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4. La prova terribile

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Un silenzio di piombo pesava su quegli uomini, in quella stanza.

La pendola batteva i minuti, con piccoli scatti sonori. Sembrava un cuore, che palpitasse. L’unico, mentre tutti gli altri si erano arrestati.

Quando De Vincenzi parlò, la voce rivelava anche in lui il turbamento.

«Adesso non potete non dirmi la verità. Lo conoscevate il morto?»

La donna sembrava come ipnotizzata dallo sguardo del commissario. Fece cenno di sì col capo, con un movimento automatico, legnoso.

«Veniva a trovare Aurigi?»

«Sì…»

«Spesso?»

«Da due o tre giorni… tutti i giorni…»

«E prima?»

«No… No, non mi sembra… Forse, raramente… Lo avevo veduto uno o due volte in tutto.»

«E qui, da Aurigi, veniva anche una signora, è vero?»

Gli occhi della donna ebbero un lampo di paura, più che di meraviglia.

«Come lo sa?»

«Spesso veniva?»

«Sì…»

«Tutti i giorni?»

«Quasi tutti i giorni… Ma si tratteneva pochissimo… Non doveva essere, per quello che lei pensa…»

«Io non penso nulla. E oggi? Oggi, è venuta?»

«Sì…»

«Perché non me lo avete detto?»

«Non sapevo! Credevo che non interessasse… Io pensavo al furto. Il signore… Il signor Aurigi non voleva che dicessi che quella… Signorina veniva a trovarlo… Mi aveva raccomandato di non dirlo a nessuno!»

«Vi pagava bene, per tacere, vero? Ma questo non importa… Oggi, a che ora è venuta?»

«Alle quattro. Poco dopo che il signor Aurigi era uscito…»

«Ed è salita egualmente?»

«Sì… Saliva sempre, senza chiedere nulla. Io oggi avrei voluto avvertirla; ma poi ho pensato che forse lei sapeva che il signor Aurigi non c’era…»

«E quanto tempo è rimasta?»

«Non so…»

«Sicché, quando Aurigi è tornato oggi nel pomeriggio, con quel signore vecchio… La signorina era già in casa, qui dentro, cioè?»

«Sì… Doveva esserci…»

«E non l’avete vista uscire?»

«Dopo mezz’ora. È passata in fretta, quasi correndo… Era pallidissima. M’ha fatto impressione e sono uscita fin sul marciapiede e l’ho veduta prendere un tassì… Qui davanti… All’angolo di via Conservatorio.»

De Vincenzi si voltò a Maccari:

«Domattina, fammi il piacere di rintracciare quel tassì… Se lo trovi, mandami il conducente in Questura.»

Maccari fece di sì con la testa. Lui aveva ascoltato tutto quell’interrogatorio e si era detto che De Vincenzi doveva saperne più di quanto facesse mostra e che certo aveva già la sua idea circa quella signorina ed il vecchio signore.

De Vincenzi sollevò la donna per un braccio e la fece alzare.

«Basta! Per ora, basta. Tornate a letto, tutti e due… E zitti, eh? Non parlate con nessuno di questo neppure domani, o vi chiudo in guardina e vi ci tengo… Via!»

Spinse l’uomo, che tremava sempre ed era così curvo e piccolino da sembrare un vecchio decrepito e la donna, che adesso aveva perduta tutta la baldanza, verso la porta di fondo. Poi prese per un braccio un agente e gli sussurrò:

«Accompagnali giù e falli mettere a letto. Stai bene attento che non parlino con quel signore, che deve trovarsi adesso in portineria… Che non gli dicano niente, neppure una parola… Hai capito?»

«Sì, cavaliere.»

E l’agente seguì in fretta i portinai, che uscivano.

Adesso, si trovarono di nuovo soli De Vincenzi e Maccari, perché Cruni si era ritirato in anticamera.

De Vincenzi aveva il cervello che gli turbinava. Era evidente lo sforzo che faceva, per dominare il turbamento, e anche quello di voler vedere nettamente, lucidamente. Cercava di non pensare ancora ad Aurigi. Eppure, era proprio lui la causa di quel suo stato d’animo, che il commissario non aveva mai conosciuto. Un delitto! Un delitto, per quanto egli fosse ancora giovane, non l’avrebbe davvero turbato.

«Non credere alle apparenze,» gli disse Maccari, guardandolo e scuotendo la testa. «Io sento che qui sotto c’è qualcosa, che per ora ci sfugge. Qualcosa di terribile e di innaturale. Qualcosa che ripugna alla ragione!»

L’esclamazione dell’altro fu spontanea, violenta quasi.

«Eh! Volesse Iddio che fosse soltanto innaturale!»

«Gli sei amico?»

«Sì… E credevo di conoscerlo!»

«Lo ritenevi incapace?»

«Di assassinare? Sfido! Non volevo dir questo. Pensavo ad altro… ma ancora non credo niente. Dici bene tu: ci sono cose che ripugnano alla ragione.»

«Sì… soprattutto il veleno! Il veleno non lo capisco. Perché, vedi…»

Ma s’interruppe di colpo, chè dal salottino veniva il dottore. Aveva l’aria soddisfatta come chi abbia terminato un compito difficile e pure per lui interessante.

«Gli ho tolto gli abiti. Sono lì. Ho lasciato il cadavere svestito, ma l’ho coperto con un lenzuolo. Le posso dire che non c’è stata lotta. Si direbbe che sia stato colpito di sorpresa. Il proiettile gli è entrato nella tempia, da destra, un poco indietro e gli si è fermato nella scatola cranica. Domani si potrà estrarlo e allora vedremo il calibro, ma dev’essere un calibro piuttosto grande… più di sei millimetri. La morte è stata istantanea.»

Parlava, mettendosi il pastrano. Poi prese il cappello e si cacciò la sua busta nera, che aveva richiusa, sotto il braccio.

«Domattina le farò avere il rapporto sul veleno… Ah! Ho segnato in terra il contorno dei cadavere col gesso. Lo fanno tutti, oramai… in Germania… in America… Vuol sapere altro?»

No, non voleva sapere altro De Vincenzi e avrebbe fatto a meno del contorno col gesso, anche se lo facevano in Germania e in America.

Prima d’andarsene, il medico disse ancora:

«Naturalmente, domattina alle nove sarò al Monumentale. Mi faccia trovare il cadavere sul banco della sala e avverta i periti settori che sarò a loro disposizione… Buona notte.»

«Grazie. Buona notte.»

Maccari non aveva neppure risposto al saluto, tanto era assorto.

E furono di nuovo soli. Ma De Vincenzi, questa volta, sembrava non avere esitazioni. Lo sguardo gli si era fatto brillante, duro. Andò vicino al collega e gli posò una mano sulla spalla.

«Ascoltami…»

Tacque, mormorò tra sé:

«Sì, è un rischio, ma debbo correrlo. In fondo è un amico, un compagno d’infanzia. Per un altro non lo farei; ma per lui…»

Poi alzò la voce:

«Ascoltami, Maccari. Ti chiedo un piacere, un grande piacere. È vero che la responsabilità di tutto l’assumo io; ma tu pure sei qui e domani puoi essere chiamato a risponderne…»

L’altro rimaneva placido. Tutto quell’esordio non gli aveva fatto impressione, quasi se lo fosse aspettato.

«Oh! Per me… Dimmi pure…»

«Ecco. Va’ giù. C’è Aurigi. Scendi, come se tu solo ti fossi trovato qui. Digli che io me ne sono andato da un pezzo. Non parlargli di… di quel che c’è lì dentro… Inventagli qualcosa, quel che vuoi, che c’è stato un furto nella casa, che a San Fedele hanno capito male la mia telefonata e che lo hanno accompagnato qui, invece di avvertirlo semplicemente, come avevo telefonato io… Cerca di dargli l’impressione che sia tutto finito e che era cosa da nulla e… fallo salire… solo. Hai capito?»

Maccari aveva capito e guardava quel giovanotto, che poteva essere suo figlio, con occhi affettuosi. Lo ammirava, pur dicendosi che forse stava commettendo una sciocchezza grossa.

«Ci hai pensato bene? È un rischio!»

«Te l’ho detto io per primo!»

Maccari non esitò. Alzò le spalle:

«Sei giovane! Puoi anche correre qualche rischio…»

Si abbottonò per la ventesima volta il pastrano e prese il cappello, che era su una sedia.

«Vuoi che dopo rimanga giù?»

«No. Ordina soltanto a Cruni di far finta di andarsene con voialtri e di tornare indietro subito. Che si fermi in portineria e aspetti.»

«Bene… Ciao e che Iddio te la mandi buona…»

Uscì in fretta. Aveva un gran desiderio di farla finita con quella casa e anche l’ultima missione gli pesava. Oh! Non per la responsabilità. Se ne infischiava, lui; ma proprio per l’imbarazzo da superare ad eseguirla.

Scese le scale, seguito dall’agente e ad ogni gradino sostava un poco.

Intanto, De Vincenzi, rimasto solo, era andato rapidamente in salottino. Aveva guardato il cadavere. Il dottore lo aveva interamente coperto con un lenzuolo. Gli si avvicinò, senza repugnanza, e gli scoprì il volto e una parte del petto. Il morto, adesso, aveva gli occhi chiusi e sembrava dormisse. Soltanto quel foro sulla tempia era nero, visibile, sinistro.

Se ne allontanò senza fretta, ma con soddisfazione e spense la luce del salottino.

Quando fu di nuovo nella sala, si guardò attorno un attimo e spense la luce anche lì. Adesso non era illuminato che l’ingresso. Vi andò e girò il commutatore. L’appartamento fu tutto al buio, con quel morto sul divano.

De Vincenzi si cacciò in un angolo, vicino alla cucina, dietro un grande armadio. Aveva trovato quel nascondiglio a tastoni, nelle tenebre, e vi si era diretto con una certa sicurezza, perché l’aveva adocchiato prima.

Attese. Non respirava neppure. Aveva l’impressione che tutti i suoi pensieri girassero vorticosamente attorno a un punto. E quel fulcro era una domanda:

«Che cosa farà?»

Sentì mettere la chiave nella toppa, girare, scattare la molla e l’uscio si aprì. Nel quadro della porta, illuminato dal di dietro per la luce delle scale, apparve Giannetto. Aveva la pelliccia aperta e il gibus in testa. Un po’ pallido, ma non troppo. Entrò, richiuse la porta, accese la luce. Si guardava attorno. Era evidente che scrutava dentro quella solitudine. Entrò poi nella sala e accese anche lì. Anche lì si guardò attorno, guardò il divano, diede una occhiata alla porta chiusa della camera da pranzo e poi a quella aperta del salottino. Appariva quasi meravigliato di vedere tutto in ordine. Ad un tratto, si fermò con un sussulto, come se avesse sentito un passo, e si voltò verso la porta di fondo, aspettando. Non vide nessuno, e la sua meraviglia crebbe. Si passò una mano sulla fronte. Accennò ad un sorriso, che svanì subito. Poi si decise. Adesso, si muoveva con naturalezza, rapidamente. Andò nell’ingresso, spense la luce, tornò in sala. Raggiunse la porta del salottino, mise la mano dentro e girò il commutatore, poi tornò a spegnere in sala e col passo sicuro varcò la soglia del salottino.

Risuonò un grido atroce.

De Vincenzi, appena aveva veduto spegnersi la luce nella sala, era uscito dal suo nascondiglio e si era avvicinato alla porta. Quando sentì il grido, riaccese la luce con un movimento rapido. Si sentiva sicuro, tranquillo come un medico che si appresti a fare un’operazione.

Dal salottino Aurigi tornò. Era a capo scoperto, vacillava. Aveva il terrore della follìa nello sguardo.

De Vincenzi fece qualche passo verso di lui.

Aurigi lo vide. Lanciò le mani in avanti disperatamente, quasi per allontanare un’ombra, che lo atterriva e cadde a sedere su di una poltrona.

L’altro gli si avvicinava sempre, fissandolo negli occhi.

«Tu? Perché?» riuscì a pronunciare Giannetto con voce strangolata.

E De Vincenzi gli rispose con tranquillità, senza un fremito, col tono di chi vuol rassicurare:

«Adesso, cerca di rimetterti… Dopo… parleremo…»

A sinistra di quel salotto c’era un caminetto. Sopra il caminetto una pendola. E la pendola batté le ore. Quattro colpi, sonori.

De Vincenzi trasalì. Guardò il sestante bianco con quei segni neri e poi Giannetto.

Era quasi un’ora che Aurigi si era schiantato sul divano, rimanendo lì, quasi tramortito da un colpo sul capo. Aveva gli occhi aperti, ma non si sarebbe detto che vedesse. Non pertanto, guardava. Un’ombra, forse, che appariva a lui solo.

E De Vincenzi era rimasto a fissarlo lungamente, dicendosi che quella immobilità non poteva significare nulla di buono e certamente non avrebbe dato alcun frutto. Immobilità, che produce smarrimento, quando arriva al culmine delle possibilità umane. Perché anche il cervello ha limiti precisi ai quali può giungere e quando le idee sorpassano quei limiti, entrano in una atmosfera nebbiosa, quasi lutulenta. Che è l’atmosfera della pazzia.

Poi De Vincenzi si era seduto su di una poltrona, presso il tavolo. Aveva cercato, sul principio, di togliersi dal cerchio visivo di Aurigi, per permettergli di ritrovare se stesso; ma quando si era avveduto che il suo amico, non soltanto non ritrovava se stesso, ma nulla affatto della vita e del pensiero ragionevoli, aveva voluto avvicinarglisi e se ne era ritratto quasi con timore.

Nella camera accanto dormivano, forse sopra un divano o forse no, perché quel divano, posto di fronte al salottino col cadavere, non era fatto per far riposare nessuno, il brigadiere Cruni e un agente.

Dormivano, certo, perché il commissario non li sentiva più muovere, né parlare. Li aveva fatti salire, quando si era accorto che per quella notte gli sarebbe stato impossibile interrogare Aurigi.

E adesso, che la pendola aveva battute le quattro, De Vincenzi deliberatamente si alzò e andò nella stanza accanto. Dovette scuotere Cruni, che dormiva sodo, e gli disse:

«Vado a casa. Lascio affidato a voi il signor Aurigi, che è sempre là. Badate! Dovete sorvegliarlo, ma non soltanto con la preoccupazione che fugga. Mi capite?»

Cruni si era svegliato completamente e fece segno di sì con la testa.

«Tornerò domattina. Probabilmente, verranno a prendere il cadavere. Se venisse il giudice, ditegli che ho lasciato questa casa alle quattro e che tornerò alle nove.»

Ritornò nella sala e diede uno sguardo ad Aurigi, che adesso si era mosso. Ma non aveva fatto un solo movimento e, anche a non averlo visto, s’indovinava dalla sua posizione di adesso, qual’era stato. Una specie di crollo di tutta la persona, che si era rovesciata sul divano. Aveva chiuso gli occhi. Doveva sentirsi letteralmente schiantato.

De Vincenzi lo guardò per qualche secondo soltanto, perché voleva poter pensare lontano da lui, lontano al punto da non averne più con sé un’immagine precisa. Lo aveva veduto disteso. Bastava! Non voleva osservarne le contrazioni del volto, le pieghe profonde che gli si erano fatte attorno alla bocca, sulla pelle glabra. Il cerchio nero degli occhi.

Uscì in fretta.

Cruni era entrato nella sala, aveva guardato Giannetto Aurigi, che sembrava dormire, e s’era seduto anche lui su quella poltrona vicino al tavolo, che prima era occupata dal commissario. Doveva attendere che le ore passassero. Guardò la pendola e trasalì. Segnava le cinque e dieci. Il brigadiere trasse l’orologio dalla tasca e per qualche minuto rimase a fissare quelle due macchine, che avrebbero dovuto segnare di conserva l’attimo che fuggiva e che, invece, egli lo vedeva senza possibilità di dubbio, lo segnavano con così grande differenza una dall’altra.

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