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Capitolo undicesimo

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La Darsena di Porta Ticinese

Alle 10 di sera sul vasto piazzale di Porta Ticinese, la Darsena quadrata ha un lividore metallico. L’acqua ristagna immobile e dietro le griglie delle paratie la melma si addensa e affiora.

Nel suo ufficio, De Vincenzi aveva guardato l’orologio e aveva rimesso il volume, che stava leggendo, dentro il cassetto. Tra poco sarebbero venuti.

La stanza squallida era illuminata soltanto dalla lampada bassa, che apriva un cerchio di luce chiara sul tavolo e sopra un breve tratto del pavimento a mattoni. Tutto il resto era ombra. Dentro quel cerchio, sul piano nerastro del tavolo, alcuni fogli bianchi, ancora i ferri chirurgici che lucevano e due informi pallottole di piombo. Si udirono voci nella stanza di Sani.

De Vincenzi disse: «Falli venire».

Due persone entrarono.

«Chiudi la porta, per favore».

Sani la chiuse.

«Seggano».

C’erano soltanto due seggiole e si trovavano davanti al tavolo, nel cerchio della luce. Il dottor Verga e Patt Drury sedettero.

Il commissario mormorò: «Mi scusino» e abbassò dalla sua parte il paralume verde della lampada.

La luce si sparse verso il centro della stanza e illuminò i due giovani.

Patt Drury batté le ciglia e fece una piccola smorfia con le labbra troppo rosse. Il volto livido e contratto del dottore si mantenne immobile.

«Siamo venuti» disse Patt. «Forse lei non lo credeva…».

«Ne ero certo, anzi. Non temevo la loro fuga».

«E che cosa, allora?».

Il commissario fece un gesto. La giovane strinse le labbra con disdegno.

«Lo ha mal giudicato! Non lo avrei amato, altrimenti».

«Infatti…».

Toccò i ferri. Prese una pallottola fra l’indice e il medio della destra. Faceva quei movimenti macchinalmente. Il dottore fissava i ferri.

Pesò un silenzio troppo lungo per tutti. Anche De Vincenzi ne soffriva. Era preparato all’interrogatorio; ma si diceva adesso che quella messa in iscena un po’ teatrale, quella tensione, che egli stesso inconsapevolmente aveva creata, non poteva dar frutto. La scena doveva apparir preparata e lui non voleva, che in quei due si sarebbe destata la diffidenza, mentre egli non sperava che in un loro scatto di sincerità. Invece, in quel momento, lì dentro, se i nervi avessero ceduto, un unico abbandono era possibile: il crollo disperato, il pianto spasmodico, oppure l’urlo da ossessi. E, se i nervi resistevano, perché preparati o perché bene vigilati dal cervello cosciente del pericolo, nulla più c’era da sperare.

Si scosse. Gli altri due sussultarono.

«Parliamo un poco da buoni amici» disse e tolse il cornetto dalla scatola del telefono. «Così non ci disturberà nessuno».

«Anche Edoardo ha qualcosa da dirle. Ma bisogna che lei gli creda».

La ragazza parlava pacatamente con quel suo accento strano, che dava alle parole proferite una contrazione dura, come se fossero schiacciate dai denti. Ma aveva perduto ogni sarcasmo e nelle sue pupille non volteggiavano più pagliuzze d’oro.

«Gli crederò» affermò De Vincenzi.

Il dottore taceva sempre e fissava gli strumenti d’acciaio, come ipnotizzato. Il commissario li trasse da parte.

«Che ha da dirmi?».

«Sì» pronunziò il giovane e s’interruppe.

«Dove è stato la notte scorsa dalle undici in poi?».

«Perché dalle undici?».

«Immaginavo anche questo. Allora, non è vero neppure che accompagnò miss Drury a casa sua?».

«Non lo avrei lasciato solo!» esclamò la ragazza e De Vincenzi annuì col capo.

«Quando uscimmo dal Sempioncino» cominciò finalmente il dottor Verga «eravamo tutti e due sconvolti. La scena col professore era stata più violenta di quanto io stesso avessi preveduto. Mi ero recato laggiù con l’intenzione di parlargli fermamente, ma serenamente. Quel che faceva non era degno di nessuno di noi due, perché il professore sapeva che io amo profondamente Patt. Per lui, invece, si trattava di un capriccio… Non era in giuoco che il suo amor proprio di uomo!… Per la prima volta una donna gli resisteva… Ma poi, quando mi trovai davanti a lui… e lo vidi sorridere sarcasticamente… e vidi che tentava di afferrare Patt, per allontanarla da me… Perdetti il controllo di me stesso e lo colpii!… Lo avrei anche ucciso in quel momento, se avessi posseduto un’arma… Ma avevo lasciato a casa la rivoltella, perché la ragione mi aveva assistito… Così, quando uscimmo, eravamo tutti e due sconvolti… Girammo un po’ per quelle strade deserte, senza parlare. Patt s’era attaccata al mio braccio e mi si stringeva contro… Arrivammo fino all’imboccatura dell’autostrada di Como e avremmo proseguito, se i guardiani non ci avessero fermati, tanto eravamo inconsapevoli di noi stessi e dei luoghi. Io temevo per Patt, più che per me stesso. Il professore non era uomo da perdonare. Oppure avrebbe perdonato nell’unico caso che avesse raggiunto il suo scopo. E questo…».

Il giovanotto fece un gesto e gli occhi gli brillarono. La ragazza gli posò una mano sul ginocchio e subito la ritrasse.

«Lo so, cara!» le mormorò lui, poi si volse di nuovo al commissario. «L’intervento dei guardiani dell’autostrada, interrompendo la nostra tensione, ci aveva fatto ritrovare un po’ la padronanza di noi stessi. Patt si mise a ridere. “Se andassimo a cena?” mi disse. “Ho una fame da lupo!”. Prendemmo un tassì e ci facemmo portare al Savini. Avevamo bisogno di movimento attorno a noi. Di un luogo che ci distraesse. Dopo aver mangiato, eravamo più calmi. Uscimmo e passeggiammo per la Galleria. Patt mi disse: «Vedrai che capirà lui stesso d’avere avuto torto. Quel che è accaduto è molto spiacevole, ma lo indurrà a lasciarmi tranquilla. Domattina, se è un uomo di spirito, farà mostra di nulla». Io non lo credevo. M’ero reso perfettamente conto di aver creato l’irreparabile, col mio atto. Egli mi avrebbe cacciato. Per me voleva dire la miseria. Oltre a essere il suo assistente, io sono anche interno all’ospedale, e lui avrebbe potuto farmi licenziare. Patt lo sapeva e per quanto tentasse di rassicurarmi, era preoccupata anche lei. «Se tu gli facessi le scuse?». M’insinuò e io sentii dal tremore della voce quanto grande fosse la sua preoccupazione. «Sono pronto a fargliele» le dissi subito. «Ma domani mattina sarà troppo tardi». Allora, lei mi consigliò di andare ad aspettare il professore davanti a casa sua. Era circa mezzanotte e lui non rincasava mai prima della una o delle due. Acconsentii. Non avevo alcuna falsa vergogna di andargli a parlare da uomo a uomo, con sincerità, con rispetto, seppure con fermezza. Avrei tentato di fargli capire che per me Patt è tutta la vita…».

Tacque un istante. De Vincenzi lo fissava. Quell’amore confessato così tranquillamente, con tanta semplicità, lo turbava. Ancora era una delle poche religioni nelle quali egli credesse, la religione dell’amore.

«E poi?» chiese, anche per vincere il proprio turbamento.

«Io volevo andar solo. Patt volle accompagnarmi. «Ma non deve vederti!» le osservai. «Davanti a te non confesserà mai d’avere avuto torto». «Ci metteremo dall’altra parte del viale. Quando lo vedremo venire, io mi nasconderò dietro un albero e tu lo avvicinerai. Sono troppo ansiosa di conoscere l’esito del tentativo, per lasciarti andar solo». Non seppi dirle di no. Ci recammo sul viale Bianca Maria e aspettammo. Il tempo scorreva lentamente. Sentimmo l’orologio della chiesa di via Conservatorio battere i quarti. Alle tre non lo avevamo veduto… Alle quattro, neppure… Erano le cinque, quando ci decidemmo ad andarcene, dicendoci che non sarebbe tornato a casa, per quella notte. Accompagnai Patt in via Boccaccio, promettendole di andare a coricarmi. Invece, non potei. Il caffè della stazione Nord era aperto… Vi entrai e vi rimasi fino all’ora di andare all’ospedale… «Questo è tutto!». «È sicuro di non aver veduto il professore tornare a casa?».

Il dottore esitò. Guardò la sua compagna. Fu l’americana a rispondere: «Verso la una e mezzo distinguemmo due uomini che venivano da via Corridoni. Uno di essi ci sembrò il professore. Edoardo mi disse: «Come faccio ad avvicinarlo, che non è solo? Ma poi a un tratto, dopo aver fatto pochi passi sul viale, i due uomini si volsero e tornarono indietro, ridiscendendo via Corridoni… Pensammo perciò d’esserci sbagliati…».

De Vincenzi aveva avuto un piccolo sussulto. Leggerissimamente le mani gli tremavano.

«Pensi bene, miss Patt! A parlarne adesso, dopo ventiquattr’ore circa, le sembra che uno di quei due uomini fosse il professore?».

«Non so! Se debbo fidarmi della mia impressione di ieri notte, direi di sì. Ma perché mai sarebbe giunto fin quasi davanti a casa sua, per poi tornare indietro?».

«E l’altro… l’altro uomo, che lo accompagnava, che figura aveva?».

«Più bassa del primo… Un pastrano lungo… Un cappello floscio… Ma le ripeto, li abbiamo veduti per qualche secondo appena a una distanza di almeno cento metri…».

«Le è sembrata una figura nota?».

«Nota? Che cosa vuol dire, lei? No… Non mi è sembrata la figura di qualcuno che conoscessi… Ma quasi certamente l’altro non era il senatore e lei non deve dare importanza a questo particolare… Glielo abbiamo riferito, soltanto perché ce lo ha chiesto…».

«Naturalmente…».

Ma De Vincenzi da quel momento fu sicuro che Edoardo e Patt, all’una e mezzo circa della notte precedente, avevano veduto proprio il senatore Magni assieme al suo assassino… Quella sicurezza, però, assolutamente istintiva e per nulla giustificata, che valore, che peso poteva avere?!

In quel momento, la porta si aprì e Sani mise dentro la testa.

«Ti chiamano al telefono da dieci minuti, almeno…

Una comunicazione grave… Il telefonista afferma che il tuo apparecchio non risponde…».

«E ha ragione!» esclamò ridendo De Vincenzi e afferrò il cornetto.

«Pronto!… Sì… Il ricevitore era staccato. L’ho staccato io, non ci badare… Parla!…».

Poi tacque per ascoltare. Il dottore e Patt videro che si mordeva le labbra, reprimendo un’esclamazione. Era diventato livido. Stringeva il cornetto con tanta forza, che la punta delle dita gli si era fatta bianca.

«Va bene» articolò finalmente. «Lascia un agente di guardia sul posto e fai avvertire i pompieri che domattina all’alba prosciughino la Darsena e cerchino la borsetta della ragazza… Non c’è altro da fare. Non comunicate la notizia a nessun giornale, questa notte».

Riappese il ricevitore. Chiamò con voce metallica: «Sani!».

Il vicecommissario accorse.

«Telefona di nuovo a tutti i commissariati: che cerchino quel Santini… sai?…».

«So» disse Sani. «Il fratello…».

«Sì. Lo debbono trovare a ogni costo… Mettiti in campagna anche tu, subito. Qui resterò io».

«Vado».

E il vicecommissario uscì in fretta.

De Vincenzi fissò i due giovani.

«Hanno ripescato nella Darsena di Porta Ticinese, il corpo di Norina!».

«Affogata!» esclamò la ragazza con orrore, mentre il dottor Verga balzava in piedi.

«Strangolata» disse De Vincenzi lentamente.

I due tacquero. Inconsciamente, Patt si avvicinò all’uomo e gli prese il braccio.

«Buona notte!» articolò De Vincenzi. «Possono andare…». Essi uscirono.

Il commissario, rimasto solo, si passò una mano sulla fronte. Quest’altro assassinio lo sconvolgeva, oltre che per la brutalità atroce con cui era stato commesso e per la giovinezza fragile della vittima, perché veniva a far cadere tutta la sua teoria, se pur di teoria si poteva parlare.

Chi lo aveva commesso? Lo stesso uomo, che aveva ucciso con due colpi di rivoltella il professore Magni? E perché? Forse, per toglier di mezzo un testimonio pericoloso.

Che imbecille era stato lui a non interrogare subito la cameriera! Si sarebbe preso a schiaffi! Aveva voluto darle il tempo di calmarsi, senza turbarla ancor di più con un interrogatorio e così l’aveva lasciata prima in preda al proprio terrore e poi sola e indifesa in balia dell’assassino!… E adesso ricercava il fratello!

Trasse dal cassetto la fotografia del marinaio e la fissò lungamente. Possibile che quello fosse l’autore dei due omicidi? Un avanzo di galera, un fuori legge, un losco individuo traviato nel corpo e nell’anima!… Ma perché lo avrebbe fatto? C’era sotto, dunque, una storia infame di ricatti e di agguati? Un delitto volgare, un delitto di teppa?!

Si alzò e cominciò a passeggiare per la stanza. Andava con rapidità febbrile. Il cervello gli bolliva.

Vedeva il corpo nudo di quella ragazza, illividito, bruttato di melma, sul marmo dell’autopsia.

L’avevano strangolata e poi gettata in acqua. S’era sentito il tonfo. La piazza era deserta. Il vigile di guardia al principio di corso San Gottardo s’era avvicinato allo specchio d’acqua, più per curiosità che per altro, e aveva veduto il corpo per metà soltanto sommerso, che le sottane s’erano attaccate alle punte delle paratie, sopra le griglie… Lo avevano ripescato coi raffii…

Povera figliola!

Era bella. Tutte donne belle attorno al cadavere di quell’uomo, che era andato a farsi ammazzare fra i libri! Poiché De Vincenzi, ormai, sapeva che il senatore era stato ucciso dentro la libreria. Proprio in quel posto dove lo avevano trovato.

Già lo aveva supposto, quando aveva notato la stranezza di quella striscia fatta sulla polvere; ma poi, al pomeriggio ne aveva avuto la certezza, perché aveva trovato la seconda pallottola conficcata nel dorso di pergamena di un volume, su di uno scaffale della terza camera del retrobottega, proprio di fronte al cadavere…

Ed era possibile che fosse stato quel marinaio?… Un delitto di teppa!…

Si fermò. Scosse violentemente la testa. Non poteva essere. Non doveva essere! La chiave del negozio l’aveva la portinaia… Rivide davanti a sé l’uomo seduto al deschetto di calzolaio, stringere il trincetto lucente nella, mano…

Lo sentiva dire con quella sua vocettina fessa, da rachitico: «All’osteria di via Cesare Battisti… ci sono i testimoni… ho l’alibi!…».

E doveva averlo realmente l’alibi, quello lì!…

A passi lenti, tornò al tavolo, sedette.

Si frugò nelle tasche, ne trasse il ritaglio del giornale, col ritratto del senatore Magni. «Uno dei più chiari luminari della scienza» c’era scritto sotto. E quella povera ragazza lo aveva ritagliato e lo conservava nel cassetto della sua camera, tra le lettere dei genitori!

Aveva cacciato di nuovo la mano nella tasca della giacca e sentì un cartoncino. Non rammentava d’averlo. A un tratto, il volto gli si illuminò. Era la scheda che gli aveva consegnata Pietrosanto. «La Zaffetta — Venetia, 1531». «No!». Quasi gridava di gioia.

Non poteva esser stato un delitto di teppa, un delitto volgare!

Avevano rubato un volume: una piccola opera erotica rarissima!…

Lui non si sbagliava!

Squillò il campanello.

«Pronto! Sì, pronto, per Dio!…».

«C’è il commissario di via Meda» gli disse la voce del telefonista.

«Dammelo… Pronto!… Sì… Sono io…». «Abbiamo arrestato adesso in casa sua a Ponte Vetero il nominato Pietro Santini…». «A che ora dice d’esser rientrato a casa?».

«Alle nove. È ammonito e doveva trovarsi a casa a quell’ora. Ma vacci a credere!».

«Bene… Fammelo portare subito a San Fedele…».

E riappese il ricevitore.

Alle nove il fratello di Norina si trovava realmente a casa? Purché avesse pronto almeno un solo testimonio attendibile!

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