Читать книгу Augusto De Angelis: Tutti i Romanzi - Augusto De Angelis - Страница 40
Capitolo nono
ОглавлениеUna coppia di assassini?…
«Sani» gridò De Vincenzi.
Si era scosso di colpo, dopo quasi mezz’ora di meditazione.
Il vicecommissario accorse.
«Hai bisogno di me?».
«Sì. Chiudi la porta… Adesso, ascoltami. Tra poco, verranno due giovani, un uomo e una donna. Sono gli assistenti del professore Magni. Su di essi… su tutti e due… pesano i più gravi sospetti… Gli indizi, che li implicano, sono molti e innegabili… Chiunque altro al mio posto, li farebbe arrestare immediatamente. Io no!».
Sani lo ascoltava con attenzione quasi rispettosa. Egli aveva imparato ad amare il suo Capo immediato e lo ammirava. Si sentiva legato a lui da quella solidarietà, che soltanto una stima senza riserve può creare.
«Se credi che sia bene far così, sei tu che hai ragione! Fidati del tuo fiuto».
«Non so! Questa volta, non so. Il caso è gravissimo. Bada che io non faccio alcuna distinzione fra l’assassinio di un pover uomo qualunque e quello di un personaggio importante. Per me ogni delitto è un delitto, a prescindere dalla personalità del morto. Ma questa volta lo ritengo gravissimo ed eccezionale, più per la personalità dell’assassino… che non conosco ancora… che non per quella dell’assassinato. Me ne infischio io che si tratti di un senatore! Sulla tavola anatomica un cadavere è uguale a un altro. Ma dal modo con cui si presenta, questo delitto, ha tutte le caratteristiche della perfezione». Sani sorrise.
«Credi al delitto perfetto, tu?». «Sì. E mi propongo di scoprire l’autore di questo, valendomi dei suoi stessi mezzi. Non puoi capirmi ancora. Quando tutto sarà finito… ti dimostrerò che l’unico modo per venire a capo di qualcosa, questa volta, era di agire come se si fosse trattato di un orologio da smontare. L’autore dell’assassinio ha creato una macchina impeccabile… tutte le rotelle al loro posto… il bilanciere sui rubini… ogni piccolo ingranaggio che combacia, dente a dente… È un artista! Un inventore!… Ti dico io che il genio della delinquenza esiste! Ebbene, per trovare la marca di fabbrica, bisogna smontare l’ordigno, rifacendo all’inverso il lavoro del suo autore. Togliere rotella dopo rotella… ingranaggio dopo ingranaggio… Mi capisci?…». «Cerco di capirti. A ogni modo, ti credo…». «Sì… Grazie…».
S’alzò e cominciò a passeggiare per la camera. Sani lo guardava in silenzio. Finalmente, De Vincenzi si fermò. «Scusami la digressione… Qualche volta mi lascio prendere dalla fantasia e il mio cervello vola!… Ebbene, come ti dicevo, quei due verranno. Uno è il dottor Verga, l’altra miss Patt Drury… Un tipo, miss Patti».
«Bella?».
«Non ci sono donne brutte, in quest’avventura! Non ci potevano essere. Essa è tutta impregnata di erotismo. La personalità del morto in questo si è imposta. Il senatore doveva morire, rimanendo nell’ambiente, che si era creato e nel quale viveva! Dunque, trattieni il dottore con te, di là, nella tua camera, e mandami qui per prima la donna… La interrogherò… Poi a un certo momento, farò in modo di aprire un poco la porta, che tu non chiuderai del tutto… Lascia che il dottore ascolti le nostre parole… Io alzerò la voce… Tu osserva i riflessi dell’uomo, ma dagli la libertà di agire come vuole… Anche se dovesse lanciarsi in questa camera, non impedirglielo. Hai capito?».
«È facile!» rispose Sani e si mosse per andarsene. «Vado ad aspettarli…».
De Vincenzi lo richiamò.
«Hai mandato Paoli in via Boccaccio e in via Leopardi?».
«Sì. Ha condotto un uomo. È di là con lui».
«Bene. Quando te lo dirò… lo farai venire…».
Sani uscì, richiudendo la porta dietro di sé.
Poco dopo la riapriva, per introdurre miss Patt Drury.
De Vincenzi, seduto al suo tavolo, faceva mostra di giocherellare coi ferri chirurgici, che aveva dinanzi.
«Oh! Brava, miss Drury!» esclamò, sollevando il capo e sorridendo. «Lei, oltre a essere puntuale, giunge proprio a proposito…».
L’americana avanzò con quel suo passo sicuro e ritmico, ritta sulle anche, coi sodi polpacci ben piantati e saldamente uniti alle caviglie. Era elastica e armoniosa. Il volto irregolare appariva ermetico, nonostante il sorriso artefatto delle labbra rosse. I pomelli rosei e gli occhi dorati. Aveva pagliuzze d’oro negli sguardi.
«Okay!» esclamò e, scoprendo i denti bianchi, piccoli, uguali, allargò il sorriso. «Da noi si dice okay. Per dire che tutto va bene, che si è d’accordo… Che cosa vuole da me?».
«Guardi un po’ questi ferri, lei che se ne intende, e mi dica a che servono».
La ragazza li prese uno dopo l’altro.
«Bisturi…» proferì. «Serve per tagliare e incidere… Questo a forma di cacciavite è un uncino elicoide di Doyen a spire grandi e strette… Questa, che lei deve credere una forbice, è una pinza speciale per elettroemostasi…».
«Ah!» fece il commissario, perché ricordò che la ragazza aveva già nominato quell’arnese alla mattina. «È un ferro che deve esserle familiare…».
«E un ferro aristocratico… non tutti l’adoperano… E quest’altra, con la rotellina alla punta, è una pinza di Berger, che consente all’operatore di assicurarsi che il corpo estraneo è preso e di misurarne le dimensioni…».
«Di modo che è con un ferro simile a quello che lei ha tra le mani, che in questo momento, forse, stanno estraendo il proiettile dal cranio del suo maestro?».
«Può darsi…».
«Grazie della spiegazione. E ora mi dica: riconosce questi ferri, come appartenenti al professor Magni?».
L’americana fu esplicita.
«Non li ho mai veduti. Il professore ne aveva di simili, certo; ma non li portava nella sua borsa abitualmente. Escludo a ogni modo che questo bisturi appartenesse al professore. Tutti i bisturi che egli possedeva hanno il manico d’onice. Era una sua civetteria aver ferri chirurgici di molto valore».
«Afferma che non erano del senatore?».
«Credo proprio di no».
«E questo camice? Guardi!».
Miss Drury prese il camice e scosse la testa.
«Cotone!… No. I camici del professore sono tutti di puro lino».
De Vincenzi sentì che non mentiva.
«Dunque, esclude che ieri sera, il senatore, quando si recò assieme a lei al Sempioncino, avesse con sé questi ferri e questo camice?…».
La ragazza si morse le labbra e apparve turbata per un attimo.
«Il Sempioncino».
«Non è stata al Sempioncino col senatore, lei, ieri sera?».
De Vincenzi si aspettava che negasse.
«Non dico di non esservi andata. Le dico che sarebbe stato assai strano che lui fosse venuto con me, portandosi dietro quattro ferri da operazione e un camice!».
Infatti! Questa volta fu il commissario a mordersi le labbra.
«Bene! Lei dice sempre la verità, allora?».
«Quando non se ne può fare a meno… A che scopo dirla sempre?».
«Badi che è pericoloso giocare con le menzogne!». La ragazza tacque, come se quel possibile pericolo non la riguardasse. «Segga, la prego».
Lei sedette, accavallando le gambe inguainate di seta. «Perché mi ha mentito, stamane, dicendo che non aveva più veduto il professore dalle diciassette di ieri?». «Perché non mi sembrava generoso narrare un fatto che non ricadeva a onore del morto…».
«Avere invitato lei a cena è un disonore?!» esclamò con ironia il commissario.
«Avermi obbligata ad accettare l’invito sapendo che io non avevo alcuna intenzione di acconsentire ai suoi desideri… non era onorevole…».
De Vincenzi capì che stava per avventurarsi su di un terreno particolarmente bruciante ed ebbe un gesto evasivo. Prima di fare il processo al morto, voleva guardare la posizione dei vivi.
«A ogni modo, adesso lei riconosce d’essere stata col professore ieri sera. Dunque è andata con lui al ristorante. E poi?».
«E poi, nulla!» rispose miss Drury, alzando le spalle. «A che ora si lasciarono?». «Quasi subito…». Il commissario finse l’incredulità. «Non mangiarono neppure?». «No».
«Questo, infatti, lo so o lo suppongo; ma desidero sentirmelo ripetere da lei con qualche
ragione plausibile per un fatto che appare alquanto strano».
«Siamo stati interrotti…».
«Ah!».
«Ma non era strano! Io sapevo che non avrei mangiato col professore e che non mi sarei fermata con lui più del tempo strettamente necessario a fargli comprendere la inutilità delle sue insistenze…».
«Sapeva che il dottor Verga sarebbe intervenuto?».
La ragazza non sembrò turbata da quest’altro colpo.
«Non lo sapevo, naturalmente. Lo dubitavo, però, perché il mio fidanzato s’era accorto che il professore non mi dava pace e ci spiava…».
«Un momento!» esclamò De Vincenzi con forza. «Vediamo di spiegarci con chiarezza, dato che si deve dir tutto, oramai. Lei ha acconsentito a recarsi al Sempioncino col senatore Magni…».
«Sfido! O andarvi o far succedere una scena in ambulatorio!».
«Bene. Il suo fidanzato… Perché il dottor Verga è suo fidanzato, vero?».
«Sì».
«Da quando?».
«Un paio di mesi».
«Le ha detto che la sposerà?».
La ragazza accennò di sì col capo.
«Perché s’interessa a questo?».
«Perché so che il dottor Verga era fidanzato… con un’altra signorina…».
Patt sorrise.
«Lo so anch’io! E questa donna lo ama ancora! Fa bene. Dimostra di aver buon gusto!…».
Non c’era presa! Se De Vincenzi sperava di destare la sua gelosia, ci rifaceva le spese!
«Il suo fidanzato, dicevo, come seppe che lei doveva andare laggiù?».
«Io non gliel’ho detto. Ma ieri, il professore quando tornò alle cinque dall’ospedale, ebbe con me un colloquio alquanto concitato e Edoardo può averci ascoltati. Fu appunto per evitare che lui intervenisse subito, che io acconsentii a quella cena…».
«Così, il dottor Verga sopraggiunse, mentre stavano nel salottino del ristorante…».
«Già!…».
«E avvenne una scena violenta!».
«Già!».
«Il suo fidanzato schiaffeggiò il senatore…». «Già!…».
Era monosillabica con monotonia. Sembrava ci si divertisse. De Vincenzi se ne sentì irritato.
«Risponderà con meno facilità tra poco!».
«Perché?».
«E che cosa fecero, lei e il dottor Verga, quando furono usciti dal Sempioncino?».
«Edoardo mi accompagnò a casa».
«In via Boccaccio?».
«Ho un solo domicilio!».
«E salì con lei?».
«No».
«Se ne andò per suo conto?».
«Se ne andò a casa sua».
«Era agitato?».
«Che cosa intende lei per agitato? Certo, non agitava le braccia e non dava pugni in aria. Era piuttosto preoccupato, che altro. Il professore lo aveva minacciato di prendersi un altro assistente e noi sapevamo che lo avrebbe fatto. E poi poteva danneggiarlo, se voleva, anche all’ospedale. Quella spiegazione era stata inevitabile; ma rischiavamo di perdere il pane tutt’e due, perché io non sarei certamente rimasta con Magni, se Edoardo fosse andato via…».
«Di modo che il dottor Verga era ancora sconvolto, quando lasciò lei… A che ora la lasciò?».
«Il portone di casa mia si stava chiudendo e noi arrivavamo in via Boccaccio… Saranno state le dieci…».
«E il senatore Magni è stato ucciso alle due di notte!» disse, a modo di conclusione, De Vincenzi.
Miss Drury lo guardò. Un’ombra di spavento passò nelle sue pupille; ma tacque.
Il commissario si diresse alla porta, l’aprì, mise il capo nell’altra stanza e poi tornò verso di lei, lasciando l’uscio semiaperto.
«Ha compreso, lei, l’importanza di questo fatto?».
La ragazza si strinse nelle spalle.
«Tutte le supposizioni sono attendibili, dopo quanto è avvenuto al Sempioncinol».
«Quali supposizioni?».
«Lei è sicura di non aver mai incoraggiato il professore nei suoi… sì, diciamo nei suoi desideri?».
Dalla stanza vicina venne lo scricchiolio di una seggiola, come se qualcuno vi si fosse agitato sopra con violenza.
«Non ce ne sarebbe stato bisogno!» rispose miss Drury con un sorriso. «Il professore aveva… il desiderio facile!… Bastava essere donna!».
«E il suo fidanzato era geloso!».
«Non mi piacciono gli uomini gelosi. Da noi in America non esiste la gelosia! Soltanto, Edoardo trovava insopportabile che lui si ostinasse a darmi fastidio, che mi perseguitasse con le sue dichiarazioni… E, se ci spiava, lo faceva soltanto per essere pronto a proteggermi».
«Crede che la signora Magni si fosse accorta delle attenzioni di suo marito per lei?».
«Oh! La signora Magni!…».
«Che cosa vuol dire?».
«C’era abituata!…».
«Mi parli di Norina» lanciò De Vincenzi.
La ragazza si alzò.
«Non vorrà mica che io le illustri tutti gli amori del professore!».
«Ah! Dunque, anche la cameriera era uno dei suoi amori?».
«Non lo so. Non m’interessa! Lo domandi a lei. Quella ragazza sviene facilmente e parlerà».
«Ora desidero sapere quali siano stati realmente i rapporti suoi, miss Drury, con il defunto. Non si va al Sempioncino con un uomo col quale non si è o non si vuol essere in intimità!».
De Vincenzi aveva vergogna con se stesso d’apparire tanto brutale. Ma doveva esserlo. Aveva giudicato il dottor Verga un violento e non poteva sperare che in uno scatto della sua collera.
Capì, infatti, che stava per raggiungere lo scopo. Di là, il giovane si doveva essere alzato e si agitava. Lo sentì dir qualche parola concitata a Sani.
«Questo riguarderebbe me, se mai, non le pare? Non crederà mica che io abbia ucciso il senatore, dopo esserne stata l’amante?».
«Ma qualcuno può averlo ucciso, appunto perché lei ne era l’amante».
La porta si spalancò e il dottor Verga irruppe nella camera del commissario.
Era acceso in volto e gli occhi gli sfavillavano.
«Quando la smetterà di offendere miss Drury? Che cosa vuol sapere da lei?».
«Perché è entrato qui? Non l’ho fatto chiamare!».
«Sono entrato, senza aspettare che lei mi chiamasse! I suoi non sono metodi da gentiluomo!».
«Può darsi. Ma io faccio il commissario di Pubblica Sicurezza in questo momento. E le domando: che cosa ha fatto lei, dottor Verga, dalle undici di ieri sera a questa mattina?».
«Sono andato a letto».
«Lo vedremo! A che ora è rincasato?».
«Alle undici e mezzo… a mezzanotte… il tempo di arrivare a casa mia…».
«Badi! Lei mi ha detto di abitare in via Leopardi. Da via Boccaccio a via Leopardi ci sono due minuti di strada, a dir molto!».
«Ho fatto un giro per il Parco… Ero ancora agitato e volevo calmarmi».
«È sicuro di essere stato al Parco?».
«Certo!».
«E di essere tornato a casa a mezzanotte?». «Certo!».
«Con chi vive a casa sua?».
«Sono a subaffitto in una specie di pensione. La mia famiglia si trova molto lontana da Milano». «C’è una padrona di casa?». «Naturalmente. E anche suo marito».
«Lo so!» lanciò De Vincenzi con forza e corse alla porta.
«Fammi venire quell’uomo che Paoli ha condotto» disse a Sani e tornò subito verso i due.
Il giovane s’era fatto mortalmente pallido. Patt gli si teneva vicina e gli stringeva il braccio. Fissava De Vincenzi senza più baldanza, ma con intensità. L’attesa fu breve.
Sani introdusse il padrone di casa del dottor Verga. Era un pezzo d’omaccione con un petto grande come un armadio e una testa rotonda sulle spalle quadre. E con quel fisico da lottatore, aveva un volto paffuto e infantile, con un nasino troppo piccolo e una boccuccia da giovane educanda.
Guardò De Vincenzi, poi vide Verga e lo salutò con un sorriso di cordiale amabilità. «Lei è il padrone di casa del dottor Verga?».
«Sì».
«Da quanto tempo ha per inquilino il dottore?».
«Esattamente sei mesi».
«È solito rincasar tardi alla notte?».
«Come tutti i giovanotti. Qualche volta non rincasa neppure. È la sua età e in casa mia non può condurre donne, perché mia moglie non lo vuole».
L’uomo parlava con una vocetta sottile, che non sembrava la sua.
«E ieri notte?».
«Come?».
«Dico: ieri notte a che ora è tornato a casa?».
«Ma non è tornato affatto, ieri notte! Credevo che lui glielo avesse detto. Maria… mia moglie… ha trovato il suo letto intatto, stamane…».
Il giovane taceva. Non aveva fatto neppure un gesto. Gli occhi di Patt mandavano lampi di terrore.
Pesò un silenzio.
«Sta bene. È tutto. Può andare».
L’uomo capì che le sue parole avevano prodotto qualcosa di grave e si guardò attorno, stupito.
«Ma non dovevo dirlo?» chiese, rivolto al dottore. Edoardo, nonostante tutto, sorrise a quella ingenuità.
«Se ne vada!» ripeté il commissario.
L’uomo uscì, sempre più meravigliato.
De Vincenzi andò a sedere al suo tavolo.
La pausa di silenzio che fece fu lunga.
Un primo punto era acquisito.
Doveva valersi subito del vantaggio e spingere l’interrogatorio a fondo? Certamente, ogni altro avrebbe fatto così. Ma lui voleva prima aver qualche più sicuro elemento di giudizio. Non riusciva a convincersi che quel giovanotto avesse assassinato.
Alzò gli occhi e guardò i due. Tacevano, stretti una all’altro. Allora, di colpo, il commissario tagliò l’aria con una mano.
«Null’altro neanche da loro, per ora! Vadano pure. Questa sera alle ventidue, li attendo qui».
Edoardo sussultò. Credette che gli tendesse un tranello. Fece per parlare. Poi scosse la testa e alzò le spalle.
«Vieni» disse a Patt e i due uscirono.
Sani si affacciò alla porta.
«Vuoi che li faccia seguire?» chiese in fretta a voce bassa.
«Naturalmente» rispose De Vincenzi. «Mettici Cruni e un altro. Cruni s’incarichi dell’uomo». E aggiunse con una certa preoccupazione: «Non lo perda di vista un solo momento!». Poi tornò lentamente verso il tavolo. Era pensieroso.
R