Читать книгу Avventure nell’antica Roma - - Страница 7

Capitolo 5. Volo e atterraggio

Оглавление

All’improvviso, letteralmente in una frazione di secondo, fui di nuovo trafitta dalla sensazione, come lì al sole in cortile, solo ancora più forte, che proprio in quel momento sarebbe successo qualcosa senza precedenti! Ma non ebbi nemmeno il tempo di pensarci. Subito si fece buio nei miei occhi e la stanza iniziò a girare intorno a noi, sempre più velocemente, stavo volando in un abisso nero e un fischio incomprensibile e una strana melodia dal vento risuonavano nelle mie orecchie.

– Ecco qua, ah ah – dissi ad Antonio, svegliandomi e cercando di guardarmi attorno.

Eravamo circondati dall’oscurità, trafitti da sottili raggi di luce. Filtravano debolmente attraverso strette fessure nelle fine pareti di legno ricavate da vecchie assi. Cercai di alzarmi, ma le mie braccia e le mie gambe affondarono come nella sabbia.

– Sei qui? – gridai nel buio.

– Sono qui – rispose incerto Antonio – ma qui dove…

I suoi movimenti esitanti si udirono nelle vicinanze.

– Davvero, dove siamo? Sembra una specie di fienile o magazzino – i miei occhi si erano quasi abituati alla semioscurità e mi guardai intorno. Eravamo seduti su enormi montagne di grano, alte brocche di argilla stavano contro le pareti e fasci di fieno giacevano ovunque.

– Tranquillo! Penso che ci sia qualcun altro qui – sussurrò Antonio da qualche parte nelle vicinanze.

Noi, cercando di muoverci in silenzio, strisciammo sulle anche fino ai cumuli di paglia che salivano quasi fino al soffitto, e guardammo attentamente dietro di loro in un lontano angolo buio, da dove potevamo sentire un fruscio.

– Oh, sì, è un pony! – esclamò sollevato Antonio, ridendo. Si alzò e si raddrizzò in tutta la sua altezza.

Tre piccoli puledri apparvero davanti ai nostri occhi: uno grigio, uno nero e uno rosso. In piedi in un recinto masticavano tranquillamente il fieno, scuotendo di tanto in tanto la testa e la coda per allontanare le mosche fastidiose.

– È veramente molto carino – detti una pacca sulla criniera al puledro rosso più piccolo, lui sembrò annuire e continuò il suo pranzo – ma come capire tutto questo? Dov’è la nostra scuola e la nostra biblioteca?

Gli altri due ci guardarono sorpresi, ma non interruppero il pasto.

– Guardiamo fuori, è davvero molto strano…

Cominciammo a dirigerci verso la porta leggermente aperta, cadendo ad ogni passo sui cumuli di grano alti quasi fino alle ginocchia, sbattendo contro alcuni sacchi ammucchiati e fasci di erbe aromatiche essiccate. La vecchia porta ruvida della stalla non era chiusa ermeticamente, ma si rivelò pesante e si muoveva molto lentamente. Con tutto il nostro corpo appoggiato, quasi non la spostammo dal suo posto, ma la aprimmo solo leggermente e ci sporgemmo fuori.

I miei occhi, appena abituati all’oscurità, furono immediatamente accecati dal sole splendente.

Oltre alla luce del sole che ci colpiva direttamente in faccia, fummo investiti da un rapido turbinio di suoni e odori. Una folla di persone vestite in modo stravagante correva tra i banconi e i cesti con uva, olive, mele, melograni rossi, pesche, albicocche, fichi, noci, verdure luccicanti, carri con cavalli stavano sotto tettoie improvvisate, bambini urlanti correvano, polli chiocciavano, le pecore belavano in lontananza. Si udiva il chiacchiericcio di migliaia di voci, tra le quali non si distingueva nulla. L’odore dolce e pungente delle spezie colpì il mio naso: chiodi di garofano, cardamomo, foglie di alloro e l’odore legnoso e speziato dello zafferano. Un gruppo di uomini passava con identiche vesti bianche e sopra le orecchie con ghirlande arruffate sulle loro teste. Sopra tutto questo pandemonio, tumulto e folla, sopra il viavai frettoloso, aggiungendo irrealtà a tutto ciò che stava accadendo, torreggiava la statua di un gigantesco elefante dorato, scintillante al sole.

– Mamma mia! – il mio stupore fu senza limiti. Rimanemmo lì e guardammo con tutti i nostri occhi spalancati.

– Non capisco niente! Sembra una specie di mercato – mormorò Antonio sconcertato.

– Non noti nulla?

– Vedo tutto! Cosa intendi esattamente?

– Guarda meglio: non vedi niente di molto strano?

– È più facile dire che non mi sembra strano.

– Se fai attenzione: ci sono solo uomini in questo mercato!

– Ma è vero… Anche se, guarda, c’è una donna con una veste colorata che cammina in lontananza.

– Sì, ma il nocciolo della questione è che si trova sola e ci sono centinaia di uomini in giro, sia venditori che acquirenti. Puoi notare solo un paio di commercianti donne.

– Non è che per caso siamo finiti in qualche bazar orientale?

– Ma come è potuto succedere?

– Come sia successo è una questione secondaria, anche se non meno importante, ma dove siamo, vorrei saperlo prima di tutto.

– Guarda, lì in lontananza si erge un tempio con colonne, come il nostro a Roma. Il tempio romano non può essere confuso con nessun altro!

– Qui a Roma? Come te lo spieghi? – disse Antonio, puntando lo sguardo verso lo strano corteo.

Muovendosi lentamente tra la folla, come se fluttuasse o si librasse sopra di essa, ondeggiava una lettiga: una sorta di barella coperta su lunghi pali, che sembrava una tenda bianca come la neve. Quattro uomini forti e alti la portavano sulle spalle: due davanti e due dietro la tenda. Il percorso fu aperto loro da una guardia incredibilmente alta, molto scura, dai capelli neri, con lo sguardo spietato di un guerriero, un naso storto e una cicatrice sul viso. Indossava una tunica scura, i suoi capelli lunghi e ruvidi raccolti in una coda di cavallo. Con voce forte e aspra diede ordine di aprire la strada: la gente gli lasciò immediatamente il passo. La spada, la cui elsa teneva in una mano e la frusta nell’altra, gli conferiva un peso speciale.

Il vento scuoteva il tessuto leggero della tenda e riuscimmo solo a intravedere il profilo sottile di una bellissima giovane seduta lì, vestita di bianco, con la testa coperta. Il medaglione rotondo che portava al collo balenò al sole, ma la sua mano, decorata con bracciali, tirò indietro la tenda.

– Oh! Sembra che siamo davvero da qualche parte in Oriente – continuava a stupirsi Antonio.

– Aspetta, lì si muovono ancora sulle lettighe?

– Ascoltiamo che lingua parlano qui e tutto diventerà subito chiaro.

Ci sporgemmo da dietro la porta, ancora timorosi di uscire. Nel rumore e nel frastuono che regnavano intorno, era difficile capire e distinguere le singole parole.

– Senti, penso che sia italiano, ma è un po’ strano, come un dialetto incomprensibile. – Capisco anche quasi tutto: questi due stanno discutendo dei prezzi dei fichi e delle mele – dissi, indicando il banco di frutta più vicino, dove c’era un commercio vivace e si era formata una coda.

– Sembra qualcosa come latino.

– Questi tre che sono appena passati parlavano greco, ho subito riconosciuto la lingua, anche se non ho capito una parola…

Prima che avessi il tempo di finire di parlare, sentii delle urla in lontananza, poi imprecazioni e urla violente. La folla si agitò, tutte le teste si girarono in una direzione: verso la lettiga in ritirata.

– Vedi qualcosa? Cosa sta succedendo? – Antonio allungò il collo e si alzò in punta di piedi.

All’improvviso, un ragazzo con gli occhi spaventati corse dritto verso di noi, muovendosi rapidamente e abilmente tra le file dei negozi. Stava fuggendo dai suoi inseguitori, i quali, essendo meno delicati, stavano abbattendo tutto sul loro cammino e spingevano le persone da parte con forza. La distanza tra loro si stava rapidamente riducendo.

Senza un attimo di esitazione, e senza nemmeno avere il tempo di pensare a chi avesse ragione e chi avesse torto, accorremmo in suo aiuto.

– Qui! Seguici, puoi nasconderti qui – Antonio gli prese la mano.

– Sbrigati prima che ci vedano!

Non ci volle molto per convincerlo. Ci tuffammo rapidamente nell’oscurità della stalla e, seduti tra le enormi montagne di fieno, iniziammo a monitorare ciò che stava accadendo sulla strada attraverso una fessura. La stessa guardia alta e scura con la cicatrice passò di corsa e altre due si affrettarono dietro di lui. Senza aprire la strada, rovesciando cesti di frutta, saltando sui banconi, scomparvero di nuovo tra la folla, dirigendosi verso l’elefante d’oro. C’era trambusto ovunque. Una mela da un cesto rovesciato rotolò quasi fino alla stalla. Antonio raggiunse la fessura e l’afferrò rapidamente.

– Non mangio niente da stamattina! – addentò con uno scricchiolio la mela rossa e succosa.

Il fuggitivo si rivolse a noi e ci guardò con interesse, e noi cercammo di vederlo nella semioscurità.

Davanti a noi c’era un ragazzo molto giovane, poco più grande di noi, basso, magro, ma forte. I capelli ondulati schiariti dal sole erano insolitamente tagliati a scala e cadevano sulle spalle, ricordando l’acconciatura delle statue di Alessandro Magno. Una strana dissonanza fu immediatamente evidente nel suo aspetto: gli stracci laceri che indossava non si combinavano in alcun modo con la sua postura orgogliosa, i modi sicuri di sé, la speciale spiritualità nel suo sguardo e la raffinatezza del suo intero aspetto. Le sue mani attirarono immediatamente l’attenzione: insolitamente bianche e ben curate, con le quali risistemava costantemente i suoi stracci che scivolavano di lato.

– Non faticano né filano – ricordai dal Vangelo di Luca.

– Hai notato anche tu? – disse Antonio a bassa voce. Sembrava che io avessi espresso i miei pensieri ad alta voce. Indubbiamente era difficile immaginare questo ragazzo lavorare o filare.

Con un sospiro di sollievo, si tolse dalla testa gli stracci sporchi, come un vecchio sacco, gettandoli nell’angolo della stalla, e rimase con una veste viola brillante, gettata sulle spalle come un mantello corto e leggero, ricamato con stelle d’oro, con bordo dorato e nappine indossate sopra un candido chitone e fissate con un prezioso fermaglio sulla spalla destra.

– Non avete idea di quanto mi siate stati d’aiuto – esclamò il ragazzo, riprendendo fiato – Sì, mi avete appena salvato!

Ci guardò con curiosità, diventando sempre più sorpreso.

– Come sembri strano, cioè sei vestito in modo strano – disse infine.

Antonio quasi si strozzò con la mela che continuava a masticare:

– Siamo noi quelli che sembrano strani?

– Faresti meglio a guardarti – aggiunsi, osservando la sua sagoma, come se fosse avvolta in un lenzuolo multicolore. In quel momento, da qualche parte tra le pieghe dei suoi vestiti, tirò fuori uno stupido berretto di pelle a tesa larga, che sembrava una frittella, e se lo calcò sulla sommità della testa.

– Credo di capire cosa intendi, sono appena tornato da Atene l’altro giorno, ecco perché sono ancora vestito alla greca. Probabilmente è quello che intendevi, vero?

– In realtà non è proprio così…

– Oh, è così che vanno adesso in Grecia. Accidenti!

– Cosa ci fate qui in questo magazzino? – chiese, guardandosi intorno, osservando le montagne di grano, il fieno e i pony che masticavano pacificamente il loro pranzo nell’angolo.

– Vorremmo saperlo anche noi – gli rispose Antonio.

Lo sconosciuto sorrise, considerandolo uno scherzo. Si avvicinò alla porta e cominciò a guardare la strada attraverso la fessura, e noi, a nostra volta, continuammo a guardarlo.

– Allora cosa è successo lì, cosa ha causato tutto questo trambusto? Perché sei scappato da loro? – chiese incuriosito Antonio.

Il nostro fuggitivo distolse lo sguardo dai suoi pensieri e si rivolse a noi. I suoi occhi improvvisamente brillarono e la sua voce si fece più forte per l’indignazione.

– Questo non è niente! Questo spregevole schiavo si è permesso di spingermi! Quello con la cicatrice sul viso. Se dopo si fosse scusato, forse sarei stato pronto a perdonare, anche se sono una persona orgogliosa – una rabbia giustificata suonava così in ogni sua parola – Ma non è tutto! Mi ha colpito con la frusta! Una frusta! Su di me!

– Spero che qui la parola schiavo sia in senso figurato, per così dire, sotto forma di iperbole – sussurrai ad Antonio.

– Non potevo sopportarlo! – lo sconosciuto continuava a essere indignato – Naturalmente, senza esitazione, gli ho detto tutto ciò che si merita!

– Ma eri vestito da mendicante, vero? E perché un simile travestimento, perché hai messo questi stracci sui tuoi ricchi vestiti?

– È vero. Hai ragione… Cosa posso dire adesso…

A questo punto borbottò qualcosa di incomprensibile, da cui con una certa difficoltà si capì che avrebbe voluto vedere la ragazza di cui era innamorato, ma che la sua famiglia aristocratica non approvava la sua scelta, per cui ogni volta era costretto a cambiarsi d’abito in quel modo, fingendosi un mendicante per restare in incognito, arrivare a casa sua e almeno guardarla da lontano.

– Ma questo schiavo si è rivelato essere il capo della guardia delle vestali! E con loro non bisogna scherzare, immaginate che scandalo sarebbe scoppiato se mi avessero riconosciuto e avessero chiamato i miei genitori!

Alla parola “vergini vestali”, i nostri occhi si spalancarono per lo stupore. Il fuggitivo lo capì a modo suo:

– Sì, lo scandalo sarebbe a livello statale!

Antonio ed io ci guardammo sperando ciascuno di aver capito male. Ma la sorpresa scritta sul volto di ognuno di noi non faceva altro che confermare che avevamo sentito tutto bene.

– Vestale? Hai detto “vestale”? – chiesi di nuovo.

– Certo, probabilmente hai visto la sua lettiga. È difficile non notarla.

– Cioè di quelle stesse Vergini Vestali che mantengono la castità e conservano la fiamma eterna nel tempio di Vesta nell’antica Roma?

– Esattamente proprio di quelle! Ma perché nell’antica Roma, nella Roma ordinaria, di oggi. Vi faccio notare che Roma è un luogo molto moderno, anche se non così sviluppato e prospero come Atene, da dove sono appena tornato dagli studi.

Ci sembrava tutto uno spettacolo ridicolo.

– Forse è impazzito? – chiesi tranquillamente ad Antonio.

– Anche tutti quelli intorno a noi sono impazziti? – Fece un cenno verso la strada.

– Ma questo non può essere! Tu stesso capisci che ci deve essere una spiegazione per tutto ciò! Le Vestali scomparvero, aspetta un attimo… intorno circa al IV secolo, all’inizio dell’era cristiana. Hai idea di cosa significhi?

– Lidia, ti piace pensare razionalmente! Ma devi ammetterlo, il mondo è pieno di segreti inspiegabili! – sembrava che Antonio, dotato di una discreta dose di fantasia, cominciasse ad estasiarsi per l’impensabilità di quello su cui cominciavamo a prendere coscienza. I suoi occhi si illuminarono. – Roma! Antica Roma: ecco dove siamo finiti! Che fortuna eccezionale, perché vedremo tutto con i nostri occhi!

Avventure nell’antica Roma

Подняться наверх