Читать книгу Augusto De Angelis: Tutti i Romanzi - Augusto De Angelis - Страница 25
11. Un dolore più forte del dolore
ОглавлениеL’uscio del salottino si era aperto e sulla soglia era comparso il conte Marchionni.
Aveva il volto contratto, lo sguardo sfavillante. Un piccolo fremito gli agitava le labbra. Si mise ad osservare sua figlia e De Vincenzi, che vivevano quel terribile dramma, sino in fondo, e tacque.
De Vincenzi, dopo una pausa brevissima, disse con voce decisa:
«Ebbene, signorina, parlerò io, allora. Ma sarà più doloroso per lei, perché mi occorrerà aiutare la logica con la fantasia. Ricostruire anche nei particolari il dramma dei cervelli. E sarò brutale, perché io ho dovuto cercarla la verità, interrogando le cose, guardando dietro le apparenze…»
Marchionni con voce tagliente, facendo un passo innanzi, intervenne:
«Le apparenze ingannano, commissario!»
De Vincenzi si voltò, senza meraviglia, e disse con profonda amarezza:
«Lei ha voluto ascoltare?»
«Non è regolare il suo modo di procedere. Che valore può avere una confessione estorta coi suoi mezzi ad una donna?»
La frase colpì il commissario in pieno petto. Ebbe un sussulto. Il sangue gli affluì alle gote e lui si diresse rapido verso l’uscio della sala da pranzo.
R
«Allora, poiché lei lo vuole, facciamo le cose regolari.»
E picchiò all’uscio.
«Apri!… Sono io… Il commissario…»
Subito la porta si aprì e l’agente comparve. De Vincenzi lo trasse con violenza da parte.
«Va’ via! Lì, in quell’altra camera… Dove vuoi.»
Lo spinse verso l’ingresso e richiuse la porta dietro di lui. Poi tornò rapidamente sui suoi passi:
«Aurigi! Aurigi! Vieni qui…»
Sempre in frak, col volto stanco e lo sguardo allucinato, Giannetto apparve. Vide Maria Giovanna e il conte ed ebbe un gesto per allontanarsi, per difendersi. Indietreggiò; ma De Vincenzi lo trattenne.
«No! Vieni avanti,..»
E lo spinse in mezzo alla camera. Poi guardò, quasi con sfida, il conte.
«Ecco! Ora ci sono quasi tutti. Adesso, ritiene il procedimento regolare, conte Marchionni?»
«Non credo!» affermò il vecchio. «Ho sentito parlare di un giudice istruttore e conosco il codice di procedura penale…»
«Conoscete anche,» chiese subito con ironia il commissario, «oltre il codice, il trattato classico di Tardieu sui sintomi e sul decorso dell’avvelenamento per acido prussico?»
«Che cosa vuol dire?» chiese il conte.
Maria Giovanna era balzata avanti e gridava con voce terrorizzata:
«Ah! No… questo no… Non ne ha il diritto!»
Ma De Vincenzi non si trattenne.
«Voglio dire,» scandì con voce gelida, «e ne ho il diritto, che sua figlia, conte, la notte scorsa, in questa casa, ha lasciato cadere una fiala contenente tanto acido prussico da uccidere una mezza dozzina di persone.»
«Tu sei stata qui, questa notte?» gridò il conte a Maria Giovanna. E nella sua voce era più che altro un disperato accento di supplica.
«C’è stata!» disse De Vincenzi, frapponendosi tra padre e figlia. «Mentre lei si trovava al “Savini” o al “Clubino”…»
Il conte e il commissario si affrontavano.
«Come fa a negarlo, lei, se sua figlia lo confessa?»
L’altro rispose con sarcasmo:
«Ha anche confessato di avere ucciso Garlini!»
«Sicuro! E invece non lo ha ucciso. Siamo d’accordo. Ma la sicurezza, che non lo abbia ucciso, lei, conte, da che cosa la trae?»
Marchionni ebbe un brevissimo istante di esitazione, poi alzò le spalle:
«Non ne sarebbe stata capace…»
«Perché non afferma anche che non aveva ragioni per ucciderlo?»
«Quali ragioni poteva avere?»
«Io le ho chieste a lei!»
«Una sola persona aveva interesse ad uccidere Garlini…»
«Crede?»
«Lui!»
«E, infatti, Aurigi,» riprese con forza De Vincenzi, «ha ammesso di averlo ucciso… anche lui. Non le sembra che due rei confessi di uno stesso delitto siano troppi? E non le sembra che questa sua implacabile volontà di accusare Aurigi sia… inspiegabile?»
«Mia figlia ha tentato un melodrammatico sacrificio di se stessa, per un nobile amore!»
«Lo crede, proprio? Ad ogni modo il sacrificio è stato inutile.»
Il colloquio tra i due uomini si era svolto serrato ed ecco che la voce di Aurigi, piena di spasimo, si rivolse a Maria Giovanna:
«Ma perché? Ma perché? Perché hai voluto far questo? Perché ti hanno condotta qui?»
La giovane si alzò. Era così pallida da far fremere. Vacillava. Rispose quasi allucinata, come se le parole le uscissero in uno stato sonnambolico e la sua volontà cosciente fosse tutta tesa a contenere il fremito interiore:
«Giannetto!… Giannetto, io sto per commettere verso di te la vigliaccheria di parlare troppo tardi… Forse, se avessi parlato prima, tutto questo non sarebbe avvenuto…»
Con un movimento spontaneo, De Vincenzi si era tirato da parte. Sentiva che il dramma, di nuovo ondeggiando come cosa viva, era passato nel dominio di quei due esseri, che il destino squassava. Per un po’, lui non poteva essere se non spettatore e lo comprese così bene, che ascoltò con tutta l’anima negli occhi, ma da lontano.
Marchionni avrebbe voluto frapporsi. Non poté. Una forza estranea a lui lo trattenne: sentì che qualcosa di nuovo, di diverso, di più atroce, stava per accadere.
«Che vuoi dire, Maria Giovanna,» chiese Aurigi, quasi con terrore.
E la risposta venne, terribile.
«Io non ti amo, Giannetto! Non ti ho mai amato. Ti ho sempre considerato soltanto come un amico… come un buon amico…»
L’altro, anche perché materialmente stremato, non si rese subito conto di quel che significassero quelle parole. Chiese con voce piena di pianto, come un bimbo che si lamenta:
«Perché dici questo, Maria Giovanna? Anche tu, adesso, senti il bisogno di rinnegare il passato?»
«No! Hai chiesto perché io mi trovi qui? Ebbene, te lo dico. Ci sono venuta, perché il rimorso mi ci ha spinta. Il rimorso di averti indotto a fare quel che hai fatto…»
Aurigi agitò le mani avanti, come per scacciare una visione ossessionante. Fece un passo verso Maria Giovanna, stava quasi per urlare, quando vide De Vincenzi e Marchionni e tacque.
La giovane continuava:
«Il rimorso di non averti mai amato e di avertelo lasciato credere… e di averti ingannato. È questa la verità, Giannetto! Io ti avrei sposato solo perché tu eri ricco… Perché ti credevo ricco… E mio padre aveva bisogno di un uomo ricco, che lo aiutasse…»
Il conte strinse i pugni e sibilò:
«Maria Giovanna, ti proibisco!»
Con un colpo della testa all’indietro, Maria Giovanna si eresse sulla persona, quasi volesse apparire più grande, quanto più si umiliava con la sua confessione:
«Che cosa mi vuoi proibire, babbo? Non possiamo più tacere! Non possiamo più! Credi che domani non si saprebbe?… Adesso… Oh! adesso frugheranno sino in fondo alla nostra vita… sino in fondo alle nostre anime… Avrei voluto tacere anch’io… Poco fa ho taciuto… Ma ora capisco che non è più possibile nascondere la verità…»
Si volse di nuovo ad Aurigi:
«Le condizioni della nostra famiglia erano precarie. Una bella facciata e dietro la rovina. Un palazzo… servi… ma la lotta quotidiana per puntellare questa apparenza di ricchezza ci pesava addosso fino a schiacciarci…»
Parlava, nulla nascondendo, dilaniandosi nello spasimo di quella confessione atroce fatta proprio all’uomo, che aveva ingannato e che lei credeva di aver spinto all’assassinio.
«Io fino a qualche anno fa, ho ignorata la tragica lotta che mio padre e mia madre sostenevano eroicamente… Le terre perdute una ad una… I ripieghi… Le argenterie, i quadri, i mobili di prezzo andati a vendere lontano e sostituiti con ottone argentato e con copie… Poi venne la volta dei gioielli di mia madre… Poi i debiti….»
Si volse a indicare suo padre, ma nulla in lei era dell’accusatrice.
«Lui ha lottato con una forza, che io ammiravo… Mi nascondeva tutto… Mi ha sempre nascosto… Adesso, soffre di più, perché ha saputo che io sapevo! Mia madre dovette confessarmi tutta la verità! E mi disse che l’unica speranza di mio padre ero io! Soltanto un matrimonio ricco, un mio matrimonio ricco, avrebbe potuto salvarci. E allora… Poiché essi ti credevano ricco, Giannetto… Poiché mi dissero che tu solo avresti potuto salvarci, acconsentii a sposarti… Divenni la tua fidanzata…»
Aveva detto tutto, ma soggiunse, con un singhiozzo:
«Soltanto… soltanto non avevo riflettuto che tu mi amavi veramente e che sarebbe venuto presto o tardi il momento in cui io avrei dovuto farti questa mia atroce confessione!»
Il conte aveva ascoltato Maria Giovanna, come piegato sotto il peso delle parole di lei. A quel singhiozzo, che aveva interrotta la frase della giovane, trovò la forza per reagire e scattò:
«Basta! Basta! Non una parola di quanto ha detto questa pazza è vera! Il fatto stesso delle condizioni in cui si trova Aurigi lo dimostra! Se avessi voluto un genero ricco, non avrei scelto lui!»
Un altro silenzio seguì. Pieno di ansia.
Maria Giovanna fece un passo verso suo padre e gli disse con dolcezza, quasi volesse tentare di convincerlo:
«Vuoi dire che egli ti ha ingannato, babbo? Che tu ti sei ingannato? Sì, questo è vero. Abbiamo creduto che Aurigi fosse ricco… Forse, lui stesso ha fatto di tutto per farcelo credere… Ma di quanto è accaduto ieri notte in questa casa io mi sono sentita colpevole quanto Giannetto. Perciò sono venuta qui. Non dovevo, non potevo abbandonarlo. Non l’ho amato, non lo amo, e lui ha creduto nel mio amore, fino al punto di farsi assassino per non perdermi!»
Livido, col volto contratto, i muscoli vibranti, contenendo a fatica la violenza esplosiva delle sue passioni, Giannetto si avvicinò, quasi di balzo, a Maria Giovanna e l’afferrò al polso. La sua voce suonò fischiante, inumana d’odio:
«Tu come sai che sono stato io l’assassino? Come fai a dirlo?… Anche in questo momento vuoi recitare una commedia infernale per perdermi! Sgual…»
De Vincenzi, che aveva assistito con freddezza a quel terribile dibattito di due anime atrocemente disperate, si era avvicinato ai due e si trovava dietro di essi. Appena vide che Giannetto non riusciva più a dominarsi, gli afferrò il braccio e lo strinse così forte da obbligarlo a lasciare il polso di Maria Giovanna.
«Taci! Taci, tu!»
Spinse Aurigi con violenza lontano, più lontano che poté.
«Taci!»
Quando lo vide appoggiato al muro con gli occhi spenti, con le labbra improvvisamente cadenti, tornò verso la giovane e la sostenne, perché stava per mancare. Con dolcezza, la condusse sino al divano e ve la fece sedere.
Di nuovo il silenzio cadde in quella camera.
E fu lui, De Vincenzi, sempre lui, che lo ruppe per primo.
Chinatosi verso Maria Giovanna, mormorò con dolcezza:
«Lei questa notte, contessina Maria Giovanna, è stata in questa casa…»
La giovane chinò il capo.
«Perché c’è stata? È necessario, ormai, dire tutto!»
Ma Marchionni, intervenne con decisione:
«Parlerò io, commissario!»
«No! Ancora no!» disse De Vincenzi, con voce ansiosa. «Verrà il momento in cui dovrà parlare, conte Marchionni. Ma, non è questo.»
«Ma io ho il diritto, per Dio!»
«No! le dico. Uno solo qui dentro, adesso, ha il diritto d’interrogare e sono io. Un delitto è stato commesso. Non dimentichiamolo! Se attorno a questo fatto determinante, decisivo, che ha mosso l’ingranaggio della giustizia sociale, ci sono altri fatti, altre tragedie personali, che ad ognuno di voi possono anche sembrare capitali, che per ognuno di voi costituiscono il fatto centrale, io è soltanto del delitto e dell’autore di esso che debbo occuparmi. Tutto il resto conta per me soltanto in quanto serve ad illuminarmi. Adesso, conte Marchionni, lei deve tacere, altrimenti sarò obbligato a farlo accompagnare altrove!»
Marchionni tacque.
Il commissario si volse di nuovo a Maria Giovanna e le disse, con voce ferma:
«Contessina, lei ha lasciato cadere un bastoncino di rosso per le labbra in questa stanza e una fialetta di acido prussico di là, nel bagno. Come io possa affermare che la fialetta è stata lei a farla cadere, non lo so. Poteva essere stata lei come un’altra persona. Voglio dire che non ne avevo le prove. L’ho subito intuito, ma prove non ne avevo, fino a quando lei stessa non me lo ha confessato. E adesso so che è stata lei. Dunque, lei è venuta qui questa notte. Non ha ucciso Garlini, ma c’è venuta. Vuole dirmi perché e come?»
Maria Giovanna alzò gli occhi verso De Vincenzi e nel suo sguardo egli lesse una preghiera disperata.
Il commissario rispose a quello sguardo: «Sì, sì, è necessario, è indispensabile! Tutto quello che ancora si può salvare, si salverà soltanto se lei parlerà…»
La giovane disse con un soffio:
«Ci sono venuta per incontrare Garlini…»
«Lei sapeva che Garlini si sarebbe trovato in questa casa a mezzanotte?»
«Sì…»
De Vincenzi stava per fare un’altra domanda, ma guardò Giannetto ed ebbe un’esitazione. Poi si decise.
«E Garlini sapeva che lei sarebbe venuta?»
Aurigi balzò, violentemente:
«No! Ma che dici? Maria Giovanna aveva saputo di Garlini da me. Da qualche giorno lei si era accorta che io ero agitato, preoccupato. Che avevo qualche angoscia grave… Ieri sera a teatro, in un momento di eccitazione, non sapendo come avrei fatto a versare più di mezzo milione a Garlini, le ho confessato tutto… la mia situazione… l’appuntamento con Garlini a casa mia… l’ora di esso e che avrei dovuto versare ieri notte stessa la somma a Garlini… Avevo ottenuto che aspettasse fino alla mezzanotte, mentre lui avrebbe voluto il versamento ieri nel pomeriggio. In un momento di debolezza, vedendo la rovina irrimediabile, ho confessato a Maria Giovanna di aver fatto venire Garlini a casa mia a quell’ora per…»
La voce gli si ruppe e fu De Vincenzi, che continuò freddamente:
«Vai avanti! Per ucciderlo… Vai avanti.»
«Sì,» disse Aurigi. «Nel pomeriggio gli avevo scritto un biglietto, dicendogli che contavo sulla sua promessa di aspettare sino a notte.. e che venisse, perché io ero pronto a mantenere da parte mia l’impegno di versargli la somma… Garlini doveva depositare ieri il bilancio di fine mese e, se vi fosse figurato il mio scoperto, sarei stato rovinato… Così, volevo essere sicuro che lui lo avrebbe nascosto… Ero pronto a tutto…»
Con un sogghigno, disse:
«Anche ad ucciderlo… Ma non qui dentro, naturalmente… Non sarei stato così imbecille! Lo avrei condotto fuori… Ecco!»
De Vincenzi gli si mise di fronte, fissandolo:
«E la signorina Maria Giovanna lo sapeva?»
«Sì. I miei nervi erano esauriti… Ebbi un momento di debolezza… Nel pomeriggio avevo avuta una scena terribile con lui… col conte Marchionni. Alla “Scala” perduto il controllo di me stesso, quando Maria Giovanna m’interrogò, le dissi tutto e fuggii da teatro… e venni qui…»
Il commissario concluse con voce fredda.
«Eppure, tu non lo hai ucciso!»
«Mi si era fatto troppo tardi!… Io non porto mai l’orologio. Credevo che non fossero neppure le undici e mezzo e invece sono arrivato qui dentro e ho visto lì che era mezzanotte e mezza, lì a quella pendola. In casa non c’era nessuno. Ho pensato che Garlini fosse venuto e che, dopo aver suonato inutilmente, se ne fosse andato… Ho aspettato ancora fino a mezzanotte e tre quarti poi sono uscito. Mi sembrava d’impazzire… Ho girato per la città, senza saper dove andassi… Avevo l’impressione che il freddo mi facesse bene, ma mi sentii improvvisamente invadere da un esaurimento mortale… Avevo bisogno di non pensare più a nulla, di dormire, di dimenticare, di annientarmi. Allora, venni da te in Questura. A quell’ora non sapevo dove andare, avevo paura di tornare a casa, avevo paura di trovarmi solo. Inconsciamente pensai che tu mi avresti protetto, che, se fossi venuto presso di te, non avrei più ucciso… Non so spiegarti! Ma è così!»
Aveva parlato con voce rapida, quasi avesse voluto vuotare tutto se stesso, liberarsi anche della sua anima, con quella confessione. E taceva schiantato.
De Vincenzi si volse lentamente verso Maria Giovanna e poi verso il conte. Tacevano. Avevano ascoltato Giannetto e una grande meraviglia, uno stupore atterrito, si era dipinto sui loro volti.
Guardavano De Vincenzi, quasi temessero che stesse per partire da lui l’accusa terribile. Se non era stato Giannetto ad uccidere, chi era stato? E il padre si volse a fissare Maria Giovanna, mentre questa non osava guardarlo.
De Vincenzi, con la stessa lentezza, volse ora lo sguardo al quadrante della pendola.
«Tu hai guardata l’ora lì. Su quella pendola. Essa segnava mezzanotte e mezzo… mentre erano le undici e mezzo! Nello stesso modo che adesso sono le dieci e un quarto e quella pendola segna un’ora di più. Sì, è così…»
Con un trapasso rapido, anche della voce, quasi volesse che gli altri non afferrassero il senso misterioso di quella pendola, che andava un’ora avanti, chiese alla contessina Marchionni:
«E lei, perché è venuta qui? Con quale scopo?»
Era giunto il momento delle confessioni.
I nervi di quelle tre persone si trovavano allo scoperto, tesi come corde di violino. Nessuna di esse avrebbe potuto tacere o mentire. E Maria Giovanna parlò:
«Ieri nel pomeriggio mi trovavo in questa casa, quando Aurigi ebbe il colloquio con mio padre. Ho sentito tutto. Che Aurigi era rovinato, che doveva pagare la sera stessa una somma enorme… Ho capito che con la rovina di Aurigi sarebbe venuta anche la nostra! Le parole di mio padre a Giannetto erano chiare per me. Anche mio padre era alla disperazione. L’unica sua salvezza, io lo sapevo, stava nel mio matrimonio… ed improvvisamente ero venuta a sapere che Aurigi era rovinato! Allora… sono uscita di qui… ho preso un tassì… e sono andata da Garlini…»
Il grido di Aurigi fu disperato:
«No!»
«Sì…» rispose la giovane. E continuò a voce bassa:
«Garlini mi faceva la corte… Da molto tempo. Mi sono illusa che fosse un galantuomo, che fosse innamorato di me sinceramente. Ho sperato di avere un ascendente qualsiasi su di lui… E invece l’ho trovato… Ah!»
Un brivido lungo scosse Maria Giovanna. E lei si coprì il volto con le mani, mormorando:
«Che schifo!»
Ma subito si riprese e, a volto aperto, parlò freddamente, con amarezza atroce:
«Il suo sguardo parlava più chiaro della bocca! Mi disse che Aurigi aveva promesso di pagare nella notte, ma che lui non credeva che lo facesse. Era determinato a rovinarlo. Gli aveva aperto un credito tanto forte, appunto per non lasciargli poi via di salvezza… Sapeva che prima o poi avrei dovuto ricorrere a lui e cedergli, se volevo salvarmi dallo scandalo… Mi fece vedere che scriveva in mia presenza sui libri contabili il versamento di Aurigi come già avvenuto… Mi disse: “Ebbene, se questa notte non pagherà lui, pagherà lei, contessina!… L’attenderò a casa mia domattina alle undici; se lei non viene, rovino Aurigi…”.
Preparò una ricevuta per Giannetto, sogghignando: ecco una ricevuta che consegnerò a lei e non a lui!»
Maria Giovanna tacque, stremata.
La pausa fu lunga.
Giannetto era caduto a sedere. Fissava il vuoto davanti a sé.
Il padre soffriva, soffriva tanto intensamente che i suoi occhi apparivano quasi folli di dolore.
De Vincenzi disse dolcemente:
«E poi? E poi lei è andata all’Ospedale, è vero contessina?»
«Sì, come lo sa?»
«Lei sta seguendo il corso d’infermiera della Croce Rossa… È andata nella farmacia dell’Ospedale e ha presa la fiala dell’acido prussico…»
«Sì,» gridò Maria Giovanna, interrompendolo. «Non avrei potuto sopravvivere alla vergogna! E dovevo salvare i miei dalla rovina! Giannetto… Giannetto aveva giocato anche per conto di mio padre e mio padre non poteva pagare. Questa è la verità, che ho conosciuta ieri nel pomeriggio, nascosta di là… In quella stanza… Mentre qui Giannetto e mio padre discutevano. Questa è la verità e anche adesso Aurigi è stato generoso al punto di non rivelarla!»
De Vincenzi si volse al conte:
«È questa la verità?»
Con sforzo evidente, ma a voce alta, Marchionni rispose:
«Sì, questa è la verità.»
«E allora lei ieri sera,» riprese subito il commissario, volgendosi verso Maria Giovanna, «quando seppe che Aurigi era pronto ad uccidere, pur di salvare suo padre e lei, venne qui per impedirlo e per… cedere a Garlini?»
«Sì… Dopo mi sarei uccisa…»
«E invece?»
Facendo uno sforzo evidente su se stessa, la giovane continuò:
«Sono arrivata a mezzanotte passata… Non avevo potuto liberarmi prima, perché avevo dovuto recitar la commedia di andare in un altro palco, da alcuni amici per non far capire a mio padre e a mia madre… E ho trovato Garlini morto…»
«La porta era aperta?» chiese De Vincenzi.
«Aperto il portone in basso… Socchiusa questa porta dell’appartamento… Sono entrata… E lì dentro, nel salottino… Il cadavere…»
Si coprì il volto con le mani, vinta dall’orrore.
Ma il commissario non le dava tregua.
«Ed è fuggita subito?»
«Ero atterrita,» continuò Maria Giovanna, togliendosi le mani dal volto. «E avevo il rimorso atroce d’essere arrivata troppo tardi, di non aver potuto impedire quel fatto orribile! Le forze non mi ressero… Quando sentii entrare qualcuno… Là… Da quella porta… Un terrore folle m’invase… Fuggii… Di là, in fondo, nel bagno… Era buio… Ho rovesciate le sedie… Mi è caduta di mano la borsetta… È così che debbo aver perduta la fiala… E sono rimasta lì dentro… Sconvolta… Trattenendo il respiro… Fin quando…»
Esitò. Tacque.
Allora, il conte Marchionni disse:
«Fin quando io ho accesa la luce e l’ho veduta e l’ho sollevata e l’ho portata a casa… Ecco! Adesso, lei sa tutto. Anche che io sono stato qui questa notte… che conoscevo l’appuntamento di Aurigi pur sapendo naturalmente di mia figlia… che anch’io avrei potuto uccidere Garlini e non l’ho ucciso. Non l’ho ucciso, capisce, commissario?»
Dopo un silenzio, la voce del conte risuonò con sarcasmo:
«E adesso che sa tutto, se nessuno di noi tre lo ha ucciso, chi è stato?»
R