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CAPITOLO IV

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Il ragazzo raccattato per la strada dallo sconosciuto si mise a mangiare con una voracità, la quale ben provava il suo lungo digiuno. Lo sconosciuto lo guardava con una specie di compassione e di soddisfacimento.

– La fame! diceva egli fra sè. Vi hanno tante creature al mondo che s'allevano avendo questa trista compagna al fianco, la quale o non li lascia mai nella vita, o se li abbandona un istante gli è per aspettarli al varco nel giungere della vecchiaia o nel sopravvenire d'un'infermità! Malesnada fames! Ah ti conosco, spettro scarno e terribile che spingi al disonore e al delitto! Ho sentito nelle mie viscere i tuoi morsi di iena, sciagurata figliuola della miseria!.. E chi mi avesse detto allora che avrei potuto un giorno sfamare un più povero di me!.. Mangia, mangia, misero fanciullo destinato a lottar tutta la vita cogli stenti nei bassi fondi dell'agglomerazione umana. La sorte ti ha gettato nel fango della più meschina e più corrotta plebe. Saprai tu, potrai tu levartene collo sforzo della tua volontà, colla virtù delle tue opere?

Appoggiò i gomiti sulla tavola, reclinò il capo fra le mani, e stringendosi con queste la fronte vasta e intelligente, stette immerso ne' suoi pensieri.

Egli era colla mente lontano le mille miglia da quel luogo, da quel momento, quando alcune delle parole pronunziate al desco vicino, appunto perchè corrispondevano alla qualità della sua meditazione, penetrarono sino al suo intelletto, e ne chiamarono l'attenzione. Lo sconosciuto levò il capo, e stette ad ascoltare con interesse ch'e' non pensò neppur di nascondere.

Quell'uomo che abbiamo udito chiamarsi Marcaccio, così parlava al suo compagno:

– Gua', Andrea, la cosa è chiara. I preti dicono che gli è un Dio che ha fatto la baracca del mondo; per me credo piuttosto che è il diavolo. Chiunque sia, fece le cose da maligno o da cieco, e piantò per regola la più solenne ingiustizia… Andrea! Corpo di mille sacramenti! Non hai tu mai pensato perchè ci hanno da essere dei ricchi a crogiolarsi nell'ozio e dei poveri che si fanno a correggiuole la pelle?

– Ah sì! Balbettava Andrea quasi compiutamente ubbriaco, dondolando il capo come se gli fosse troppo grave da reggere. Perchè ci hanno da essere dei poveri?

– E sopratutto, perchè abbiamo ad esser poveri noi? Tu, io… Io stesso, per mille e cento Satanassi… Se le ricchezze fossero lì in libertà, a tiro di mano della gente, a chi piglia piglia, oh che non ti sentiresti tu di arraffarne la tua buona porzione facendoti strada a cazzotti in mezzo alla ressa? Vorrei trovarmici allo sbaraglio, sacramento! che sì che farei stare a mostaccioni tutti costoro che hanno ora la fortuna, pani in molle che con un dito mi sento di mandarli le gambe in aria… E se Dio o il demonio ci ha dato questa forza delle braccia a noi poveri, perchè abbiamo da non usarla e lasciarci far la legge da una schiera di minchioni e di birbanti, che sono più deboli, che godono i dolci ozi mantenuti dai nostri sudori? Noi poveri siamo più forti e siamo in più. È una cosa assurda che ci lasciamo morir di fame guardando la tavola ben servita degli altri che sono più deboli e che sono in meno. Capisci?

E scuoteva per la carniera il suo compagno, il quale sempre più ubbriaco ripeteva balbettando:

– Capisco!.. Sono in meno.

– Che cosa dunque ci manca a noi, eh?

– Ah si! Che ci manca?.. Ci manca tutto… Ho da pagare l'affitto a messer Nariccia, e non ho denari… Ho da comprar pane e vesti ai miei bambini che gridan dalla fame e treman dal freddo; e non ho quattrini… Ho una buona donna di moglie che sta poco bene, che un giorno o l'altro andrà a creparmi all'ospedale… e non ho un po' di monete da farla curare… E non c'è lavoro… E non so da che parte voltarmi… E sono disperato… Ecco!

La commozione lo guadagnava non ostante la sua ebbrezza: due lagrime gli colarono giù per le guancie: e il suo capo gli dondolava con mossa veramente dolorosa. Alzò alle labbra la mano che teneva il bicchiere quasi pieno e lo tracannò d'un fiato.

Marcaccio, tirando di nuovo Andrea per la casacca, riprendeva, come se non fosse stato interrotto:

– Ci manca d'essere uniti e di aver un po' di coraggio nelle budella, e di liberarci da certi scrupoli di femminetta che son quelli che ci danno piedi e mani legati in balìa dei ricchi. Mi capisci?

Andrea accennava col capo di sì, ma il suo sguardo incerto ed offuscato dinotava che troppo confusa oramai era la sua intelligenza per avere un'idea chiara ed esatta delle cose che gli venivan dette.

– To'! Se un bel giorno tutti i poveri, tutti quelli che stentan la vita nel lavoro se la intendessero insieme e gridassero: non vogliamo più esser poveri, vogliamo spartire con voi, ricchi, quei tanti denari che avete; vogliamo farla finita di questa ingiustizia che a noi nega la polenta ed a voi dà le quaglie arrosto; non credi tu che bisognerebbe il mondo passasse per quella, e non ci varrebbero nè carabinieri, nè arcieri, nè soldati, nè tribunali, nè i mille terremoti del sacramento a dettarci più la legge? Hai capito?

– Ho capito: ripeteva balbuziente Andrea.

– Ma gli è che siamo degl'imbecilli e dei codardi a lasciarci calpestare così… Gli è ciò che dice sempre quel furbacchione che è il medichino. Quello è un capo di vaglia! Egli ha studiato, egli sa come può sapere qualunque dei ricchi che compra la scienza nei libri stampati. Queste cose che io capisco col mio buon senso, egli le ragiona per quinci e per quindi; e ti prova per due e due fan quattro, come, poichè siam posti qui in questa baraonda, ci abbiamo il diritto di stare, e siccome per vivere bisogna mangiare, abbiamo diritto di avere il pane assicurato, ed essendo che questo pane ci viene negato, corpo di mille diavoli, abbiamo il diritto di pigliarcelo da chi ne ha troppo… È chiaro?

– È chiaro: ripetè ancora l'ubbriaco, dondolando sempre la testa a suo modo.

Marcaccio si fece ancora più presso al suo compagno, si curvò maggiormente verso di lui, e scuotendolo di nuovo ai panni affine di farsene ascoltare con più attenzione, continuò abbassando un poco la voce:

– Di questi ricconi che ne han troppi e lascian morire il povero di fame ce n'è a fusone, e ne conosciam tutti. Tu ne conosci uno che qualche volta pure si degna di farti l'ingiuria dell'elemosina.

– Elemosina? balbettò Andrea battendo col fondo del bicchiere sulla tavola. Sì, è una cosa che fa vergogna… Un uomo come me aver da domandare l'elemosina!

– Aver da domandare, umiliandoci, quello che ci viene per diritto e per natura, il pane da vivere!.. È una scelleraggine… E ancora, sì che troviamo facilmente chi ci faccia elemosina!.. I ricchi hanno il cuor duro come i zamponi del cavallo di marmo. Andate a lavorare, ci dicono con disdegno; è la gran ragione che hanno sempre in bocca: andate a lavorare.

– Lavorare!.. Ripeteva l'altro sempre più ubbriaco. Ma dove trovarne del lavoro?.. Piaceva anche a me una volta il lavorare…

– Eri un babbuino.

– Dall'alba al tramonto, sempre la lima o il martello in mano, e giù allegramente.

Scosse la testa, in guisa di rimpianto doloroso.

– Ah! bei tempi erano quelli! Il corpo stanco, l'anima tranquilla e il borsellino guarnito… Come si dormiva! E con che gusto si mangiava quel boccone di pane! I bambini non piangevano; la moglie non tossiva E poi?.. E poi il demonio mi ha gettato te fra le gambe… Tu, Marcaccio, mi hai insegnato il cammino dell'osteria e disappreso quello del lavoro… Mi ci sono divezzato… Il principale presso cui lavoravo, mi ha mandato via come un ubbriacone… Poi un altro idemme… Non ne ho più trovato di lavoro, non ne trovo più, e sono alla miseria!

Si dirizzò un momento del corpo sulle anche, e un raggio d'intelligenza balenò fugacemente nel suo sguardo avvinazzato.

– To', la cagione d'ogni mio malanno sei tu.

– Eh via! rispose Marcaccio con accento tra beffardo e minaccioso. Queste le sono sciocchezze… Bevi!

E gli mescette nel bicchiere.

Quel lampo d'intelligenza ratto svanì in Andrea; il suo corpo s'accasciò di nuovo contro la parete, e con atto automatico la sua mano gli recò alle labbra il bicchiere riempitogli da Marcaccio.

– Che? Ripigliava quest'ultimo: tu rimpiangeresti quel tempo in cui ti frustavi la vita senza riposo, senza mai un momento di piacere? Oh che siamo animali da tirar la carretta come i muli, sotto la sferza del bisogno? Io non domando solamente che mi si dia il pane da non crepare, domando un po' di quei tanti beni che godono i ricchi… Lavoro! Lavoro! È l'antifona che ci cantano sempre. Ed essi lavorano forse, i ricchi? Siamo tutti uomini uguali, lo dice anche il Catechismo, ed a pugni anzi noi la facciam bere agli altri… Dunque perchè a loro tutto, ed a noi niente?.. È tempo che ciò finisca.

– Sì, è tempo che finisca: ripeteva ancora Andrea.

– Ti dicevo d'un riccone che tu conosci, e che di quando in quando ti umilia con un po' di elemosina. Sai già chi voglio dire: il marchese di Baldissero.

Lo sconosciuto aveva prestato sino allora vivissima attenzione ai discorsi de' suoi due vicini, e quando Marcaccio aveva abbassata la voce, egli, per non perderne pure una parola, s'era sporto della persona ad appressare l'orecchio al parlatore; ora all'udir pronunziato quel nome, sembrò accrescersi ancora l'interessamento con cui ascoltava, e tutto tutto parve intento ad afferrare le parole di Marcaccio.

Codesto vedeva l'oste, il quale, riaccoccolatosi dietro il suo banco, faceva scorrere di sotto alle prominenti occhiaie il suo sguardo da gatto per tutta la stanza dell'osteria.

– Uhm! Diceva egli tra sè di mal umore. Se l'ho detto che codestui era un mercante di fiato… Un novizio però!.. Ve' come si sporge, come allunga il collo e tende gli orecchioni!.. Lo si può riconoscere da lontano le cento miglia… Uhm! Uhm! E quel soro di Marcaccio non ci abbada… Ha tanto giudizio come un fiasco rotto, ed è ubbriaco come una doga… Chi sa che razza di discorsi scomunicati mi sta facendo! Uhm! Non vorrei che compromettesse la mia osteria e me… Quanto a lui vada pure a dar calci a rovaio che poco me ne importa; quantunque con esso ci sia da guadagnare dei bei denari… Che il diavolo lo scavezzi; ma non vorrei che tirasse me nella ragna; e chi sa che cosa può dire, ebbro com'egli è!.. Uhm!.. Bisogna avvertirlo.

E s'alzò da sedere, avviandosi lentamente a suo modo verso il desco occupato da Marcaccio e da Andrea.

– Ah sì, il signor marchese, diceva intanto quest'ultimo: quello è un galantuomo… Oh sì un vero galantuomo!

Marcaccio scrollava compassionevolmente le spalle.

– Un galantuomo! Perchè ti dà qualche soldo di quando in quando di quelli che non sa cosa farne, e ne ha tanti che basterebbero a far vivere dugento altre famiglie.

– Ne dà a tutti: ripigliava con un certo calore Andrea: ne dà a tutti il marchese… io non oso molto comparirgli davanti, perchè me, mi strapazza, e quando strapazza con quella sua voce grave, e con quella sua faccia severa, e con quella sua bella figura da vecchio, a me, lo dico senza vergogna, mi fa un certo effetto… Perchè sento che non ha torto, quando mi dice che sono un fannullone, un tristo arnese e che ho messo sulla paglia la mia famiglia… Sulla paglia? Ne avessimo almeno di paglia!.. Ma mia moglie, alla mia povera moglie, concede tutto ciò che domanda; e se ella osasse andarci più sovente… ma la si vergogna… e massime per me che le tocca sempre difendere innanzi al marchese… Breve! Quello lì è un ricco di cui non si ha da dir male.

– E tu sei uno sciocco che non sai ciò che ti peschi: proruppe Marcaccio. To', bevi ed ascoltami.

Tracannato egli medesimo un colmo bicchiere di vino, Marcaccio ripigliava:

– Quante lire di reddito ha quel galantomone d'un marchese, come tu lo chiami? Ducento mila di certo, e forse più: non è vero?.. Bene. Per vivere ad un uomo quanto occorre, eh?.. Non sapresti dirlo tu, Andrea?.. To', se ti dicessero a te adess'adesso: ti diamo due mila lire all'anno e non hai più nulla da fare, sacr…! tu faresti di salti da toccare il cielo col naso. Vivresti per benone tu e la tua famiglia che siete in sette. Non è così? Or be' a quel marchese facciamola alla larga e diamogli tante duemila all'anno quante persone di suo sangue ha in casa. Duemila lire per lui, due mila per quel superbione di suo figliuolo, un arrogante quello lì che spero non vorrai portare in palma di mano ancor esso; duemila per la moglie del marchese, anche quella una schizzinosa che le vien del cencio solamente a guardarci, duemila ancora per la nipote del marchese, la signorina Virginia…

Lo sconosciuto che stava ascoltando diede in un lieve sussulto all'udir quest'ultimo dolcissimo nome: Andrea si riscosse ancor egli ed interruppe:

– Oh quella è una brava creatura del buon Dio… è una bellezza!.. Cisti! Che bellezza!

– Buono! Riprese con rozza impazienza Marcaccio. Questo non ci ha da che fare. La bellezza di quella immagine dipinta non è fatta per noi miserabili straccioni; e non me ne importa una pipa rotta… Gli è dei lughi che io mi do pensiero… Dunque supponendo che a sto benedetto marchese rimanessero ottomila lire all'anno da mangiarsi in santa pace, non ti pare che avrebbe più che il bisognevole? Cospettone! Altro che!.. Da duecento mila lire togline ottomila, restano cento novantadue mila lirette che a mille franchi ciascuno potrebbero far tranquilli e beati due centinaia di poveri diavoli, come siam noi, io e tu, per mille terremoti! Dico bene? Non è chiaro codesto come due e due fan quattro?

Ed Andrea sempre più stupidito dall'ebbrezza balbettava:

– Sicuro, sicuro; gli è chiaro.

– Povera ignoranza! Mormorava fra sè lo sconosciuto.

Intanto l'oste era giunto al desco dei due bevitori ed ammiccando in un certo modo a Marcaccio, perchè tacesse, s'era seduto sulla panca vicino ad Andrea.

– E così, compari, aveva incominciato a dire, come la va?

Marcaccio guardò lo interruttore di mal occhio.

– Che cosa vieni a ficcar qui il tuo becco, figliuolo della versiera? Gli disse con isgarbo. Chi ti ha chiamato?

E l'oste, facendo boccaccie che lo sconosciuto non poteva scorgere e strabuzzendo sempre gli occhi, per accennare all'uomo che aveva di dietro:

– Che? Rispose. Ti rincresce ch'io venga a domandarti come stai e scambi con voi altri quattro chiacchere?

– Un corno! Gridò Marcaccio. Ne abbiamo noi in via di chiacchere che sono più interessanti delle tue cianciafruscole. Non è vero, Andrea?..

E qui, cambiando ad un tratto di tono, come aveva cambiato di pensiero, secondo che succede alla mente in preda ai fumi del vino, soggiunse:

– Appunto! Tu Pelone che sei volpe vecchia puoi aiutarmi a far capire certo ragioni qui a mastro Andrea che è l'uomo più scrupoloso e più pan bagnato del mondo.

L'ubbriaco si riscosse.

– Io, pan bagnato?.. Corpo d'una saetta, Marcaccio, son capace di mostrarti…

– Mostrarmi le ciambelle. S'io ti dicessi: c'è un bel colpo da fare a questo marchese, e se tu mi aiuti n'avremo in tasca dei bei giallognoli…

L'oste si mise a tossir forte, e di sotto alla tavola diede una gran pestata ad un piede di Marcaccio.

Questi ruppe in una sconcia bestemmia:

– Guarda che fai, oste della malora; mi storpii un piede.

– Al marchese!.. Un colpo! Balbettava Andrea. Di bei giallognoli in tasca!.. E pane pei miei figliuoli…

– Sicuro!.. Pane ed anche companatico… purchè tu voglia.

– No, no, non voglio… Al marchese… Mio benefattore!

– Uh! l'imbecille! susurrava Marcaccio fra i denti, guardando di traverso Andrea.

– Uh! l'imprudente! mormorava Pelone guardando con dispetto insieme e compassione Marcaccio.

– Bene: riprendeva quest'ultimo. Il tuo marchese lasciamolo Stare; ma c'è un altro riccone di nostra conoscenza che credo non vorrai difendere: il sig. Nariccia, il tuo padron di casa.

A quel nome tutto s'annuvolò l'aspetto di Andrea.

– Un birbante! Esclamò egli con uno scoppio di voce.

– Siamo d'accordo: soggiunse Marcaccio. Ed ha i marenghini a palate; ed io so ben bene dove li ripone. Quei marenghini li ha spremuti dai poveri. Pigliarglieli è fare opera meritoria.

L'oste, che aveva invano fino allora tentato ogni mezzo indiretto per far tacere Marcaccio, pensò che era tempo di ricorrere a più efficaci spedienti.

– Ah ah! Diss'egli con un suo riso forzato. Marcaccio è poi sempre quel medesimo che vuol ridere… Le sono le sue solite facezie…

– Facezie! Interrompeva Marcaccio guardando minaccioso Pelone entro gli occhi. Facezie una maledetta!..

Ma l'oste, curvatosi all'orecchio di lui, gli susurrava in fretta in fretta alcune parole che avevano la virtù di fargli cambiare improvviso l'espressione della fisionomia e di farlo sussultare sul suo sedile. Gettò egli ratto lo sguardo sull'uomo che stava col ragazzo al desco li presso, e siccome lo sconosciuto era lontano le mille miglia dal supporre i giudizi che si facevano di lui e i pericoli che lo minacciavano, Marcaccio potè vederlo nell'attitudine che aveva d'un attento ascoltatore dei discorsi de' suoi vicini.

Marcaccio diede un gran pugno sulla tavola che fece trabalzare bottiglie e bicchieri, mandò una fiera bestemmia e disse con tono che non prometteva niente di bene:

– Ora lo aggiusto io!

Si alzò in piedi e si raffermò sulle gambe che gli traballavano un poco, poi datosi un'aggiustatina a quel brandello di cencio che gli serviva di cravatta, rimboccate le maniche sfilacciate agli orli della casacca, mentre fulminava con isguardi pieni di minaccia lo sconosciuto, venne a piantarsi innanzi a quest'ultimo in atto pieno di provocazione.

L'imprudente ascoltatore del colloquio dei due beoni, non tardò ad accorgersi delle ostili intenzioni di Marcaccio, e ne apparve molto contrariato e dirò meglio sgomento. Si trasse egli indietro contro la parete, e là sembrò quasi rannicchiarsi in se stesso, mentre i suoi occhi s'abbassavano paurosi a terra e una pallidezza, maggiore di quella ch'egli aveva quando era entrato in quel luogo, tornava a distendersi sulle sue guancie che il calore di quell'ambiente aveva d'alquanto colorite. Con una ratta sbirciata di sottecchi guardò se il piccino avesse terminato il suo pasto, e certo gli sarebbe stato gradita cosa che ciò fosse, ed egli potesse svignarsela di subito; ma il ragazzo era nel migliore della sua cena; un'altra occhiata intorno alla stanza lo ammonì che in ogni possibil caso, fra tutta la gente che vi era colà, egli non avrebbe potuto trovare aiuto o difesa.

Marcaccio tese una delle sue mani grosse, nere e villose, stretta a pugno, verso la faccia dello sconosciuto, e gli disse con tono affatto rispondente all'insolenza delle parole:

– Orsù, mio bel fusto, qui abbiamo da assestare i conti.

Il giovane così interpellato alzò un momento gli occhi su chi gli parlava: ma li chinò tosto, appena incontrati quelli ferini di costui, che lucevano sinistramente in fondo alle occhiaie sotto le spesse e fulve sopracciglia.

– Che cosa volete? Diss'egli facendo un evidente sforzo per apparire calmo e sicuro, e colla voce che a dispetto di questo sforzo gli tremolava un pochino. Io non vi conosco, nè voi mi conoscete, credo.

– Sì, per Dio, che vi conosco: urlò Marcaccio dando un gran colpo sulla tavola con quel pugno che aveva teso verso il giovane; e la razza di gente a cui voi appartenete, gua' io son uso a trattarla come fo di questo gotto.

E preso un bicchiere sul desco, lo scaraventò per terra mandandolo in mille frantumi.

Tutti coloro che si trovavano nell'osteria, a quello scoppio di voce ed al rumore, si volsero verso la tavola dove succedeva tal scena, ed alcuni alzandosi in piedi, altri appressandosi curiosamente, si apprestarono tutti ad assistere allo spettacolo che prometteva loro un po' di spasso.

Meo mostrò al di fuor della botola la sua faccia da imbecille in cui aveva tanto d'occhi spalancati.

Il ragazzo che mangiava, spaventato, aveva lasciato cader sul piatto il tozzo di pane e il boccon di formaggio in cui mordeva con tanta voglia e si era riparato contro la muraglia quatto quatto, pronto a scivolar per di sotto la tavola a fuggire ogni pericolo.

Lo sconosciuto, più pallido ed inquieto che mai, mandava attorno degli sguardi sgomentati come per cercare una via di scampo.

– Io non vi ho fatto nulla: balbettò egli con voce appena intelligibile. E se qualche cosa di me ha potuto offendervi… posso assicurarvi che la non era mia intenzione affatto affatto.

Le simpatie di tutti gli spettatori di quella scena erano già di natura per Marcaccio contro il signore che era venuto a ficcarsi in mezzo a loro, ma la paura manifestata da quest'ultimo era fatta ancora per accrescergliene l'ostilità, mentre nulla più inferocisce una folla che la timidità della vittima.

Le parole dello sconosciuto furono accompagnate da un mormorio di scherno e di minaccia che accrebbe in Marcaccio la prepotenza e nell'altro lo sgomento.

– Dagli, dagli a quel muscadino: disse apertamente qualcuno.

– Fagli ballare il rigodone!

– Giù, giù su quel cappello!

Mastro Pelone credette sua convenienza d'intromettersi.

– Uhm! mormorava egli fra sè: questo sciamannato mi fa una buggera, ma di quelle… che il fistolo lo colga! Il commissario mi farà chiudere l'osteria, se non mi manda anche me in gattabuia… Che benedetto cervellino da galletto che ha questo scimunito!

Venne presso a Marcaccio e ponendogli chetamente sopra un braccio una di quelle sue mani da scheletro, gli disse con tono dolcereccio e con un sorriso che pareva la smorfia d'un epilettico:

– Via, via, amico mio, stai buono e non facciamo tafferugli…

Ma l'ubbriaco gli si voltava con brutto viso e dandogli una manata nel petto lo respingeva ruvidamente da sè, dicendo in mezzo alle più orride bestemmie:

– Lasciami stare, oste dell'inferno, e va a cacciar il naso nelle porcherie delle tue cazzeruole.

– Uhm! Esclamava Pelone assalito dalla tosse, cadendo seduto sopra una panca. La va a finir male.

Marcaccio tese una mano per prendere lo sconosciuto al bavero del vestito. Il giovane a quell'atto, parve ritrovare un po' d'energia: saltò in piedi di scatto, e schivando la branca dell'ubbriaco, gridò:

– Lasciatemi Che prepotenza è questa? Che vi ho fatto in fin dei conti?

– Che mi hai fatto? Gridò Marcaccio. Mi hai fatto che sei un codardo di spia e che le spie non le voglio tollerare, giuraddio!

Un susurro minaccioso corse per tutta la bettola.

– Una spia! Una spia! Dàlli, dàlli.

Lo sconosciuto ebbe un impeto d'indignazione che gli diede coraggio. Un vivo rossore gli salì alla faccia, la sua fisionomia prese di colpo una espressione di risolutezza e di forza, il suo sguardo folgorò, le vene della nobile fronte diventarono turgide, la persona gli si drizzò con un aspetto di imponente fermezza che non avreste mai più creduto possibile in lui.

– Alla croce di Dio! Gridò egli con voce vibrante. Io una spia! Oh! Non ripetete questa infame parola, sciagurato, o vi pianto questo coltello nel cuore.

Ed afferrato con mano convulsa il coltello che stava sul desco, ne fece balenare la lama alla luce rossiccia della lampada.

Questo atto ne impose a tutta prima all'adunanza ed a Marcaccio medesimo. Vi fu come un momento di stupore; e l'ubbriaco, involontariamente dominato da quella personalità che rivelava la sua potenza, indietreggiò.

Ma lo sforzo non potè durare a lungo nella indebolita natura di quell'essere strano; di subito egli divenne più pallido d'un cadavere, e ricadde seduto spossatamente sulla panca, al momento appunto in cui la riazione di quel primo effetto di stupore spingeva Marcaccio a maggiore audacia e prepotenza.

– Minaccie a me! Urlò quest'ultimo. Credi tu mettermi paura? sacramento!..

– Ah! Non mi fate del male; esclamò lo sconosciuto tendendo supplichevolmente le mani verso l'ubbriaco che si precipitava su di lui.

E Marcaccio stava per afferrare il poveretto, e chi sa che cosa ne sarebbe accaduto, se ad un tratto non si fosse aperto l'uscio a vetri della stanza vicina, e il giovane dalle maniere eleganti, che abbiam detto esservi colà dentro, non fosse comparso, gridando con voce imperiosa:

– Alto là! Che cosa c'è?

La plebe, parte I

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