Читать книгу Augusto De Angelis: Tutti i Romanzi - Augusto De Angelis - Страница 20
6. «Non so!… Non so nulla!»
ОглавлениеDe Vincenzi scese in fretta al secondo piano.
Suonò alla porta di Aurigi, che adesso era chiusa, e dovette aspettare qualche minuto, prima che Cruni gli aprisse. Il brigadiere, quando comparve, era ancora assonnato.
Il commissario entrò di nuovo in quella sala, che oramai conosceva minutamente, tanto ogni particolare di essa gli si era impresso nel cervello.
Aurigi, ancora in frak, avvolto nella pelliccia, dormiva, sfinito, disfatto, sul divano.
«Ha dormito sempre?» domandò a Cruni.
«Così, come lo vede. In certi momenti credevo che fosse morto… Anche lui! In altri, si agitava, smaniava, pronunciava frasi mozze… Senza senso…»
«Le hai scritte?» chiese il commissario, quasi macchinalmente del resto, perché le immaginava le frasi, che il dormiente avrebbe potuto pronunziare.
«Sono lì.»
E il brigadiere indicò il tavolo, sul quale De Vincenzi vide un foglio pieno di note. Fissò Cruni. Non si sarebbe aspettato che il suo dipendente avesse dimostrata una tale intelligenza.
«Le legga. Vedrà che le serviranno poco. Non significano nulla!»
De Vincenzi aveva preso il foglio e leggeva:
«No, non far questo! Pagherò!… Non sei tu che devi metterti in mezzo… Tanta pace, un po’ di solitudine… Me ne andrò, sì, me ne andrò…»
Senza senso? Lo avrebbe veduto poi, a mente riposata. Ma fu quasi contento di quell’osservazione fattagli dal brigadiere, perché dimostrava che, ad ogni modo, l’intelligenza del suo sottoposto arrivava sino ad un certo punto. E lui, in quell’affare soprattutto, voleva contare soltanto su se stesso. L’aiuto degli altri non avrebbe potuto servire che a fuorviarlo. Doveva seguire il proprio istinto, la propria intuizione misteriosa, se voleva arrivare allo scopo. Ma a quale scopo? E non volle confessarsi in quel momento, che tutto il suo essere, quasi per una forma morbosa ed improvvisa di attaccamento a quel lontano compagno di collegio, lo spingeva a salvarlo ad ogni costo.
Ogni tanto tornava col pensiero a quell’altro, lassù in soffitta. Non poteva dimenticare la fisionomia di quel ragazzo.
Un volto interessante, indubbiamente. Anche quando aveva impallidito, anzi di più, allora.
Ma perché quel pallore, al nome di Aurigi?
Senza spiegarsene neppur lui la ragione, De Vincenzi fece il paragone fra quei due uomini. Due magnifici esemplari umani! Per quanto uno fosse quasi un ragazzo, ancora. Ma quanto maturo, quanto già consapevole della vita e del dolore. Questo qui era più uomo, seppure con una apparenza meno profonda abitualmente, meno appassionata, più superficiale.
Sino allora aveva dovuto conoscere della vita soltanto il piacere, mentre l’altro sapeva già tutta l’amarezza delle rinunzie, dei sacrifici, della lotta.
Poi era sopraggiunta la raffica e questo qui adesso appariva squassato, travolto…
L’altro, però, aveva avuto un sobbalzo, così forte, da far tremare il tavolo…
Guardò il dormiente.
Si accorse d’avere ancora in mano il foglio datogli da Cruni e se lo mise nella tasca della giacca. Poi chiese:
«È venuto il giudice?»
«Sì, alle sette. Voleva parlarle. Gli ho detto che lei aveva vegliato fino alle quattro… Perché lei, dottore, è uscito da questa casa alle quattro e non alle cinque…»
De Vincenzi lo guardò. Si allontanò un poco dal divano sul quale riposava Giannetto e chiese a bassa voce a Cruni, scrutandolo negli occhi:
«Che significa? Che cosa vuoi dire?»
L’altro gli rispose, abbassando la voce a sua volta.
«Voglio dire che quell’orologio lì,» e indicò la pendola sul caminetto, «va un’ora avanti.»
De Vincenzi trasse l’orologio dalla tasca, guardò la pendola e trasalì. Ma non disse nulla e rimise l’orologio in tasca.
«Non ha importanza! Mi dicevi del giudice.»
«Tornerà più tardi.»
«Chi è?»
«Non lo conosco. È giovane. Mi sembra di aver capito però, da quanto mi ha detto il cancelliere, che di questo affare si occuperà personalmente il Procuratore…»
Il commissario alzò le spalle.
«Purché mi lascino ancora per un po’ libero d’agire…»
Indicò col capo il dormiente.
«Lo ha interrogato?»
«Sì. Ma non ha detto nulla. Le generalità e basta. A tutte le domande rispondeva: “Non so niente”.»
Seguì un silenzio. De Vincenzi si guardava attorno. Andò alla porta del salottino e si voltò verso Cruni:
«Hanno portato via il cadavere, eh?»
«Subito appena il giudice ha dato il nulla osta.»
«Il giudice ha perquisito l’appartamento?»
L’altro fece un gesto.
«Così!… Ha dato un’occhiata… Ha detto che manderà i funzionari del Gabinetto scientifico per i rilievi… Ma sorrideva, come per dire che erano tutte storie inutili… Ho l’impressione che fosse convinto della colpevolezza di quello lì, che dorme… Mi ha domandato se lei lo aveva dichiarato in arresto.»
Questa volta, il commissario non trasalì neppure e non sorrise. Certo! In arresto avrebbe dovuto dichiararlo. Ma sarebbe stato inutile.
Di nuovo seguì un silenzio. De Vincenzi si mosse verso l’anticamera, poi si fermò:
«Il cameriere?»
«E chi lo ha visto!»
«Chiamami il commissario Maccari al telefono…»
Il brigadiere guardò il suo superiore con meraviglia.
«Ma dormirà, dottore!… Era di servizio questa notte!»
«Chiama il Commissariato Duomo… Se non ci sarà Maccari, ci sarà qualche altro…»
Cruni andò al telefono e poco dopo si affacciava alla porta, tenendo in mano il cornetto appeso al cordone verde:
«Ecco dottore…»
De Vincenzi prese il ricevitore:
«Pronto!… Ah! sei tu… Sì, buon giorno! Maccari t’ha lasciato il rapporto?… Bene! Sì, naturalmente, il questore ha affidato a me l’inchiesta… Ecco, ho bisogno che tu mi trovi subito il conducente del tassi, che ha portato ieri la contessina Marchionni… Sì, era di stazione in via Monforte, all’angolo di via del Conservatorio… alle diciassette, diciassette e mezzo… Sì, grazie… Un’altra cosa! La Centrale ha dato gli ordini per ricercare il cameriere… Giacomo Macchi… Debbono averne telegrafato il ritratto parlato in tutta Italia e alle frontiere… Cercatelo anche voi… Soprattutto sappimi dire, se risulta qualcosa sul suo conto… Come? Nel casellario nulla. Grazie… Nient’altro… Per ora… Ah! Quando viene Maccari, pregalo di telefonarmi… Grazie, ciao…»
Riattaccò il ricevitore e tornò in sala.
Giannetto Aurigi dormiva sempre. Adesso, non era più agitato, non si muoveva nemmeno.
Il commissario riprese a parlare con Cruni.
«Hai preso le informazioni su chi abita qui accanto?»
«Ho incaricato Verri di farlo e lui mi ha portato il biglietto di visita del padrone dell’appartamento… È un ingegnere…»
«Ce l’hai?»
«Che cosa? Il biglietto? Eccolo, me lo sono fatto lasciare da Verri, il quale voleva consegnarlo direttamente a lei…»
De Vincenzi prese il biglietto e lesse: Vittorio Serpi. Non lo conosceva. Chiese:
«Ha famiglia?»
«Moglie… Due figli… Domestica…»
«Hanno sentito nulla?»
«Nulla…»
«A che ora è rincasato, stanotte?»
«Alle dodici. Dopo teatro. Dice di aver trovato il portone chiuso e le scale deserte…»
«Odore di cordite per le scale?»
«Non credo… Lo avrebbe detto.»
«Dopo, lo farai venire in Questura, nel pomeriggio di oggi… Con tutti i suoi familiari.»
Dal divano venne un sordo gemito e l’uomo disteso si mosse. Non vaneggiava. Non era più sotto l’incubo del sogno. Si svegliava, lentamente. Tornava dalla notte buia al chiarore della percezione.
De Vincenzi afferrò Cruni per un braccio e lo spinse verso l’uscio di fondo:
«Taci…! Va’ di là… Non farti vedere, fin quando non ti chiamo…»
Cruni sparì.
Giannetto, sempre mandando piccoli gemiti interrotti, si agitava sul divano, quasi volesse trovare una posizione comoda per riaddormentarsi. Ma non ci riuscì e aprì gli occhi. Si guardò attorno, per comprendere dove si trovasse. Vide la camera, i mobili familiari, poi guardò se stesso ancora in frak e con la pelliccia addosso e sul volto gli si diffuse una profonda meraviglia. Non capiva.
Scorse De Vincenzi. Come un lampo, si fece la luce nel suo spirito ed egli balzò a sedere sul divano. Aveva il volto contratto, ma fermo e rigido.
De Vincenzi affettò indifferenza e gli disse con tono gioviale:
«Buon giorno!… Hai riposato?»
«Ho riposato…» rispose Giannetto con voce bianca, quasi afona.
E si alzò lentamente.
«Hai riposato sul divano!… Non è il posto più comodo…»
«Non avevo da scegliere… Volevi che andassi di là?…»
Ma non si era voltato ad indicare la porta del salottino. Certo ne aveva ancora orrore.
De Vincenzi, invece, fissava quella porta e rispose con indifferenza, quasi volesse mostrare di non dare importanza alla cosa:
«Oh! Adesso puoi andarvi. Non c’è più…»
L’altro lo interruppe e la voce gli si era fatta quasi stridula:
«Lo so…»
«Eri sveglio, quando lo hanno portato via?»
«Sì…»
Ebbe un brivido visibile e si raccolse in se stesso.
Seguì un silenzio lungo. Troppo lungo. Il commissario avrebbe voluto farlo cessare e non trovava la frase adatta. Finalmente, chiese:
«Il giudice ti ha interrogato?»
L’altro sembrò destarsi di nuovo, tanto era assorto.
«Come dici?… Già! Stamattina…»
«E tu?»
«Non ho confessato.»
Il suo sarcasmo, dando quella risposta, era doloroso, più che amaro, sanguinante.
De Vincenzi credette giunto il momento di andare un poco a fondo. Alzò le spalle ed esclamò, con brutalità da poliziotto: «Non era necessario, neppure!»
Giannetto sogghignò:
«Infatti! Chi vuoi che creda che non sono stato io?»
«E tu non sei stato?» disse subito De Vincenzi, quasi incalzandolo, tanto lo scrutava con lo sguardo…
«Oh! Credi anche tu quel che vuoi!… Oramai!»
In quelle parole era un tale abbandono sfiduciato, un tale rinunzia ad ogni lotta, che l’amico lo afferrò per un braccio e lo obbligò a voltarsi verso di lui.
«Guardami, Giannetto! È spaventoso quello che è accaduto qui dentro, spaventoso sopratutto per te. Io mi sforzo di crederti innocente… Lo voglio! Ti dirò di più… È l’amico che ti parla… L’amico, il compagno dei tempi lontani… Credimi! Ti dirò quel che il mio dovere mi vieterebbe di dirti: c’è qualcosa in tutto questo di così torvo… Di così paradossale… Di così terribilmente artificioso… Che mi fa credere alla tua innocenza. Ma per l’amor di Dio, aiutami tu! Parla! Dimmi tutto. Mettimi in grado di scoprire la verità, anche se la ignori!»
L’altro non apparve commosso. Sembrava insensibile. Crollò di nuovo le spalle.
«Oramai!» ripeté.
De Vincenzi ebbe un nuovo scatto e questa volta la sua violenza si fece proprio brutale:
«Ma non capisci, imbecille, che è la vita che giuochi?!… Tutte le apparenze sono contro di te! Non capisci che io stesso non posso far nulla, se tu non mi dai il modo di scoprire la verità?»
«Non so! Non so nulla!…»
«Ma renditi conto, Giannetto, che nessuno ti può credere, quando dici di non saper niente! Questa è casa tua… la serratura non è stata forzata… Capisci quel che voglio dire? E poi, come si può ammettere che Garlini sia entrato in casa tua per farsi ammazzare… da un altro, se non ce l’hai condotto tu?… Garlini era il tuo agente e, mentre ti parlo, i periti stanno facendo l’esame dei libri della banca… Troveranno le cifre della tua partita, diranno che tu avresti dovuto pagare domani all’agenzia di Garlini quasi mezzo milione!…»
Giannetto lo ascoltava, evidentemente, ma non si muoveva; il suo volto rimaneva impenetrabile.
Il commissario ebbe un piccolo sussulto, quasi un’idea improvvisa gli fosse apparsa.
Lentamente, scandendo le parole, domandò:
«Avresti dovuto realmente pagare mezzo milione a Garlini?»
«Che vuoi dire?»
Allora, De Vincenzi gli parlò con semplicità, e con tale sincerità nella voce, che anche Aurigi ne fu per qualche minuto scosso.
«Ascoltami, Giannetto! Tu lo sai! Tranne nel caso della pazzia, per commettere un omicidio occorre una ragione, una causale, il movente. Il tuo movente, qualora fossi stato tu ad ucciderlo, c’è. È l’interesse… Il fatto preciso che avresti dovuto pagare domani una somma, che non avevi…»
Aurigi lo interruppe quasi con baldanza:
«Chi può dire che io non l’avessi?»
Subito l’altro si fece insinuante, pur continuando a scrutarlo: «Allora… hai pagato?»
«Tu lo sai, se io ho pagato!»
«No! Evidentemente, non lo so o per lo meno non lo so ancora. Come credi che potrei saperlo?»
«Oh! allora…»
«Allora, sei tu che devi dirmelo. E devi anche dimostrarmi come facevi ad avere il denaro, per pagare, se lo avevi.»
La risposta venne immediata, troppo immediata e troppo piena d’ansia.
«Non ho pagato!… E come potevo avere il denaro per pagare?»
De Vincenzi si ricordò allora di uno dei due fogli, che aveva trovati nelle tasche del morto e che si era cacciato nelle proprie, appena lettolo. Non l’aveva neppure mostrato a Maccari. Non l’avrebbe per ora mostrato neanche al giudice istruttore. Con un movimento macchinale fece per estrarre quel foglio dalla tasca; ma subito si trattenne. Non doveva mostrarlo ancora a Giannetto. Non doveva unicamente, perché avrebbe tradito il suo ufficio, facendolo.
Allora, come per farsi perdonare da se stesso quella severità, quella freddezza d’indagine, che certamente in lui doveva sempre esistere, ma che questa volta, data la sua amicizia per quell’uomo, lo faceva soffrire, parlò ancora con calore rinnovato.
«Ma benedetto Iddio, non rinchiuderti in un silenzio aspro e terribile, che ti perde!… Non vedi che tutto ti accusa! Come vuoi che Garlini sia venuto qui, se non con te o per trovar te?»
«Non lo so!»
«È pazzia la tua! Vuoi difenderti, fingendo la pazzia?»
L’altro spalancò gli occhi, come se quell’insinuazione avesse avuto soltanto il potere di stupirlo.
«Ma non mi difendo! Non mi difendo; soltanto ti supplico di non torturarmi! Se ancora un po’ della tua vecchia amicizia è rimasta in te, se proprio puoi riuscire a non disprezzarmi, non continuare a voler sapere da me quel che io non posso dirti, perché lo ignoro!»
Cadde a sedere e si prese la testa fra le mani. S’intese un singhiozzo e le sue parole si fecero supplichevoli.
«Non posso… non posso dirti nulla!… Non so… non capisco… ho paura di capire!»
Rialzò la testa, con uno scatto di disperazione. Nella voce gli suonava uno strazio sordo:
«Ho paura, capisci! Ho paura di sapere quel che è successo qui dentro!»
De Vincenzi continuava a fissarlo. Certo tutto il dramma doveva trovarsi racchiuso in quelle parole. Ma Giannetto non avrebbe pronunziate le altre, che sarebbero state necessarie a spiegarlo. Meglio era fingere di non voler sapere, senza contare che adesso sarebbe stata una crudeltà.
«Bene! Calmati… Dopo tutto me la caverò da me, anche se tu non vuoi. Abbiamo troppi indizi, per non riuscire…»
Cercava le parole. Ad un tratto, si cacciò deliberatamente la mano in tasca e trasse non quel foglio, che prima aveva stretto tra le dita, senza osare di mostrarlo ad Aurigi, ma un altro, il secondo di quei due, che aveva trovati nelle tasche del morto. E glielo mise davanti agli occhi.
«Guarda!»
Non c’era bisogno di dirglielo. Giannetto aveva visto e un brivido lungo lo aveva percosso.
Chiese con voce che non vacillava:
«Lo aveva in tasca?»
«Sì. Lo aveva in tasca, nella tasca interna del frak… È tuo vero? È un tuo biglietto a Garlini. C’è la data di ieri… C’è la tua firma… Dice…»
Giannetto l’interruppe con sarcasmo. Era riuscito a vincere il turbamento e si era fatto freddo:
«Lo so quel che dice!»
Ma De Vincenzi lesse:
«“Vieni stanotte alle dodici e mezzo… Preparati a mantenere l’impegno”… e la firma, la tua firma… Ebbene?…»
Adesso le domande e le risposte, le parole dei due si fecero incalzanti. Vibravano come colpi di rivoltella.
Realmente il dramma aveva raggiunto, attraverso quel colloquio, l’acme della tragicità.
«È chiaro, no?» pronunciò con tutta la sua ironia, Giannetto. «Che vuoi di più?»
«È chiarissimo… per mandarti alla fucilazione…»
«Oh!» ed alzò le spalle.
Poi subito aggiunse, con freddezza decisa:
«Era un farabutto. L’ho ucciso. È questo che volete sapere tutti quanti? Ora lo sai! Adesso basta! È finito. Non ho altro da dirti.»
«Già… ma invece non è finito. C’è il tuo alibi… Tu sei uscito alle undici e mezza dalla «Scala» e sei stato a passeggiare per due ore… T’hanno visto!»
L’altro, quasi senza volerlo, s’illuminò di speranza:
«Chi mi ha visto?»
Era così evidente l’ansia di lui, che De Vincenzi si sentì di nuovo fuori strada e dovette chiedere:
«Ma allora… Allora tu sei stato davvero due ore in giro per Milano? È proprio la verità, quella che hai detta?»
«Ah!»
Dunque, il commissario non sapeva nulla. Nessuno lo aveva veduto passeggiare per Milano in quelle ore. E Giannetto ricadde nella sua apatia rassegnata:
«Vedi! Non mi ha veduto nessuno! E poi? Che cosa potrebbe dimostrare? Posso averlo ucciso prima di mettermi a passeggiare… Subito… Non sarò mica rimasto qui dentro a contemplare il cadavere!»
Stava per continuare, ma De Vincenzi lo interruppe:
«Dimmi! Conosci Remigio Altieri? Almeno, questo potrai dirmelo, no?»
L’altro si fermò a guardarlo.
Non capiva.
«Remigio Altieri?!» chiese profondamente stupito.
«Sì. Un giovane biondo, che abita…»
Chi sa perché il commissario s’interruppe a mezzo e si trattenne dal dirgli dove abitava:
«No, non l’ho mai sentito nominare,» affermò con sincerità Aurigi.
In quell’istante squillò il campanello della porta. Giannetto ebbe un fremito lungo, istintivamente diede qualche passo addietro, quasi per ritrarsi da un possibile pericolo.
Tutti e due rimasero a fissare, oltre l’uscio della sala, la porta d’ingresso, che si apriva.
E fu da quel momento che quella porta, terribile Nemesi, cominciò ad assumere le funzioni del Destino e a regolare, col suo spalancarsi nei momenti culminanti, l’andamento dell’azione.
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