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Capitolo terzo
ОглавлениеLe prime indagini
Maccari s’era seduto nel negozio, accanto al bancone, e, stesa la mano, aveva preso un libro a caso e se l’era messo a leggere.
Il vigile se n’era andato. Pietrosanto, seduto al tavolo, pensava al modo con cui quel cadavere poteva essere entrato nella libreria, mentre faceva passare le schede del catalogo, senza arrivare a leggervi neppure un nome.
Dopo mezz’ora d’immobilità contro una scansia, Giovanni si scosse, andò in un angolo, dietro lo sportello della vetrina, e prese una scopa.
«Che fai?» chiese Maccari, alzando gli occhi dal libro.
«Pulizia!…».
«Un corno!».
«Come?».
«Dico: un corno! Non lo sai che a scopare distruggi gli indizi?».
Giovanni non capì, ma tornò a posare la scopa dove l’aveva presa e poi si tirò su il pantalone per grattarsi una gamba.
Maccari se ne infischiava degli indizi. E non soltanto perché sapeva che ormai quel «delitto» glielo avrebbero tolto, giacché la personalità del morto era tale da far sì che se ne dovesse occupare, e come, la «Centrale»; ma anche perché proprio non l’interessava. Lui era della vecchia scuola. E oramai ne aveva abbastanza. Dopo trent’anni di quella vita, non si sarebbe certo messo con la lente a guardar per terra i granellini di polvere e le orme… Queste, però, non erano ragioni, per non far trovare tutto in ordine al suo collega della Squadra Mobile.
Si rimise a leggere. Erano i Promessi Sposi, un’edizione critica con tutti i raffronti e tante illustrazioni. E lui ci si divertiva. Provava un vero godimento. Sì, forse lo aveva già letto. Ma adesso gli appariva nuovo e sorprendente. Aveva aperto il capitolo dei monatti. Che orrore! Quanti cadaveri! Anche di là c’era un morto. Ma non di peste, grazie a Dio!
«Scendeva dalla soglia di uno di quegli usci…».
Entrò il Questore, seguito da De Vincenzi e da Cruni e il commissario saltò in piedi. Con una mano si tolse il cappello, con l’altra continuò a tenere il libro, mettendo un dito tra le pagine, per conservare il segno, a quel modo che molti anni prima di lui aveva fatto don Abbondio, poco prima di scontrarsi coi bravi.
«Buongiorno, commendatore!».
Il Questore gli fece un cordiale cenno di saluto.
«Mi racconti, Maccari…».
De Vincenzi gli si teneva dietro e guardava Pietrosanto, che s’era alzato anche lui.
«Ecco, commendatore… Di là c’è il cadavere… Questo è il portafogli…».
«Lei chi è?» interruppe il Questore, voltandosi di scatto verso Pietrosanto.
«L’impiegato della libreria…».
«Il direttore?».
«Se vuole. Ma sono io solo».
«E il padrone?».
«Il signor Chirico? Vuole che gli telefoni?».
«Dopo. Mi racconti lei, intanto».
«Oh!… Che vuole che le racconti? Un’ora fa… alle otto, apro il negozio…».
«Lo apre sempre lei?».
«Mai!» esclamò Gualmo quasi con indignazione. «E la prima volta… Anche mia moglie non voleva che venissi troppo presto! Aveva ragione!».
«E lei, perché è venuto troppo presto, come dice, proprio questa mattina?».
«Eh?» fece Pietrosanto, sbarrando gli occhi.
«Le domando perché lei è venuto troppo presto, proprio questa mattina» ripeté il Questore.
«Perché?… Perché?…».
Era turbato. Balbettava. Poi ebbe uno sfogo: «Perché sono disgraziato! Perché, se cade una tegola da un tetto, viene in testa a me! Che ne so io, perché proprio stamattina mi sono svegliato di buon’ora e sono venuto qui? Il destino!».
C’era tanta sincera disperazione in quelle parole e nello stesso tempo tanta comicità, che il Questore e De Vincenzi sorrisero.
«Bene. E che cosa ha trovato?».
«Un cadavere! Oh! Ma quel morto come diavolo ha fatto a entrare qui dentro?…».
«Lo domando a lei!» fece il Questore.
«Io? Io? E come posso saperlo? Iersera abbiamo chiuso alle sette e qui non c’era nessuno».
«Proprio nessuno?».
«Oh!» si contentò d’esclamare Gualtiero Gerolamo.
Il Questore si voltò a Maccari.
«È proprio certo che si tratta del professor Magni?».
Per tutta risposta il commissario tese al suo Capo il portafogli che aveva trovato nelle tasche del morto. Il Questore guardò la tessera: «La tessera è la sua!» disse.
Poi continuò a togliere dal portafogli quel che conteneva. C’erano carte. Appunti. Indirizzi. In una tasca interna il denaro. Contò più di tremila lire e diede un’occhiata a De Vincenzi.
Maccari intervenne: «Sì. Gliel’ho detto al telefono. Non è stato derubato. Troverà l’orologio, gli anelli, la spilla…».
«Ha chiamato il dottore?».
«Sì, commendatore. È venuto da poco. Si trova ancora di là».
«Ma allora ha toccato il cadavere!» esclamò De Vincenzi.
Senza sorridere, con la sua tranquilla ironia, Maccari si volse al collega: «Se lo ha esaminato, certo che ha dovuto toccarlo! Ma gliel’ho raccomandato di non cancellare gli indizi».
«La porta del negozio… questa qui…» chiese il Questore, indicando la porta della strada «era chiusa?».
«Così dice lui» fece Maccari e accennò all’impiegato.
«Chiusa!» interloquì questi. «E appunto perciò non capisco…».
Il Questore non gli badò.
«Non presentava tracce di scasso?».
«Nessuna. L’ho esaminata. Può guardare lei stesso la saracinesca».
De Vincenzi si avvicinò all’uscio dove si tenevano Cruni e i due agenti.
«Nessun segno» gli disse Cruni. «Non c’è stata effrazione di certo…». «Ci sono altre porte?».
Maccari prima di rispondere guardò interrogativamente Gualtiero Gerolamo.
«La porta che dà nel cortile» disse Pietrosanto. «Ed era chiusa anche quella?». «Ma sì…» fece il povero Gualmo, che di guardarla non aveva avuto neppure il coraggio.
«Ne è sicuro?… Beh! È inutile. Adesso vedremo noi» e il Questore posò una mano sulla spalla di De Vincenzi: «Cominci pure… Appena terminato qui, ce ne andremo… Lascerà il brigadiere nel negozio… Lei, Maccari, se non ha altro da dirmi, torni al Commissariato…».
«Buongiorno, commendatore…».
Maccari si diresse alla porta.
«Debbo lasciare i miei agenti?».
«È meglio» fece De Vincenzi. «Cruni penserà a sostituirli e a rimandarteli».
«Come vuoi…».
Stava per uscire. Si accorse di avere ancora in mano il volume dei Promessi Sposi. Lo guardò con rimpianto. Tornò verso il bancone, per lasciarlo.
«Leggeva?».
«Un bel libro, commendatore!».
E posò il volume. Chi sa quando mai avrebbe ripreso a leggere la storia di Renzo e Lucia!…
Una volta per la strada, vide il gruppo dei curiosi sempre più folto, alzò le spalle e si calò il cappello duro sugli occhi, con una mossa che gli era abituale.
«Hanno tempo da perdere!» mormorò, allontanandosi. «E magari sarebbero felici, se potessero vedere il cadavere!».
Dentro, il Questore s’era seduto davanti alla scrivania americana, che aveva il coperchio abbassato e chiuso a chiave, e De Vincenzi era andato nel retrobottega.
«Che ha trovato, dottore?… Ah! È lei!».
Era il dottor Sigismondi della Guardia Medica di via Agnello, quel ragazzone magro e patito, che aveva conosciuto in via Monforte, nell’appartamento del suo amico Aurigi, quando era stato assassinato il banchiere Garlini.
«Buongiorno, commissario. Il professore ha ricevuto due proiettili nel cranio… Uno gli è uscito dalla guancia destra e l’altro deve trovarsi ancora dentro…».
«Da quanto tempo è morto?».
«Già» sorrise il dottore. «La solita domanda. E lei conosce la mia risposta. Da quanto tempo approssimativo. Ebbene, poche ore. Forse quattro o cinque appena. Forse anche più».
«Verso le due o le tre della notte scorsa, dunque?».
«Su per giù, a quell’ora» e fece un gesto. «Povero maestro! Quando mi avessero detto di doverlo rivedere in questo stato e qui dentro!…».
«Lo conosceva?».
Il medico ebbe un altro sorriso.
«È stato mio professore di anatomia all’Università… Era il più giovane professore di Pavia… il più elegante… e, se posso dire così, il più galante… Tutti noi studenti ne eravamo gelosi…».
«Gelosi?».
«Non c’era studentessa, che non fosse innamorata di lui!».
De Vincenzi guardò l’uomo, che giaceva ormai senza vita, sul pavimento polveroso di quelle stanze tetre. Un cadavere fra i libri! Ed era stato un bellissimo uomo, un esemplare magnifico della razza umana, un innamorato della bellezza, un amatore gagliardo e raffinato…
Perché lo avevano ucciso? Perché gli avevano forato il cranio con due proiettili, a tradimento certo, dal di dietro?
Era una vendetta? La vendetta d’un marito o di un amante geloso?
De Vincenzi ricordò il camice bianco, i ferri chirurgici, il biglietto scritto con l’inchiostro azzurro da qualcuno che era sicuro della impunità o che non aveva nulla da temere a esser rintracciato…
Non voleva tirare ancora conclusioni; cercava di riunire tutti gli elementi di fatto, così come gli si presentavano.
Avrebbe poi ragionato e dedotto. Egli sempre procedeva soprattutto per intuizione, guidato da un senso nascosto e sconosciuto, che gli faceva dar peso e valore a fatti minimi, a indizi microscopici, mentre poi lo induceva a non tener conto di quanto ad altri sarebbe apparso evidente e urlante. Egli non credeva all’evidenza degli indizi, più di quel che credesse alla certezza delle prove. Nessuna prova era certa e tutte lo erano. Nessun delinquente firma il suo delitto. Il caso lo firma per lui.
Guardò attorno al cadavere, per terra. Il pavimento era polveroso. Ma dalla porta, che si apriva nella stanzuccia di destra sul cortile, al corpo disteso, la polvere era scomparsa per tutta una larga striscia, come se il cadavere fosse stato trascinato in terra. Perché proprio lì dentro?
C’era connessione tra la «persona» del defunto e il luogo nel quale il suo cadavere giaceva?
Il commissario andò lentamente nella stanza di destra e si avvicinò alla porta nera, che dava sul cortile. I battenti apparivano chiusi, ma egli vide facilmente che il vecchio catenaccio traballante era tirato. La porta non era che accostata.
Trasse a sé il battente e uscì nel cortiletto. Un antro umido, con la latrina in un angolo; di fronte una vasca per lavare. In fondo un vano coperto, in cui si apriva una scala.
A sinistra dopo la latrina, il passaggio che dava nell’androne e di lì si usciva poi sulla strada, passando davanti alla portineria.
Una vecchia casa popolare. Un alveare di povera gente. La miseria cimiciosa, che sa di umidore malsano o di polvere arsigna, a seconda delle stagioni. De Vincenzi si avvicinò alla portineria. «Il portone a che ora si chiude?». Gli risposero due voci affrettate, ansiose, una roca, l’altra sottile e acuta. «Chi è?».
Il commissario, che aveva aperto la porta a vetri, sulla quale pendevano due o tre cartelli, entrò nella stanza.
A un deschetto da calzolaio sedeva il marito. Aveva un testone enorme, il volto raso, giallastro, e gli occhi a fior di testa con tutti i segni caratteristici del morbo di Basedow. La donna era ancora piacente e non doveva aver superato la trentina. Stava seduta al tavolo, con un giornale spiegato davanti e le braccia tese sul foglio. S’alzò e chiese subito con arroganza: «Chi siete?». La voce roca era sua. «Un commissario di polizia».
La donna tacque, fissandolo. L’uomo depose la scarpa, che aveva tra le ginocchia, sul deschetto e rimase col trincetto in mano, lucente.
«Chi ha chiuso il portone, ieri sera?».
«Io» rispose la voce acuta di lui.
«A che ora?».
«Alle dieci».
«Dove dormite, voi due?».
«Là» indicò la donna, voltandosi verso il fondo, dove una tenda a fiorami rossastri doveva evidentemente coprire una porta.
«Siete andati subito a letto?».
«Lei c’era già. Si sarà coricata alle nove. Io sono andato a letto poco dopo mezzanotte».
«E dalle dieci a mezzanotte?».
«All’osteria, in via Battisti. Ci sono i testimoni. Ho l’alibi…».
«Parlate troppo! Nessuno vi chiede un alibi. Quando siete tornato, eravate ubriaco?».
«Non mi ubriaco mai, io. Tutti glielo possono dire». «Bene. E tornando, avete trovato il portone chiuso?».
«Può darsi. Io l’ho chiuso, a ogni modo».
«Rimane chiuso tutta la notte?».
L’uomo alzò le spalle rachitiche.
«Che vuole che le dica? Dovrebbe rimaner chiuso. Ma con gli inquilini che abbiamo!».
De Vincenzi si guardò attorno.
Stava per andarsene. Si fermò per chiedere: «Avete sentito rumore, stanotte, dopo la una?».
«Uh!» fece la donna con quella voce profonda, che non sembrava sua «tutte le notti si sente qualche rumore. Ubriachi che rincasano. Qualcuno che litiga. Non ci si bada più, ormai».
«Ma due colpi di fuoco?».
«No» rispose la donna con prontezza per nulla sorpresa dalla domanda.
«Quando sbattono il portone, per richiuderlo» aggiunse il ciabattino «è come una rivoltellata…».
De Vincenzi lo fissò.
«Allora, voi li avete sentiti?».
«No» disse l’uomo, con un sogghigno. «Non credo. La notte scorsa nessuno ha sbattuto il portone!».
E rise.
«Questo non impedisce che ci sia stato un morto, stanotte, qui dentro».
I due tacquero, senza dar segni di meraviglia. De Vincenzi sentiva come un’oppressione. Coloro erano cinicamente ripugnanti. Anche se avessero saputo qualcosa non l’avrebbero detta. E uscì. Aveva dovuto reagire violentemente a se stesso, per scacciar la convinzione che l’uccisione del senatore Magni fosse un delitto di teppa.
Là dentro, davanti ai portinai, a sentirli parlare, a guardarli, era quella l’impressione che aveva avuta.
Un agguato nella strada buia. Due colpi. Lo svaligiamento del cadavere, che avevano trascinato prima nel cortile e poi nel retrobottega della libreria.
Vedeva la coppia losca spiare le mosse degli assassini e tornarsene a letto, quando tutto era finito.
«Stanotte, farò appostare gli agenti attorno alla casa e procederò a un repulisti generale!» pensò e sorrise. Lo poteva fare. Ma non sarebbe certo servito a fargli scoprire l’assassino. Anche se qualcuno del casamento lo avesse veduto, non avrebbe parlato.
L’assassino non abitava in quella casa, non era un teppista, aveva una calligrafia da uomo colto e…
Chi sa se aveva telefonato di nuovo quella donna, che voleva parlare con un commissario alle sette del mattino e che, quando le avevano dato la comunicazione, era scomparsa! Il suo chiodo fisso.
Tornò nel negozio e trovò il dottore che, scostato il mucchio di libri, s’era messo a sedere sopra il bancone della prima camera, con le gambe penzoloni e i piedi che quasi sfioravano quelli del morto, tanto lo spazio era ristretto là dentro.
«E così?» chiese il dottore.
«E così… Speriamo che venga presto il giudice istruttore, per la rimozione del cadavere. Io ad ogni modo faccio venire l’autoambulanza, pel trasporto al Monumentale. Vorrei l’autopsia oggi stesso. Ma prima…».
Si chinò sul cadavere e cominciò a frugarlo, in tutte le tasche, togliendone quel che contenevano. Aveva disteso per terra il fazzoletto di seta, preso dal taschino del morto, e vi andava deponendo man mano quanto trovava.
Quand’ebbe finito, raccolse gli oggetti e le carte nel fazzoletto e si alzò.
Il dottore aveva chiuso la busta nera dei ferri e se l’era messa sotto il braccio.
«Me ne vado… A che ora il cadavere sarà al Monumentale?».
«Verso mezzogiorno al massimo».
Chiamò Cruni e gli disse di telefonare per l’autoambulanza e di avvertire la Procura del Re.
«E così?» gli chiese il Questore, quando lo vide riapparire in negozio.
«Possiamo andare, se crede. Qui rimarrà Cruni, fino a quando abbiano portato via il cadavere e io sia tornato. Il giudice istruttore può far da sé. Forse, sarà bene non tardare più oltre ad andare in casa Magni… La signora può ricever la notizia da qualche altro…». Il Questore si alzò.
«Ha scoperto come abbiano fatto a entrare qui dentro?».
«Per la porta del cortile» rispose De Vincenzi, guardando Pietrosanto, che aveva levato la testa. «Ma se era chiusa!» esclamò il povero Gualmo. «Doveva essere aperta, invece. Ma lo vedremo tra poco. Cruni non fate toccar nulla!». E il Questore e il commissario uscirono. Il dottore, passando per andarsene, s’era fermato a leggere il titolo dei libri, negli scaffali.
«Posso scopare, adesso?» chiese Giovanni. Gualtiero Gerolamo lo fissò, senza capire quel che diceva.
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