vincenzi comprese come il solo orgoglio avesse potuto dare a quella donna la forza di fingere per tanto tempo una felicità coniugale, che non esisteva.

«E follia, la sua!».

«Lo ammetto. Infatti, non ho mai dato alcun peso a una simile ipotesi… Le ragioni dell’uccisione di suo marito sono altre!… Ah! Se lei avesse potuto aiutarci, dicendoci quali erano le abitudini del senatore… le persone, che frequentava… le relazioni che aveva…».

Colpo secco del capo all’indietro, sfavillar di pupille diamantine, voce di ghiaccio: «Le ignoro! Le ho sempre ignorate!».

«Naturalmente…».

Il commissario giocava con un tagliacarte d’avorio, tutto macchiato d’inchiostro. Aveva assunto un’aria da buon fanciullo, mortificato e quasi trepidante.

«Stamane, il giudice istruttore ha firmato un mandato d’arresto…».

La signora si volse. Ansava leggermente. Le si vedeva il petto sollevarsi sotto l’abito di crespo sottile.

«Chi?… Chi hanno arrestato?…».

«Un losco figuro, signora… Un uomo capace di tutto… C’è un testimonio, che afferma di aver ricevuto da lui la confessione dei due delitti… E sembra sia stato visto nascondere il cappello di suo marito e il soprabito della ragazza…».

«Ma allora!… E chi è costui? Perché ha compiuto il delitto?».

«Gliel’ho detto: un delinquente comune… Un ladro… Fino a oggi non aveva mai assassinato; tuttavia si trovano in lui istinti abbastanza sanguinari…».

«Ma se mio marito non è stato derubato?».

«Infatti!…».

La signora ricadde in una specie di atonia, distaccata e lontana. Soltanto per un istante aveva vibrato. Era chiaro che non credeva che suo marito fosse stato ucciso a quel modo, da un delinquente comune, più di quanto non lo credesse De Vincenzi.

«E debbo confessarle anche, che a trovare questo uomo… non è stata la Polizia… non siamo stati noi…».

«E chi, allora?».

«Così, il suo scetticismo a nostro riguardo aumenterà, signora…» continuò con un sorriso. «È stato un detective privato… un certo Harrington…».

«Ah!».

Aveva abbassato gli occhi. Sembrava imbarazzata.

«Lo conosce?».

«Ha l’Agenzia in via Dante…».

«Precisamente!».

Seguì un silenzio.

«Ha avuto occasione d’incontrarlo? Non è un catti vo uomo ed abile nel suo mestiere lo è di certo. Naturalmente, si muove soltanto se pagato e io mi domando chi lo abbia pagato, questa volta. Lui non ha voluto dirmelo».

La signora arrossì leggermente. Appena un’ombra rosata sulle guance d’avorio.

«Io sono andata da lui… Me ne avevano parlato come d’un uomo molto abile… Gli ho dato l’incarico di cercar l’assassino e, poiché temevo che questo potesse dispiacere al Questore e a lei, gli ho messo come condizione di non dir mai da chi lo avesse ricevuto…».

«Già!».

Questa volta De Vincenzi dovette fare uno sforzo davvero violento, per non mostrare la profonda sorpresa cagionatagli dalla rivelazione della signora Magni. Tutto il castello delle sue ipotesi crollava!

«Ma le pare!… È perfettamente spiegabile e corretto il suo modo di agire, signora!… Noi non avremmo potuto e non potremmo dolercene!…».

Aveva parlato con accento di sincerità, seppure forse con eccessivo calore.

«E chi è stato a darle il… consiglio di rivolgersi ad Harrington?».

«Non ricordo!… E poi non si tratta di un vero e proprio consiglio… Si discorreva… qualcuno raccontò come quell’Harrington avesse scoperto l’autore di un furto in una gioielleria…».

«Di via Santa Margherita…».

«Precisamente!… E avesse rintracciato e recuperato la refurtiva…».

«Già!…».

«E io in seguito… a ripensarci… mi sono decisa e gli ho telefonato…».

«Naturalmente. E lei non ricorda chi sia stato a parlarle di Harrington?».

«No… Ci sto pensando… Ma che vuole? In questi giorni sono venute tante persone a trovarmi… Non avrei voluto riceverle! Proprio non ricordo… Del resto, mi sembra che la cosa abbia scarsa importanza».

«Oh! Scarsissima!» si affrettò ad affermare De Vincenzi, per il quale invece aveva un’importanza capitale.

«E quest’uomo… quest’uomo, che avete arrestato, ha confessato?… Se veramente è stato lui, deve esservi stato spinto da qualcuno…».

«Un delitto per mandato. Sicuro!… Se è stato lui, non è che un assassino prezzolato, un sicario».

La signora si era alzata.

«Povero Ugo!» mormorò.

Poi scosse il capo, come per allontanare da sé una visione d’incubo.

«La vita!…».

De Vincenzi le si era avvicinato. Lei gli diede la mano e il commissario si chinò a baciarla. «Abitudini da gran signore!» dicevano i colleghi, quando celiavano alle sue spalle.

«Non dica ad Harrington che io mi sono rivelata. Tanto valeva che non gli facessi giurare il segreto».

«Ma certo… E scusi, signora… se non è indiscretezza la mia… potrebbe dirmi quale somma ha versata ad Harrington per le sue ricerche? Mi perdoni, ma noi c’informiamo sempre di questo, perché desideriamo esercitare il controllo sulle Agenzie di Informazioni Private».

«Oh! Non una grande somma, soprattutto se essa ha dato realmente qualche frutto… Duemila lire…».

«Una somma equa. Grazie…».

E l’accompagnò fino alla porta, che si apriva dalla camera di Sani sul porticato. S’inchinò. La guardò attraversare il cortile pieno di sole.

Tornò sui suoi passi lentamente, senza badare a Sani, che lo seguiva con lo sguardo carico di interrogazioni. Rientrò nella sua camera; chiuse la porta.

Dunque, Harrington avrebbe arrischiato la propria posizione, si sarebbe messo nelle condizioni di vedersi togliere la licenza, forse di peggio, per duemila lire?

Assurdo! Eppure, quella donna non mentiva. O credere l’incredibile o non si poteva trovare ragione al mondo perché lei mentisse!

Tutto all’aria di nuovo!

Aveva sperato che, quando fosse riuscito a sapere chi aveva pagato Harrington, avrebbe saputo anche chi era l’autore dei due delitti! E invece…

Tornò alla porta.

«Sani!» chiamò.

Quello accorse.

«Siamo nell’inconcepibile, amico mio! È inutile che ti dica. Ci perderesti la testa, anche tu… E invece io ho bisogno che tu almeno la testa ce l’abbia a posto… Ascoltami… Prima di tutto, vai da Harrington, come t’ho detto; poi io ho bisogno che venga qui nel mio ufficio, nel pomeriggio di oggi… l’autista di casa Magni. Evidentemente, dovrei mandarlo a chiamare da un agente; ma non voglio. Non voglio che la sua padrona, né alcun altro della casa sappia che l’ho convocato. Capisci?».

«È facile!».

«Per questo mando te. Cerca di parlargli fuori di casa. Digli… digli quel che ti sembrerà opportuno, dopo che avrai studiato l’individuo. Fagli paura o lusingalo nella sua vanità…».

«Lascia fare a me…».

«Bene. Fatti dire a che ora potrà venir qui senza che la sua padrona o gli altri se ne accorgano».

«Sì».

«Non è finito! Manda un agente a convocare nel mio ufficio per questa sera alle dieci il dottor Verga… e anche costui ha da essere avvertito con molta cautela. Intesi?».

«Intesi. L’avvertirò io stesso».

«Grazie, era proprio quel che speravo da te…».

«Arrivederci» fece Sani.

E poco dopo lo si sentì gridare dall’altra camera: «Io vado. Ciao!».

«Ciao!…».

De Vincenzi si mise a passeggiare.

Stava mettendosi il soprabito ed aveva già preso il cappello, quando entrò Cruni. Il povero brigadiere aveva la faccia scura scura, come se tornasse da un funerale.

«Ebbene?… Che cosa t’è successo? Lo hai portato a San Vittore?».

«Eh, sì! Ce l’ho portato. Ma l’abbiamo fatta grossa, cavaliere!». «Che vuoi dire?».

«Quando ho consegnato il Ravizzani al direttore del carcere, questi lo ha guardato e poi ha esclamato: «Insomma, tu non puoi star più di tre giorni lontano da qui!… Sei appena uscito e ci rientri!». E si è voltato verso di me: «Che ha fatto? Qualche solito furto, vero?». «Eh, no» gli ho detto io «questa volta è grave. Ha assassinato il senatore Magni e Norina Santini. Guardi il mandato». Il direttore s’è gettato a leggerlo, come se non avesse creduto alle sue orecchie. «Ma quando è stato assassinato il senatore?» mi ha chiesto. «Nella notte dal 20 al 21». Allora, il direttore s’è messo le mani nei capelli: «Che avete fatto!». «Come che abbiamo fatto?!». «Ma se quest’uomo è uscito da San Vittore la mattina del 22… Guardate i registri…».

Cruni aveva fatto il suo racconto tutto d’un fiato, con accento drammatico.

De Vincenzi scoppiò in una risata.

«Questa è buona!».

«Lei ride?».

«E, se non rido adesso, quando vuoi che rida?». Si mise il cappello.

«Su, su non pensarci. Tutto va bene. Un paio di giorni di carcere al bigatt non faranno male!… Tutto va bene, ti dico!…».

E rise ancora. Pensava alla faccia del Questore, quando lo avrebbe saputo.

Sulla porta si voltò.

«Il Panzeri sta sempre in guardina?».

«Sì, signor commissario».

«Bene. Andrà lui al posto del Ravizzani, a San Vittore».

E uscì. Non si era mai sentito tanto allegro.

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