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Capitolo 3. Le nostre lezioni

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Quel giorno avremmo avuto lezione di storia, letteratura e latino poi, dopo una pausa lunga, matematica. Ma presto scoprirai perché tutto andò diversamente!

– Se in una bella giornata primaverile della fine di aprile del 753 a.C. un osservatore casuale si fosse trovato sulla sommità di una collina presso la sponda del Tevere – la nostra maestra riusciva a raccontare la storia come la più affascinante delle fiabe – avrebbe visto come Romolo tracciò sul terreno il solco che simboleggiava i primi confini di Roma, nonché il successivo litigio tra i fratelli gemelli Romolo e Remo – continuò. – Nessuno dei presenti avrebbe potuto immaginare che questo particolare giorno sarebbe passato alla storia come la data della fondazione del più potente stato dell’antichità…

Poi ci fu lezione di letteratura e il Giulio Cesare di Shakespeare:

Se fossi come voi, esiterei,

Darei ascolto alle vostre preghiere se sapessi pregare.

Sono irremovibile nelle mie decisioni, come

La Stella Polare: nella sua fissità

Non c’è eguale tra le stelle del firmamento…

Per quanto mi piacessero la storia e la letteratura, non mi piaceva il latino. Assistevo alla parte principale della lezione, guardando fuori dalla finestra: il posto in classe era stato scelto strategicamente in modo accurato. Dalla finestra aperta proveniva l’odore di conifere dell’abete rosso, i pappagalli verdi, seduti sui rami accanto al loro nido, conversavano tranquillamente e il frinire delle cicale, come accompagnando la lingua latina, aveva un effetto soporifero.

– “Divide et impera” – dividi e conquista.

– “Cogito ergo sum” – penso, dunque sono.

– “Fortes fortuna adiuvat” – la fortuna aiuta gli audaci.

Stavamo scrivendo diligentemente frasi latine sui nostri quaderni. Guardandomi intorno nella classe e vedendo diverse facce che sbadigliavano, quasi mi addormentai anch’io. Probabilmente avrai notato che quando qualcuno nelle vicinanze sbadiglia, vuoi immediatamente dormire. Poi il mio sguardo cadde sulla porta che, cigolando silenziosamente, si aprì in maniera impercettibile. No, non dal vento: l’occhio socchiuso di qualcuno apparve nella fessura che si era aperta, uno sguardo malvagio balenò, scivoloso e viscido come lumache. Prima che avessi il tempo di esprimere la mia osservazione, dalla vicina chiesa si udì il suono della campana che segnava il mezzogiorno: dal giardino della scuola si vedeva in lontananza il profilo della sua cupola. Dodici lunghi colpi, e dopo di loro il silenzio. Certo, con un orologio così non hai nemmeno bisogno di una sveglia!

– “Quid quid latine dictum sit, altum viditur” – tutto ciò che viene detto in latino suona come saggezza! – la maestra concluse la nostra lezione con questa frase elegante.

– Potete fare tutti una pausa lunga. Potete passeggiare in giardino o rilassarvi nel cortile d’ingresso, leggere in biblioteca – cercò di gridare nel crescente frastuono delle voci – ma quando l’orologio segna l’una, vi aspetto a lezione di matematica. Riposatevi, cari!

Avventure nell’antica Roma

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