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PARTE PRIMA
Daria
VI

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Quando, a mezzogiorno, fui pronto per uscire, decisi di andare lungo la spiaggia dove erano tirate a secco alcune flottiglie di barche e distese al sole lunghissime reti. Il meriggio era tiepido e sereno: calmo, il mare, appena ondeggiava. Vagai per qualche tempo qua e là, a caso, raccogliendo conchiglie e facendo disegni sulla sabbia, finchè vidi, sopra la punta di una penisoletta, la casa di Clauss, poco lontana, fra un giardino di palme che l'onda lambiva da tre lati. Ad essa si saliva per un viottolo disselciato, fiancheggiato da muri e da siepi di oleandri. Clauss in persona s'affacciò alla veranda, mentre io bussavo al cancello. Discese ad aprirmi, e tutti e due ci sedemmo sotto un tiglio, fra due aiuole fiorite.

– Ebbene? – mi domandò.

Non gli avevo mai veduto un viso così buono.

– Ebbene, – risposi, – ieri sera eravamo tutti pazzi.

Clauss aveva l'aspetto di un ragazzo pentito, tanto i suoi occhi erano miti e il suo atteggiamento umile. In quel momento, con quel volto stanco, con quel sorriso che appena gli sfiorava la bocca, somigliava veramente poco a sè stesso.

– Sì, – disse, – eravamo tutti pazzi, chi più chi meno. Anche tu, un poco. Anch'io. È strano. Cioè, non è strano. Hai veduto Daria? Tu la vedevi per la prima volta. È fatta così. È come una bambina capricciosa. Una bambina cattiva e viziata. E quel povero Sterpoli, che ha smarrito la ragione per lei, ha avuto ieri sera un gran colpo…

– Davvero… – mormorai. – L'ho veduto dopo, a casa. Aveva un livido sulla faccia.

Clauss di nuovo sorrise. Poi mi prese le mani e mi chiese:

– Mi vuoi bene?

– Certo… – mormorai esitando. – Perchè non dovrei volerti bene?

– Grazie, – soggiunse, – ciò mi conforta assai. Chi può dire perchè si desidera e si cerca, alla mia età, l'affetto e la dimestichezza dei giovani? Sono tristi, molto tristi, amico mio, queste basse forme, queste forme senili d'egoismo. Ma tu devi considerarmi come un moribondo al quale ogni cosa può servir di conforto.

– Che dici mai! – proruppi ridendo. – Ora tu vuoi burlarti di me…

– No, no, non mi burlo nè di te nè di me stesso, – rispose Clauss con la medesima voce sommessa, senza tralasciare di tenermi le mani e di guardarmi teneramente. – Io sono nato matematico. Tutta la mia vita, in apparenza tanto disordinata, fu sempre regolata sopra un calcolo esatto, secondo la nozione precisa e minuta delle mie forze. Quando scaglio una pietra, non so forse dove la pietra deve cadere? Ciò dipende unicamente dall'impulso che io le darò. Così per tutto il resto…

S'interruppe e guardò una farfalla sopra una rosa, un'ape sopra un fiore.

– Tu non mi hai mai domandato, – soggiunse, – perchè dunque liberassi l'uccisore di Behela. Io infatti tagliai la sua corda, vicino al nodo. Ma con quella stessa corda, come prevedevo, l'omicida s'impiccò il giorno dopo a un albero della foresta.

Io tenevo gli occhi fermi su lui, mentre parlava. Può darsi che egli non mi leggesse negli occhi altro che un ingenuo stupore; ma in realtà ero ben sveglio, e cercavo di capire, guardandolo attentamente in viso, che cosa ci fosse di tanto strano e di nuovo nella sua persona: se la voce, lo sguardo, o l'abito, che era bianco. Quanto a lui, pareva veramente turbato da non so quale nascosta preoccupazione, come inquieto, incerto, non così sicuro di sè come sempre.

– Paris, – disse ad un tratto, – ti sembrerà ch'io sia capriccioso come un ragazzo. Non so che cosa tu possa pensare di me: pure voglio che tu mi aiuti a uscire da questo equivoco che mi ripugna e mi addolora. Daria… – (e quel nome risuonò al mio orecchio come un richiamo, come un allarme) – Daria…

– Ebbene? Daria? – domandai con un palpito.

– Daria è una donna. Bisogna essere pietosi con lei e perdonarla.

Rimanemmo un momento muti. Io aspettavo che egli continuasse, ed egli non parlava.

– Perchè, – mormorai alfine, – perchè, allora, ieri sera, non sei stato pietoso con lei, quando si è messa a piangere?

Silenzio.

– Perchè, – continuai con gli occhi bassi, le gote che mi cominciavano a bruciare, – perchè mi hai rimproverato d'aver tentato, io, io solo, di consolarla quando piangeva?

Clauss m'accarezzò con dolcezza la mano e disse:

– Hai ragione… Appunto per ciò ora sento che debbo io fare qualche cosa per lei. Dunque (questo appunto volevo dirti) tu andrai a casa sua e la pregherai di venire qui, a cena con noi, stasera…

– Con noi?

– Ti dispiace forse?

– No, no, – balbettai, – no, Clauss, non andrò da lei… No, non pensarlo seriamente neppure un minuto che io possa andare da lei, presentarmi, parlarle… sostenere quello sguardo… riudire quella voce cattiva… No, no, Clauss, non è possibile!

– E di che hai dunque paura, stupido? – domandò Clauss bruscamente.

Ecco: davvero avevo paura, un'indicibile, una pazza paura. Se mi fossi imbattuto in Daria, per caso, all'angolo di una strada, sentivo che avrei preferito, a quell'incontro, di inabissarmi in una buca profonda mille metri, e non uscirne mai più. Avrei preferito qualunque supplizio, o vergogna, o castigo, al pensiero di dovermi trovare solo di fronte a lei, costretto a guardarla, a parlarle, anche semplicemente a inchinarmi senza pronunciare una parola, o muovere un gesto, o battere palpebra. Ma ero anche così sciocco, che a udire quella parola – «stupido» – la paura svanì d'un tratto, e mi sentii disarmato e pronto tuttavia a superare ogni prova con un coraggio disperato.

– Non è che io abbia paura, – mormorai. – Penso soltanto che riconoscendomi per quello di ieri sera non voglia neppure ascoltarmi. Un altro forse riuscirebbe meglio di me.

– Al contrario! – esclamò Clauss alzandosi. – Quando ti avrà riconosciuto non dubiterà d'un inganno. Basta che tu le dica che io non l'amo, che io non l'odio, che io non voglio essere per lei se non un amico sincero e fedele. E che noi tre insieme desideriamo questa sera concludere solennemente la pace.

Mi condusse presso il cancello. Camminando pensai ancora:

– Ora gli dirò che cerchi un altro. Io non andrò a nessun costo…

Ma quando mi strinse la mano per accomiatarmi non seppi che dirgli:

– Arrivederci.

Così attraversai la città e andai dove Clauss mi mandava. Alla porta di quella casa non c'era un campanello. Bussai, una vecchia mi venne ad aprire ed entrai in un salotto alle cui finestre pendevano pesanti cortine di velluto. La casa, dentro, aveva piuttosto l'aspetto di una bottega; tutto era gualcito e in disordine. In un angolo stava un pianoforte aperto con un quaderno di musica sul leggio. Da una stanza vicina giungeva il parlottare di più persone. Io udivo distintamente le loro voci, che erano di due donne e d'un uomo, e vedevo chiaramente, malgrado la penombra, le cose che mi stavano intorno. Non mi sentivo affatto turbato: anzi avevo una grande lucidità di sensi e un'assoluta padronanza di me stesso. Provai a muovermi; andai verso le finestre, dischiusi un poco le tende, vidi altre finestre, di fronte, e due teste di fanciulli che sporgevano da un davanzale, e una portava una maschera da arlecchino. Poi mi avvicinai al pianoforte, sfogliai il quaderno di musica, lessi due o tre parole tedesche e una frase italiana – lento, con passione – e rimisi ogni cosa al suo posto. Poi, ancora, m'avventurai in un angolo per guardar da vicino il ritratto di una donna giovane, molto giovane e bionda, che mi sorrise. Contento e soddisfatto di tante prodezze, ritornai in mezzo al salotto ed attesi. Finalmente il chiacchierìo nella stanza vicina tacque, la porta si aprì e Daria entrò.

– Daria! – esclamai subito inchinandomi, senza pensare che quel nome non conveniva nè a me nè a lei, in quel momento. – È Carlo Clauss che mi manda… Egli vorrebbe…

M'arrestai confuso. Daria era rimasta ferma nel vano dell'uscio e mi guardava. Quello sguardo mi sgomentò.

– Clauss? – sibilò ridendo ironicamente. – Avrà sempre dei servitori ai suoi ordini, questo signore? E anche voi siete del numero?

Si volse, sporse il capo nell'altra stanza e chiamò:

– Kate! Ave! Ave!

S'udì, in quello spaventoso silenzio, il rumore di un paio di ciabatte e di due tacchi di legno. Una vecchia strega e una ragazzina di quindici anni, tutta vestita di rosso, con i polpacci e le ginocchia scoperte e un gran nastro rosso nei riccioli, bocca rossa, occhi bianchissimi e immensi, s'affacciarono dietro le sue spalle e mi guardarono. La vecchia guardò piuttosto il soffitto, rovesciando le pupille che erano velate di bianco, mentre tutto il suo viso color di cera e orribilmente liscio si torceva nello sforzo di attrarre un po' di luce in quei due poveri lumi spenti.

– Soave! Guardalo! – esclamò Daria: – è uno di quelli di ieri sera! Kate, cerca di vederlo, perchè ne vale la pena! È uno dei tanti sguatteri di Clauss. Bella gente! Eccoli come son fatti! Che grandissimi signori! Guarda che portamento, che chic, che cravattino, che pettinatura, che profumo, che faccia da moccioso! Questi sono i padroni dell'Alhambra, i conquistatori di donne!

Mi danzava quasi intorno, con tanti inchini, e smorfie, e sorrisi beffardi, mentre con gli occhi pareva mi volesse divorare e graffiarmi con le sue piccole unghie rosse. Poi come un turbine si precipitò sulla porta, la chiuse sulle facce attonite della vecchia e della bambina, e mi domandò:

– Che cosa può volere ancora da me il signor Clauss? Vuole che io cada si suoi piedi, trafitta? Perchè non può vivere senza di me? Forse perchè se non l'amo si uccide?

– No, no! – gridai. – Clauss non vi ama e non chiede nulla di simile.

Ella allora uscì dal vano dell'uscio, ridendo ancora, ma più umanamente, e venne fino a me, mi porse la mano, come se con quel gesto intendesse cancellare tutto il passato, ed ambedue ci sedemmo l'uno di fronte all'altra in un angolo.

– Se è così, – mi disse, – eccomi pronta ad ascoltarvi. Ma come sapete voi che Clauss non mi ama? Lui stesso ve lo ha detto?

– Sì, – risposi, – lui stesso…

– Ed è questa la vostra ambasciata? Soltanto questa?

Ella sembrava divenuta umile, docile, mansueta; ancora un poco ironica, ma piena di dolcezza. Parlava senza levar gli occhi da terra, e la sua voce aveva una soave musicalità: era calda e modulata, come un flauto. Vedendola così diversa, così mite e benevola, io mi sentivo a poco a poco mancare la baldanza di cui m'ero compiaciuto tanto con me stesso. Già incominciavo ad avere idee confuse e un tremito nervoso dentro, non so dove. Anch'io abbassai gli occhi. Ella, ora, taceva, certo in attesa che io parlassi. Ebbi il pensiero di alzarmi e di fuggire. Ma non mi mossi e cercai invece, faticosamente, qualche parola insignificante che mi salvasse. Stando così, a capo chino, vedevo soltanto il lembo della sua veste che era azzurra, di velo, un pizzo candido, molto lavorato (mi ricordo, questa immagine è molto precisa) e la punta dei suoi scarpini, che erano ricamati d'argento. Poi i miei occhi si smarrivano sul tappeto, disegnato a grandi rose porpuree. Finalmente, dopo molto cercare dissi:

– No, signora, non è tutto…

Il suono della mia voce mi stupì. Io non sapevo di avere una voce così sottile, sottile e stonata; una voce così ridicola.

– Che c'è dunque ancora? – domandò Daria.

Sollevai il capo. Ella mi guardava, ora, con occhi un po' inquieti. Pure continuava a sorridere, e la sua bocca rossa, molto molto rossa, sorridendo si curvava ad arco. Sembrava che volesse dirmi con quello sguardo e quel sorriso:

– Che può esserci ancora? Vedo bene che sei un buon ragazzo. Soltanto hai una cravatta orrenda, veramente brutta e volgare.

– Ecco, – soggiunsi: – Clauss desidera che voi veniate a cena da lui questa sera. Egli si pente di avervi offesa. Forse non lo credete? Eppure parlandomi di voi, oggi, e di quanto è accaduto, Clauss piangeva… Vi giuro, – esclamai con maggior forza, senza sapere nemmeno di mentire, – vi giuro che piangeva dirottamente!..

– Ah! – continuai con l'impeto di un insensato, – voi non potete immaginare quanto egli soffra, e come sia degno della vostra pietà. Bisogna conoscerlo, e amarlo (sì, amarlo, anche, un poco, un poco almeno), per comprendere ciò che si cela sotto l'impassibilità del suo volto… Non si giudicano gli uomini dalla faccia, non si possono giudicare. Quell'impassibilità è una maschera, signora, niente altro che una maschera, una tristissima maschera. Chi indovinerebbe in lui un uomo che deve morire?

– Ah! Ah! Tutti dobbiamo morire, – interruppe Daria. – Non è un'eccezione!

– No! Non tutti. V'ingannate. Non tutti dobbiamo morire! – M'arrestai spaventato delle mie parole e mi sforzai di ridere.

– Dico, voglio dire, perdonatemi, che non tutti hanno i giorni contati, – continuai. – Abbiamo forse tutti i nostri giorni contati? Ebbene: Clauss ha i giorni contati. Niente può salvarlo. Oh! signora, è triste vedere un uomo morire, ascoltarlo mentre rassegnato, eppure accorato, vi dice: – Fra poco morirò, me ne andrò per sempre. Immaginate una realtà più angosciosa, un addio più commovente? Che differenza esiste fra lui, Carlo Clauss, e un uomo condannato a salire il patibolo, all'alba di un giorno stabilito, in quell'ora precisa, allo scoccare di quel minuto, non un istante prima, non un istante più tardi? Mi è stato detto che un uomo, sul punto di essere giustiziato, chiedesse in grazia che gli fosse portato un fiore, un fiore rustico, una di quelle piccole violacciocche che hanno un po' il profumo del reseda. Ebbene, quando alfine gli fu portata, nella cella della sua prigione, ed egli l'ebbe odorata a lungo, più volte, la sua faccia si illuminò di beatitudine, e disse: – Ora sbrigatevi. Ora sono felice. È una morte storica, un esempio! Sì, signora, si legge in un'antologia. Così Clauss…

– Basta, basta, per carità! – esclamò Daria posando una mano sulla mia bocca. – Mi farete morire di crepacuore!

Quella mano tepida, molle, molle e carezzevole, posava sulla mia bocca. Io sentivo che era tepida e profumata, e che indugiava sulle mie labbra. Ebbi come un principio di vertigine, sollevai la mano fino a toccar quella mano; poi la ritrassi e chiusi gli occhi. E la mano se ne andò, strisciando, carezzandomi il mento, leggiera, lenta, ed io rimasi con il profumo di quella carne sulla bocca.

– Ebbene? – domandò quella voce. – Che cosa volevate dire? Che io sia per lui come un fiore? Come una violaciocca, un piccolo fiore di campo?

Io volevo rispondere: – No, no! Non dovete andare. Non voglio!

Ma ero come assonnato. Udivo, vedevo, comprendevo, ma non potevo nè muovermi, nè parlare.

– Che io vada? – mormorò (ed era nella sua voce qualche cosa di più commovente che il pianto, di più tenero che una carezza, di più dolce che una parola d'amore), – che io vada? Perchè egli dica di me, domani, come ieri: – Quella donna è doppia come un serpente? – oppure: – Ella è venuta ad offrirsi ma io non l'ho voluta?

– No! – esclamai, – Clauss non dirà questo. Io sarò presente. Noi ceneremo insieme sulla veranda, ed egli non potrà insultarvi…

– Ah! tu non lo conosci! – (ella disse così: tu non lo conosci). – Clauss è capace di tutto.

La sua voce era tanto ferma che ne rimasi sconcertato. No, non ero ancora perfettamente lucido. Avevo un folle desiderio di piangere. Pensavo: – Se non viene questa sera forse non la vedrò più, mai più. E mi pareva di perdere un gran bene, una gran gioia, non potendole stare accanto per qualche ora, di notte, alla luce delle candele, sulla veranda, nell'intimità di una piccola tavola imbandita.

– Ma che v'importa di lui? – gridai. – È una grazia che vi chiedo per me, per me solo!

Caddi in ginocchio, le presi le mani, vi posai sopra le labbra e rimasi così, curvo, attonito. E stando così, curvo, sentii un contatto caldo, una calda carezza sui miei capelli, (io tenevo strette le sue mani contro la mia bocca), una carezza assai lunga e calda sui miei capelli.

– Anche tu sei moribondo? – chiese la sua voce, vicinissima.

– Daria, Daria, – mormorai, – non mi disprezzate? Non vi ricordate di ieri? Delle mie parole?

– No, – disse, – non mi ricordo. Non voglio ricordarmi.

– Mi perdonate?

– Sì, – disse, – ti perdono. E soggiunse, dopo una pausa, parlando ancora più sommessa: – Verrò, verrò questa sera…

Allora il mio fervore cadde. Mi sollevai e, senza guardarla in viso, ancora una volta le baciai le mani, e me ne andai.

Uscendo sulla strada soleggiata, provai l'impressione di destarmi da un sogno. I colori, la forma delle case, le persone che stavano affacciate alle finestre e sugli usci o che passavano accanto a me; le loro voci; un pappagallo sul trampolo; l'insegna d'un'osteria, un fanciullo che saltava dinnanzi ad una porta rossa; tutto quel rimescolio di gente, quella varietà di colori, l'intensità della luce, mi stupirono come se avessi lasciato il mondo buio, muto e deserto, e lo ritrovassi ora illuminato, sonoro e popoloso. Da quegli uomini e quelle donne (essi ridevano forte, parlavano, si salutavano, si chiamavano da lontano, si rincorrevano), da quel frastuono di grida, di risa, di canti, di rumori, di musiche (il rotolare saltellante delle carrozze, lo schioccar delle fruste, i carri, lo sbatacchiar degli usci), si comunicò a me un desiderio infantile di correre, di ridere, di cantare, di partecipare, anima e corpo, a quella vita che si manifestava tutta alla superficie, come la spuma di un vino leggiero e inebbriante. Guardai il mio orologio: era ancora molto presto. Camminando celeramente, mi sembrava di esser portato dal vento, tanto mi sentivo felice.

Il perduto amore

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