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13. Tentativi

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In Questura, De Vincenzi trovò Cruni, che lo aspettava.

«Ho fatto tutto quello che lei mi ha ordinato, dottore», gli disse il brigadiere, avvicinandoglisi. Aveva l’aria trionfante.

Il commissario lo guardò.

«Il Conte Marchionni non è andato, ieri notte, né al Clubino, né al Savini…»

«E poi?» chiese il commissario De Vincenzi con indifferenza.

Cruni ebbe un gesto di stupore. Dopo tutte le raccomandazioni che gli aveva fatte, non si rendeva ragione di quell’indifferenza.

«Oh! sono stato prudente, non dubiti. Ma al Clubino ogni socio deve metter la firma sul registro, quando entra e quando esce, e mi è stato facile consultare il libro, senza neppur dirne la ragione al portiere. E in quanto al Savini, tutti i camerieri conoscono il conte e mi è bastato interrogarli con l’aria di nulla, per apprendere la verità…»

«E poi?…»

«Ah! vuol sapere quando è rientrato al palazzo?… Saranno state le due. È tornato in tassì, assieme a sua figlia… La signorina sembrava sofferente, mi ha detto il portinaio, che mi sono lavorato a dovere, sa?!… Quello non parlerà di certo… Così rimane assodato che il conte ha mentito…»

«Lo so,» disse con noncuranza De Vincenzi, andando a sedersi al suo tavolo.

«Lo sa?» esclamò il brigadiere con gli occhi spalancati. «Allora, io…»

«Tu hai fatto egregiamente il tuo dovere, caro Cruni. E ti ringrazio. Soltanto, adesso, questa è storia vecchia! I fatti precipitano, amico mio!…»

«Ha trovato?»

«Non ho trovato niente!»

Muoveva le carte. Gli capitarono fra le mani i due volumi, che stava leggendo la notte prima, quando in quella stanza era entrato Aurigi e sospirò… Ah! potersene tornare ai suoi libri! Non occuparsi più di delitti e di reati! Adesso, capiva le parole di Maccari. Anche lui, come Maccari, in quel momento, avrebbe voluto ritirarsi in campagna… Ma almeno Maccari aveva fatto presto a liberarsi dall’ossessione di quell’orribile storia. Lui, invece, non poteva, non doveva.

Pensò a Giannetto, a Maria Giovanna, a quell’altro disgraziato, che piangeva lassù nella camera dell’ultimo piano!

Sentì di nuovo alle orecchie la voce ironica del giudice istruttore:

«Quali novità vuole avere, lei?»

Infatti, quali novità aveva e che cosa gli avrebbe detto, tra poco, alle quattro?

Guardò l’orologio. Erano le due. Aveva mangiato un boccone in fretta. Era stato al Monumentale. Aveva saputo che il proiettile che aveva ucciso Garlini era uscito proprio dalla rivoltella trovata nel cassetto chiuso del mobile. Si toccò le tasche del pastrano e sentì la forma delle due rivoltelle. Una per tasca. Avrebbe dovuto depositarle nel suo ufficio, tra i corpi di reato: il bastoncino di rosso per le labbra, la fialetta del veleno, la lettera di Aurigi, la ricevuta di Garlini, il mezzo biglietto della poltrona della Scala.

Tutto in tasca aveva, invece.

Bah! tra poco avrebbe consegnato quegli oggetti al giudice istruttore, dicendogli:

«Se la sbrighi lei!»

E il giudice se la sarebbe sbrigata facilmente, facendo arrestare Aurigi!

Sospirò!

Cruni lo guardava.

«Eh! amico mio!…» mormorò, il commissario, tanto per dire qualche cosa.

«Il Questore ha chiesto di lei,» mormorò timidamente il brigadiere.

De Vincenzi alzò le spalle.

Guardava il calendario. Ancora quegli stessi due numeri rossi, che aveva indicati a Giannetto, per obbligarlo a confessare la perdita fatta in Borsa. Rivide, per una strana associazione d’idee, la Banca di Garlini, il cassiere rossigno e apoplettico, che gli diceva, con un pacco di fogli da mille nelle mani:

«Li ho presi davanti a lui… Vede? Erano cento e adesso sono ottanta… Vuol contarli?»

Ebbe un sobbalzo. Come aveva fatto a trascurare quell’indizio? Si calcò il cappello. S’era raddrizzato, lo sguardo gli brillava.

«Vieni con me,» ordinò a Cruni.

Il brigadiere si mise in fretta il soprabito e prese il cappello.

«Tu sai dove abita Garlini?»

«In via Leopardi…»

«Presto!…»

Subito fuori del grande portone, sulla piazza, si gettò in un tassì. Un collega lo salutò e lui non lo vide neppure.

«Via Leopardi!» gridò all’autista.

Dopo dieci minuti, scendeva con Cruni davanti al portone di Garlini.

Trovò una vecchia governante, che, appena lo vide e seppe chi era, cominciò a lacrimare e a soffiarsi il naso.

Lui la interrogò in fretta, senza molti complimenti.

No, il signore, la sera prima, non era tornato a casa per il pranzo. No, lei non lo aveva più visto dall’ora della colazione. Dove metteva i denari? Gl’indicò una piccola cassaforte. Molti valori soleva tenervi? No, pochi. L’indispensabile per le spese di casa.

De Vincenzi si ricordò di avere in tasca il piccolo mazzo di chiavi trovato nelle tasche del morto. Vi era quella della cassaforte, naturalmente. Una cassaforte semplice, senza cifra. L’aprì e non vi trovò che buste, documenti, un migliaio di lire, qualche pacco di lettere di donna, legate con nastrini colorati.

Eppure, Garlini era uscito dalla Banca con ventimila lire in tasca!

De Vincenzi sembrava soddisfatto. Sorrideva. Batté amichevolmente sulla spalla di Cruni, che non capiva nulla, neppure le ragioni di quella perquisizione fatta a quel modo, senza frugare in nessun luogo, dando soltanto un’occhiata alla cassaforte.

«E adesso, andiamo,» disse.

Quando furono sul portone, guardò di nuovo l’ora: quasi le tre, erano.

«Prendiamo il tranvai,» annunciò. «Voglio arrivare alle tre e mezzo e non prima.»

Alle tre e mezzo, entrò nell’appartamento di Aurigi.

In anticamera trovò l’agente.

«Nulla di nuovo?»

«Nulla,» e l’agente gli si avvicinò, per fargli il resoconto di quelle ore.

Aurigi non aveva mangiato. Era rimasto sempre in salotto, là dove il commissario lo aveva lasciato.

«Non s’è neppure mosso!» disse l’uomo.

«E l’altro?»

«In cucina o nella sua stanza… Ha voluto offrirmi da mangiare. Mi sembra tranquillo. Cortese, ad ogni modo, lo è di certo.»

«Già,» fece De Vincenzi.

Ed entrò in salotto.

Salutò Giannetto, ostentando allegria.

«Bella giornata, oggi! Dopo il nebbione della notte, c’è il sole.»

Aurigi fece con ironia:

«È naturale. Dopo la nebbia, c’è sempre il bel tempo.»

Parlava per parlare. S’era alzato. Non gli chiedeva neppure quel che avesse fatto, se fosse sicuro di scoprire l’assassino. Sembrava che il delitto non fosse neppure avvenuto per lui, che tutto quel che poteva accadere non lo riguardasse.

De Vincenzi aveva lasciata la porta d’ingresso aperta e vide Cruni, che introduceva nel salotto il conte Marchionni e Maria Giovanna.

La giovane era vestita come alla mattina. Guardò De Vincenzi con occhi smarriti.

Il conte aveva ritrovata la sua sicurezza: era altero e corretto, gran signore che si reca a fare una visita di dovere.

S’inchinò col capo al commissario.

«Eccoci qui,» disse e aveva l’aria di chiedergli, come a un dipendente: «Che cosa ha fatto? Che cosa intende fare?»

De Vincenzi per tutta risposta, indicò a lui e alla contessina il divano:

«Seggano, prego.»

Andò alla porta del salotto e chiamò Cruni. Gli sussurrò qualche parola all’orecchio e il brigadiere si affrettò ad uscire.

Poi De Vincenzi ordinò all’altro agente:

«Andate sul pianerottolo e chiudete l’uscio. Aspettate il giudice e, quando sarà entrato, recatevi giù in portineria con Cruni. Il brigadiere sa quel che dovete fare…»

L’agente chinò il capo:

«Sta bene, dottore.»

E se ne andò anche lui.

Adesso, l’anticamera era deserta. De Vincenzi diede un’occhiata alla camera del domestico, che aveva la porta aperta, e vide Giacomo accanto al letto, che leggeva.

Allora, chiuse la porta del salotto ed estratta di tasca la rivoltella, che aveva tolta al cameriere, la mostrò ad Aurigi.

«Conosci questa rivoltella?»

Giannetto non esitò:

«È la mia… Doveva trovarsi nel cassetto di quel mobile… Non la tocco da anni…»

«Va bene…» fece il commissario e si rimise la rivoltella in tasca. Trasse poi l’altra, che aveva trovata nel cassetto:

«E questa?»

Aurigi spalancò gli occhi. Quella non l’aveva mai veduta.

«Questa,» disse con forza De Vincenzi «è la rivoltella, che ha ucciso Garlini. Il perito di balistica me lo ha confermato…»

Ravvolse l’arma in un fazzoletto la depose sul tavolo.

Gli altri lo guardavano agire. Lui fece una pausa lunga. Ebbe una breve titubanza, poi andò in un angolo della stanza, dove aveva veduto un campanello, e suonò.

Dopo appena qualche secondo, quasi fosse stato dietro la porta, pronto a quella chiamata, l’uscio si spalancò e comparve Giacomo.

Il volto glabro del cameriere era impassibile, ma un osservatore attento avrebbe notato nelle sue pupille uno strano bagliore, che poteva essere di curiosità, come d’inconfessata apprensione.

De Vincenzi lo fissò un istante, poi gli disse:

«Volete portarmi un bicchiere d’acqua?»

Il cameriere s’inchinò e andò in cucina.

Allora, il commissario si diresse all’uscio d’ingresso e, apertolo, chiamò l’agente che si trovava sul pianerottolo.

«Venite qui… voi.»

Lo fece entrare nella sala da pranzo e gl’indicò la rivoltella ravvolta nel fazzoletto.

«Prendete quella rivoltella… Ma state bene attento di non togliere il fazzoletto e di non toccarla…»

Si teneva presso il tavolo e parlava lentamente. Quando l’agente tese la mano per prendere l’arma, fece un breve gesto per fermarlo.

«Aspettate… Debbo dirvi qualche altra cosa… Darvi altre istruzioni…»

Cercava guadagnar tempo e, soltanto quando sentì che Giacomo gli era dietro, si volse di colpo e prese con precauzione, toccandolo con due dita, il bicchiere, che il cameriere recava sopra un piatto. Vuotò rapidamente l’acqua in un vaso da fiori, che si trovava sul tavolo e, toltosi un altro fazzoletto dal taschino della giacca, ne ravvolse il bicchiere e lo porse all’agente:

«E prendete questo…»

La voce gli si era fatta dura:

«Tanto sulla rivoltella quanto sul bicchiere vi sono impronte digitali. Andate subito al Gabinetto di Polizia Scientifica e fatemele rilevare… Ma presto! Tra un’ora voglio le fotografie.»

L’agente, con quei due fazzoletti bianchi nelle mani, uscì rapidamente.

Il volto di Giacomo si era fatto pallido. Ma nessun turbamento era visibile in lui. Piuttosto una certa insolenza ed un leggero sarcasmo. Tese la destra aperta verso De Vincenzi:

«Vuol prendere le mie impronte?»

Il commissario gli diede un’occhiata e trasse dalla tasca un foglio di carta bianca.

«Fate vedere,» ordinò con voce secca, mettendo il foglio sul tavolo.

Giacomo sorrise largamente e, tese la mano aperta, premette i cinque polpastrelli delle dita sulla carta. Si fermò in quel gesto, quasi per sfida. Fissava il commissario.

De Vincenzi lo osservava e gli chiese:

«Come vi chiamate, realmente, voi?»

L’altro alzò le spalle:

«Giacomo Macchi.»

«Lo saprò tra poco il vostro vero nome. Non è questo! Sotto questo nome non figurate negli archivi della Polizia e voi siete troppo pratico del modo con cui si prendono le impronte digitali, per non avere un passato infamante… Da quanto tempo siete in questa casa?»

«Gliel’ho detto… Due anni…»

«E prima?»

Il cameriere accentuò la sua insolenza:

«Ho portato i benserviti… Del resto, lo chieda al signore…»

Indicò Aurigi che lo guardava.

«Lui era contento di me. Non gli ho mai rubato nulla in due anni!»

L’interrogatorio procedette serrato. Era evidente la intenzione di De Vincenzi di non dargli tregua.

«E ieri sera, a che ora siete uscito di qui?»

«Saranno state le dieci… Forse prima…»

«La portinaia non vi ha veduto uscire…»

«Ma non può dire neppure di avermi veduto uscire più tardi,» proclamò l’altro con accento di trionfo.

«Infatti! Ma dopo mezzanotte il portone è chiuso.»

«Come fa a dire che sono uscito dopo mezzanotte?»

«C’è chi vi ha veduto.»

«Ne è proprio sicuro?» Chiese Giacomo, scetticamente.

De Vincenzi giocava tutto per tutto. O riusciva a fargli confessare subito o sapeva troppo bene che quell’uomo non avrebbe mai più confessato.

«Tra poco sarà qui colui che vi ha visto,» disse con sicurezza. «E vi riconoscerà.»

«Sarò lieto di guardarlo bene in faccia… Questo colui!»

Si vedeva che il cameriere era ben lontano dal sentirsi perduto. Ad ogni modo doveva essersi trovato altre volte in casi simili, perché aveva una sicurezza troppo tranquilla.

«Lo guarderete in faccia alle sedici.»

Giacomo si voltò verso la pendola:

«Bah! Ancora un quarto d’ora.»

La pendola segnava le sedici e tre quarti e De Vincenzi afferrò l’uomo per un braccio:

«Quella pendola segna le sedici e tre quarti…»

«Ho visto!» fece Giacomo. «Ma quella lì è avanti di un’ora!»

«Come lo sapete?»

L’uomo questa volta apparve sorpreso.

«Eh?» fece, per guadagnar tempo.

«Dico,» ripeté, battendo le sillabe il commissario «dico: come sapete che quella pendola va avanti di un’ora?»

L’interrogato esitò un secondo, ma un secondo solo.

«È guasta… Dovevo portarla ad accomodare…»

Con voce stanca, Aurigi intervenne:

«Non è vero, Giacomo. Quella pendola andava benissimo. È sempre andata benissimo.»

Giacomo sussultò e si volse verso il padrone, con un gesto di collera:

«Anche lei, adesso! Sarà andata bene, ma oggi va male…»

Poi dovette avere un’idea, perché gli occhi gli si illuminarono e ritrovò la propria sicurezza.

«Del resto,» disse, rivolgendosi al commissario «poco fa è stato proprio lei a far notare davanti a me che quella pendola segnava un’ora di più.»

Era vero. De Vincenzi ricordava.

«Già! E va avanti, perché voi, ieri sera, l’avete mossa.»

«Io? E perché lo avrei fatto?»

«Perché lo abbiate fatto ve lo dirò tra poco. È stata una sottile invenzione, che mi ha dato subito la misura della vostra intelligenza, una intelligenza da malfattore veramente notevole! Ma comunque, questo non è un fatto straordinario. Il fatto straordinario è un altro. Che voi non abbiate pensato a rimetterla a posto, dopo aver assassinato il banchiere Garlini e quando, prima di fuggire, avete messa la rivoltella omicida in quel cassetto, chiudendolo a chiave e portandovi via la chiave, assieme alla rivoltella del vostro padrone.»

Il cameriere lo aveva ascoltato, senza che il sorriso scomparisse dalle labbra.

«Ma che sta dicendo! La sua fantasia corre! Se tutto questo fosse possibile provarlo!…»

Infatti, De Vincenzi lo sapeva benissimo, lui stava lavorando di fantasia e anche questa volta non aveva una sola prova. Certo il suo intuito gli diceva che toccava il punto giusto; ma come dimostrarlo? Quello lì non avrebbe mai confessato!

Si mise a camminare per la stanza, a passi rapidi, nervosamente. Ad un tratto si fermò di nuovo in faccia a Giacomo.

«Un errore il vostro! Tutto calcolato, tutto congegnato a meraviglia e per una dimenticanza tutto all’aria! Se aveste rimesso a segno le sfere di quella pendola, io non avrei potuto sospettare di voi!»

«E invece… adesso?» chiese insolentemente l’altro.

«Adesso, so chi è stato ad uccidere Garlini!»

«Fantasia! Ho un alibi. Lo può controllare. E poi… Perché lo avrei ucciso?… Lo conoscevo appena…»

«E il suo denaro?»

«Quale? Crede che si uccida un uomo per derubarlo e che poi gli si lascino in tasca cinquecento lire?»

A quelle parole il conte, che aveva sempre taciuto, assistendo a quella scena con ansia contenuta, diede un balzo e fece qualche passo verso il cameriere.

Anche Aurigi sussultò.

Ma De Vincenzi li trattenne con un gesto e prevenne ogni loro domanda.

«Come fate a sapere,» chiese, fissando l’uomo negli occhi «che Garlini aveva cinquecento lire nel portafogli?»

Giacomo ebbe un attimo di smarrimento. Ma, quando gli altri si aspettavano che tacesse o che si afferrasse a qualche frase vaga, scoppiò in un breve riso. Trasse di tasca un giornale, lo spiegò e lo mise aperto sul tavolo.

«Legga lì dentro…» disse con calma. «Legga lì dentro e vedrà come tutti possono sapere che sul cadavere è stato trovato un portafogli da frak contenente cinquecento lire ed alcuni biglietti di visita.»

De Vincenzi, ebbe un atto di dispetto. Il conte stringendo i pugni, ritornò sul divano.

Giannetto si era lasciato ricadere, di nuovo preso dalla sua apatìa tragica.

E Maria Giovanna, che non aveva nulla ascoltato e nulla veduto, continuò a pensare alla rovina del suo cuore e della sua vita, e a quel suo povero Remigio, ch’ella amava…

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