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Capitolo ottavo

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Il peso dell’inconoscibile

Erano circa le quattordici, quando De Vincenzi, che aveva fatto una sommaria colazione in una piccola trattoria accanto a San Fedele, vide entrare nel suo ufficio Cruni.

«Stanno qui di fuori, cavaliere…».

De Vincenzi era stato sorpreso a leggere. Alzò la testa.

«Ah! E chi c’è lì di fuori?».

«Il libraio e due donne…».

«Due? Perché due?».

«Siamo andati a casa sua a prendere la media… quella che parla con gli spiriti… e la figlia ha voluto assolutamente accompagnarla…».

Il commissario non aveva neppure sorriso allo strafalcione del brigadiere.

«Che gente sono?».

«Modesta, ma per bene. La figlia fa la maestra e la madre è vedova d’un impiegato alle ferrovie… Una casa con bei mobili in via Cosimo del Fante…».

«Falli entrare».

Per quanto il brigadiere fosse stato abbastanza esatto nel dare le informazioni sulle due donne, De Vin cenzi non poté trattenere un moto di sorpresa, quando se le vide davanti.

Se la figlia era una figurina sottile, insignificante, dal colorito scialbo, dagli occhi senza espressione particolare e la madre una donna d’una cinquantina d’anni più tosto obesa, già troppo flaccida per quella che doveva essere la sua età, dati i capelli neri senza fili d’argento e i denti tutti sani e smaglianti, entrambe avevano un’innegabile distinzione e una certa eleganza nel vestire, severa e di buon gusto, superiore alla loro classe sociale. Avanzarono verso la scrivania del commissario con serena dignità. Accanto a esse Chirico appariva più piccolo e giallo, tutto movimenti disordinati e gesti inquieti. «Seggano» disse subito De Vincenzi e, poiché nella camera vi erano due sole seggiole, oltre quella del commissario, il libraio si guardò attorno, si grattò la testa e rimase in piedi.

La madre parlò subito, mentre tirava a sé la seggiola, per sedere. Aveva una voce dolce, ma stranamente profonda.

«Non arrivo davvero a comprendere per quale ragione il suo agente ci abbia obbligate a venir qui… Se è, perché io talvolta, da quando il nostro dottore scoprì che posseggo strane e notevoli virtù medianiche, acconsento a partecipare a qualche seduta spiritica, le dichiaro subito che non l’ho fatto per lucro e che non mi sono mai prestata ad alcun trucco o ciurmeria qualsiasi».

«Io te l’avevo detto, mamma, che non dovevi acconsentire!».

E la giovane si volse verso il commissario.

«Oltre tutto, le fa male alla salute, sa? E, quando torna da una di quelle sedute, per ventiquattr’ore ha il mal di capo e non può vincere un’estrema debolezza. Ecco quel che ci guadagna!».

«Già!» continuò la madre. «Questo è un fatto: non ci guadagno nulla. E può dirlo il signore qui presente…» indicò Chirico, che si affrettò ad assentire energicamente col capo «… se io ho mai chiesto e lui mi ha dato mai alcuna ricompensa in denaro per quelle due o tre volte che ho partecipato alle sedute del Circolo…».

De Vincenzi le aveva ascoltate, senza interromperle. Parlavano in fretta, ma scegliendo le parole e con una leggera enfasi. Quella doveva essere una deformazione professionale della figlia, che faceva la maestra, di cui aveva risentito la suggestione anche la madre.

«Nessuno pensa» pronunziò finalmente il commissario «a farle una colpa, signora, di queste sue pratiche…».

«Ma io non pratico nulla!».

«Dirò, allora, di queste sue virtù medianiche… E in quanto a sua figlia, ella è fuori

causa…».

«In tal caso, non so spiegarmi…» mormorò la donna e fissò De Vincenzi coi suoi grandi occhi neri.

«Lei ha partecipato a una seduta spiritica tenutasi qualche giorno fa in via Broletto?».

«Può darsi… Anzi, certo è così. Ricordo perfettamente. Venne il signor Chirico a pregarmi di parteciparvi…».

De Vincenzi si volse e fissò l’ometto con occhi severi.

«Perché lei ha mentito, dicendomi che era stato un socio a presentar la signora?».

Chirico si turbò.

«Ma io… ero sconvolto… un cadavere… il senatore Magni!… Come voleva che pensassi? Che ricordassi?… Ho detto per dire…».

«Sta bene!» troncò il commissario e si volse di nuovo verso la signora. Trasalì. La donna si era fatta mortalmente pallida: sembrava stesse per mancare.

Anche questa! pensò De Vincenzi. Sarebbe la quarta, che mi sviene davanti in poche ore. Ma questa qui, poi, perché?

«Si sente male, signora?».

«Mamma! Mamma!» gridò la giovane e le corse vicino.

«Non è nulla!» mormorò lei, facendo un visibile sforzo su se stessa. «Se può darmi un po’ d’acqua…».

Chirico saltellò fino all’armadio ed empì un bicchiere, versandovi l’acqua dalla caraffa, che vi si trovava accanto, sopra un vassoio di legno.

La donna bevve.

«Ha parlato di un cadavere, lui!».

«Le fanno tanta impressione a sentirli soltanto nominare!…».

«No… non è questo… Ma vorrei che lei mi dicesse di che si tratta…».

E aggiunse in fretta, con vera angoscia: «Non può essere!… Non sarà certo il senatore che è morto!…».

«Perché pensa alla morte del senatore?» chiese subito De Vincenzi.

La donna ebbe uno scialbo sorriso e guardò De Vincenzi con occhi sempre più febbrili.

Il libraio lanciava sguardi smarriti. Il suo era quasi terrore. Finalmente, riuscì a parlare.

«Si sono avuti altri casi, registrati da scienziati insospettabili. La chiaroveggenza è una facoltà riconosciuta, in certi soggetti… E terribile, però!… Attorno a noi vive tutto un mondo di cui noi nulla conosciamo!…».

«Ma che cosa state dicendo?» gridò De Vincenzi, che si sentiva invadere da uno strano malessere. «Siete impazziti!».

E poi sorrise pel primo a quel suo scatto nervoso.

«Lei taccia, per ora. Lasci parlare la signora. Che cosa teme che possa essere accaduto? Che cosa vuol dire e qual è questa sua storia del cadavere?…».

«Glielo dica lei!» disse la donna, rivolgendosi a Chirico. «Glielo dica lei…».

Il libraio appariva sempre più turbato.

«Non c’entra col delitto. È impressionante, ma non c’entra. Al commissario non può interessare un fatto di questo genere!».

«M’interessa molto, invece, e la prego di parlare, una buona volta!».

«Ebbene l’altro giorno… la seduta si svolse regolarmente… La signora cadde in trance… Avvennero i fenomeni consueti… levitazioni del tavolo… colpi intelligenti… movimenti violenti di tende… sensazione di freddo sull’epidermide dei presenti… La forza ignota, insomma, si manifestò nettamente… tanto che tutti i soci, in seguito, ebbero a dirmi che la signora aveva saputo determinare i più chiari e più plausibili fenomeni, ai quali essi avessero assistito fino allora…».

«Ebbene, continui…».

«Tra l’altro la signora accennò alla presenza di uno spirito col quale era evidente che aveva stabilito una reale corrispondenza di pensiero… E lo spirito, a un certo momento, parlò coi picchi del tavolo… predicendo la morte violenta del senatore Magni!…».

Chirico tacque. Era riuscito ad arrivare in fondo al discorso, con sforzo visibile. E adesso guardava il commissario come liberato da un peso.

De Vincenzi rifletteva. Egli non si era mai posto il problema dello spiritismo, per quanto avesse pensato molte volte a quello terribile dell’aldilà. Rammentava che una notte d’estate, per quelle sue campagne dell’Ossola, dopo aver fatto un’escursione verso la sommità d’una montagna, s’era lasciato cadere supino sull’erba e aveva lungamente contemplato il cielo stellato.

Un senso profondo, quasi religioso l’aveva invaso ed egli s’era detto che l’universo deve avere una forza d’equilibrio, che trascende ogni immaginazione umana. Potersi astrarre dal tempo e dallo spazio, vuol dire avvicinarsi a comprendere quell’equilibrio. E anche s’era detto che la vita è una forza di cui la morte non è che uno stadio e che dopo la morte non possono non esservi altre manifestazioni di forza vitale.

Ed ecco che ascoltava ora quell’ometto risecchito e pallido enunciare assiomi terribili, come questo: attorno a noi vive tutto un mondo, che non conosciamo.

E quella donna troppo grassa e troppo flaccida, che parlava scegliendo con cura le parole, aveva predetto la morte di un uomo qualche giorno prima che avvenisse!

Era una ciurmeria o una manifestazione di una vita cosciente e infinita, oltre la vita mortale?

Dovette reagire, per non farsi dominare anche lui da quel turbamento morboso e allucinante, che manifestamente aveva invaso gli altri.

«È questo che l’ha turbata poco fa?» chiese alla signora.

«Sì. Ma è proprio vero, mi dica, che il senatore Magni è morto?».

«È vero. Ma lei risponda a questa mia domanda: come ha fatto a sapere e a ricordare quella sua predizione, se lei era realmente in preda al sonno ipnotico e, quindi, nell’incoscienza?».

Fu il senatore stesso che me la rivelò, quando la seduta fu terminata. Mi si avvicinò e mi disse, sorridendo: «Dunque, io debbo morire fra pochi giorni?». Stavo per rispondergli che cosa intendesse con quelle sue parole, quando uno dei presenti gli si avvicinò e, trattolo lontano da me, gli mormorò con precipitazione: «Non sai che non si deve far conoscere al medium quanto egli ha detto e fatto durante il sonno?».

«E il senatore?».

«Il senatore si sforzò ancora di sorridere. Ma mi sembrò veramente turbato».

«Era la prima volta che lei parlava col senatore Magni?».

«Lo avevo veduto forse un paio di volte e sempre alle sedute del Circolo».

De Vincenzi si voltò a Chirico.

«Lei può dirmi altro al riguardo?».

«No. Il senatore uscì quasi subito assieme al suo amico, il dottor Marini».

«Chi aveva ipnotizzato la signora per farla cadere in trance?».

«Il dottor Marini. Egli è dotato di una reale forza magnetica».

«Bene» fece De Vincenzi.

E si alzò.

«Non c’è altro per ora. Possono andare. Ma lei signora lasci il nome e l’indirizzo al vicecommissario… Potrò aver bisogno di lei…».

«Ma non vuol dirci perché ci ha fatto venir qui?», chiese la giovane.

«Non per farmi predire l’avvenire da sua madre, a ogni modo!» rispose, sorridendo, il commissario e le accompagnò fino alla porta.

Anche Chirico stava per uscire, ma lui lo trattenne: «Si fermi, lei. Ho bisogno di qualche schiarimento». Il libraio, per la ventesima volta, si grattò in testa.

Il commissario tornò verso il tavolo.

«Mi dica! Esclude in modo assoluto che in quella seduta e nelle altre ci sia stata soperchieria? Esclude che il tavolo parlasse, perché mosso dalla forza cosciente e… truffaldina di qualche presente?».

Lo fissava negli occhi.

L’altro sorrise e, per quanto grande fosse la sua paura, seppe assumere una certa aria di indulgente compatimento.

«Mi perdoni! Lei è un profano. Qualunque cosa io ora le dicessi non mi crederebbe!».

«Risponda egualmente!».

«Non c’è stato trucco! Non ci poteva essere. I presenti a quella seduta erano tutte persone di scienza e di studio, come il senatore Magni e il dottor Marini…».

«Il dottore e il suo amico credevano sinceramente nello spiritismo?».

«Certo! Il dottor Marini più ancora del senatore e ritengo sia stato lui a iniziare il povero morto alle pratiche psichiche e spiritiche. Egli è anche un occultista e si vale del magnetismo, della suggestione…».

Sorrise, come se cercasse di non dar peso alle proprie parole — quasi lui stesso non volesse apparirne convinto — ma si vedeva che quella sua era soltanto una concessione allo scetticismo dell’ascoltatore.

«In altri tempi, si sarebbe parlato di magia…».

«Interessante!» mormorò De Vincenzi.

Seguì un silenzio.

I ferri chirurgici brillavano sul tavolo e Chirico li guardava come affascinato.

«Lei crede che i morti tornino?». La domanda risuonò secca e improvvisa come un colpo.

Il libraio ebbe un fremito. Meditò, prima di rispondere.

«Che debbo dirle?». «Quel che pensa…».

L’altro stava per parlare, De Vincenzi lo interruppe con un gesto della mano.

«Badi! Mi deve rispondere, come farebbe sotto giuramento, davanti al magistrato… La sua risposta ha per me un valore strettamente connesso alle indagini, che conduco».

«Lei crede dunque!?…».

«Per ora, non desidero creder nulla e proibisco a me stesso ogni ipotesi. È per questo che interrogo lei…».

«Se lei pensa che la predizione della medium possa connettersi col delitto… nel senso d’un trucco operato dall’assassino o da un complice…».

Alzò le spalle, come per rigettare da sé quell’ipotesi, che gli appariva mostruosa.

«Io credo che esista in un altro mondo, ma attorno a noi e a patto di certe condizioni alla portata di ciascuno di noi, una strana forza al paragone della quale ogni forza fisica è debole. E di tale forza il perverso può servirsi per fare il male, come gli esseri buoni per creare il bene. Una forza spaventosamente potente, poiché essa è l’essenza stessa della vita. L’uomo può assoggettarla talvolta. Ma soltanto mettendo a repentaglio i propri giorni, poiché essa uccide chi non sappia dominarla e servirsene!».

S’era fatto pallido, il signor Chirico, livido addirittura, ma non appariva più l’ometto insignificante di sempre.

Mentre proferiva quelle parole, sembrava sollevarsi e ingrandire con esse.

De Vincenzi ne rimase impressionato.

«Sta bene!» disse. «Può andarsene».

Poi ritrovò la sua voce tagliente.

«Non faccia toccar nulla nel retrobottega del suo negozio… Tra un paio di ore sarò di nuovo da lei».

Chirico sentì la minaccia racchiusa in quelle parole e uscì in fretta, curvo sotto il peso di essa.

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