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9. «Sono stata io ad ucciderlo!»

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I quattro uomini nella stanza rimanevano immobili.

De Vincenzi, con le mani in tasca, pacato e sereno, osservava il conte, senza dare al suo sguardo alcuna evidente forza di penetrazione. Era in lui il desiderio di togliere alla esclamazione del conte ogni importanza. Voleva proprio scarnire l’incidente, renderlo lineare, togliere ogni enfasi a quel grido lanciato inconsapevolmente e che scopriva il lato profondamente vulnerabile e vulnerato di uno degli attori del dramma.

E Marchionni, quasi avesse compresa l’intenzione del commissario, si era istantaneamente calmato. Non la più piccola commozione. Soltanto l’immobilità, neppure mossa da un respiro più frequente. Si sarebbe detto che anche lui attendesse, come De Vincenzi, che i fatti si spiegassero da soli.

Il più impressionato di tutti era Harrington a cui il fulgore del brillante toglieva luce agli occhi, che si erano spenti. Tutta la sua furberia gli si era come liquefatta sul volto, che appariva slavato. Si era allontanato da Marchionni e si sarebbe detto che, con quel gesto, avesse voluto estraniarsi dalla vicenda, quasi avesse compreso che essa lo sorpassava, tanto più grande di lui, da togliergli ogni velleità di approfondirla.

Ultimo giunto e fino adesso figura di contorno, Giacomo Macchi, il cameriere, anch’egli un po’ in disparte, per abitudine delle sue funzioni, fissava in terra, evidentemente più imbarazzato che sorpreso o colpito da tutti quegli avvenimenti che, iniziatisi con un fatto mortale, si presentavano adesso carichi di pericolo, come una bomba di dinamite.

De Vincenzi ricapitolava in se stesso i fatti, cercando di fare il punto con la rapidità del navigatore, che teme tempesta. Non c’era tempo per lui di disporre il sestante e di calcolare preciso. Occorreva lavorare d’intuizione, soprattutto. Per intuizione, aveva tratto, quasi inconsciamente, il conte Marchionni nel tranello e, quando aveva a bella posta mentito, affermando che la ricevuta si trovava nella tasca del petto del cadavere, non sapeva neppur lui perché si stesse valendo di quella menzogna. Poi essa aveva dati frutti insperati. Insperati, ma di quale valore? Era ammissibile che ad uccidere Garlini fosse stato il conte? Sì, poteva anche essere ammissibile; ma occorreva allora trovare tutti gli altri elementi, che mancavano.

Pensava e nello stesso tempo voleva interdirsi di pensare. Avrebbe voluto realmente agire come un rabdomante, per forza inconscia. Cercava un assassino e doveva trovarlo con la bacchetta sensibile.

Il silenzio continuava su quei quattro uomini immobili, neppur ansioso, adesso, ma quasi catalettico. Un silenzio stagnante.

Come rompere la lutulenza di quell’atmosfera? Come uscire di nuovo a respirare l’aria libera? Come muoversi?

E naturalmente fu sempre il caso che operò, come un sasso lanciato in uno stagno.

Di nuovo il campanello della porta squillò, nervoso, e tutti sobbalzarono. Senza accorgersene, avevano mandato un sospiro di sollievo.

Ma fu breve.

Un’altra angoscia li afferrò, tutti e quattro: quale manifestazione dell’imprevisto, sotto quale specie, sarebbe entrata adesso da quella porta, che l’agente di guardia nella sala d’ingresso si recava ad aprire?

La persona, che entrò, era una donna. Passò diritta davanti all’agente ed entrò nella sala da pranzo, per nulla stupita di trovarvi quegli uomini, che con gli occhi attoniti la fissavano.

Era bellissima e giovanissima. Molto elegante, teneva nelle mani inguantate una borsetta d’oro e con le mani si chiudeva sul petto la pelliccia.

De Vincenzi la fissava, con gli occhi sbarrati e il respiro oppresso.

La donna della fotografia! La donna del giovane biondo!

Eppure era anche, egli non poteva dubitarne, la fidanzata di Giannetto Aurigi.

Il dramma balzava rapido, fosforescente, inatteso!

Ecco l’anello di congiunzione.

L’ultimo piano della casa, quella soffitta linda e quasi preziosa, andava ad unirsi al secondo piano, all’appartamento da scapolo di Aurigi, in cui era stato trovato un cadavere.

Quel nuovo legame sorgeva ad affermare una complessità di fatti misteriosi e nascosti, che balenarono improvvisamente allo spirito di De Vincenzi, sconvolgendolo.

Egli si sentiva profondamente turbato. Una sottile angoscia l’invadeva. Quell’uomo, chiuso nella stanza accanto, guardato a vista, che lui aveva dovuto dichiarare in arresto, era, dunque, non soltanto innocente, ma anche colpito da una disgrazia più grande, che ancora ignorava e che stava per dargli un nuovo profondo cattivo dolore? Oppure lui sapeva e tutto il dramma s’imperniava su quella sua conoscenza?

Non era possibile!

Giannetto non conosceva neppure di nome Remigio Altieri.

E poi come pensare che un dramma chiuso fra tre persone – il fatale triangolo, il cerchio magico del tradimento amoroso – si ripercuotesse sopra una quarta, che non aveva verosimilmente rapporti se non con una di quelle tre e ad ogni modo rapporti soltanto finanziari?

De Vincenzi dovette fare uno sforzo rabbioso su se stesso, per non dimostrare tutta la sua smarrita sorpresa.

Il primo che parlò fu Marchionni. Il vecchio, vedendo entrare sua figlia, aveva sussultato e il volto gli si era fatto livido.

«Perché sei venuta qui, Maria Giovanna?» chiese con voce rauca, in cui vibrava, più che l’indignazione, un’angoscia sorda.

La figlia guardò il padre con semplicità, quasi meravigliata di quella domanda:

«Perché te ne stupisci, papà? Sono la fidanzata di Giannetto Aurigi…»

Gli occhi del conte sfavillarono.

«Tu non sei più la fidanzata di Aurigi e questo non è il tuo posto! Torna via!»

«T’inganni, papà!» e la voce di lei era sempre così armoniosamente netta, da far quasi credere ch’ella ignorasse quel che invece sapeva. «Anche se Giannetto avesse ucciso, io non lo abbandonerei. Ma egli non ha ucciso! E io lo so!»

«Taci! Sei pazza, Maria Giovanna!»

Il grido, questa volta, aveva raggiunto il massimo della violenza. Era visibile che Marchionni si tratteneva a stento dal correre contro sua figlia e dal chiuderle proprio materialmente la bocca con le mani.

Si voltò a De Vincenzi e parlò quasi supplichevole, con un’angoscia piena di strazio:

«Non l’ascolti, lei!… Non ascoltatela!… Non sa quel che si dice!…»

De Vincenzi osservava.

Lentamente, sempre con la medesima semplicità nuda e scarna. Maria Giovanna scandì:

«No! Non è stato Aurigi ad uccidere Garlini!… Sono stata io!»

Il dramma, dopo queste parole, balzò tutto e soltanto tra questi due esseri: padre e figlia. Anche De Vincenzi, come quegli altri due che non contavano, era scomparso. Non esistevano che il vecchio gentiluomo, tremante, fremente di collera e d’orrore, e la giovane bellissima, soltanto un po’ pallida, con le labbra troppo accese, come un ferita aperta in quel pallore.

«Pazza! Pazza!… Perché menti, per salvarlo?!»

Strinse convulsamente le mani e, sempre rivolto a De Vincenzi, supplicò:

«Non le creda!… Non ha senso comune tutto questo!… Mia figlia non si trovava qui ieri notte! Mente per salvarlo…»

E la giovane fece un passo avanti ed ebbe un gesto energico.

Affermava una verità, che sapeva inoppugnabile.

«C’ero!… E tu, papà, perché menti, per perderlo?!»

Gli altri avevano trasalito.

Adesso realmente il ferro entrava nella ferita, vi girava e la scarnificava.

Il conte, quasi fosse stato colpito da una mazzata sulla testa, si era schiantato di colpo sul divano. Con il capo fra le mani, respirava a fatica.

Tutti tacevano.

Fu in quell’istante che l’orologio a pendolo, dal caminetto, prese la parola. E batté le ore una dopo l’altra lentamente.

De Vincenzi a quel suono sussultò.

Fissava l’orologio con occhi accesi, come davanti ad una rivelazione. Muoveva le labbra silenziosamente, per contare i colpi.

Quasi suggestionati da lui, gli altri seguivano quei suoni e contavano. Anche il conte aveva levata la testa.

L’orologio batté undici colpi.

Poi tacque.

De Vincenzi, con un gesto conclusivo, come se facesse la somma e mettesse il punto ad una frase, trasse l’orologio e lo guardò.

«Sono le dieci,» disse.

Allora, anche il conte si alzò e tutti gli altri ebbero un sobbalzo. Giacomo fece un passo verso l’uscio, poi si trattenne e tornò dov’era. L’unico a non rendersi conto di quel che stava accadendo fu Harrington.

Il commissario apparve di colpo come liberato da un peso, che gli avesse impedito fino allora i movimenti. Si mosse con disinvoltura nuova. Tutto in lui era adesso semplice, spontaneo, naturale.

«Signori miei,» disse pacatamente, «io credo che ognuno di voi, per ragioni diverse, abbia bisogno di un po’ di riposo. Non si può richiedere ai propri nervi uno sforzo maggiore di quello, che possono fare. O altrimenti si rischia di tenderli fino allo strappo.»

Girò lo sguardo sul volto di ognuno e continuò:

«L’atmosfera di questa camera è riscaldata a calor bianco. Cattiva temperatura, per avere il cervello a posto e le idee chiare. Io stesso temo che le vibrazioni precipitate dei vostri polsi influiscano sul mio giudizio. Comprenderete, quindi, perché io vi preghi di lasciarmi solo, con le mie idee. È necessario che le ordini e le domini. Vero?»

Nessuno parlò. Subito, quasi avesse temuto che qualcuno potesse pentirsi di quel silenzio, il commissario aggiunse in fretta:

«Grazie. Vedo che mi avete compreso. Allora…»

Si guardò attorno e si diresse per primo verso il conte.

«Conte Marchionni, la prego, favorisca in questa camera…»

E lo trasse verso l’uscio del salottino.

Marchionni aveva ritrovata la freddezza. E anche la sua alterigia.

«A quale conclusione vuol giungere, lei? Spero che, per quanto surriscaldato, il suo cervello le abbia servito a non dare un valore eccessivo alle parole dissennate di mia figlia!»

«Infatti!» rispose De Vincenzi, sempre spingendolo dolcemente verso il salottino. «Ma non dubiti! Io mi sono imposto, soprattutto, di non dare valore alle parole… Penso, più che mai adesso, che in ogni rapporto coi nostri simili, in mancanza di prove indiscutibili… e prove indiscutibili non esistono mai o quasi mai… si debba cercare di scoprire da soli soltanto il valore degli individui!… La prego, si accomodi e aspetti lì dentro…»

Il conte, raggiunto l’uscio si volse:

«Vuol dire che lei mi trattiene?»

«Ma no! Vuol dire che la prego di trattenersi qui, per poco tempo ancora…»

«Non teme le conseguenze di un arbitrio?»

«Arbitrio?» fece De Vincenzi con voce realmente stupita. «Parola elastica…»

«Crede?»

E l’ironia di quella domanda suonò come una staffilata. Ma De Vincenzi non la ricevette e Marchionni alzò le spalle, concludendo:

«Del resto, faccia lei…»

E scomparve nel salottino.

Il commissario chiuse la porta e poi si voltò verso gli altri. Il più vicino a lui era Harrington ed egli gl’indicò l’uscio d’ingresso:

«Harrington, credo che voi non abbiate più nulla da fare qui. A più tardi…»

L’altro vinse l’imbarazzo, per dire:

«Non intendo occuparmi più di questa faccenda, commissario. Altri penserà a far sapere al Questore che sono stato messo nell’impossibilità di valermi dell’autorizzazione avuta…»

De Vincenzi lo interruppe quasi con violenza:

«Ah! No. Harrington! Adesso, di questa faccenda mi occupo io e anche voi c’entrerete, se lo vorrò. Ad ogni modo, vi prego di venire da me, nel mio ufficio, alle tre di oggi. Arrivederci.»

E lui stesso lo accompagnò fino all’uscio, aspettò che fosse uscito e avesse cominciato a scendere le scale e poi si volse all’agente, che attendeva sempre nella sala d’ingresso:

«Seguilo… Non serve a nulla, ma voglio dargli una lezione…»

L’agente seguì il detective e De Vincenzi chiuse l’uscio.

Tornava in sala da pranzo, quando vide Giacomo dirigersi verso la propria camera. Gli sbarrò il passo.

«E voi dove andate?»

«Credevo che non avesse bisogno neppure di me…»

«Infatti per ora non mi servite; ma ha bisogno di voi la casa e tra poco ne avrò bisogno anch’io… Andate di là e non preoccupatevi di altro che del vostro servizio. Fate, come se nulla fosse accaduto.»

Il cameriere scosse la testa:

«Credo che non sarà facile…»

Con voce di nuovo gelida, il commissario gli intimò:

«Vi sarà facile, ad ogni modo, non venir di qua, se non vi chiamo.»

E, rientrato nel salotto, chiuse la porta con cura, attardandosi nei movimenti, quasi avesse voluto dar tempo al suo spirito di calmarsi interamente. Quando si volse verso Maria Giovanna era corretto e cortese, e sorrideva.

La giovane, per nulla turbata o intimidita da quello che si annunciava come un vero interrogatorio, fu la prima a formulare una domanda:

«Dov’è Aurigi?»

«Non lontano. Vuole parlargli?»

«Gliene sarei grata…» mormorò Maria Giovanna, con voce divenuta improvvisamente malsicura.

«Prima a lui o prima a me?» scandì De Vincenzi, fissandola.

«Lei… Lei deve avere udito quanto ho detto…»

«Certo! Ho udito; ma udire non significa comprendere e soprattutto non vuol dire credere.» La giovane supplicò:

«Bisogna credermi!… Ho detto la verità…»

«Una triste verità, signorina!… Che, se fosse realmente tale, non salverebbe nulla e nessuno.»

«Purtroppo, ormai non c’è più nulla da salvare!»

C’era tanta disperazione in quelle parole, che persino De Vincenzi ne rimase turbato.

«Comunque,» disse con forza, anche per reagire a se stesso, «io debbo comprendere.»

E subito aggiunse, con voce piena di affettuosa cordialità:

«E in quanto alla rovina, essa non è mai così definitiva come la si ritiene in un istante di smarrimento!»

Un lungo fremito percosse visibilmente la giovane. Tacque, per contenere l’impeto della disperazione, che traboccava, ma non ci riuscì. E dovette coprirsi il volto con le mani.

«Quel che è accaduto in un giorno è terribile! Abbia pietà di me!»

«E come potrei non averne, signorina?»

La condusse verso una poltrona e la fece sedere. Lei si muoveva come un automa. Quando De Vincenzi la vide quasi rassegnata, le insinuò dolcemente:

«Perché ha voluto accusarsi di avere ucciso Garlini, signorina Marchionni?»

La giovine trovò un ultimo scatto di resistenza:

«Perché l’ho ucciso!» gridò.

«E perché lo avrebbe ucciso… proprio lei?»

«Non le basta che le dica di averlo fatto?»

Ma il commissario la fissava così intensamente, che lei mormorò senza accorgersene:

«Ci sono cose che non si confessano…»

«Sì… Qualche volta è più facile confessare un delitto, che non si è commesso!»

Ma Giovanna lo guardò, poi volse altrove lo sguardo ed ebbe un gesto. Sembrava tranquilla. Si mise le mani sulle ginocchia, alzò il volto e disse lentamente:

«Lei ha torto a non volermi credere. Io ho realmente ucciso Garlini.»

De Vincenzi prese una sedia e sedette di fronte a lei.

«Vogliamo dire che lei beneficierebbe di tutte le attenuanti, se lo avesse ucciso?»

La giovane sussultò. Fu con terrore che fissava adesso il commissario e gli gridò, quasi per allontanare da sé una minaccia:

«Perché dice questo? Che cosa sa lei? La scongiuro! Mi dica quello che sa…»

«Si calmi. Quel che posso sapere io non muta il fatto avvenuto, né il corso degli eventi.»

Due lacrime erano apparse agli occhi di Maria Giovanna.

«Oh! Mi creda… mi creda e non cerchi di sapere altro!»

«Lei ha ucciso un uomo, materialmente, con un colpo di rivoltella in una tempia…»

Aveva pronunciate queste parole lentamente, scandendole, battendole in ogni sillaba. Fece una pausa. Si alzò poi di scatto e andò verso il caminetto. Tese la mano, per indicare la pendola:

«E dopo aver fatto tutto questo, lei, contessina Marchionni, ha girate le sfere di quella pendola, perché segnassero un’ora di più?»

Con profondo stupore, Maria Giovanna chiese:

«Che pendola? Che cosa dice? Io non ho toccato quella pendola…»

Il grido del commissario fu di trionfo.

«Ecco! Lei non ha toccato questa pendola. Io ne sono assolutamente convinto. Ed è per questo che lei non ha ucciso Garlini!…»

«Ma che dice? Che c’entra la pendola?» ripeté Maria Giovanna.

Il commissario aveva riacquistata la sua tranquilla indifferenza.

«Non cerchi di capire! E creda a me! È troppo difficile farsi condannare per un delitto, che non si è commesso. Più difficile certo che non salvarsi, dopo aver commesso un delitto!»

Non mutò tono di voce, per chiedere all’improvviso:

«Dov’è stata questa notte, contessina Marchionni, dalle undici e mezzo alla una?»

Adesso, il grido di vittoria lo ebbe Maria Giovanna.

«In questa casa!»

«Lo so!» disse con la medesima pacatezza De Vincenzi e trasse dal taschino del panciotto il piccolo lapis rosso per le labbra, che Maccari aveva raccolto, sotto il divano. Lo fissò un istante e lo porse alla giovane.

«Ecco, se permette… Questo le appartiene.»

La contessina prese quel piccolo oggetto d’oro, che riluceva, e chiese:

«Dove l’ha trovato?»

«Per terra, qui, in questa stanza. Quello è un innocuo bastoncino di rosso per le labbra… cinabro artificiale… ravviva il volto… È una convenzione e una concessione. È un segno di vita, certamente, e lei, signorina, lo ha perduto qui… Lo ha lasciato cadere in questa casa…»

Dopo un breve silenzio, continuò:

«Ma non è la sola cosa che questa notte lei abbia smarrita in questa casa, contessina…»

Dolorosamente, come tra sé, Maria Giovanna sospirò:

«È vero! Anche la ragione vi ho smarrita…»

De Vincenzi le si avvicinò e le mormorò a voce bassissima, come un soffio:

«Anche una fiala di veleno, che può togliere la ragione e la vita!»

Se fu possibile, il pallore di Maria Giovanna aumentò e lei ebbe quasi una vertigine.

«Come fa a saper questo?»

«Sapere? Ma io non sapevo che la fiala le appartenesse! Lei, però non credeva d’averla perduta!»

Torcendosi le mani con spasimo, la giovane si lamentò:

«Oh! Ma è una tortura la sua!»

«Non vuol dirmi quel che è realmente avvenuto qui dentro, questa notte?»

Si mise a passeggiare per la camera. Parlava sempre.

«O prima o poi, arriverò a conoscere tutta la verità… È un dramma chiuso, ormai, il nostro. Chiuso tra le pareti di questo appartamento. Poche persone e sono tutte qui dentro. Vuole che gliele nomini?»

Con terrore, Maria Giovanna gridò:

«Non posso… non posso più.»

E cadde di nuovo a sedere.

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