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12. Tenebre
ОглавлениеInfatti, adesso che erano stati eliminati i tre protagonisti principali di quella trista vicenda, le tenebre erano più fitte di prima.
Se non loro tre — cioè Giannetto, Maria Giovanna e il conte Marchionni — chi, dunque?
Alla domanda del conte, il commissario non aveva risposto, ma dentro di sé pensava che certamente quei tre avevano detto la verità e che pure essa sarebbe valsa men che niente, se non fosse stata corroborata da prove.
«La mia convinzione personale non vale nulla, se io non riesco a scoprire il colpevole dell’assassinio», pensava tra sé De Vincenzi e si diceva con ansia: «Debbo scoprirlo subito… Prima che il giudice istruttore torni ed agisca… Qui dentro, in queste poche stanze, ci sono tante prove contro Maria Giovanna e il padre, da giustificare l’arresto immediato di tutti e tre e certamente anche la loro condanna. Se l’affare passa alla magistratura, io non posso far nulla, perché tutte le mie intuizioni e le mie impressioni psicologiche non hanno peso. Saranno presi tutti in un ingranaggio, che li stritolerà… E perché io so che sono innocenti di questo delitto, debbo fare l’impossibile per salvarli.»
Ma tutte queste riflessioni non impedivano che lui, per quel che riguardava l’assassinio di Garlini, brancolasse nelle tenebre.
Una prima luce gli era stata data da quella pendola, avanzata di un’ora. Ma non aveva servito che a convincerlo dell’innocenza di quei tre. Se l’orologio era stato messo avanti di un’ora, indubbiamente quel fatto doveva avere una connessione col delitto. Chi si era data la pena di avanzare le lancette doveva avere uno scopo ben preciso.
De Vincenzi lo aveva compreso fin dal principio ed aveva altresì compreso che a compiere quell’atto non potevano essere stati né Giannetto, né Maria Giovanna, né il padre di lei.
Commesso da uno di questi tre, il delitto non poteva essere che un delitto di passione: odio e scatenamento dell’istinto sanguinario in un individuo messo con le spalle al muro e con dinanzi a sé la rovina.
Se fosse stato Giannetto ad uccidere, lui lo avrebbe fatto, forse con premeditazione, certo per disperazione. Ed appariva già strano che avesse ucciso Garlini in casa propria. Questa appunto era stata la ragione, che fin dal principio aveva lasciato perplesso il commissario. Poteva darsi, però, come del resto la confessione di Giannetto aveva confermato, che avesse voluto attrarre Garlini in casa propria, per poi ucciderlo altrove, e che invece fosse stato costretto dalle circostanze a mutar piano e a precipitare gli eventi.
In ognuno di questi casi, ad ogni modo, l’avanzamento della pendola risultava inesplicabile.
Maria Giovanna o il vecchio conte avrebbero potuto uccidere Garlini, per ragioni più complesse, ma sempre della stessa specie. E adesso De Vincenzi sapeva, dalle parole di quei due disgraziati, che almeno uno di essi aveva avuto nel proprio animo il proposito di sopprimere quell’uomo e che poi s’era trovato davanti al fatto compiuto.
Quell’uno, il padre, molto probabilmente sarebbe stato capace di attuare il proposito; ma allora certamente, il delitto si sarebbe presentato in modo diverso. E gli indizi e le tracce avrebbero parlato da soli.
Soprattutto non ci sarebbe stato l’indizio della pendola, perché non poteva esservi. Come pensare che il conte avesse messo avanti di un’ora l’orologio e perché lo avrebbe fatto?
Ecco! Bastava questa constatazione a far sì che un uomo d’intelligenza e di osservazione, come De Vincenzi, escludesse immediatamente dal quadro quelle tre figure; ma non bastava, per ora, né ad indicare l’assassino e tanto meno costituiva una prova così lampante da liberare da ogni sospetto gli indiziati.
De Vincenzi rifletteva a tutto ciò, con freddezza, con ponderazione, e il volto gli rispecchiava lo sforzo del cervello.
Attorno a lui gli altri tre vivevano la loro angoscia, perché intuivano quanto passava per la mente del commissario.
Tanto Maria Giovanna, quanto Marchionni si erano trovati davanti al fatto, nuovo per essi, dell’innocenza di Giannetto. Quando avevano trovato il cadavere di Garlini in casa di Aurigi, erano rimasti terrorizzati perché entrambi si erano detti che l’assassino poteva essere uno solo.
Maria Giovanna aveva ancora nelle orecchie il suono delle parole esaltate di Giannetto e in quanto al conte, egli conosceva troppo bene la disperazione di Aurigi, per dubitare che fosse stato lui. Tanto più che quella medesima disperazione era nel suo cuore e lo aveva portato alle medesime terribili conseguenze.
Ma adesso tutti e due avevano saputo che Giannetto non aveva ucciso. E tutti e due si erano subito detto che, escluso lui, i sospetti si sarebbero logicamente portati su di loro.
Già la preoccupazione di giustificare se stesso e sua figlia, per essersi trovati in quella casa subito dopo il delitto, aveva spinto Marchionni a servirsi dell’opera di un detective privato, per seguire da vicino l’inchiesta e per fare accertare la colpevolezza di colui, ch’egli riteneva il vero autore del delitto.
Marchionni non temeva per sé, ma per sua figlia e in quanto a Maria Giovanna, lei era soltanto sconvolta e non pensava a nulla, se non alla sua vita irrimediabilmente spezzata e a Remigio perduto per sempre!
Per il terzo attore del dramma, Giannetto, dopo tutte le ansie di quella giornata e i terribili tormenti della notte, quando aveva creduto che Garlini non si fosse voluto recare a casa sua e che, quindi, la propria rovina fosse inevitabile, si aggiungeva l’altro terribile dolore datogli dalla rivelazione di Maria Giovanna.
Giaceva, adesso, come un corpo inerte, sulla poltrona dove si era seduto e i suoi occhi fissavano il vuoto.
Lui aveva amata Maria Giovanna. L’aveva, forse, male amata, da uomo che vuol vivere liberamente la propria vita, che è sicuro di sé, che è abituato a considerare le donne soltanto come uno strumento di piacere e di appagamento di ogni proprio senso, da quello estetico all’altro brutale dell’istinto.
Ma certo nutriva per lei molta tenerezza e si era sentito pronto ad uccidere Garlini soprattutto per salvare lei dalla rovina.
E all’improvviso aveva saputo che lei non lo amava. Che non lo aveva mai amato.
Un atroce senso di vuoto gli si era fatto attorno. Aveva nella bocca il gusto amaro di un dolore cattivo. La piega alle labbra gli si era approfondita e sembrava un ghigno.
Il silenzio durava da qualche minuto.
Marchionni, con la sua frase di sarcasmo, aveva quasi elevata una barriera dinanzi ad ognuno di essi. Se non loro tre, chi era stato?
De Vincenzi si scosse.
«Occorre agire. E io solo posso farlo,» disse con voce ferma.
Poi guardò in volto i tre ed aggiunse:
«Per voi non c’è altro da fare. La mia convinzione personale non ha valore. Io credo alle parole che mi avete dette, ma questo non può impedire che il giudice proceda contro di voi. E, se non si trova il vero colpevole, nessuno di voi tre ha molta speranza di potersela cavare.»
Aurigi lo interruppe, accentuando ancor più la smorfia della bocca, in un sorriso che metteva paura:
«Oh!… Se ti affanni per me, puoi risparmiarti la pena. Niente più ha importanza per me, ormai!…»
Diede un’occhiata rapida a Maria Giovanna e concluse:
«No, davvero. Tutto quel che può accadere non mi interessa!»
De Vincenzi lo capiva benissimo, ma doveva reagire e lo fece quasi con violenza:
«Eh! mio caro, non ci sei tu solo qua dentro! C’è lei, la signorina Maria Giovanna, che è compromessa quanto te. C’è suo padre. E c’è soprattutto l’interesse della giustizia umana, nella quale io credo e che questa volta debbo tutelare.»
Fece una breve pausa e aggiunse freddamente:
«Le tragedie d’anima divengono talvolta un lusso, che non ci si può consentire. Io debbo risolvere il problema e non ho tempo da perdere. E ho bisogno assoluto che tu, come gli altri, vi prestiate ad aiutarmi. E tu, Giannetto, lo farai.»
Aurigi aveva ascoltato: fece un gesto vago.
«Ebbene?» chiese con indifferenza.
«Ebbene, voglio tentare di risolvere il problema, prima di questa sera. Forse, non ci riuscirò. Ma può anche darsi che il caso, nel quale credo, mi aiuti.»
Si diresse alla porta di fondo e la spalancò di colpo. Giacomo si trovava in anticamera intento, nell’apparenza, a togliere la polvere dai mobili.
Il commissario fece mostra di non badargli e andò al telefono.
Chiamò la Procura del Re e si mise in comunicazione con il giudice incaricato dell’istruttoria.
Non lo conosceva, se non di nome e di vista, ed in quanto al giudice non sapeva neppure chi fosse De Vincenzi o affettò di non saperlo, per quell’ostentata noncuranza con cui la magistratura inquirente tratta i funzionari di Polizia.
Gli disse subito che tra un’ora sarebbe tornato «sul luogo del crimine».
De Vincenzi dovette adoperare tutta la sua persuasione, perché acconsentisse a rimandare la visita alle sedici. «Per quell’ora,» gli promise, «avrò qualche novità.»
L’altro era incredulo.
«Novità di che genere? Così come le cose mi sono apparse stamane, tutto mi sembra tanto semplice e chiaro che non saprei proprio quale novità lei possa prepararmi.»
De Vincenzi non voleva impegnarsi in modo esplicito e d’altra parte il giudice insisteva per avere qualche assicurazione formale.
«Non mi è possibile spiegarmi al telefono, signor giudice!» finì per dirgli con una certa impazienza. «Le chiedo soltanto di lasciarmi mani libere fino alle sedici.»
E il giudice, per quanto senza entusiasmo, rimandò il sopralluogo e gli interrogatori, ma proprio «per fargli cosa gradita».
Quando riattaccò il ricevitore, De Vincenzi aveva il volto scuro.
Quello lì non gli avrebbe certo perdonato né un errore, né un ritardo. Aveva la sua convinzione bell’è fatta ed era facile supporre quale fosse: doveva aver già pronto il mandato di cattura per Aurigi!…
Si voltò e vide la schiena curva del cameriere, più che mai occupato a togliere la polvere dalla cassapanca.
Lo fissò un istante e poi tornò rapidamente in salotto.
Gli altri lo attendevano.
L’ansia di Maria Giovanna e di Marchionni era evidente.
Giannetto alzò appena la testa, quando De Vincenzi entrò, ed ebbe per lui uno sguardo stanco, scorato. Lo sguardo di un cane ferito, che guarda il padrone affannarsi a curarlo e che sa perfettamente quanto la fatica di lui sia inutile.
«Almeno mi lasciassero crepare in pace!» diceva quello sguardo.
Il commissario conosceva il dolore di lui ed evitò i suoi occhi.
«Ho bisogno di qualche ora libera,» disse. «Occorre che possa muovermi a mio modo. Lei, conte, può tornare a casa con sua figlia. La prego di trovarsi di nuovo qui, in questa casa, alle quindici e trenta.»
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Il conte s’inchinò.
«Crede che riuscirà… A trovare l’assassino?»
«Lo spero,» rispose il commissario.
Maria Giovanna seguì il padre, che si era diretto verso l’uscio d’ingresso, ma, quando fu sulla soglia del salotto, tornò rapidamente indietro.
«Mi promette che non gli dirà nulla?» sussurrò con spasimo a De Vincenzi.
«Le prometto che non gli dirò niente di inutile,» rispose evasivamente costui.
La spinse dolcemente verso l’uscita e, quando fu sulla porta, la avvertì:
«Non tenti neppure di vederlo, fino alle quattro. I miei agenti glielo impedirebbero.»
E la giovane scese le scale a capo chino, come schiacciata da un peso enorme.
«Tu rimani qui,» disse De Vincenzi a Giannetto. «Debbo lasciare un agente nella casa, naturalmente.»
Aurigi abbozzò un segno d’indifferenza col capo.
Il commissario fece entrare l’agente, che era di guardia sul pianerottolo.
Gli parlò a bassa voce, dopo averlo condotto nel salottino di cui aveva richiusa la porta. L’agente lo ascoltò attentamente. Ogni tanto mormorava:
«Ho capito, dottore!»
Ma in realtà doveva aver capito poco o nulla, perché le parole di De Vincenzi avevano l’evidente effetto di riempirlo di stupore.
«Allora, lei crede?…» domandò con esitazione, quando il suo superiore ebbe terminato.
«Non credo nulla!» gli rispose freddamente il commissario. «E ti prego di non credere nulla neppure tu!…»
Uscì in fretta. Fece mostra di scendere le scale e, quando fu sicuro che l’agente aveva chiuso l’uscio, risalì rapidamente fino all’ultimo piano.
Remigio gli aprì la porta e lo fece entrare.
Aveva un sorriso triste e rassegnato sulle labbra.
«S’accomodi,» disse. «Immaginavo che sarebbe tornato molto presto. E così? Ha saputo?»
Il commissario non rispose.
Sedette davanti al tavolo e l’altro gli sedette di fronte.
Si guardarono qualche istante.
«Un bel ragazzo!» pensò De Vincenzi. E forse non meritava tutto quello che gli stava capitando addosso. E perché poi proprio come suo padre? Anche lui lo stesso destino! C’era da credere che non solo gli individui, ma le famiglie fossero segnate… Una generazione dopo l’altra… Quel che era avvenuto vent’anni prima si ripeteva; ma questa volta con la piccola complicazione di un cadavere tra i piedi!
«Perché non mi ha detto che ieri notte è uscito?» chiese di colpo il commissario, fissandolo con acutezza e battendo sopra ogni sillaba.
Il giovane sussultò. Si aspettava tutt’altro.
«Che c’entra questo?» disse. «Lei non me lo ha domandato…»
«Invece, io le ho proprio chiesto dove avesse trascorsa la notte, dalle ventiquattro alla una.»
«Può darsi. Ma non mi sembrava potesse aver molto interesse per lei, sapere che circa all’una ero uscito a fare una passeggiata.»
«Con qualche grado sotto zero e la nebbia?»
«Non avevo più sigarette.»
«Dove si è recato a comperarle?»
«Vede? Neppure questo potrà servirle. Le ho prese dall’automatico, che è di fianco al Duomo, di fronte alla Rinascente. E gli automatici non possono testimoniare!»
«Infatti!… Dunque, è uscito all’una… Ed ha rincasato?…»
«Ma… Poco dopo… Sarò stato fuori una ventina di minuti al massimo. Lei lo ha detto: con il freddo e la nebbia non c’era davvero da andarsene a passeggiare al Parco…»
«E neppure all’Acquabella!»
Il giovane sussultò.
«Perché dice questo?»
«È sicuro di non essersi incontrato ieri notte… Durante quella sua passeggiata notturna… Con la contessina Marchionni?»
«Ma che cosa sta dicendo?! Lei scherza o farnetica. Le dico però che, se è uno scherzo, il suo è di pessimo gusto!…»
Parlava con voce fremente. Si capiva che, su quel terreno, era pronto a tutto.
«Non ho affatto voglia di scherzare. La signorina Marchionni è stata in questa casa, la notte scorsa.»
Adesso, il giovane si era sbiancato. Per qualche istante non aveva potuto proferir parola.
«Ne è sicuro?» chiese con disperazione contenuta.
«Perché ha tanta paura che io ne sia sicuro?»
«Perché è incredibile!»
Pesò un silenzio.
De Vincenzi aspettò che l’altro avesse riacquistati un poco gli spiriti e poi scandì:
«E in questa casa… Ieri notte… Hanno ucciso un uomo…»
Il giovane balzò in piedi, ma dovette appoggiarsi al tavolo, perché le gambe gli vacillavano.
«Non vorrà dire!… Perché insinua?… Lei sa di chi parla?»
«Non voglio dire e non insinuo nulla! Segga… È meglio discorrere tranquillamente.»
Remigio tornò a sedere e cadde, quasi di peso, sulla seggiola.
Guardava il commissario con terrore.
«Mi dica tutto! La scongiuro: mi dica tutto!»
«Non posso dire più di quanto le abbia detto. Ma è lei, invece, che può e deve dirmi tutto.»
«Non so!…»
«Perché è uscito alla una?»
«Per le sigarette…»
«Non si esce a quell’ora, per comperare sigarette…»
«Quando si ha il vizio… Come l’ho io… Si fa di peggio.»
«Ad ogni modo, se è uscito alla una, non può non avere incontrato qualcuno per le scale…»
Il giovane ebbe un’esitazione, ma fu breve.
«Non sono uscito alla una. Le ho mentito, non so neppure io il perché. Forse, ho subìto involontariamente la suggestione dell’ora indicatami da lei. Sarà stata la mezzanotte… fors’anche qualche minuto prima…»
«E non ha incontrato nessuno?»
«Sì… Mi è parso… Davanti a me… Dopo il secondo piano… Scendeva un uomo… L’ho veduto soltanto alla schiena, perché lui s’è affrettato, quando ha sentito il mio passo…»
«E non l’ha riconosciuto?»
«No. Aveva un cappello grigio e un pastrano scuro… lungo fino ai piedi…»
«Ah!… E la porta di Aurigi… del signor Aurigi era aperta?…»
Remigio si diede un colpo con la palma sulla fronte:
«Adesso mi ci fa pensare!… Doveva essere socchiusa… Ne ebbi la percezione senza proprio notarlo con sicurezza… Quando passo davanti a quella porta, volgo lo sguardo altrove…»
«Uscì alla mezzanotte, dunque… E poi?»
«E poi nulla. Sono andato in Piazza del Duomo… Ho realmente prese le sigarette e sono tornato a casa.»
«E ha trovato il portone chiuso?»
«Aperto. Ma questo capita spesso. È quasi sempre aperto il portone di questa casa…»
«Uhm!…»
De Vincenzi rifletteva.
Così anche quest’altro era uscito dalla sua soffitta proprio nel momento in cui uccidevano o avevano ucciso da poco Garlini. E anche lui s’era trovato nei pressi di quell’appartamento insanguinato e anche lui aveva relazioni intime con uno dei personaggi principali di quella vicenda aggrovigliata e tanto oscura adesso per lui quanto lo era al momento in cui la voce placida di Maccari gli aveva detto al telefono che un cadavere era stato scoperto in via Monforte quarantacinque…
Molte cose, indubbiamente, aveva scoperto De Vincenzi. Intanto, s’era creata in lui l’intima profonda convinzione che Aurigi non avesse ucciso e neppure Marchionni e Maria Giovanna.
Chi, allora?
Procedeva per eliminazione. Metodo soltanto apparentemente sicuro: basta lasciarsi influenzare da qualche circostanza male interpretata o, peggio ancora, dalla propria anche inconfessata convinzione, perché l’errore si renda irreparabile.
Adesso, non rimanevano che poche persone sospette, se il cerchio del dramma doveva considerarsi chiuso. Forse due, forse una sola.
Questo giovanotto, che gli stava davanti, era tutto preso dalla sua passione amorosa. Glielo si leggeva in volto, negli occhi, che ogni tanto fissavano il ritratto di Maria Giovanna e brillavano allora febbrilmente.
Fin dove aveva potuto condurlo quel suo amore?
Già aveva agito stranamente, andando ad abitare proprio nella casa di Aurigi. Perché lo aveva fatto? Per una specie di crudele e martoriante bisogno di sentirsi vicino a colui, che gli spezzava la vita? Per ergersi ad ogni istante, vivente immagine del rimprovero, davanti a colei, che aveva strangolato l’amore puro e buono del proprio cuore, cedendo ai doveri di figlia, forse ad un’atavica legge di obbedienza e ad una ferrea esigenza di quella casta?
Oppure, aveva qualche disegno, disperatamente folle e nello stesso tempo lungamente meditato?
Ma allora come mai improvvisamente veniva a trovarsi in mezzo al dramma di quelle tre anime il banchiere Garlini, con i suoi quaranta milioni?
Era mai possibile che quel giovane dall’aspetto leale, dagli occhi chiari e limpidi, dalla vasta fronte luminosa, avesse in sé tanta sottile perfidia da concepire un delitto mostruoso, per cui farne ricadere la colpa sul suo rivale e perderlo?
Certo, la sua abilità — abilità consumata da delinquente — sarebbe stata realmente diabolica a preferire, per sbarazzarsi di Aurigi, quel modo indiretto all’altro assai più pericoloso per lui di un tentativo diretto contro la persona del fidanzato di Maria Giovanna.
In quest’ultimo caso, i sospetti si sarebbero portati immediatamente sul giovane abitatore della soffitta. Così, invece…
De Vincenzi pensava a tutto questo e continuava a guardare Remigio Altieri.
Questi appariva assorto. Lampi di terrore gli passavano negli occhi. Era evidente lo sforzo che adesso faceva, per non guardar più il ritratto di Maria Giovanna, quasi ne avesse paura e vergogna.
Il commissario, ad un tratto, si alzò, con un gesto così improvviso e determinato, che Altieri sussultò e lo guardò con ansia.
Sembrava che De Vincenzi avesse voluto reagire a se stesso, prendendo una risoluzione definitiva.
«Dunque, lei non vuol dirmi altro?»
«Ma che cosa potrei dirle?»
Il commissario era sull’uscio. Chiese con indifferenza:
«Quando ha veduto per l’ultima volta Maria Giovanna?»
Remigio, colto di sorpresa balbettò:
«Ieri…»
«Nel pomeriggio?»
«Già…»
«A che ora?»
«Saranno state le cinque… Le cinque e mezzo… Non so…»
«Dove?»
L’esitazione del giovane si mutò in evidente imbarazzo.
Mormorò:
«Ma perché… Perché vuol sapere proprio da me?» e l’accento della sua preghiera era penoso.
De Vincenzi continuava a rimanere sull’uscio. Lo sbarrava con la sua persona.
«Glielo dico io, quando l’ha veduta. Saranno state le cinque ed usciva da questa casa quasi correndo…»
«Se lo sa!» fece l’altro.
«L’ha veduta prendere un tassì?»
«Sì.»
«E lei l’ha seguita!» batté incisiva la voce del commissario.
Ma Altieri gridò:
«No! no! Non l’ho fatto! Questo non l’ho fatto!»
E, stremato, con i nervi doloranti, senza più forza e controllo, scoppiò in un pianto convulso. De Vincenzi chiuse la porta e scese le scale.
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