Читать книгу Augusto De Angelis: Tutti i Romanzi - Augusto De Angelis - Страница 6

2. La magia delle sette candele

Оглавление

Sono sceso al «Claridge». La via di Port Rosette è la via elegante, oltrechè storica, di Alessandria. Ma io m’infischio della storia di Egitto. Ho ben altre faccende per le mani. È esatto che io dica per le mani? Nel cervello, via, si fa per dire. Nikola mi ha accompagnato in auto sino alla porta dell’albergo. Poi ha voluto che io pagassi l’auto e lui ha preso una carrozza, per farsi condurre a casa. Abita sulla via di Ramleh; mi ha lasciato l’indirizzo; lo andrò a trovare nel pomeriggio. Stamane, ho da coordinare le idee. L’impresa che mi è stata commessa è ardua. Avrò da farmela con questi egiziani e per di più con un gruppo di russi, che stanno per arrivare. C’è di mezzo una certa storia di cotone ammassato, che il governo egiziano vorrebbe vendere ai russi e che io dovrei non far vendere. E poi altre storie anche. Due principesse, qualche ministro, molti uomini di industria e di commercio. Il tutto inasprito dalla minaccia bolscevica. Se la mia buona stella non mi avesse fatto incontrare Nikola Cripopoulo, il mio compito sarebbe stato ben più difficile! Adesso, però, come mi servirò di Nikola? Confesso che non lo so ancòra. Ma ho subito compreso che era l’uomo adatto. Un chiromante è un uomo che fa per mestiere quello che tutti gli altri uomini fanno nascostamente, ben guardandosi dal confessarlo: fa il ciarlatano. E gli altri gli credono, appunto perchè lo dice. La sua forza è incontestabile. Inoltre, il breve commercio avuto per due giorni e mezzo di navigazione con Nikola, mi ha rivelato molte altre sue virtù. Non mi meraviglierei punto che egli sapesse persino essere onesto, in certi casi e con la dovuta moderazione. E poi c’è la moglie. È una egiziana, mi ha detto Nikola, proprio nata in un harem quando gli harem erano una cosa seria. Questo è un merito. Oggi le egiziane che nascono negli harem sono rarissime. O se anche vi nascono, sono state concepite altrove, magari in un albergo. A nessuno può sfuggire l’importanza di aver sottomano un’egiziana, che conosca l’uso sagace del kohl, e che sappia fare a modino gli scongiuri necessari a tener lontani gli afrit1 , ed alla quale siano familiari altre pratiche misteriose, quali quella di non fare il bagno che una volta il mese.

Insomma, credo di essermi procurato un alleato prezioso. Mohamed anche è del mio parere. Mohamed è il facchino del piano. È entrato con me, quando io ho preso possesso della camera, e non mi ha più lasciato.

Ha aperto le valigie, – non quella piccolina, dove nascondo i documenti segreti, naturalmente, – mi ha preparato il bagno, ha guardato a una a una le cravatte, ed è stato un buon quarto d’ora in contemplazione dell’orologio. Adesso scruta me con una mano nella tasca del suo lungo càmice biancastro e con l’altra in movimento attorno alla testa rasa. Ha gli occhi che sembrano due carboni ardenti, Mohamed, ed è snello e ben fatto, forte, nervoso.

— Mohamed, non sei dunque del mio parere?

— Mohamed voi servire. Niente chiedere a famme de ciambre! Non bona! Non bona!

— Va bene, Mohamed, farò come tu dici. Ma adesso lasciami solo coi miei pensieri.

Non gli ho detto di andarsene; ma lui se ne è andato lo stesso, perchè l’ho messo fuori della porta. Chiuso in questa vasta stanza bianca, mi immergo nello studio dei documenti che mi sono stati affidati.

Quanto è durato questo mio raccoglimento pensoso, questo intenso lavoro cerebrale, che prelude in tutti gli uomini all’inizio dell’azione, quando tale azione sia per essere sottile e complessa, pericolosa e grave di conseguenze? Forse due ore, forse più. È certo, però, che a mezzogiorno dormivo ancora, immerso in un lago di sudore, tra il ronzio d’innumeri mosche accanite contro la impenetrabilità della mia zanzariera, in una gloria di luce abbagliante, la terribile luce meridiana di questo leggendario Egitto misterioso. Ed è stata la luce a svegliarmi. Impossibile chiudere le finestre, se non si vuol morire per soffocamento. Ah!... che idea ha avuto il mio paese di mandarmi quaggiù proprio in agosto? Ma è stato poi il «paese»? Mi assale il dubbio che, all’infuori di due o tre persone del Foreign Office, nessuno sappia della mia esistenza e del mio attuale martirio. Ho detto Foreign Office? È stato un errore, certamente. Questo caldo asfissiante mi fa farneticare. E sto qui a gingillarmi sotto la doccia, come se non dovessi oggi stesso prendere i primi contatti!

Suono per la colazione. Viene la «famme de ciambre». Voglio Mohamed, perbacco! Ma sembra che a quest’ora Mohamed stia facendo una delle sue cinque abluzioni quotidiane. Sempre le credenze religiose hanno ostacolato gli intrighi politici! Dovrò farmi servire da un cameriere in frak? Preferisco scendere a mangiare nella sala comune. Ma che caldo! Con il sudore che mi irriga la fronte e le gote, debbo avere un aspetto assai pietoso. Anche i miei capelli hanno perduto i loro riflessi di rame. Comincio a credere che mio padre avesse le sue brave ragioni, per vestirsi da pellerossa durante il passaggio dell’Equatore.

Nella sala da pranzo sono solo. Sto per levarmi la giacca – lo so, non si usa mangiare in maniche di camicia, ma questo non è un paese protetto dagli inglesi? E gli inglesi non usano togliersi la giacca, quando hanno caldo e anche quando stanno per iniziare una partita di boxe? – ma mi trattengo a tempo. È entrata una signora. Carina! Un corpicino snello, due gambe fatte bene, un musettino grazioso e due occhi verdi. Gli occhi verdi sono la mia passione. Gli occhi verdi e le gambe fatte bene. Mi guarda. Oh! appena appena, e va a sedersi lontana. Deve essere inglese. Ma non escludo che possa essere francese o tedesca. Oramai questo genere di donne fatte bene e con gli occhi verdi si è un po’ generalizzato. Si direbbe che le producano a serie un po’ da per tutto e che le varie nazioni si facciano la concorrenza, tal quale le fabbriche di automobili. Di che marca sarà questa qui?

Ma io domando, se ci si può interessare alle grazie di una donna con questo caldo! Sì, ci si può. Anzi, questo caldo produce un curioso effetto ipnotico. Ho detto ipnotico: non ridete! Dallo stato amoroso all’ipnosi la distanza non è grande.

Non riesco a capire in che lingua parli.

— Cameriere, quella signora abita nell’albergo?

— Sì, signore. È una russa arrivata con l’ultimo piroscafo delle Messageries.

Non avrei detto che potesse essere russa: ha le gambe diritte. Deve essere frutto d’un incrocio.... Ma russa? Ah! perbacco! Io sono qui precisamente per aspettare un gruppo di russi ai quali dovrò procurare qualche noia... Se questa qui fosse una «cellula» distaccata in avanscoperta?... Ragioniamo un poco: perchè una giovine donna venga in agosto ad Alessandria ha ben da avere una ragione grave. Dovrei parlarle, ecco. Anzi, è assolutamente necessario che io le parli. La cosa non sarà difficile, credo. Ma non qui: s’è seduta troppo distante e non alza lo sguardo dal piatto. Ecco: non ho più appetito. Vado ad attenderla nella hall.

L’attesa tra le mosche non è lunga: la vedo venire. Mi guarda. Va alla finestra. Naturalmente la via Rosette è soltanto un fiume di fuoco, non sarebbe piacevole uscire. E lei non esce, infatti. Siede, accavalla le gambe, fuma. E io? Faccio lo stesso: però, le mie gambe debbono essere meno interessanti da guardare delle sue.

Occorre rompere il ghiaccio.

— Crede, signora, che domani avremo lo stesso caldo di oggi?

Le ho parlato in francese. Ma la domanda è sufficientemente idiota, perchè lei possa credermi inglese. Mi risponde, infatti, in inglese:

— Io soffro pochissimo il caldo.

— La signora è russa?

— Polacca.

Ah! ecco perchè ha le gambe diritte.

— Io adoro le polacche!

— Anch’io, signore.

Si prende gioco di me? Non importa: di noi due riderà bene, chi potrà ridere dopo.

— Come vede, abbiamo qualcosa in comune.

— Oh! abbiamo molte cose in comune!

— Godo nel sentirglielo riconoscere.

Sorride:

— Il signore è solo ad Alessandria?

— Stavo per rivolgerle la stessa domanda.

— Una donna è sola e non lo è, a seconda dei casi e del proprio interesse.

Ha detto: interesse? Io parlo ancora discretamente l’inglese; ma qualche sottile sfumatura può sfuggirmi. D’altra parte, ho i fondi segreti a mia disposizione.

— E se le offrissi la mia compagnia, ella troverebbe l’offerta di suo gusto?

Io ho detto: gusto. Come rettificazione, mi sembra abile e piena di delicatezza.

— Non oggi, ad ogni modo. Debbo andare al porto ad attendere l’arrivo di alcuni miei amici.

— Ah! e codesti suoi amici le permetteranno domani...

— Essi, caro signore, permetteranno tutto quello che a me farà piacere.

Si leva, mi stende la mano. Mentre gliela bacio, lascia cadere sulla mia rossa testa, queste parole sconvolgitrici:

— Ho la stanza numero 8. Al primo piano. Questa notte, alle 24, sarò in camera. Genkuia pani.

Salutandomi, ha voluto dimostrarmi di essere polacca. Dunque, è per questa notte. Non c’è male. Le cose cominciano a camminare. E non sono che le tre del pomeriggio. Arrivato ad Alessandria stamattina, non ho davvero perduto il mio tempo.

Lieto di questo, accenno un passo di danza e canticchio: ella va al porto! ella va al porto! sull’aria del «Good Save the King». Ma forse avrei fatto meglio a ricordarmi del «Tipperary»: il concierge non deve essere monarchico. Me ne accorgo dal modo con cui mi guarda.

— Mi farete cambiar camera, voi! La camera che mi avete data è troppo calda. Desidero il numero 7.

— Allora, le farò dare il numero 9, signore.

Non è monarchico, ma è tutt’altro che stupido: vada per il numero 9; penserà Mohamed a fare il trasporto dei miei effetti. Adesso, è più che mai necessario ch’io parli a Nikola. Esco, a questo scopo, e salgo in vettura: – Ramleh, – grido al cocchiere. Costui si volta, mi guarda, si tocca la testa e la fronte, inchinandosi di traverso. La carrozza non si muove: – Ramleh, per Allah!

Insh’ Allah!2 – mi risponde. Ma sembra che Allah non lo voglia, perchè la rozza bianca non dà segno alcuno di movimento. Mi sollevo in piedi sulla vettura e vedo un arabo lercio e strabico, con un incensiere in mano, che sta facendo strani segni davanti alla testa del cavallo.

— Ohè! buonomo! E che cosa fa quella scimmia?

— Za’ar... molto za’ar per arabya di povero Alì.

Alì è lui, l’arabya è la carrozza, za’ar è l’esorcismo. Ho capito tutto questo, dopo cinque minuti di consultazione del piccolo vocabolario tascabile. E allora, aspettiamo che lo za’ar sia terminato! Ne vedrò di ben altre, in Egitto, non siamo che al principio. E del resto, ne ho vedute di peggiori, in giro per il mondo; se non altro, questa volta, ho nel portafoglio alquanti biglietti d’un grato colore e di solida filigrana e posso averne degli altri, quando voglio. Non per nulla sono «agente segreto» di una grande Potenza, di una di quelle grandi Potenze, che hanno diritto di vita e di morte qui e altrove.

Il cavallo bianco finalmente comincia a trotterellare, sotto un sole di fuoco, tra le auto e i tranvai, i carri e gli omnibus. La strada di Ramleh è interminabile. Nikola abita in una via traversa. Eccola. Realmente, non ha un bell’aspetto; ma la casa ne ha uno peggiore. Varcherò io, dunque, la soglia di questo portone stretto e buio, sudicio e infetto come la gallabya di un fellah? Certo che lo farò. Nikola Cripopoulo merita ogni sacrificio.

Salgo due capi di scale; sul pianerottolo vedo una porta e sulla porta una lucida targa d’ottone.

TAROTS EGYPTIENS – HOROS – SEGRET INDIEN

INFAILLIBLE

NIKOLA CRIPOPOULO

CARTOMANCIE – CLAIRVOYANCE – CLAIRAUDIENCE – CHIROMANCIEN

Sotto, un cartoncino con una mano dipinta in nero, che indica a destra il campanello. L’indicazione è piena di previdenza, ma io non suonerò: Nikola mi ha avvertito di bussare tre colpi con la nocca. Toc, toc, toc. Spaziati, sonori, significativi. Silenzio di tomba. Toc, toc, toc. Medesimo risultato. Suono il campanello.

— Saìda (Buon giorno).

Ma perchè mai mi ha detto di bussare tre colpi?

— Saìda. Que c’est que m’sieur Cripopoulo est la?

— Mais!... oui... mais....

— Mais? Ein?!

La donnaccola tace e mi guarda. È una sudanese lucida come la tuba del mio Primo Ministro. Gli occhi gialli, iniettati di sangue, le brillano di fosforo e ha una voce graziosamente lacerante da pappagallo innamorato. Sopra le sue spalle, dietro il rosso della mellaia, scorgo lo sfondo di una tappezzeria a fiorami turchini.

— Mais donc!

Apre la bocca a un sorriso di squalo, scoprendo la dentatura bianca affilata e tagliente. Che cosa vuol dire tutto questo? Sono io forse un cliente comune o addirittura sospetto? E il nostro patto, Nikola?

— Voi mi farete il piacere di dire al vostro padrone che c’è....

— Eccomi, monsieur Domiziani. Sono qui! Nur!... ‘abeden!...3

Nur si ritrae, infatti, e scompare, lasciandomi vedere il sorridente Nikola, che si inchina:

— Entrate, mister Domiziani, entrate, dunque.

Si è ricordato che sono inglese – o quasi – l’ottimo Nikola: era tempo! Ma come s’è vestito, Nikola? In celeste, con un succinto pigiama di seta, e ha le scarpette di vernice nera e una lunga collana di giade, che fa scorrere, grano per grano, sotto le dita della mano sinistra. Saltellando, agitando la destra con un movimento ritmico, le giade penzolano sino a toccar terra, mi precede:

— Scusatemi! Sono molto occupato, sapete? Ho un cliente. Passate per di qua. Vi farò entrare nel salotto di madama Cripopoulo.

Il salotto di madama Cripopoulo! Me lo ricorderò, il salotto di madama. Mi ci ha chiuso, dicendomi: – Permettete che termini la consultazione? – ed è scomparso. Oramai lo attendo da circa un’ora. È troppo! È realmente troppo. Ho provato ad aprire la porta per uscire: è chiusa. Qui dentro si soffoca dal caldo e per di più c’è un odore oleoso di legno di sandalo bruciato. Ho osservato la stanza. È barocca e ridicola, pretenziosa e funebre. Stile rococò da far piangere meglio di una cipolla appena tagliata. Un divano rosso sangue di bue e quattro poltrone con certi fiori aguzzi intagliati sugli schienali, nelle quali non mi siederò per stanco che sia. Un tavolo rotondo intarsiato di madreperla. E sette candelieri di ottone lucido, messi in fila sopra una consolle tuttora immoderatamente panciuta, quasi non le bastasse di avere già messo al mondo quel vezzoso comodino, obeso come lei, che le sta accanto.

Ma quei sette candelieri attirano la mia attenzione da qualche minuto. Essi recano sette candele, bianche quanto l’innocenza medesima, vale a dire colore del volto di un itterico. Nuove, le sette candele, attendono con trepida compunzione che una fiamma venga a lambire i sette stoppini protesi verso un bene naturalmente promesso. Sono le uniche che vivano in questo bazar polveroso. Esse e io. La compagnia non mi rallegra. Do manifesti segni di cattivo umore: certo il cliente di Nikola deve credere che ci sia nella casa un cane alla catena. Vieppiù i miei rumori aumentano, col protrarsi sconveniente e ingiustificabile dell’attesa. Grido, picchio alla porta, ho persino fatto correre le poltrone sul pavimento, sperando che il timore di vedere i suoi mobili resi inservibili – ma servono essi a qualche cosa, che non sia la decorazione di questo scannatoio? – facesse accorrere qualcuno. Invece, nulla. Perchè mai Nikola ha chiuso la porta dietro le mie spalle? Per quanto gelosi gli siano i suoi misteri chiromantici, non avrebbe dovuto temere di un amico, che gli ha dato tangibili segni di benevolenza. Comincio ad essere preoccupato. Se Nikola non fosse quel Nikola che il mio indiscutibile fiuto di «agente segreto» mi ha fatto scoprire? Se fossi stato tratto in un tranello, preparato con diabolica abilità dai miei nemici? Quali, al postutto? Quali? È evidente! Come potrebbe un «agente segreto» di una grande Potenza europea non avere una folta schiera di avversari, di concorrenti, di nemici insomma, appiattati nell’ombra? Ma mi conoscono, essi? A chi ho io parlato della mia missione, del mio viaggio? Mi sono persino imbarcato a Napoli, sotto un nome straniero. Vero è che i miei capelli rossi, possono avermi fatto riconoscere. La Ceka ha tentacoli dovunque! Con quella invenzione delle cellule, si propaga peggio di una malattia infettiva. E l’Inghilterra ha tanti nemici, la vecchia formidabile Gran Bretagna! La vogliono distrutta! Ah! ma ci sono qua io. Occorre agire, occorre. Per cominciare c’è troppo buio qua dentro: la pancia della consolle non ha un aspetto del tutto pacifico e il rosso sangue di bue del divano e delle poltrone è diventato violaceo, nerastro, sangue appunto raggrumato. Luce, luce! Con l’accendisigaro automatico do fuoco agli stoppini di tutte e sette le candele. Ah! Le guardo: sono buffe con quel loro colore itterico e le sette fiamme vacillano in modo veramente miserevole! I nemici dell’Inghilterra! Mi fanno semplicemente ridere. Queste sette candele simboliche attendevano la pallida profumata fiamma di una lampada da esorcismi, che protendesse verso di loro con dolce amabilità il suo becco untuoso! Ah! ah! Se ne sono accorte adesso di quel che voglia dire mettersi contro la forza della vecchia gloriosa Inghilterra! Hanno conosciuto il morso della fiamma lanceolata di un accendisigaro automatico, freddo di acciaio, come le nostre tanks e come le nostre mitragliatrici. Questi barbari fanatici l’avranno da fare con me. Sono nato all’Equatore, è vero, ma ho sangue scozzese nelle vene. Mio padre e il padre di mio padre e persino il nonno del padre di mio padre appartenevano al clan dei Robinson. Conoscete il clan dei Robinson? Ebbene, Nikola Cripopoulo imparerà a conoscere me, che da quel clan indubbiamente discendo, per quanto sia nato all’Equatore.

Ho acceso le sette candele e adesso traggo di tasca la Browning. Verifico: sette colpi nel serbatoio e uno nella canna. Ce n’è più del necessario, vale a dire.

— A me! – grido. – Nikola! Se non mi aprite immediatamente, dico im-me-dia-ta-men-te, faccio fuoco.

La porta, infatti, si apre e compare nel riquadro di essa l’elegante figurina di una donna, giovane, graziosa, sorridente. Ma no! È impossibile! Quelle gambe diritte... quegli occhi verdi... È impossibile! E pure, non sogno: è la mia sconosciuta del Claridge. È lei, vi dico! Sto per gridare al fantasma. Quelle sette candele contro gli specchi, quella consolle panciuta... c’è magia!...

— A me!... – la voce mi esce strozzata dalla gola.

— Tacete, dunque, signore, vi prego! Nikola è molto occupato. Sta facendo lo za’ar a un Pascià del Cairo, che aspira alla presidenza del Senato.

— Nikola?!...

— Mio marito, signore.

R

Augusto De Angelis: Tutti i Romanzi

Подняться наверх