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8. La storia di Franzyska

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Sono le 15 e ho appena finito di vestirmi nuovamente da cristiano, che entra Franzyska.

Questa volta non è in pigiama e reca la valigia dei miei documenti. Come mai questo fatto a ogni modo notevole e che comunque viene a restituirmi una certa tranquillità circa i miei destini, mi produce un’impressione così tiepida? Si direbbe quasi che io sapessi che Franzyska sarebbe venuta a riportarmi il maltolto. No, questo non lo sapevo, naturalmente, e non avrei potuto neanche supporlo; ma è un fatto che quel silenzio attonito di poco fa e poi lo scatto metallico delle mitragliatrici hanno dato al mio spirito agitato dalla lunga corsa e da così varie e violente commozioni, un’improvvisa tranquillità limpida e fatalista. Ho subito compreso, per una intuizione direi quasi molecolare, non rara nei temperamenti sanguigni, che quell’intervento delle mitragliatrici – da chiunque e per qualunque ragione provocato – era difinitivo. Inoltre, non so per qual ragione e probabilmente senza alcuna ragione, mi sono subito detto che, mediante quel fuoco razionale, anche tutti i miei guai erano finiti, assieme alla rivolta. Tanto vero che anche nei più drammatici frangenti dell’umanità è soltanto il nostro io che conta!

Così, l’entrata di Franzyska non mi ha recato la più piccola sorpresa, seppure mi abbia procurato un leggero turbamento generico, di carattere emotivo. È indubbiamente molto carina Franzyska, col suo corpicino serrato in un tailleur grigio tortora con la blusa di seta bianca e la zazzeretta luminosa. È molto carina anche se ha un’aria grave e compunta, che mi rivela la sua interessata partecipazione agli avvenimenti del mezzodì.

— A che cosa debbo l’onore della sua visita, signora Cripopoulo?

Ho detto questa frase con molta dignità e ho appena gettato un’occhiata assolutamente indifferente alla piccola valigia di cuoio giallo, che reca le mie cifre impresse in oro.

— Vedova!...

— Che cosa dite?...

— Vedova Cripopoulo. Mio marito è morto.

— Come lo sapete?

— I giornali usciti ora in edizione speciale lo annunziano.

Eppure, che Nikola sia morto mi dispiace!

— Sedetevi, signora. Posso liberarvi di questo ingombro?

Ho steso la mano verso la valigia. Ella me la porge e sospira: «Oramai!...». Oh! che cosa c’entra la mia valigia con la morte di suo marito? Sì, capisco bene il nesso logico degli avvenimenti; ma mi domando per quale ragione, come primo atto della sua vedovanza, Franzyska senta il bisogno di restituirmi la valigia.

— Volete dire che se vostro marito non fosse morto, io non vi vedrei ora nella mia stanza con questa piccola valigia che mi appartiene?

— Ah! no. La valigia avrei trovato il modo di restituirvela egualmente. Soltanto...

— Soltanto?

— Soltanto non avrei potuto impedire che i vostri documenti venissero manomessi.

— Se credete che abbiano importanza, quei documenti!

— Adesso non ne hanno più alcuna, lo so.

— Perchè: adesso?

— Ma perchè, dopo l’infelice tentativo di oggi, il Governo egiziano non penserà di poter neppure trattare la vendita alla Russia delle sue riserve di grano. E voi avrete raggiunto il vostro scopo, senza che quei documenti vi debbano servire.

È buono a sapersi. Decisamente Franzyska è una politica di prima qualità. Ah! questi polacchi che duttile ingegno hanno saputo fornire alle loro donne! Mi comincia a interessare Franzyska, per qualcos’altro che non siano i suoi occhi verdi e le sue gambe ben fatte. Se volesse... Ma andiamo adagio e con ordine: ella stessa mi insegna che non si devono scoprire le proprie batterie troppo presto.

— Franzyska, sedetevi e parliamo. Abbiate la bontà di chiudere la porta.

Guarda alla porta con un sorriso fugace e la chiude, senza far scorrere il piccolo catenaccio nichelato. Oramai!...

— Franzyska, come mai avevate sposato Nikola Cripopoulo, voi?

Solleva su di me i suoi grandi occhi verdi e china il capo, assentendo:

— Lo sapevo, che mi avreste domandato questo!

— Se la domanda vi offende!...

— Oh! no. E poi? Se anche mi offendesse, capisco troppo bene, che noi non potremo intenderci mai, se io non vi rispondo.

— Ah! dunque, voi accettate l’ipotesi di una nostra intesa?!

Vedo chiaramente che sta per dirmi: «Imbecille! e io sarei qui, se non avessi accettata una tale ipotesi?», invece mi dice:

— Che cosa intendete per un’intesa, John?

— Troppe cose, perchè io possa dirvele tutte in una volta, Franzyska. Volete che cominciamo con lo sgomberare il terreno da quelle spiegazioni preliminari che, come voi avete riconosciuto, oramai si impongono?

— Come volete, John. Vi racconterò la mia storia. Non temete! La mia storia è breve, e non è neppure triste, del resto. Io mi chiamo Franzyska Zerminowna. Questo vi dice che mio padre si chiamava Zermin. Era un ricco albergatore di Zakopane, mio padre, e io sono la sua figlia unica. Conoscete Zakopane? È un leggiadro paesettino sui Carpazi, stazione climatica d’estate, stazione di sports invernali all’inverno. È famosa. Le guide affermano che oltre trentamila persone visitano Zakopane in un anno. Non vi deve meravigliare, quindi, se quando io ebbi diciotto anni una di queste trentamila persone si innamorò di me. Era un uomo, naturalmente. Se fosse stata una donna, il fatto, pur essendo sempre notevole in se stesso, avrebbe avuto conseguenze assai diverse. Lasciai mio padre, Zakopane e le sue attrattive e seguii quest’uomo, ch’era un francese. Non domandatemi perchè fosse proprio un francese. È uso delle donne polacche cominciare con un francese, quando non cominciano con un polacco. Lo seguii, naturalmente, in Francia, prima a Parigi e poi sulla Costa Azzurra. Mi si era fatto credere ricco, quel mio primo amante, e io non avevo domandato di più. A casa mia avevo sempre vissuto nell’agiatezza e non pensavo che si potesse vivere altrimenti. Invece... invece non era ricco.

Mi racconta la sua storia con molta tranquillità, Franzyska, come se fosse la storia di un’altra donna. Ma così, seduta dinanzi a me, un braccio appoggiato alla spalliera della seggiola, l’altro abbandonato sul seno, la testa un poco rivolta in alto per guardarmi, gli occhi semichiusi, i capelli lucenti con quella loro fiamma d’oro cupo sulla fronte, è tanto carina, Franzyska!

— Era povero, anzi, e voleva vivere come un ricco. Si valeva di espedienti, quindi. Sulla Costa Azzurra di espedienti ne trovò quanti ne volle. Compreso quello di giocare. E poi quello di firmare assegni a vuoto, quando aveva perduto. Perdette spesso, tanto spesso che lo arrestarono e io mi trovai a Nizza, sola, in un albergo di primo ordine, con le mie valigie e il mio nécessaire d’argento per tutto capitale. Riconoscerete ch’era un capitale insufficiente. Di tornare a Zakopane, neppure a parlarne. Noialtre polacche siamo use di non tornare dai nostri parenti, dopo una fuga come la mia, se non nel caso in cui non abbiamo più bisogno di loro. La storiella del figliuol prodigo non è una storiella polacca. Di conoscere altri uomini, non avevo voglia. Mi sarebbe stato fisicamente impossibile, anzi! Conoscete la nausea? Ecco: io ero nauseata. Quel mio primo uomo – l’amante rapitore che mi aveva svelato il divino segreto dell’amore! – mi aveva amata così poco e così male, prima fra un treno e l’altro e poi tra una partita e l’altra di baccarà, che non avevo proprio voglia di ricominciare. Ammetterete che la mia situazione non era lieta!

— Povera Franzyska!

— No! Niente: povera Franzyska! Era la vita e io non avevo da essa nulla di più di quanto avevo voluto e di quanto mi meritassi. Tanto vero che la Provvidenza venne in mio aiuto e al Kursaal di Nizza incontrai Nikola.

Non so frenare un gesto di meraviglia, che è poi un gesto offensivo per la memoria del morto.

— Eh! mio caro, voi non sapete quel che significò per me incontrare Nikola! Significò, nientemeno, che trovare un marito il quale mi manteneva e mi metteva al coperto dalle intemperie di ogni genere, dalla fame, dal pericolo di dovermi prostituire e di fare comunque altre dolorose esperienze del genere di quella mia prima avventura, e che in pari tempo s’acconciava ad essere un marito... per modo di dire.

— Per modo di dire, Franzyska?

— Già, o per modo di fare, se preferite. Sapete voi chi fosse Nikola Cripopoulo?

— Evidentemente no, Franzyska.

— Ebbene, ve lo dirò, dal momento che è morto. Era un mussulmano fanatico, capo di una setta di irredentisti egiziani, i quali per tutto programma immediato avevano la liberazione dell’Egitto dagli stranieri, la cacciata degli inglesi dal suolo egiziano, la libertà effettiva di governarsi da soli per tutti i mussulmani dal Sudan al mare. Ora costoro, John, non sono nazionalisti perchè sentono il vincolo di una patria unica, lo sono perchè sentono il peso insfuggibile di una religione unica: la loro, la mussulmana, quella di Allah e di Maometto. Questo l’ho imparato da Nikola, naturalmente, ma l’ho imparato in modo da non dimenticarlo più. Nikola era un turco, fors’anche un turco bastardo, ma fanatico lo era di certo. E più che amare l’Egitto, odiava gli inglesi. Ah! come vi odiava, John, vi odiava più del possibile, più dell’immaginabile!

E dire che io me ne ero fatto un alleato! Ci sarebbe da ridere, se Nikola non fosse morto!

— Ma il suo fanatismo non mi spiega...

— Aspettate e vi spiegherete tutto. Dunque, Nikola m’incontrò al Kursaal. Era una sera di disperazione nera per me. Non pensavo al suicidio, perchè avevo vent’anni o poco più, ma avrei dato la testa contro i muri per cavarne un’idea che servisse a indicarmi una linea di condotta, che risolvesse questo mio problema terribile: trovare i denari per vivere bene, come avevo sempre vissuto, senza prostituirmi. Mi si avvicinò e mi parlò. Mi parlò subito freddamente e non mi guardò a quel modo cinico con cui gli uomini guardano le donne con le quali desiderano andare a letto, spogliandole dal petto alle ginocchia. Più su e più giù non è necessario, perchè spogliate, esse, lo sono di già. Vidi nei suoi occhi lampi di frenesia, che non era frenesia amorosa, e questo valse a inspirarmi fiducia. Ve l’ho detto: l’unica cosa che io potessi temere in un uomo in quel momento era il maschio. Gli confessai la mia situazione. Vi sembrerà ridicolo, puerile, avventato, ma io lo feci ed era la prima volta che lo vedevo. Egli mi considerò lungamente e poi mi propose di seguirlo in Egitto. Mi parlò chiaramente anche lui. Mi disse che tornava in Egitto per giocare una carta pericolosa, che il momento era quello o mai più; i suoi amici erano pronti, l’Inghilterra parlava di togliere il protettorato per meglio irretire l’Egitto in una rete di interessi di ogni genere, più ferrea di ogni protettorato dichiarato. Giurò per Allah che lui lo avrebbe impedito o sarebbe morto. E giurò il vero, come vedete, perchè è morto. Mi disse che io potevo essere per lui un’alleata preziosa, perchè le congiure hanno bisogno di una donna, come hanno bisogno di un’anima perduta che uccida e si faccia uccidere. Non correrete nessun pericolo, aggiunse; nè ho paura che voi mi tradiate, perchè siete polacca e non v’importa niente degli inglesi... Non addoloratevi, John, se vi dico che infatti non me ne importava niente!

E mi guarda dolcemente; l’ironia delle sue parole viene dissolta dal tenero languore di questo suo sguardo, che filtra tra le lunghe ciglia agitate da un palpito, se non di commozione, certo volutamente trepido.

— Non mi addoloro, Franzyska, perchè spero che oggi ve ne importi qualche cosa!

— Voi non mi avete ancòra detto d’essere inglese, John! – E sorride: – Ma questo è il momento delle mie confessioni, John, non delle vostre. Ascoltatemi. Dissi a Nikola che non capivo ancòra bene che cosa volesse da me; ma che a ogni modo ero pronta a seguirlo, se si fosse trattato di essere soltanto una complice e non un’amante. «Precisamente così!» esclamò. E aggiunge: «Noi ci sposeremo a Marsiglia, prima del vostro imbarco; io non potrei condurvi con me, senza sposarvi, ma questa formalità non muta per nulla i nostri patti». Infatti, John, non li ha mutati e io non sono mai stata la moglie di Nikola Cripopoulo, mentre oggi ne sono la vedova.

Una pausa. Franzyska tace e anche io taccio. Ho bisogno di raccogliere le idee. Dove mi porterà questo discorso di Franzyska? Bisogna assolutamente che ci pensi, prima che lei abbia terminato. Pensare! Che maledizione è questa, per me, di dover pensare! Mentre sarebbe così semplice e naturale e buono – nel senso etico della parola – prendere Franzyska tra le braccia e baciarla!

— Dunque, Franzyska?

— Dunque, ho finito, John!

— Non ancòra, Franzyska. Occorre dirmi, come mai quella repugnanza per gli uomini sia improvvisamente caduta di fronte a un inglese alto un metro e settantadue, coi capelli rossicci, il naso regolare e nemico dichiarato di Nikola, per di più.

— Ah! Qui entriamo nei meandri tortuosi della psicologia femminile, John! Io non vi dirò che appena vi ho visto mi sono innamorata di voi. Vi dirò, anzi, che mi siete apparso alquanto ridicolo, a tutta prima, con quel vostro modo sornione e in pari tempo sfacciato di guardarmi e di parlarmi. E vi confesso che vi diedi l’appuntamento per la notte, col proposito di lasciarvi tutta la notte solo nella vostra camera ad attendermi, per poi ridervi sul naso la mattina dopo. Nikola mi aveva segnalato la vostra presenza in albergo e mi aveva ingiunto di sorvegliarvi e di penetrare nella vostra camera quando voi non c’eravate.

Ah! carogna d’un Nikola!

— Pensavo, quindi, che comunque mi sarebbe stato utile avervi conosciuto. Ma poi il destino volle che io mi incontrassi con voi nella casa di Nikola. Temetti per un istante che le vostre smanie rumorose danneggiassero Nikola, obbligandolo a scoprirsi prima del tempo, e vi rinnovai la promessa di una visita in camera vostra. Poi Nikola mi disse che alla notte sarebbe venuto in albergo, per penetrare da voi quando dormivate, e non so perchè mi venne il capriccio di mandare a monte il piano di Nikola, dimostrandogli come bastassi io sola a rubarvi la valigetta gialla. Quella lì...

E indica la piccola valigia con le cifre d’oro.

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