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Capitolo 6. Mercato delle erbe, Foro Boario e Colonna del latte

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– È ora di uscire da qui – il fuggitivo interruppe la nostra conversazione.

– Non pensi che sia ancora pericoloso, non torneranno? – chiesi, per ogni evenienza.

– Guardate voi stessi! – disse ad alta voce il nostro sconosciuto, senza nascondersi più, spalancando la porta, che rispose con un cigolio assordante. Ma nessuno si voltò nella nostra direzione: tutti gli occhi erano puntati da qualche parte all’altra estremità della strada.

– Sembra che la nostra vergine vestale e le sue guardie abbiano qualcosa di più interessante da fare! Guardate – lungo la strada stava procedendo un corteo con i detenuti. Le guardie li stavano conducendo all’esecuzione sulla rupe Tarpea, dalla quale venivano gettati i criminali. Forse la vestale era di buon umore dopo cena o semplicemente voleva mettere in mostra una nuova scena, ad ogni modo fermò il corteo con i prigionieri e decise di perdonarli, avvalendosi del suo potere esclusivo.

– Com’è umana! Che animo nobile! – esclamai.

– Non illuderti, forse lo ha fatto solo peché si stava annoiando. Ma in ogni caso questa cosa va a nostro vantaggio; ora nessuno si accorgerà di noi tra la folla. Andiamo!

Tutti infatti guardavano il nuovo spettacolo, bambini e curiosi cercavano di avvicinarsi facendosi largo con i gomiti per guardare i volti felici di chi era appena scampato alla morte, grazie ad un’incredibile occasione.

Uscimmo in strada per seguire la nostra nuova conoscenza; la folla non ci prestò la minima attenzione. Cosicché nessuno ora avrebbe riconosciuto il giovane e raffinato nobile con la postura orgogliosa dal precedente straccione.

– Ma non mi sono ancora presentato a voi, chiedo scusa. Il mio nome è Lucio Calpurnio Bibulo! – proclamò solennemente, probabilmente aspettandosi di suscitare in noi con il suo nome un’impressione straordinaria.

– Molto piacere – rispose educatamente Antonio – che nome insolito. Io sono Antonio, e questa è mia sorella Lidia!

Evidentemente, non vedendo un’adeguata agitazione e stupore al suono del suo nome, decise di spiegare ulteriormente:

– Secondo la leggenda, la nostra famiglia dei Calpurni ha origine da Calpo stesso, figlio del re romano Numa Pompilio!

– Veramente? Sorprendente! – cercammo di fingere ammirazione per non offenderlo, non volevamo deludere la nostra nuova conoscenza.

– Semplicemente fantastico! Non può essere! – aggiungemmo ad ogni buon conto.

Avendo finalmente ricevuto la reazione attesa, assunse subito un’espressione soddisfatta, dimostrando che nulla di tutto ciò contasse davvero tra buoni amici come noi.

– Di solito mi chiamano semplicemente: “Bibulo”, disse in tono piuttosto bonario – ma a me piace di più “Lucio”!

– Va bene, allora ti chiameremo Lucio! – dissi.

Si muoveva rapido e agile tra le file del mercato e riuscivamo a malapena a stargli dietro.

– Non sarà un caso che abbia menzionato il re romano che scrisse il libretto che ci ha “mandato” qui, mi sussurrò Antonio all’orecchio. – A proposito, dov’è?

– Non so quando è stata l’ultima volta che l’hai tenuto tra le mani.

– Ma quando siamo volati via, cioè, abbiamo cominciato a cadere, cioè… Insomma, adesso non ce l’ho.

Il rumore e il frastuono del mercato regnavano tutt’intorno; anche a distanza di un braccio era difficile toccarsi l’uno con l’altra. Un gregge di pecore ci passò accanto, gli agnellini più piccoli sembravano graziosi batuffoli bianchi che si aggrovigliavano sotto i piedi di tutti. Uno dei banconi era pieno di anfore di argilla di varie dimensioni, dalle più piccole alle enormi, quasi a misura d’uomo. Una piccola anfora cadde e si ruppe, colpita da un carro dal quale grugnivano i maialini, e l’olio in essa contenuto si rovesciò formando subito una pozzanghera e tutti dovettero saltarci sopra. Antonio scivolò e quasi cadde.

– Ho già capito che venite da lontano – disse Lucio rivolto a noi. – A Roma nessuno rimane sorpreso con gli stranieri, il vostro dialetto è un po’ diverso. Io stesso studio ad Atene da diversi anni e l’altro giorno sono tornato a casa a Roma, dai miei genitori. Nei primi giorni a volte mi sento ancora un estraneo. Dove siete diretti, forse posso indicarvi la strada?

Eravamo confusi da una domanda così semplice. E davvero, dove eravamo diretti?

– Sarebbe bello – ci guardammo io e Antonio – sarebbe bello tornare a scuola…

– Oh, siete nuovi studenti! C’era da aspettarselo, come ho potuto non intuirlo subito! Gli studenti vengono nella nostra scuola anche da paesi molto lontani.

In assenza di un’altra idea più plausibile, facemmo un cenno di assenso con la testa.

– Non è lontana, seguitemi!

Per qualche motivo eravamo sicuri che non appena fossimo arrivati alla scuola forse saremmo potuti tornare indietro. Almeno si sarebbe subito chiarito tutto. Ma allo stesso tempo non credevamo che tutto potesse risolversi in maniera così semplice.

– Lasciate che vi faccia da guida – si offrì gentilmente Lucio. – Vi mostrerò la vera Roma!

Nel frattempo, ci facemmo strada tra innumerevoli gruppi di persone: da tutte le parti si stava svolgendo un vivace commercio. Dal ronzio di voci in diverse lingue, dall’odore inebriante di spezie ed erbe aromatiche, abiti luminosi e colorati, dalla polvere che turbinava sotto i nostri piedi al sole, le nostre teste giravano e sembrava che tutto intorno fosse avvolto in una sorta di nebbia favolosa. Superammo un’enorme statua di un elefante dorato e poi davanti a noi apparve una statua altrettanto gigantesca di un toro, anch’essa scintillante al sole.

– Semplicemente incredibile! Fantastico! – Antonio non smetteva mai di ammirare, guardandosi intorno con entusiasmo.

– Stai parlando di questa statua di toro? Sì, uno spettacolo fantastico, ma non del tutto di mio gusto.

– È fatta di vero oro?

– No, è di bronzo, un paio di secoli fa fu portata da Egina come trofeo. Decisero di installare una statua di elefante nel mercato dell’olio (Foro Olitorio) e una statua di toro nel Foro Boario, scioccando pellegrini, mercanti e commercianti che arrivavano qui da tutto il mondo. E la statua dell’Elefante dell’erba, Elephas herbarius, è completamente nuova, è stata fusa in bronzo a spese dei commercianti di erbe locali. Successivamente il mercato dell’olio cominciò a chiamarsi mercato delle erbe.

All’improvviso la folla si aprì, lasciando il posto a uno stormo di oche, che camminava in modo solenne, accompagnato da due donne in tuniche leggere. Usavano ramoscelli per guidare le oche nella giusta direzione. La gente si faceva da parte, spostava i carri, lasciando il posto alle oche, e camminavano una dopo l’altra con il becco alzato con orgoglio, allungando il collo e sbattendo le zampe rosse sul pavimento della strada.

– Oh, hanno portato di nuovo le oche al tempio di Giunone al Campidoglio. Da quando le oche hanno salvato Roma, qui vengono rispettate.

– Le oche hanno salvato Roma?

– Quindi non lo sapete? – Lucio rimase sorpreso. – Quando i Galli circondarono la fortezza capitolina col favore dell’oscurità, i cani rimasero in silenzio, ma le oche allarmate svegliarono i romani addormentati, che riuscirono rapidamente a organizzare la difesa della fortezza e a respingere i Galli. Così le oche salvarono Roma!

– Sì, le oche si sono mostrate degne. Guarda, questo è il tempio di Portuno – spinsi Antonio di lato.

– Ma è esattamente lo stesso di adesso, non è cambiato per niente! Questo è possibile solo a Roma! – mormorò ammirato.

In lontananza, svettava sopra la folla del mercato un magnifico tempio di travertino grigio chiaro su un alto podio con quattro colonne ioniche sulla facciata principale. Vi conduceva un’ampia scalinata in pietra. Il fregio sotto l’alto tetto era riccamente decorato con decorazioni in stucco raffiguranti teste di toro e ghirlande. Su tutti i lati il tempio era circondato da cespugli di oleandri fioriti, i cui fiori rosa velenosi emanavano un dolce odore al sole, e il vento lo trasportava, mescolandolo con l’aroma delle spezie.

– Questo tempio è qui fin dai tempi di Servio Tullio, il sesto re di Roma. Venite qui quando ci saranno i Portunalia, non ve ne pentirete. Assisterete ad un vero spettacolo: all’ingresso gettano le chiavi nel fuoco per purificarle, e per tutto il giorno, fino a sera, chiatte e zattere addobbate di fiori galleggiano lungo il Tevere. Le luci su di esse si riflettono sulla superficie dell’acqua e lungo le rive si sentono i canti dei marinai e dei pescatori. Davanti al tempio viene fritto il pesce fresco del mattino per tutto il popolo.

– Come racconti bene! – notai. – Posso immaginare tutto proprio come in un dipinto.

– Non potrei fare altrimenti, l’oratoria è una delle materie principali della nostra scuola – rispose con orgoglio il nostro straordinario interlocutore. – Le persone nascono poeti, ma diventano oratori, come ama dire uno dei nostri amici.

– Probabilmente il tuo amico ha ragione. Sarebbe interessante vedere una festa del genere! Non so se riusciremo a venire per i Portunalia – disse Antonio in modo significativo.



– Ma proprio lì dietro dovrebbe esserci il tempio di Ercole il Vittorioso in marmo greco, se non ricordo male. Ah, eccolo qui, di forma rotonda, tra i cipressi. Che bello, dopo secoli, è sempre lo stesso!

– Fu in questi luoghi che Ercole sconfisse il mostro, il gigante Caco, che viveva in una grotta – disse Lucio. – Mentre Ercole stava dormendo, l’astuto Caco si avvicinò furtivamente coperto dall’oscurità e gli rubò quattro tori e quattro mucche. Li condusse fuori per la coda in modo che le tracce dell’animale conducessero nella direzione della grotta e non fuori. Ma Ercole, quando si svegliò, udì il muggito delle mucche dalla tana di Caco, si avventò sul gigante e lo sconfisse nella lotta. Pertanto, qui fu eretto un tempio in suo onore.

– Una leggenda davvero interessante. Mi sembra di averla già sentita o letta da qualche parte.

– Perché una leggenda? Sono sicuro che questo è esattamente ciò che è successo nella realtà. – Ercole salvò i romani dal gigante malvagio.

– Ma dai, stai scherzando?

All’improvviso, accanto a noi, in mezzo al chiasso di una folla rumorosa, si udì distintamente il grido di un bambino. Molte altre voci di bambini si unirono alla sua.

– Avete sentito? – Mi bloccai all’improvviso. – Deve essere successo qualcosa!

– Non è successo niente. O meglio, ogni giorno accade la stessa cosa – spiegò Lucio. – Questa è la Colonna del Latte. Qui i genitori lasciano i neonati se la madre non ha latte, e talvolta anche i figli più grandi che non possono nutrire.

– Che peccato per i bambini – dissi tristemente, guardando uno di loro che gattonava attorno ad una colonna di marmo posta su un piedistallo, e gli altri due più grandi seduti lì vicino – che destino li attenderà…

– Forse non sarà così triste, dopo tutto. Molti anni fa i miei genitori ospitarono in casa nostra tre bambini che erano stati lasciati alla Colonna del Latte. Adesso sono adulti, vivono a casa nostra, aiutano in cucina e sono abbastanza contenti della loro sorte.

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