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Capitolo 7. Le rive del Tevere e il porto, elefanti a Roma, incontri con amici e boschetti di fichi
ОглавлениеLasciammo il trambusto del mercato e ci ritrovammo sulla riva del fiume. Questo è il Tevere! Antico e magnifico! Potente e pericoloso, che rompe spietato i suoi argini, oppure ingannevolmente calmo e dal silenzio accattivante. Portando grazia o morte al suo popolo, lungo il quale per tanti secoli i vagabondi hanno viaggiato sulle loro navi provenienti da lontane terre d’oltremare. Sulla superficie a specchio si riflettono nuvole leggere che corrono nel cielo e le chiome degli alberi che si piegano verso l’acqua. In lontananza puoi sentire il ruggito e la pressione di un potente ruscello, ma più ti avvicini alla riva sabbiosa, più calmo diventa il fiume irrequieto. L’allegro riflesso del sole brilla sulla superficie come una manciata di perle. Ovunque sui verdi pendii intorno a te sfarfallano piccole margherite bianche, e tra i papaveri rosso vivo ci sono anche rari e sorprendenti papaveri rosa pallido. I pescatori si siedono lungo la riva e i bambini rumorosi corrono in giro, le donne sciacquano i panni, cantando lunghe canzoni che volano e si disperdono sull’acqua.
– Interessante, in che periodo siamo capitati? – mi chiese Antonio a bassa voce.
– Beh, non possiamo chiedere: scusa, che secolo è adesso? Ci prenderebbero per pazzi. Lo scopriremo strada facendo.
Ci stavamo avvicinando al porto, dove ondeggiavano sull’acqua navi con vele, barche, chiatte, zattere dalle forme e dimensioni più sorprendenti, operai e marinai correvano qua e là, trasportando enormi cesti con profumato pesce fresco. “Portus Tiberinus” si leggeva sul cartello all’ingresso del porto. E poi assistemmo ad uno spettacolo incredibile: cominciarono a scaricare… elefanti da chiatte di legno larghe e ben costruite. Vennero calati in acque poco profonde e condotti a riva tramite una corda. Un elefantino si lasciò cadere in acqua e cominciò a divertirsi, bagnando uno degli operai come da una fontana con la sua proboscide e facendone cadere accidentalmente un altro in acqua.
– Aiuto! Sto annegando! – da quel punto provennero alcune altre urla in lingue per noi incomprensibili. Il suo assistente si precipitò in suo aiuto e nuotò, muovendosi in modo scomposto: sembrava che stesse sbattendo le mani come remi sull’acqua. Si avvicinò rapidamente al suo amico e lo trascinò a terra.
– Ha chiesto aiuto in greco ed egiziano – spiegò Lucio. – Prima di imparare tutte queste lingue, sarebbe meglio imparare a nuotare! Io ho imparato da solo a galleggiare sull’acqua, senza che nessuno me lo abbia insegnato…
Era chiaro che si sentiva pronto a dettagliare ulteriormente i suoi pensieri sulle sue capacità e talenti. Sembrava che la nostra nuova conoscenza avesse una tale debolezza: in ogni occasione non si negava il piacere di vantarsi. Certamente, non è il peggior difetto umano e per me è completamente perdonabile.
– Perché ci sono così tanti elefanti a Roma? – rimasi stupita, cambiando argomento. – Ricordo di aver letto una volta che nella guerra punica vennero usati gli elefanti da guerra.
– Ci sono sempre meno elefanti in battaglia ormai – rispose Lucio con l’aria di un esperto. – Il generale Aulo Irzio, divenuto famoso per la conquista della Gallia, diceva sempre che questi animali selvatici, anche dopo molti anni di addestramento e di servizio, in battaglia sono spesso pericolosi tanto per le proprie truppe quanto per il nemico. Ora partecipano a vari spettacoli e processioni festive a Roma. Penso che abbiano portato di nuovo gli elefanti portatori di torce, Lychnophores, e gli elefanti funamboli, Funambules; ci sono bancarelle per loro nelle vicinanze – continuò con entusiasmo, mentre guardavamo l’allegro elefantino che sguazzava vicino alla riva. – E la nostra vecchia domestica mi ha detto che lei stessa ha visto nella sua infanzia come Pompeo volesse entrare a Roma su un carro trionfale trainato da quattro elefanti. Ma gli elefanti imbrigliati non passarono attraverso le porte della città. Fu un episodio molto divertente! Dovette optare per i cavalli. In genere Pompeo sembrava non avere fortuna con gli elefanti. In occasione del suo secondo consolato, decise di mostrare uno scontro tra venti elefanti e cacciatori, ma gli elefanti, infuriati, ruppero le sbarre che separavano l’arena dal pubblico. Dopo questo fatto l’arena per gli spettacoli cominciò ad essere circondata da un fossato pieno d’acqua.
– Ma non è tutto, – aggiunse – non molto tempo fa Cesare ordinò che gli elefanti catturati nella battaglia di Tapso fossero portati a Roma. Decise di dare particolare sfarzo al corteo trionfale dedicato alla sua vittoria in Africa. Vennero allineate due file di quattro dozzine di elefanti, che portavano torce nelle proboscidi. Prese in prestito questa idea dai re d’Egitto e di Siria. Da questo evento tali elefanti iniziarono a essere chiamati portatori di torce.
– Chissà se anche questo elefantino sarà un tedoforo? – suggerì Antonio.
– Chi lo sa, chi lo sa…
– Ma penso che usare gli elefanti, come qualsiasi altro animale, per l’intrattenimento sia barbarico! – esclamai.
– In generale, sono d’accordo – sostenne inaspettatamente Lucio. – Gli elefanti sono animali saggi, forti e laboriosi. Molti li considerano i più amati dagli dei, che li hanno dotati di longevità. Alcuni credono che gli elefanti siano intelligenti, capaci di comprendere il latino e il greco e forse anche di leggere e scrivere.
– Hanno già scritto molto? – Antonio rise.
Ci furono delle risate anche dietro di noi. Ci voltammo. Accanto a noi c’erano due ragazzi che stavano osservando lo scarico degli elefanti e il bagno dell’elefantino e che avevano ascoltato anche la nostra conversazione.
– Lucio? – disse stupito il maggiore dei due, rivolgendosi al nostro interlocutore.
– Lepido! Anche tu qui! – esclamò con gioia il nostro nuovo amico.
– Già tornato da Atene? Quando sei arrivato?
Si abbracciarono come i migliori amici e parlarono, interrompendosi a vicenda. Il maggiore sembrava avere dodici o forse quattordici anni. Era basso, ma forte, con una chioma di folti capelli neri che gli circondavano la testa come un’aureola. Quando parlava, sembrava che i suoi occhi scuri, vivaci e curiosi, sul suo viso largo dagli zigomi prominenti guardassero sempre con ironia. Il suo aspetto serio e i suoi modi tradivano chiaramente il suo desiderio di comportarsi come un adulto. Era vestito in modo molto ordinato, con una tunica di lino beige chiaro, stretta da una cintura, sopra aveva una toga bianca bordata di viola, su di essa era appesa una bulla, un medaglione rotondo, su una catena intrecciata, e ai suoi piedi indossava sandali realizzati con strisce di pelle.
– Lui è Antillo – presentò il suo piccolo compagno. Stava masticando una focaccia che teneva tra le mani. – come sempre, mi segue dappertutto!
– Bene, bene, perché non siete a scuola adesso? La Conoscenza vi chiama – Lucio sorrise – e voi…
– E noi abbiamo deciso di scappare: abbiamo sentito che dovevano portare gli elefanti. Volevamo così tanto vederli! Ma forse avremo ancora tempo per rientrare prima della fine delle lezioni.