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5. Un giovane biondo, in una soffitta
ОглавлениеPoche ore di sonno agitato. Adesso aveva fatto il bagno ed usciva. Non erano ancora le otto, ma De Vincenzi sentiva il bisogno di camminare. Sarebbe andato a piedi fino in via Monforte. Lui abitava al Sempione e la strada era lunga. La mattina era rigida. Una nebbia vaporosa, più fitta man mano che saliva, sembrava si alzasse dal Parco verso il cielo. E il cielo non lo si vedeva neppure, se non sotto la specie di altra nebbia più grigia, più spessa, più fonda.
De Vincenzi non attraversò il Parco. Avrebbe abbreviato e invece voleva camminare.
Rientrato in casa, che eran forse le cinque, si era gettato vestito sul letto e si era addormentato. Un sonno d’incubi. E adesso sentiva il bisogno di pensare a mente lucida.
Conosceva Giannetto o credeva di conoscerlo. Un po’ poeta della vita, con le ali tarpate dai bisogni, dai vizii, da uno sconfinato desiderio di godimento. Forse, non di una moralità adamantina, nel senso che lui non si era mai data la pena di formulare a se stesso le regole di una morale di tal genere. Ma onesto, sì. Certo, incapace di commettere un delitto e di commetterlo a quel modo, che era insieme abile e sciocco, lineare e sconvolgente.
Poiché, infatti, il quadro si presentava così. Aurigi doveva una somma di denaro a Garlini. Forte, fortissima, forse. Non poteva pagarla. Lo aveva detto. Ad ogni modo sapeva che quello era un fatto da potersi controllare facilmente. Era andato alla Scala, secondo quanto aveva affermato, ma ne era uscito alle undici e aveva vagato per la città.
Sempre a prestar fede alle sue parole. Ma, poiché, invece, a prestar fede non gli si doveva, senza aver prima dubitato e vagliato, De Vincenzi doveva ammettere che dalle undici alla una circa, quando s’era presentato a San Fedele, Giannetto avesse potuto agevolmente commettere il delitto. Ma dopo, che cosa aveva fatto? Ecco: la cosa appunto più abile e sciocca. Si era recato da lui, da lui De Vincenzi, in Questura e gli si era mostrato nervoso, agitato, e s’era lasciato andare a mezze frasi, che non potevano non rilevare in lui uno stato d’animo di eccezione. Ma poteva dirsi lo stato d’animo di un assassino?
Sì, abile sarebbe stato a recarsi proprio da lui, se avesse saputo tenere un altro contegno, pur pensando, come prima idea, nel turbamento dell’azione commessa, che era meglio, per disperdere ogni sicuro sospetto, recarsi propri lì… In Questura. Oppure vi era andato, nel primo smarrimento, senza sapere quel che si facesse.
Adesso, De Vincenzi ricordava. A mezzanotte, quando si recava a San Fedele, si era incrociato con un uomo in frak e tuba. E quell’uomo era Aurigi. Passava dalla piazza in via Agnello, camminava senza vedere nessuno, andava nel freddo della notte invernale. Adesso lo ricordava, con leggero stupore, per non averci pensato prima. Quando se lo era visto davanti, nella sua stanza di San Fedele, perché non gli aveva detto subito: «Un’ora fa ti ho incontrato qui davanti, che camminavi nella nebbia. Dove andavi?» E perché non aveva subito riconnesso quell’incontro con l’agitazione dell’amico?
Certo, lui non poteva prevedere che, dopo un quarto d’ora o mezz’ora, il telefono gli avrebbe annunziato che in casa di Aurigi c’era un cadavere. Tuttavia…
Dunque, Giannetto poteva essere l’assassino. Forse, tra poco, ne avrebbe trovata la causale, se non addirittura le prove. Ma De Vincenzi sentiva che la verità non era quella, che c’era qualche altra cosa di più oscuro e di più complesso.
Ma, se non lui, chi?
La portinaia aveva finito con l’ammettere che quasi tutti i giorni una signorina si recava da Aurigi. E quella signorina, egli lo aveva intuito immediatamente, doveva essere la sua fidanzata, la figlia del conte Marchionni. Per di più, quel giorno anche un vecchio signore si era recato a casa di Giannetto e la signorina doveva essersi incontrata con lui o forse aveva rinunciato a vedere il suo fidanzato, soltanto perché quella terza persona era presente. Qui la linea degli indizi si faceva più solida e più diritta e De Vincenzi volle convincere se stesso che doveva seguirla. Ma fino a dove? E dove essa lo avrebbe condotto?
A quel punto, come per un lampo improvviso, si vide dinanzi la portinaia prosperosa e belloccia e quel suo marito striminzito e sparuto e sentì ancora la voce di lui, che supplicava:
«Non le creda! Non le creda!… Noi non sappiamo nulla!»
E lei, la donna, aveva subito accusato quello della soffitta. «Se c’è stato un furto, è lui il ladro» aveva detto.
Lui, chi?
E adesso si pentiva di non aver badato a quel particolare e di non esser subito andato in fondo alla cosa.
Lo avrebbe fatto appena in via Monforte.
Ma prima aveva altro da fare.
Giunto in Piazza Cordusio, si accorse che, assorto nei suoi pensieri, era andato troppo oltre. Tornò indietro ed imboccò via Meravigli. Trovò facilmente la Banca Garlini: due grandi targhe d’ottone lucente ai lati di uno dei primi portoni.
Entrò e vide il custode e qualche impiegato. I più mattinieri, perché non erano ancora le nove. Ma il cassiere c’era. Un pezzo d’uomo alto e grosso, tutto rosso in viso. Il collo corto sulle spalle larghe e quadre reggeva il capo pesante, dai capelli biondastri.
«Brutta complessione, per un cassiere!» pensò De Vincenzi. «Se gli piglia un colpo apoplettico a cassa aperta, mette uno spavento del diavolo a tutti quanti…»
Gli si era ridestato lo spirito ironico. Lo interrogò rapidamente. Il cassiere aveva soltanto voglia di dir tutto quel che sapeva. De Vincenzi guardò i libri, ma smise subito: non ci capiva nulla ed era un lavoro inutile, perché tra poco sarebbero venuti gli esperti contabili e lui avrebbe saputo egualmente quel che gli interessava. Invece, ascoltò il cassiere e una notizia che questi gli diede se la fece ripetere due volte.
«Ne siete proprio sicuro?»
«Perbacco!» esclamò quell’altro, facendosi più rosso ancora.
«Li ho tolti da questo pacco proprio davanti a lui, per darglieli. Guardi qui! Questi adesso sono ottanta, invece di cento. Li vuol contare?»
No, il commissario non voleva contarli. «E a cosa dovevano servirgli?»
Il cassiere rise a quel modo un po’ stento e ghignoso con cui ridono le persone rosse:
«Eh! se lei crede che il padrone venisse a rendere i conti proprio a me! Qualche pollanchella, toh!… Gli piacevano le donnine, sa?»
Un altro punto da considerare per lui.
Ma subito alzò le spalle; le donnine in casa di Aurigi!
Era ancor più concentrato ed assorto. Entrò in un bar e bevve due tazze di caffè, una dopo l’altra. Guardò l’orologio e vide che erano ormai quasi le nove, allora saltò in un tassì e si fece portare in via Monforte.
Passando davanti alla portineria, vide la portinaia che lo fissava con occhi lucidi e ansiosi.
Entrò e la donna non trovò neppure il modo di dirgli «buon giorno», tanto aspettava in pena che lui parlasse.
Quel morto nella casa l’aveva sconvolta. Non si era neppure quasi pettinata e, senza cipria, aveva il volto lucido della donna grassa, che ha la secrezione facile.
«Ditemi un po’, voi!» l’investì De Vincenzi, che non aveva tempo e voglia di badare alle forme, e la portinaia sussultò.
«Che c’è, ancora?»
«Parlavate, questa notte, di una soffitta… Di un uomo, che l’abita… Che sarebbe capace…»
La donna inghiottì la saliva.
«Ho detto così… quando credevo che si trattasse d’un furto… Ma adesso!…»
«Ebbene, chi è colui del quale parlavate?»
«Un giovanotto. Oh! un giovanotto distinto del resto, all’apparenza. Ma non deve avere un soldo. C’era all’ultimo piano una stanza vuota… Sa? Una di quelle stanze che si danno ai domestici… E mio marito volle affittargliela… Saranno quasi due anni, ormai. Lui vi rimane chiuso quasi tutto il giorno. Scrive, che so?, dice che fa romanzi, novelle… Ma certo non gli danno da mangiar polli quelle sue storie… Perché s’è preso un fornelletto e alla mattina esce a comperarsi qualche cosa….»
«Come si chiama?»
«Remigio Altieri.»
«All’ultimo piano, avete detto?»
«Sì, la stessa scala del signor Aurigi.»
Il commissario uscì dalla portineria e salì al quarto piano. Passando davanti alla porta d’Aurigi, la vide semiaperta e affrettò il passo, perché non voleva essere fermato in quel momento.
Trovò facilmente l’uscio. Era l’unico chiuso, mentre gli altri si aprivano sul lungo corridoio illuminato da una lampada elettrica sempre accesa.
Picchiò e comparve nel riquadro della porta un giovane biondo, vestito di nero, che fissò meravigliato il visitatore.
«Il signor Altieri?»
«Sono io»
«Vorrebbe permettermi?»
E De Vincenzi entrò, passando davanti all’altro, che istintivamente, si era ritratto.
«Ho da parlarle.»
Si guardava attorno. La camera era modesta, ma molto pulita. E anche i mobili erano notevoli; pochi ma antichi. Forse, i resti di un’agiatezza tramontata. O forse mobili di una ricca casa di campagna, che i genitori si erano tolti, per darli al loro figliuolo emigrato in città.
Uno studente, pensò il commissario.
Il giovane era rimasto presso l’uscio ancora aperto e lo guardava. Il suo stupore era tale, che egli non pensava neppure ad irritarsi o a sdegnarsi per quell’intrusione quasi violenta. Si limitava a non sapersela spiegare.
De Vincenzi vide il letto, un cassettone, un tavolo con una poltrona davanti e sul tavolo un grande ritratto di donna.
Una bella donna: giovane doveva essere. Una gran massa di capelli, due occhi profondi e luminosi.
Nella stanza un odore diffuso di acqua di colonia e di sigarette.
Povertà? Miseria? Pasti grami e forse saltuari? Il commissario cercò invano tracce di un focolare o di un fornello a spirito. E in quanto alla miseria, se pur quella era miseria, essa aveva un’apparenza così dignitosa da incutere rispetto, se mai.
«Vorrei rivolgerle qualche domanda, signor Altieri. Sono un commissario di Pubblica Sicurezza.»
Il giovanotto non sembrò spaventato. Anzi, si sarebbe detto che adesso la sua sorpresa fosse cessata. Chiuse la porta, però, con grande cura e andò verso De Vincenzi.
«Non capisco…» disse.
«Naturalmente. Da quanto tempo lei è a Milano?»
«Due anni.»
«E prima?»
L’altro ebbe un sorriso. Trasse dalla tasca un cartoncino piegato e lo porse al commissario.
«Credo che farà più presto a leggere la mia carta di identità. Sono nato a Nancy.»
«Francese?»
Il giovane assentì col capo.
«Francese.»
«Ma se parla benissimo l’italiano? Senza accento!»
«Infatti! Da dieci anni sono in Italia. Avevo quindici anni, quando ci venni.»
«Solo?»
«Con mio padre.»
«E adesso?»
«Solo. Mio padre morì nove anni or sono. Dopo un anno, che ci trovavamo in Italia.»
«E lei?»
«È tutta una storia!» esclamò Altieri. «Vuol proprio ascoltarla? In tal caso, la pregherei di sedere.»
E De Vincenzi, per tutta risposta sedette nella poltrona.
Il giovane andò dall’altra parte del tavolo e sedette lui pure nella unica sedia che c’era.
«Ma se volesse dirmi, signor commissario, quali sono le ragioni per le quali s’interessa a me, forse potrei darle quelle spiegazioni che le occorrono, senza raccontarle tante cose inutili.»
«Preferisco sentir tutto, anche le cose inutili,» fece De Vincenzi un po’ seccamente.
Subito si pentì. Quel giovanotto in fondo gli era simpatico. E lui evidentemente stava perdendo il suo tempo. Come ammettere che Altieri avesse ucciso Garlini o che comunque sapesse qualcosa del dramma?
Il giovane alzò le sopracciglia, di nuovo sorpreso.
«Ebbene, se è per farle piacere.»
E raccontò sobriamente, senza frasi, senza appassionarsi neppure a quel racconto della propria vita, che egli faceva come se non lo riguardasse, tanto si capiva che doveva essersi ormai completamente diviso dal suo passato, recidendolo da sé con un taglio netto.
Qualche altra cosa assai più importante e profonda lo univa al presente e all’avvenire. E forse, appunto quel passato era il peso morto, che oggi lo teneva e lo angustiava.
«Sono nato in Francia da padre italiano e da madre francese. Può vedere sulla carta d’identità. Mia madre era una duchessa di Noailles. Aveva sposato mio padre contro la volontà dei suoi, dopo essere fuggita con lui. Mio padre era un pittore venuto in Francia a cercare fortuna. Mia madre, per sposarlo, fuggì da casa. I suoi genitori non vollero mai perdonarle. Con mio padre visse poveramente. Il babbo aveva molto ingegno, ma poca fortuna.»
Fece una pausa e poi mormorò:
«Come me!» ma subito arrossì e chinò lo sguardo.
De Vincenzi guardava la fotografia sul tavolo. Lui se ne avvide e sembrò ancora più imbarazzato.
«Voglio dire come me, per quel che riguarda la fortuna!»
Rapidamente riprese la sua storia. La madre era morta, dopo quindici anni di matrimonio e suo padre allora, aveva fatto ritorno in Italia assieme al figlio. Aveva portato con sé i mobili, che aveva a Parigi. Il giovane si guardò attorno. Molti ne aveva venduti: gli erano rimasti quelli.
Poi era morto anche suo padre, lasciandolo solo. Lui aveva studiato. Aveva vissuto, dando lezioni di francese. Era stato istitutore in qualche casa di ricchi, ma non era il suo pane quello. E si era messo a scrivere per proprio conto. Lavorava per qualche editore. Faceva traduzioni.
Questo era tutto.
«E adesso, in che cosa posso servirla?» chiese, con una semplicità così spoglia, da dar l’impressione, che rasentasse l’ironia.
Evidentemente, non poteva servirlo in nulla! De Vincenzi ebbe l’impressione di aver proprio perduto il tempo, per quanto quella storia — un po’ comune, se vogliamo, e un po’ troppo romanzo per giovanette — lo avesse interessato, tanto l’accento con cui era stata narrata era sinceramente sereno e placido.
Più che rassegnato, estraneo.
Un ragazzo indubbiamente intelligente. Si vedeva ch’era di buona razza. Una duchessa di Noailles! E suo padre un pittore. Molto ingegno e poca fortuna. «Come me!» aveva esclamato, senza volerlo.
Era vero, del resto.
Ebbene, che altro c’era da fare? De Vincenzi doveva alzarsi, ringraziare, scusarsi e andarsene.
«Mi perdoni d’averla disturbata. Ho interrogato lei come tutti gli altri inquilini della casa. La notte scorsa è stato commesso un delitto qui dentro…»
Il giovane trasalì.
«Un delitto?» chiese.
«Già. È stato ucciso un uomo. Il banchiere Garlini. Lo conosceva?»
«No, davvero!» rispose, ma il commissario sentì che la voce aveva avuto un piccolo fremito, una esitazione.
Allora, aggiunse, fissandolo:
«È stato ucciso in casa di Giannetto Aurigi.»
Questa volta il giovane ebbe un sobbalzo. Così violento ed improvviso, che la tavola a cui si appoggiava ne tremò. E impallidì. Bianco di cera, si fece. E con quei suoi lineamenti sottili, aristocratici, il pallore gli diede subito l’aspetto di un ammalato.
«Conosce il signor Aurigi?»
«No,» mormorò.
Mentiva. Era tanto evidente che mentiva, che lui stesso ebbe paura della propria menzogna e s’affrettò a balbettare:
«Voglio dire… Lo conosco di nome… l’ho incontrato qualche volta per le scale…»
«Dove si trovava, la notte scorsa, lei?» chiese freddamente De Vincenzi.
L’altro lo guardò meravigliato, non comprendendo.
«Come dice?»
«Dico, dove si trovava la notte scorsa. Dalla mezzanotte all’una.»
«Ma qui… In questa camera. Oh! dove voleva che mi trovassi?»
«E non ha sentito nulla?»
«Nulla!»
«Dormiva?»
«Ma no! Forse, scrivevo. Forse, leggevo.»
«E nessuno che possa provare questo suo alibi?»
«Alibi?… Perché dice alibi?»
De Vincenzi sorrise. Infatti, aveva corso un po’ troppo! Certo, quel ragazzo si era turbato al nome di Giannetto Aurigi, ma che cosa significava? Si poteva supporre e credere che soltanto per questo fosse stato lui ad uccidere?
Qualcosa doveva esserci sotto; ma pensare che quel ragazzo avesse ucciso Garlini gli sembrava enorme! E perché poi? È vero che dal pacco mancavano ventimila lire: «Li ho contati davanti a lui, per dargliele», aveva detto il cassiere. Ma quello lì non era tipo da delitto volgare, per furto.
A meno che… e De Vincenzi guardò la fotografia sul tavolo: una donna!
«Bene! Ne parleremo ancora. Tornerò da lei o la manderò a chiamare.»
E uscì in fretta.
Il giovane rimase lungamente a guardare la porta per la quale il commissario se n’era andato.
Poi mormorò:
«In casa di Aurigi!»
Fissò la fotografia e tutto il volto gli s’illuminò di tenerezza e di terrore.
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