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7. Il tiro di Nikola

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Una grande stanza bianca. Due divani alle pareti, uno di fronte all’altro, bassi, coperti di stoffa a fiorami gialli su fondo nero. Poco allegri, questi due divani! Qualche piccolo sgabello, qualche piatto d’ottone e di rame arabescato, un narghilè ancora nuovo. Da un bruciaprofumi partono le volute dense del legno di rosa che si consuma sui carboni rossi.

In terra le stuoie e un bukara di prezzo. Per la finestra semichiusa viene il chiarore accecante del sole.

La porta si apre.

— Saìda, sitt.

— Saìda.

Ho fatto la voce roca delle gole bruciate dalla pipa e dall’alcool.

— La Illah illa Allah Mohamed Rassoul Allah!

— La Illah illa Allah!

Per quel che mi costa affermare che Allah è il solo Iddio e che Maometto è il suo Profeta! Ma Nikola è buffo; così vestito, è assai più buffo di quel che non avessi potuto immaginare e mi sono trattenuto a stento dal ridergli sul muso. Ha i sandali gialli, la gallabia bianca come una camicia da notte e in testa uno zucchettino bianco, tutto quel bianco dà risalto al colorito olivastro della sua pelle e per la prima volta mi accorgo che Nikola non è della mia razza.

Mi indica un divano e mi parla ancora in arabo. Mi seggo automaticamente; ma sotto la habara impugno la rivoltella e le mie gambe sono pronte allo scatto. Avevo pensato di poter prolungare la schermaglia dell’incontro, per godermi poi la faccia che avrebbe fatta quando mi fossi scoperto; ma mi avveggo che non è possibile: del suo arabo non capisco una sola parola ed è pur necessario che gli risponda qualcosa. Egli mi fissa, cerca vedermi il volto sotto la mellaia e il velo, mi sorride scoprendo i denti d’oro. Ci mancherebbe altro che attentasse al mio onore, Nikola! E guardo le sue mani: sono mani da scimmia, lunghe, sottili, agili, nere e pelose sul dorso, pallidamente rosse nelle palme; le muove con gesti rapidi, che sembrano stringere e condurre invisibili fili.

Mi sono seduto sul divano che è vicino alla porta: con un balzo potrò impedirgli di fuggire. Continua a parlare, aspetta una risposta; di fronte al mio silenzio ostinato, ha un atto di meraviglia e si leva. Mi alzo anch’io; sono più alto di lui e lo domino di tutta la testa almeno. Lentamente distendo il braccio, lo traggo dalle pieghe della veste, gli punto sul volto la rivoltella.

— Sono io, Nikola Cripopoulo. In alto le mani! Se fai un solo movimento, sparo!

Ha dato un balzo e ha spalancato gli occhi. Solleva le mani verso il cielo, mostrandomi sole le braccia nerastre, chè le larghe maniche della gallabia gli sono ricadute sugli omeri. Non capisco se invochi Allah a proteggerlo o se abbia solamente ottemperato alla mia ingiunzione. Il suo stupore e la sua paura sono così grandi, che non riesce ad articolare una parola.

— Non credevi di vedermi così presto, Nikola Cripopoulo?

No, evidentemente non lo credeva e la domanda mi sembra abbastanza idiota. Ma è necessario che lo atterrisca definitivamente con qualche frase ad effetto. Avrei potuto anche gridargli: «Traditore, è giunto il momento della resa dei conti!», ma ho preferito attenermi all’ironia. È più mordente per lui e mi impegna meno.

— Ippolito Domiziani!

Sono io, Ippolito Domiziani? C’è mancato poco che non mi volgessi verso la porta, per vedere se era entrato qualcuno in suo soccorso. In certi momenti i nomi falsi hanno questo di brutto, che uno se li dimentica! Ma per fortuna, mi sono ripreso a tempo.

— Sì, Ippolito Domiziani.

— John Robinson!

Ah! la carogna! Non solo ha rubato i miei documenti, ma li ha letti anche!

— Perchè profferisci quel nome, Nikola?

S’è accorto d’aver commesso un’imprudenza e cerca un diversivo.

— La rivoltella è carica, mister Domiziani?

Lo ha trovato! Ma che idea di chiedermi, se la rivoltella è carica? Meriterebbe che glielo dimostrassi scaricandogliela addosso.

— Lo vedrai, se è carica! Rispondimi senza mentire o te lo faccio vedere subito!

— Tenetela un poco più in alto, allora! Un colpo fa presto a partire!

Ha paura o si burla di me?

— Non avresti più di quel che ti meriti, ignobile cane!

Ignobile cane è un’ingiuria che ha sempre il suo valore per un mussulmano.

— Dove hai messo i documenti che mi hai rubato?

— I documenti?

— Non mentire, o sparo!

— Non sparate, mister Domiziani! I documenti sono nella valigia.

— E la valigia?

— È nel vostro albergo....

— Ah! ti burli di me!...

— No, no! Per carità’.... Non stringete!

L’ho preso pel collo e l’ho fatto piegare sulle ginocchia. Prima di far uso della rivoltella, ho altri mezzi a mia disposizione.

— Non stringete! Sono nella valigia... la valigia è... nella camera di Franzyska... al Claridge. ..

Lascio la presa. Nikola cade a terra. Debbo aver stretto un poco troppo forte. Ma questa non me l’aspettavo! Dunque, Franzyska.... Ma sì, imbecille, come avevi fatto a non esserne ancora convinto?

— Chi mi assicura che tu dici la verità?

— Ve lo giuro per Allah... sul Corano!...

Sì, questo è già qualcosa, ma non basta.

— Ebbene, alzati. Vieni con me all’albergo. Se hai mentito, ti uccido!...

Si alza. Ha il volto congestionato. Le mani gli tremano. Ma i suoi occhi non mi dicono nulla di buono. Non bisogna che mi fidi di lui!

— Avanti! Cammina davanti a me!

— Così!... volete che venga per la strada vestito così?

Infatti! Ma non posso permettergli di andarsi a vestire, mi giuocherebbe qualche tiro, con tutte queste porte che si chiudono e si aprono a volontà. A volontà sua, naturalmente.

— Così! Non sei un mussulmano? Stai benissimo vestito così.

— E voi?...

— E io, che cosa?

— Voi siete vestito...

Già! Sarà buffo traversare Alessandria in questo costume; ma non ho la scelta e i documenti mi premono troppo.

— Ebbene? Faccio la donna araba. Non hanno mai viste donne arabe per la città? Avanti, cammina! E non tentare di fuggirmi, se vuoi salvare la pelle. Prima i documenti e poi parleremo. Non credere che per te sia finita così presto, Nikola Cripopoulo!

Apro io stesso la porta, lo faccio passare. Gli avvicino la browning alla testa.

— Se dài un grido, sei morto!

Usciamo, scendiamo le scale, eccoci per la strada. Nascondo la rivoltella tra le pieghe della habara. Dove saranno le carrozze? Che sciocco sono stato a non trattenere quella che avevo! Mi sembra che tutti mi guardino. Se Nikola mi fuggisse adesso, non potrei neppure inseguirlo con queste scarpe gialle, che mi fanno un male d’inferno! Mi sembra di camminare sui trampoli.

Ma Nikola non fugge. Assai tranquillamente in apparenza egli cammina al mio fianco. Lo si direbbe persino soddisfatto di quel che avviene. Di quando in quando mi guarda di sottecchi maliziosamente e sono sicuro che un rapido sorriso ironico gli ha già sfiorato le labbra almeno un paio di volte. Medita qualcosa di poco chiaro, Nikola! E non si incontra una carrozza, nè un taxi. Imbocchiamo la via di Chatby. I grandi tranvai con l’imperiale corrono gremiti di gente multicolore. È quasi mezzogiorno e il movimento per le vie è intenso. Tutti sudano, ma tutti camminano, gesticolano, si agitano e parlano in ogni lingua. Già qualcuno si è voltato a osservarci. Più me di Nikola, naturalmente. Debbo fare una curiosa impressione, così vestito. Mi crederanno una qualche Sitt Sheick6, invasata e malefica.

Ecco una carrozza, finalmente! Faccio un richiamo affannato con un lembo della habara . Si ferma.

— Hôtel Claridge!

La carrozza si muove, il cavallo riprende il suo trotterello rassegnato. Nikola è seduto al mio fianco. Non ci siamo detti una parola; ma l’ho visto sorridere, quando sono salito in carrozza e un giovinastro che ci osservava ha esclamato: – Oh! quelles jambes, cré nom de Dieu!...

La via di Chathy è lunga. Eccoci finalmente alla stazione dei tranvai di Ramleh. La carrozza prende il giro largo, verso il mare. Passa davanti al grande caffè: un gruppo di ufficiali inglesi sulla porta del bar ride e grida. Attorno allo châlet di fermata dei tranvai, sotto il sole canicolare, una folla assai fitta attende pazientemente. Il policeman negro, all’incrocio della Gare de Ramleh con la Nabi Daniel, solleva il bastone e fa fermare la nostra carrozza. Una lunga fila di auto scende dalla Port Est ed imbocca la Nabi Daniel. È l’ora della passeggiata antimeridiana, l’ora delle compere, delle visite alle sarte e alle modiste, delle soste dai gioiellieri e nei negozi degli antiquari di lusso, dove un Budda d’argento o un medaglioncino di smalto vengono segnati a cinquanta lire egiziane, per permettere alle clienti di fermarsi a contrattare e a chiacchierare, empiendo il negozio di profumo e di potins e conferendogli così quel cachet snobistico che deve consacrarlo alla moda.

Il bastone del policeman si abbassa, la carrozza si muove ed ecco che si verifica quel fatto straordinario e fatale, che dovrà gettare per una giornata Alessandria nel panico e far diventare una coppia di arabi forsennati – io e Nikola! – gli eroi del giorno.

La carrozza è appena giunta all’altezza delle vie Sidi el Metwalli e Porte Rosette, che tagliano la Nabi Daniel, vale a dire proprio nel cuore della città degli affari e delle eleganze, e sta per piegare a sinistra imboccando la via Rosette, quando lo zucchettino bianco e la gallabia spettrale di Nikola spiccano un salto e si danno a gambe levate per la strada affollata, sguisciando rapidi e fantomatici tra le gonne corte delle signore e i pantaloni degli uomini. La folla, sui marciapiedi, ondeggia sconvolta da quella apparizione. Se Nikola ha fatto il calcolo, per sfuggirmi, sull’effetto che avrebbe prodotto il suo corpo nerastro, reso allucinante dal biancore della gallabia, improvvisamente lanciato a corsa vertiginosa, il suo calcolo è perfettamente riuscito.

Ma non mi sfuggirà!

Come mai, appena mi sono tolto con due rapidi colpi, le scarpe gialle, è avvenuto che io mi sia completamente dimenticato d’esser vestito da sposa egiziana? Non so darmene ragione, ma è un fatto che, non appena i miei piedi si sono sentiti liberi, io sono tornato a essere un uomo. Ed ecco che la folla attonita e sconvolta vede un’altra più lunga ombra nera sollevata stringere minacciosamente una lucida rivoltella, mentre di sotto alle ali della mellaia scomposta esce una acuta voce che grida in inglese – Canaglia, ti prenderò!

Sia il mio aspetto fantastico – che in tutt’altro momento sarebbe apparso solamente comico e grottesco – e la rivoltella puntata, sia quel diavolo bianco e nero di Nikola, spiritato e saltellante, in breve il terrore si impadronisce della gente. Pur nella corsa vertiginosa, mi accorgo di passare in mezzo a un terremoto di grida, di imprecazioni, di fughe di cadute e di inseguimenti. La via Rosette, bianca e larga, sotto il sole meridiano, è teatro di un pauroso fuggi fuggi, di un parapiglia caotico e ossessionato. Le auto si fermano, le carrozze sbandano, i cavalli s’impuntano.

Le grida attorno a me acquistano un senso preciso: – Prendilo! – Ferma, ferma! – Lo uccide!... – Bada!... È una pazza!... È una strega!

E poi un grido altissimo: – È un uomo!

Infatti, nella corsa, la mellaia mi è caduta dal capo e la mia testa rossa deve aver fatto uno strano apparire coi suoi capelli corti e duri. Mi rendo conto del pericolo che corro e grido: – Sono un inglese! Afferratelo! È un ladro!...

Intanto, sono giunto oramai alle calcagna di Nikola. Sto per afferrarlo, quando quell’indemoniato si volge, mi vede, e, lanciato un urlo altissimo, si getta a corsa pazza per una viuzza traversa. Temendo che egli mi sfugga e anche perchè l’orgasmo di questo inseguimento insensato si è ormai completamente impadronito di me, faccio partire un colpo di rivoltella. Per fortuna avevo l’arma rivolta verso il cielo e lo sparo risuona secco metallico tragico ma innocuo. Un grido lacerante parte da cento bocche. La gente si rovescia contro le facciate delle case, starnazza tra le auto e le carrozze, si rifugia nei negozi, piomba contro i vetri dei negozi frantumandoli; vedo le donne cadere e per puro miracolo con un salto evito di calpestare un bimbo che mi è scivolato tra i piedi.

In questo momento, un vocio nuovo – soverchiante, ritmico, formidabile, pauroso perchè organico e cosciente – si leva dinanzi a me, attorno a me. Odo distintamente adesso il grido di richiamo dei mussulmani: «Gay yâ mosslemine! Gay! Beycktelou Ekhwatna... » (Correte, mussulmani, correte! Uccidono i nostri fratelli!... ).

Maledizione! È Nikola che giuoca la sua carta segnata! Adesso mi rendo conto del tranello che mi ha teso e nel quale sono caduto.

La folla si sbanda in tutte le direzioni. Odo colpi di rivoltella. Non c’è più da scherzare, oramai! Vedo Nikola precipitarsi in mezzo alla strada e far larghi gesti epilettici con le braccia villose, urlando come un ossesso. Dal fondo della viuzza appare un’ondata di gallabie d’ogni colore, che avanzano in fretta.

Qui non è più il caso di inseguire Nikola. Occorre salvare se stessi. Mi dico che via Rosette è dietro di me e retrocedo di corsa. Traverso la via, allontano con un formidabile colpo nello stomaco un policeman che tenta fermarmi, risalgo la strada d’un fiato, vedo l’albergo e, senza perder tempo a guadagnarne la porta, con un salto mi aggrappo al parapetto basso della sua prima finestra e piombo lungo disteso nel mezzo della sala di lettura. Mi sollevo di colpo, mi lancio alla porta, abbatto con due pugni i due lift negri che la sbarrano, salgo le scale a rompicollo e sono nella mia camera. Auff! se questa è ginnastica!

Dalla strada il clamore viene altissimo. Le grida dei mussulmani sono stridenti, rabbiose. È dunque la rivolta delle genti del Profeta che Nikola ha scatenata? Era questo che stava preparando il pacifico chiromancien dal cappello a staio col nastro rosso e blu? E io che mi sono prestato al suo giuoco, come l’ultimo degli imbecilli! Piangerei di rabbia e di onta, se non avessi gli occhi cerchiati di kohl!

Mi strappo di dosso il velo, la mellaia, la gallabia. Il clamore aumenta. L’appello dei fanatici soverchia ogni altra voce e assume il ritmo e la cadenza di un canto, che soltanto a tratti il fragore dei vetri infranti e il crepitio delle rivoltellate interrompono. Quanto tempo dura questo finimondo? Forse mezz’ora, forse un’ora: per me un’eternità, chè se laggiù si ammazzano sul serio tutti quei morti li avrò poi io sulla coscienza!

Ma che succede adesso? S’è fatto un silenzio di tomba. Un silenzio vertiginoso di attesa tragica, come se tutta una moltitudine rattenesse il respiro dinanzi a una terribile apparizione improvvisa. Ma ecco che un rapido martellar secco si sgrana sonoro scorrevole musicale. Ah! sono le tanks: questa è la voce delle mitragliatrici inglesi!

Il festino preparato da Nikola è interrotto. La rivolta, se rivolta c’è stata, viene stroncata al suo inizio. Rule Britannia! Posso mettermi tranquillamente sotto la doccia.

R

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