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Capitolo quinto

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Patt…

«Cominciamo ad avanzare!».

«Lo crede proprio?».

De Vincenzi trovava il mistero sempre più fitto. Sentiva di camminare sopra un terreno friabile; un passo falso e c’era da rotolare sino al fondo. Non un punto di sostegno, ancora. Nessuna pista chiara e netta. E, per di più, a mano a mano che avanzava, le piste s’infittivano. Troppe per essere il principio.

Il Questore si guardava attorno. Erano rimasti soli nel salotto. Nessuno più si occupava di loro.

«Che conta di fare, adesso?».

De Vincenzi sussultò.

«Desidererei rimanere ancora qui…».

«E poco fa, quando è uscito?…».

«Sì. La cameriera stava origliando. Mi ero accorto che c’era qualcuno dietro la porta. Per questo ho alzato la voce… perché chi ascoltava sentisse. E quella ragazza, quando ha conosciuto l’assassinio, è svenuta».

«Strano!…».

«Piuttosto…».

«Che ne pensa?».

«Ancora nulla, naturalmente».

«È una bella ragazza…».

«Sono tutte belle qui dentro…».

Il Questore fece un gesto.

«La lascio solo. Gliel’ho detto: ha carta bianca. E m’informi, man mano che progredisce».

Uscì in anticamera, seguito dal commissario. Non c’era nessuno. Tutto l’appartamento sembrava disabitato. Il Questore si mise il cappello e si diresse all’uscio. Quando fu sulla soglia, fece un gesto di saluto e scomparve, richiudendo adagio la porta.

De Vincenzi andò diritto nella stanza delle consultazioni. Si trovò in un ambiente chiaro, luminoso. Il gabinetto del professore si componeva di due camere comunicanti. Lui era entrato in quella delle visite e delle operazioni. Un armadio laccato di bianco, coi vetri opachi. Un tavolo di marmo contro il muro e un altro più vasto in mezzo alla camera. Davanti alla finestra un lettuccio di ferro, disarticolato, da potersi sollevare in ogni senso. Sopra quel letto e sopra il tavolo di marmo due grandi riflettori e un groviglio di fili elettrici, di lampade, di bracci d’acciaio. Una poltrona. Un grande lavabo.

Il commissario si guardava attorno. Sul tavolo contro il muro, si allineavano una quantità di ferri chirurgici. Si ricordò di quelli che aveva lasciati sulla sua scrivania, in Questura, col camice bianco… Anche qui un camice bianco pendeva da un attaccapanni, accanto alla porta, di fianco a un leggero mantello femminile e a un cappellino nero.

«Desidera parlare con me?».

L’infermiera si teneva ritta sulla soglia della seconda stanza e certo lo osservava da qualche minuto.

«Non ne manca nessuno?» e De Vincenzi indicò i ferri allineati sul marmo.

La giovane avanzò in fretta.

«Che vuol dire?».

«Il professore aveva altri ferri chirurgici, oltre questi?».

L’infermiera non comprendeva. Guardò i ferri.

«Oltre questi? Certamente. Ce ne sono lì, dentro l’armadio. Ci sono le buste che il professore portava con sé, quando si recava dagli ammalati. Neppure io stessa potrei dirle se ne manca qualcuno».

«Lei a che ora vide il professore per l’ultima volta?».

L’esitazione fu breve.

«Alle 17, quando uscì dall’ospedale, venne qui. Si trattenne in questa stanza. Consultò l’agenda degli appuntamenti. Scambiò qualche parola con l’assistente. Poi mi disse che non voleva più ricevere nessuno, per quel giorno. Gli feci osservare che c’erano ancora due ammalati nel salotto… Mi rispose che era stanco, che in ospedale aveva fatto un’operazione assai faticosa e incaricò il dottor Verga di visitarli lui. Poi mi lasciò libera di andarmene…».

«E lei andò via?».

«Naturalmente. Era difficile non ubbidirgli. E poi… anch’io ero stanca…».

«Da allora non lo ha veduto più?».

«Da quel momento dovevo non vederlo più…».

«Come si chiama lei, signorina?».

«Patience Drury… Ma nessuno mi chiama Patience e tutti Patt».

«Anche il professore?».

«Oh!» la ragazza alzò le spalle. «Lui mi chiamava signorina».

«È inglese, lei?».

«Americana. Vuole il passaporto? Ma sono oramai sette anni che mi trovo in Italia… Ho studiato a Pavia. Ho la laurea».

«È stata allieva del professore?».

«È perspicace, lei!».

De Vincenzi l’interrogava, senza guardarla. Sembrava assorto nella contemplazione di quei ferri lucenti. Si sarebbe detto che lo affascinassero.

La giovane s’era appoggiata col dorso alla tavola di mezzo e lo fissava, facendo filtrare lo sguardo attraverso le palpebre socchiuse. Aveva una piega ironica alle labbra. Le pupille color malva le si erano incupite; fonde, erano. Le mani tese all’indietro, sul marmo, il petto e il corpo sporgenti, le gambe diritte saldamente puntellate in terra, la testa un poco rovesciata all’indietro, appariva realmente capace di turbare un uomo. De Vincenzi guardava i ferri.

«Sola a Milano?».

«Sola nel mio letto, sì…».

«Nessun parente?».

«A Lanecliff, sulle sponde dell’Hudson… esiste ancora un vecchio uomo, che può vantarsi d’avermi messa al mondo. Ma non se ne vanta neppur più, credo…».

De Vincenzi si volse di scatto e la fissò: «Dove abita lei, miss… miss?».

«Patt…».

«… miss Drury. Dove abita, sola nel suo letto, come dice lei?».

«In un piccolo appartamento… due stanze… cioè, una stanza e il bagno… in via Boccaccio…».

«Numero?» chiese il commissario, che aveva tratto di tasca un notes, e la stilografica.

«Trentacinque. Secondo piano».

«E adesso?».

«Come adesso?».

«Adesso che il professore è… che non c’è più, che cosa farà?».

«S’interessa alla mia sorte, lei? Gentile. Non so. Vedrò. Intanto rimango qui, fin quando non mi cacciano».

«Ieri sera, uscita da questa casa, dove è andata?».

La giovane ebbe un gesto. Aveva perduto un poco di quella sua imperturbabilità ironica. Se lo scopo di De Vincenzi era di stancarla, poteva credere d’esser vicino a raggiungerlo.

«Continuerà per un pezzo, lei? Che cosa c’entro io, se hanno ucciso il professore? Se vuol trovare l’assassino, veda di far qualcosa di meglio, che interrogare me… Non sono una di quelle che svengono, io!».

Il commissario fece mostra di non avere udito. Farla parlare voleva, e non sperava più che in qualche suo scatto.

«Dov’è stata, ieri sera?».

«Nel Klondike, a cercar l’oro…»

«Stia attenta a non trovare invece qualcosa di meno piacevole!». «Che cosa?».

«Miss Drury, voialtri in America possedete qualche mezzo per far parlare i testimoni recalcitranti, che noi in Italia non adoperiamo. Ma da noi non c’è nessuna legge che vieti di chiudere il testimonio in “guardina” e di tenercelo anche per alcune settimane…». La ragazza impallidì, ma continuò a sorridere. «Allora, lei mi interroga come testimonio?». «Fin quando non mi vegga costretto a mutare la sua qualità, rispetto alla legge…».

«Ebbene, la vita privata di un testimonio non può interessarla…».

«È in errore!» scandì freddamente il commissario. «M’interessa moltissimo, per esempio, sapere dove lei sia stata e che cosa abbia fatto ieri sera… e questa notte…».

«Questa notte, ho dormito». «A che ora è rincasata?».

«Forse alle dieci, forse alle undici… Non ricordo». «Il portinaio l’ha veduta rincasare?». «Glielo domandi». «E fino a quell’ora?».

«Nulla di attraente per me e di interessante per lei… Metta il cinematografo, metta un caffè, metta quel che vuole… Oppure, creda che sia rimasta in casa a studiare l’uso delle pinze speciali per l’elettroemostasi… Può darsi che quest’ultima ipotesi sia la buona».

«Me ne ricorderò» disse De Vincenzi, per non lasciarle l’ultima parola; ma la verità era che sentiva d’essersi cacciato in un vicolo cieco. Quella lì non voleva parlare e lui non aveva alcun mezzo capace di obbligarvela. Meglio era non insistere pel momento.

Mutò tattica.

«Del resto può aver ragione! Non è a lei che mi interesso, ma agli altri. Da quanto tempo era col professore?».

«Due anni. Appena laureata».

«E la cameriera, Norina mi sembra, da quanto tempo è in questa casa?».

Le pupille dell’americana lampeggiarono.

«Oh! Perché non lo domanda alla sua padrona? Io ce l’ho trovata».

«Dunque, più di due anni» fece con pazienza il commissario. «Soffre di svenimenti?».

La ragazza sorrise.

«Anche questo può domandarlo a lei o alla sua padrona. Io non frequentavo la casa, sa? Quando avevo finito il mio servizio di assistente me ne andavo» Da qualche istante, De Vincenzi aveva la sensazione di un’altra presenza nella stanza. Si volse e vide un giovanotto sulla soglia della porta, che univa le due stanze dell’ambulatorio. Più che l’uomo, vide gli occhi che erano intensamente fissi sopra di sé. Subito lo affrontò.

«Lei è il dottor Verga».

«Precisamente!» fece quello con un gesto di meraviglia e venne avanti. «Che cosa è accaduto? Perché sta interrogando la signorina? Chi è lei?».

Le domande s’erano seguite incalzanti, rapide. Il giovane guardava ora miss Drury con angoscioso stupore. Era manifestamente agitato e non cercava neppure di nascondere il suo nervosismo. Un bel ragazzo anche questo. Solido, piantato saldamente e pur agile. S’indovinava in lui un frequentatore delle palestre e dei maneggi. Aveva il volto regolare, ma pieno d’intelligenza. Gli occhi scuri, sotto l’arco delle sopracciglia disegnate sottilmente, mandavano una luce viva, che adesso palpitava affrettatamente.

La ragazza lo guardò e alzò le spalle.

«È un detective, Edoardo!».

«Che vuoi dire?!».

Il commissario li osservava. Si davano del tu, quei due!

«Perché un detective? Debbo comprendere chi lei è…».

«… un commissario di Pubblica Sicurezza» completò De Vincenzi.

Di colpo ogni agitazione del giovane scomparve. La trasformazione fu istantanea, meravigliosa. Egli sorrise e assunse un aspetto assolutamente sereno. Si sarebbe detto che non avesse bisogno di altro per sentirsi rassicurato.

«E perché si trova qui?» chiese con indifferenza. Che attore straordinario! Ma recitava poi davvero la commedia dell’ignoranza? De Vincenzi non poteva dubitarne. Tutte le sue reazioni erano sbagliate. Se sapeva fingere, non doveva essere molto forte in psicologia, quel giovane medico. Lo prendeva per un imbecille?

«Sto interrogando la signorina e non lei! Verrà anche il suo turno».

«Hanno rubato la Madonnina del Duomo e lei dubita che sia stata Patt… la signorina Drury o io a mettercela in tasca?».

«Non accuso la signorina Drury di furto… e non l’accuso neppure di assassinio…».

Il giovane fece un passo e si frappose tra l’infermiera e il commissario.

«Non scherzi! Patt che c’entra?».

«È lei che tenta di scherzare, senza riuscirvi molto bene, del resto!… Ma perché dice che miss Patt non c’entra?».

«E come potrebbe entrarci?».

De Vincenzi corrugò la fronte e, fissando il medico negli occhi, scandì con violenza: «In che cosa non c’entra? Di che parla, lei?».

Il colpo andò a segno. Il giovane si sbiancò in volto e gli tornò negli occhi quel lampo di angoscia, che avevano avuto al principio.

«E lei che ha parlato d’assassinio» mormorò.

«Di quale assassinio?» incalzò l’altro.

«Sta’ attento!» gridò in inglese miss Drury. «Il professore è morto!».

«Grazie, miss» disse subito De Vincenzi parlando inglese anche lui. «Ma poiché io capisco la sua lingua, possiamo parlar tutti italiano, non le sembra?».

L’americana si irrigidì.

«Che cosa crede d’aver scoperto, col suo inglese? Edoardo ignora che il senatore è stato assassinato!».

«Assassinato!» esclamò il giovane e la sua voce, più che di orrore, vibrò di paura. Aveva gli occhi sbarrati e le labbra gli tremavano. «Assassinato! È vero? Dove? Quando?».

«Questa notte. E in quanto al luogo…».

De Vincenzi fece una pausa, poi arrischiò un altro colpo: «Forse, lei può supporlo…».

«Io? Che dice?».

«A che ora ha lasciato il professore, ieri sera?».

«Sono uscito di qui alle sette».

«E miss Patt?».

«Poco prima…».

La risposta era stata data di scatto e l’infermiera trasalì. Fece un gesto.

«Assai prima… Lui non ricorda…».

De Vincenzi sentiva di guadagnar terreno. La giovane aveva mentito, dicendo d’essere uscita dall’ambulatorio alle cinque.

Il medico guardava la ragazza con stupore, mentre lei lo fissava intensamente.

«Ma sì, Edoardo. Tu confondi con ieri l’altro… poiché io, infatti, esco tutte le sere alle sette… Ieri è stato un caso… Il professore era stanco e…».

«Lo so» interruppe il commissario. «Me lo ha già detto!».

E tornò a rivolgersi all’uomo.

«Dunque, lei è uscito alle sette e miss Drury era uscita poco prima… E il senatore?».

«Rimase qui».

«E a che ora lei lo ha incontrato di nuovo, ieri sera?».

«Ma non l’ho più riveduto, le ho detto…».

«Già… Ne è proprio sicuro?».

«Che cosa vuole insinuare?».

«Per ora, nulla. Vedremo in appresso… E, uscito di qui, lei dove è andato?».

«A casa mia, in via Leopardi».

«Via Leopardi è vicina a via Boccaccio…».

«Infatti…».

«Bene. E poi?».

«E poi… nulla. Sono rimasto in casa».

«Questo è tutto?».

«Ma sì…».

«E proprio sicuro di ricordar bene?».

L’altro tacque, crollando le spalle. Cercava di riacquistare un po’ della sua sicurezza di poco prima, ma non ci riusciva.

Seguì un lungo silenzio.

Patt tamburellava con le dita sul marmo del tavolo operatorio. Il dottore spiava i movimenti del commissario, che si guardava attorno con interesse.

«Quando tornò dall’ospedale, ieri nel pomeriggio, il senatore aveva con sé la sua busta dei ferri?».

Fu l’infermiera a rispondere: «Naturalmente». «E dove la posò?».

«Non potrei dirlo con precisione… L’avrà messa su quel tavolo… Il professore dopo ogni operazione apriva la borsa… ne estraeva i ferri e li poneva su quel vassoio di ebanite, perché io li disinfettassi, facendoli bollire… Ma ieri non mi sembra che lo abbia fatto. Certo, io non li ho disinfettati».

«Ed era solito portar con sé anche un camice?».

«Quando si recava al domicilio di un ammalato per un’operazione…».

«E ieri?».

«Non so».

De Vincenzi andò nella prima stanza lasciando i due giovani soli. Era un salotto. Un divano, qualche poltrona, una scrivania dinanzi alla finestra. Si guardò attorno e tornò indietro. Il dottore si scostò rapidamente dalla ragazza alla quale stava parlando con concitazione, a bassa voce. Il commissario fece mostra di non essersene accorto. Traversò il gabinetto, aprì la porta di comunicazione con l’appartamento.

Si volse di colpo.

«Dottor Verga, la prego, alle quindici, favorisca trovarsi nel mio ufficio a San Fedele».

Il giovane s’inchinò.

«E anche lei, miss Drury…».

L’americana sorrise.

De Vincenzi entrò nell’anticamera e richiuse la porta dietro di sé.

L’anticamera era sempre vuota. Egli vi si trovava da qualche minuto e stava ricapitolando nel proprio cervello i punti principali del colloquio avuto, quando trillò il campanello della porta. Nessuno veniva ad aprire. Il campanello trillò di nuovo.

Finalmente, comparve Norina. Era pallidissima, ma sembrava aver vinto la debolezza di poco prima. Die de un’occhiata piena di spavento al commissario e si diresse alla porta.

«Buon giorno, figliuola. Il senatore è già in ambulatorio?».

La voce era sonora, calda, musicale. La voce di un uomo sano, gioviale. La cameriera si ritrasse e tentò parlare, ma dalla bocca non le uscì alcun suono.

«Ebbene? Che cos’hai? Si direbbe che non mi riconosci…».

Il visitatore avanzò. Doveva avere una quarantina d’anni o poco più. Era piuttosto basso, ma ben proporzionato e quasi elegante. Si tolse il cappello e lo gettò sulla cassapanca. Si muoveva con scioltezza,, come uomo pratico della casa e che sa di trovarvi buona accoglienza in ogni momento. Cominciò a sfilarsi i guanti.

«Vallo ad avvertire… Due sole parole e scappo… Non mi tolgo neppure il soprabito… Con la grippe e il morbillo che infieriscono, non ho davvero molto tempo.»..».

S’interruppe. Aveva veduto De Vincenzi e lo fissò.

De Vincenzi fece qualche passo verso di lui.

«Commissario De Vincenzi…».

Il visitatore lo guardava, evidentemente sorpreso. Non capiva.

«Ma?…».

Diede un’occhiata interrogativa alla cameriera, che, sempre più pallida, non riusciva a pronunciar parola.

Tese macchinalmente la mano e si presentò.

«Dottor Alberto Marini… Ma che c’è di nuovo? È accaduta qualche disgrazia?…».

«Peggio. Lei è amico di famiglia?».

«Altro che amico! Ugo… il senatore Magni, voglio dire, e io siamo stati compagni di studi… Ma è accaduto qualcosa a Ugo?…».

«Purtroppo!».

L’altro tacque, aspettando.

«Questa notte, il senatore Magni è stato ucciso!».

«No!… È mostruoso! Ucciso? Ha detto proprio ucciso?».

«Sì».

«E la signora?».

«La signora… sta bene. Sì, insomma, sta come si può stare dopo un simile colpo. Ma io la lascio…».

Guardò la cameriera. Fece un movimento, come se volesse parlare. Poi cambiò idea e si diresse alla porta.

«Aspetti, commissario. Se crede, l’accompagno. Potrò esserle utile, forse. E poi vorrei sapere…».

De Vincenzi lo guardò.

«Passi» gli disse, quando furono sulla porta.

E l’uscio si richiuse alle loro spalle.

Come un automa, Norina tornò alle sue faccende.

L’appartamento ricadde nel silenzio.

Nella propria camera, la signora Magni, abbandonata in una poltrona, fissava il vuoto, con gli occhi pieni di lacrime.

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