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8. Le due rivoltelle
ОглавлениеIl battente dell’uscio si aprì e nel riquadro di esso apparve la figura di un uomo tozzo e quadrato. Aveva il cappello grigio quasi sugli occhi e un lungo pastrano nero.
Si fermò un istante, a guardare la stanza d’ingresso, ma non vide i due, che si erano nascosti dietro la porta della cucina. Avanzò lentamente, richiudendo con cura la porta dietro di sé. Poi si diresse nella camera del domestico e si tolse il pastrano e il cappello. Prese sul letto il panciotto a righe bianche e turchine e una giacca nera. Guardò un istante quegli indumenti, quasi chiedendosi se dovesse o meno indossarli e poi si decise. Si tolse gli abiti che aveva in dosso e rivestì quelli, che indicavano palesamente le sue funzioni.
Si diresse poi verso la sala da pranzo.
De Vincenzi lo poteva veder chiaramente. Un uomo piuttosto anziano, dai capelli grigi, ma con la pelle ancora fresca, solido e forte.
Il commissario non lo lasciò entrare nella sala e, quando quegli fu in mezzo alla stanza d’ingresso, avanzò direttamente verso di lui.
L’uomo ebbe un sobbalzo e istintivamente portò la mano alla tasca posteriore dei pantaloni. Con voce un poco turbata, ma minacciosa, chiese:
«Che cosa fate qui dentro?»
Il commissario gli chiese:
«Voi siete Giacomo Macchi, il cameriere di Aurigi.»
L’altro trasalì, ma ritrovò subito la propria sicurezza.
«Io sono il cameriere del signor Aurigi, infatti. Ma loro chi sono e che cosa fanno in casa del mio padrone?»
«Ve lo dirò dopo…» rispose De Vincenzi, dirigendosi verso la sala da pranzo. «Venite avanti, adesso… Datemi la rivoltella, che avete in quella tasca e rispondete alle mie domande.»
«Con che diritto si permette?…»
«Sono un commissario di Polizia. Presto! La rivoltella…»
Il cameriere aveva vacillato. Dovette farsi forza e padroneggiarsi, per riuscire a togliersi la rivoltella dalla tasca e per porgergliela: «Non capisco…»
«Capirete…» disse De Vincenzi, guardando la rivoltella:
«Una Browning… Sei e mezzo… A sette colpi…»
Fece scorrere la canna e si accertò che vi fosse il proiettile. Annusò il foro di uscita. Certamente quella rivoltella non aveva sparato di recente.
«Una graziosa arma, perfettamente tenuta… Datemi il porto d’arme.»
«Non l’ho…» rispose il cameriere, dopo avere esitato.
«Bene! E la rivoltella è vostra?»
«Sì… no… non è mia!»
«Di chi, allora?»
«Del signor Aurigi… del mio padrone…»
«E perché la portate voi?»
«L’ho presa, ieri sera. Contavo di rimetterla a posto stamane… Lui non se ne sarebbe accorto.»
«Dove la tiene, di solito?»
Il cameriere si voltò ad indicare un piccolo mobile nell’angolo della stanza, vicino al caminetto sul quale la pendola segnava le nove e tre quarti.
«Lì, in quel mobile. Nel primo cassetto.»
De Vincenzi andò al mobile fece per aprire il cassetto indicatogli. Ma era chiuso. Si volse a Giacomo:
«La chiave?»
Lo stupore del cameriere fu evidente.
«Non so! Era aperto… è sempre aperto…»
Si era avvicinato al mobile e aveva aperto gli altri tiretti, per cercarne la chiave.
«Non capisco! Ieri sera era aperto e la chiave si trovava nella serratura.»
De Vincenzi ebbe un gesto e si voltò verso Cruni:
«Prendete uno scalpello, un ferro… In casa ci sarà bene uno scalpello, un martello, qualcosa per aprire questo cassetto!…»
«Sì,» fece il cameriere. «In cucina, nell’armadio, c’è la cassetta dei ferri… Vado a prendergliela.»
De Vincenzi, lo trattenne per un braccio.
«No. Rimanete qui…» e fece un cenno a Cruni che andò in cucina.
Il commissario, tenendo sempre Giacomo per il braccio, lo fissò negli occhi:
«E voi dite che ieri sera era aperto?»
«Certo! Il signor Aurigi lascia sempre tutti i suoi cassetti aperti. Egli sa che può fidarsi di me…»
«Infatti!» disse il commissario, ironicamente.
L’altro alzò le spalle:
«Le ho detto che l’avrei rimessa a posto. Se gli avessi chiesto di prestarmela, me l’avrebbe data.»
«E perché, vi occorreva la rivoltella, ieri sera?»
Giacomo tacque.
«Perché?» insistette il commissario.
«Oh!» disse con sforzo il cameriere. «Io non so perché lei mi faccia tutte queste domande!… Mi ha trovata la rivoltella in dosso? Non ho il porto d’arme? Allora, se crede, mi arresti. Non c’è altro da dire!»
«Ah! Credete proprio?»
Cruni arrivava con uno scalpello e il commissario glielo tolse di mano con un gesto brusco.
«Date qui…»
Si chinò sul cassetto e, facendo leva nella connessura, lo aprì. Guardò nell’interno ed ebbe un gesto di meraviglia. Si voltò a fissare Giacomo.
«Ohè! Dico! Se vi fate gioco di me, buonuomo, ve ne potreste pentire!»
Il cameriere lo guardò meravigliato:
«Io? Ma che dice?»
«Guardate!» disse De Vincenzi, traendo dal cassetto un’altra rivoltella. «E questa qui di chi è? Il vostro padrone aveva una collezione di rivoltelle?»
Lo stupore di Giacomo appariva profondo.
«Ma no! Una sola. Quella lì non c’era! No, non l’ho mai veduta, signore. Permettetemi di osservarla…»
E tese la mano. De Vincenzi stava per dargliela, ma si trattenne.
Osservò la rivoltella, ne annusò il foro d’uscita, come aveva fatto con l’altra, ed ebbe un gesto.
«Aspettate!»
Depose sul tavolo la rivoltella, che aveva tolta a Giacomo e, ravvolta la seconda nel proprio fazzoletto, se la mise in tasca.
Si volse a Cruni:
«Telefonate subito al dottore, al cimitero Monumentale, che mi mandi il proiettile estratto… E poi cercate un armaiuolo, che alle…»
Guardò la pendola sul caminetto ed ebbe un sorriso, mentre traeva il proprio orologio dalla tasca. Sì, la pendola andava proprio un’ora avanti. Continuò, rivolto a Cruni:
«…che alle undici venga qui… Appena fatto questo, andate dove sapete e fate quanto vi ho detto…»
«Va bene, dottore,» disse Cruni, avviandosi verso l’ingresso. «Vuole che faccia salire Paoli qui da lei?»
«Non importa. Ditegli soltanto di non muoversi dalla portineria per nessuna ragione.»
Il commissario aspettò che il brigadiere fosse uscito e poi si volse a Giacomo:
«E adesso, a noi due.»
Sedette e indicò una seggiola al cameriere.
«Sedete pure. Ho bisogno di sapere molte cose da voi. A che ora siete uscito, ieri sera?»
Giacomo rimase in piedi.
«Alle undici. Il padrone mi aveva dato il permesso. Egli sapeva che non sarei tornato che stamane…»
De Vincenzi trasalì.
«Ah! Lo sapeva?»
«Certo!» disse l’altro. «Egli stesso mi aveva detto ieri mattina che sarei stato libero. Ogni settimana il signor Aurigi mi dà una notte di permesso. Di solito il venerdì sera. Questa settimana ha voluto cambiare. Ieri mattina, mi disse: “Giacomo, oggi è martedì, ma non importa, sarai libero stanotte, invece di venerdì. Lo preferisco”.»
Seguì un silenzio. De Vincenzi si diceva che, quanto più avanzava nelle indagini, tanto più la colpevolezza di Aurigi appariva manifesta.
«E voi, ogni settimana, portate via la rivoltella?»
«Sì. Che c’è di male? Vado in una casa alla Cagnola, a cinque minuti di strada dopo il capolinea del tranvai. Le strade da quella parte sono brutte, di notte…»
«E Aurigi non si era mai accorto che portavate via… per precauzione… la sua rivoltella?»
«No, mai! Gliel’ho detto: lui della rivoltella non aveva mai occasione di servirsi.»
«Bene. Controlleremo poi la verità di quanto dite. Ma badate bene! Stanotte, in questa casa, è stato commesso un delitto…»
Il cameriere diede un passo addietro. Il terrore che si era dipinto sul suo volto doveva essere sincero, pensò De Vincenzi, oppure quell’uomo era un delinquente indurito, un attore consumato.
«No!» esclamò con voce rauca. «Il mio padrone?»
«Non il vostro padrone. Lui è sano e salvo. Ma rendetevi conto che tutto quello che dite… compreso il vostro alibi… ha un’importanza estrema…»
«Non vorrà mica dire!…» non cercava neppure di nascondere il proprio turbamento. Doveva sentirsi soprattutto in preda a spavento.
«Voglio dire proprio quel che dico!» pronunciò De Vincenzi freddamente. «Ma voi non dovete pensare che a dire la verità…»
L’uomo si guardava attorno smarrito.
«Ma chi?… Chi?… E dov’è il mio padrone?»
«Sedete!» ordinò il commissario e questa volta automaticamente, l’uomo sedette. «Ieri, siete rimasto in casa tutto il giorno.»
«Sì.»
«Raccontatemi quello che è avvenuto qui dentro, nel pomeriggio di ieri…»
«Ma… non so…» rispose Giacomo, stringendosi nelle spalle. «Nulla di anormale, credo.»
«Aurigi è uscito alle tre?»
«Sì… alle tre… o forse più tardi… No, credo che siano state proprio le tre…»
«E mentre lui era fuori, è venuta…»
«Lo sa?» esclamò con meraviglia Giacomo.
E subito aggiunse:
«Sì, è venuta la signorina… Le ho detto che il padrone era fuori e l’ho fatta entrare qui, in questa sala. Nulla di strano, del resto. Quando il signor Aurigi non c’era, la signorina entrava sempre qui… o di là, nel salottino, e lo aspettava…»
«Veniva ogni giorno… la signorina?»
«Ma no!» fece l’altro con meraviglia. «Perché ogni giorno?»
De Vincenzi lo scrutò. Chi dei due mentiva? Lui o la portinaia? La donna aveva detto che la signorina veniva tutti i giorni.
«Badate! Cercate di essere assolutamente preciso. A me risulta che veniva ogni giorno!»
Il cameriere si strinse nelle spalle:
«Se risulta a lei!»
Il commissario capì che aveva a che fare con un soggetto particolarmente ombroso e suscettibile. Occorreva prenderlo per il suo verso.
«Bene! Vediamo di trovare la verità. Se non ogni giorno, quando?»
«Oh! raramente. Una volta alla settimana, per esempio, o più di rado o più di frequente, secondo i periodi. E poi erano visite sempre molto brevi le sue. Si tratteneva col signore in questo salotto o di là nella sala da pranzo… Parlavano, ma la signorina aveva sempre una gran fretta. Il signore non se ne mostrava soddisfatto, naturalmente.»
Era evidente che quell’uomo, su questo punto almeno, non mentiva. Oh! perché lo avrebbe fatto, del resto?
Ma, in tal caso, come accordare le affermazioni della portinaia con quella del cameriere?
Anche la portinaia non era possibile mentisse. Troppo spaventata, in quel momento, per farlo! E poi, in ogni caso, se anche avesse voluto farlo e per il proprio interesse, avrebbe mentito, negando quel fatto, come aveva tentato al principio, e non ammettendolo. Lei evidentemente riceveva denaro da Aurigi o dalla stessa signorina Marchionni e una tal cosa non si confessa mai volentieri.
Ma allora?
Poteva ammettere, De Vincenzi, che la contessina entrasse nel portone di Aurigi, senza recarsi dal suo fidanzato?
L’ipotesi era arbitraria. Ma tutta la realtà della vita non è forse arbitraria?
Era un problema, questo, che il commissario si riservò di esaminare e di risolvere in appresso.
Per il momento, l’essenziale era di ottenere che quell’uomo, che gli stava davanti, parlasse.
«E poi? Continuate!»
«Dopo una mezz’ora… O forse più… Sentii suonare di nuovo. Era il mio padrone con un signore…»
S’interruppe. Un lampo gli passò sul volto. Si alzò, in preda ad un profondo turbamento.
«Ma no!… Non è possibile…»
De Vincenzi si alzò anche lui e fissò Giacomo negli occhi.
«Che cosa non è possibile?»
Ma trattenne l’altro, con un gesto.
«No! Non rispondete! Non mi interessa quel che a voi sembra possibile o impossibile. Ditemi i fatti. Quel signore chi era?»
Il cameriere aveva ritrovato un poco della sua freddezza.
«Il padre della signorina. Il conte Marchionni. Io mi dissi subito, vedendolo, che era necessario avvertire il padrone. Egli non avrebbe forse desiderato che il padre incontrasse qui la propria figlia, pensai. E cercai di fargli segno che non entrasse qui dentro, ma lui non mi capì…»
«E sono entrati… E hanno trovata la signorina?»
«No, no… La signorina dovette sentire le voci… Non so… Il fatto è che si era nascosta di là, nella camera da pranzo…»
De Vincenzi sussultò. Gli sembrava di cominciare a capire.
«Ah! E poi?»
«Il padrone col conte rimasero in questa camera molto tempo. Qualche ora. Discutevano…»
De Vincenzi lo interruppe con un gesto. Fissava l’uscio del salottino. Vi si diresse e guardò dentro, ma non vide né Marchionni, né Harrington.
Dovevano trovarsi nella camera da letto o nel bagno. Ebbe un movimento di soddisfazione e chiuse accuratamente l’uscio del salottino. Poi tornò verso il cameriere e gli disse, sommessamente:
«Discutevano, dunque. A voce alta?»
«Sì… Così… Ogni tanto si sentiva qualche scoppio di voce e poi le voci tacevano, per riprendere a parlare pacatamente.»
«E la signorina?»
«Rimase di là una mezz’ora. Poi improvvisamente la vidi uscire dalla porta, che dà in cucina. Era bianca come un panno lavato. Mi disse: “Giacomo, direte al vostro padrone che sono venuta e che non ho potuto attendere. Lo vedrò stasera a teatro.» L’accompagnai all’uscio delle scale, facendo attenzione a che questa porta fosse chiusa e che coloro che stavano in sala da pranzo non potessero vederla. Così la signorina andò via. Questo è tutto.»
«E il padre non la vide?»
«No, non credo.»
«E quando il vostro padrone e il conte parlavano, voi naturalmente…»
Dal salottino vennero le voci del conte e di Harrington.
De Vincenzi si avvicinò rapido al cameriere e lo spinse verso l’ingresso.
«Basta! Continueremo dopo!»
La porta del salottino si apriva e il conte vi apparve con Harrington. Marchionni si diresse immediatamente verso De Vincenzi. Aveva l’aria ancor più ironica e gli chiese con voce sibilante:
«È stato fatto ogni rilievo in quelle camere, non è vero, dottore?»
Si accorse allora di Giacomo e, indicandolo, disse:
«Questi è il cameriere di… Del…»
«Sì, signor conte,» interruppe De Vincenzi. «Questi è il cameriere di Aurigi, che lei deve conoscere, naturalmente, perché anche nel pomeriggio di ieri ebbe occasione di vederlo.»
Il conte aveva trasalito, ma vinse rapidamente il leggero turbamento, che lo aveva invaso.
«Può darsi… Non credo sia cosa importante, questa! Mi sembra molto più importante, invece, quel che ha da dirle Harrington.»
«Ah! Harrington ha potuto perfezionare la sua teoria?»
Sempre più fatuo e trionfante, il detective rispose:
«Appena alcuni punti, cavaliere. E per raggiungere tale risultato non mi è stato necessario che di osservare. Loro avevano toccato tutto, ma si sa!… qualcosa può sfuggire. Per esempio, in terra, lì in quel salottino, sotto una poltrona, ho trovato questo…»
De Vincenzi prese il talloncino e l’osservò. Poi sollevato il capo, mandò un piccolo sibilo e guardò Harrington. Poveretto, pensava tra sé, almeno questa soddisfazione diamogliela!
E a voce alta disse:
«La metà di un biglietto di poltrona alla “Scala”.»
«Numero 34 H. A destra. La data di ieri,» commentò trionfalmente il detective.
Una vivissima gioia gli si era dipinta sul volto, piccino e grinzoso, che risplendeva in modo tale da offuscare per un momento persino i raggi del grosso brillante della cravatta.
Il conte intervenne, con voce gelida:
«La poltrona di Aurigi.»
«So benissimo che lei non sbaglia,» disse De Vincenzi, voltandosi verso Marchionni, con un sorriso, «affermando che era la poltrona di Aurigi.»
«Non sbaglio, infatti! Durante il primo atto, prima di venire nel nostro palco, Aurigi era in poltrona e ricordo benissimo la fila.»
«Certo, certo!» fece De Vincenzi. «Allora, diremo che questa è una prova… la prova che Aurigi è venuto qui dentro, dopo essere stato a teatro…»
«Qui, in casa sua… e in quel salottino…» sottolineò Harrington.
«Già!» mormorò De Vincenzi, pensieroso.
Dopo un silenzio, si volse verso il detective:
«E allora, Harrington, esponetemi la vostra teoria.»
«Oh! non credo di rivelarle una grande novità, dicendole che…»
Si era messo in posa di oratore. Stava per prendersi la rivincita. Ma il telefono squillò nell’anticamera.
«Permettete…» disse De Vincenzi e si diresse rapidamente verso il fondo.
Staccò il ricevitore e poco dopo lo si sentiva parlare.
«Pronto!… Sì… Sono io, commendatore… Oh! per ora nulla… Sarò da lei a mezzogiorno e le riferirò… No, non così semplicemente… certo!… Non farò dichiarazioni di nessuna sorta alla stampa. Ah!… le hanno già portati i risultati della perizia… Sì, grazie… Come dice?… Sul libro mastro? Sotto la data di ieri… Curioso!… Dico che è curioso e terribile. Le spiegherò poi, commendatore. Arrivederla…»
Riappese il ricevitore e rimase qualche istante a contemplare il vuoto. Dunque? Certo quanto gli aveva detto il Questore lo aveva profondamente turbato e dovette fermarsi qualche minuto nell’anticamera, perché non voleva mostrare il proprio turbamento a quegli altri due.
Finalmente, tornò nella sala da pranzo.
«Già!… Dicevamo…» parlava in fretta. «Eravate voi, anzi, Harrington, che stavate per espormi la vostra teoria. Dunque?»
Harrington si rimise in posa.
«Dicevo che gli indizi e le prove… la deduzione e il buon senso… tutto il quadro del delitto… il calcolo delle ore… le causali… la psicologia delle persone coinvolte… tutto sta a dimostrare che l’assassino è uno solo e non può essere che Aurigi…»
De Vincenzi si era messo a sedere e guardava Harrington, ascoltandolo con ostentato interesse.
«Già!» disse, interrompendolo. «Dunque, Aurigi avrebbe dato appuntamento in casa sua a Garlini… Sarebbe venuto qui dal teatro… vi avrebbe incontrato il banchiere… e lo avrebbe ucciso… È così?»
Harrington non si accorse dell’ironia, che era nelle parole del commissario, ed esclamò con forza:
«Perbacco!»
«E la causale del delitto quale sarebbe, secondo voi?» chiese il commissario con voce pacata.
L’altro alzò le spalle con commiserazione.
«Il denaro! Aurigi avrebbe dovuto dare al banchiere Garlini, fra due giorni, osservi bene: fra due giorni, qualche centinaio di mille lire, che non aveva…»
«Credete?» chiese la voce ironica del commissario De Vincenzi.
«Ma questo lo so io!» intervenne il conte. «Non lo credo, lo so!»
De Vincenzi si alzò e disse con perfetta cortesia:
«Mi permetta di dirle, signor conte, che lei è in errore, come noi tutti eravamo in errore. Chi mi telefonava, due minuti fa, era il Questore. Ebbene, il Questore mi ha comunicato che la scoperta più importante fatta dai periti era stata effettuata sui libri della Banca Garlini.»
Guardò in faccia i due uomini e fece studiatamente una lunga pausa.
«Aurigi,» continuò, poi, scandendo le parole, «doveva a Garlini esattamente cinquecento e quarantatremila lire.»
«Vede!» gridò il conte, con accento di trionfo!
«Vedo!» riprese con pacatezza il commissario. «Ma dai libri di Garlini risulta che, in data di ieri, questo denaro è stato versato!»
«No!»
«È impossibile!»
Il conte ed Harrington avevano esclamato nello stesso tempo. Il loro stupore appariva così grande, che doveva essere sincero.
Lentamente, De Vincenzi trasse dalla tasca un foglio piegato, lo aprì e si mise a fissarlo.
Gli altri due lo guardavano, sempre in preda a profonda meraviglia.
Dopo una lunga pausa, De Vincenzi disse:
«È tanto possibile, signor conte, che io, cercando negli abiti che indossava Garlini, ho trovata questa ricevuta, che le leggo.»
E, pronunciando le parole lentamente, lesse:
«Ricevo lire cinquecentoquarantatremila dal signor Giannetto Aurigi a completo saldo del suo dare a copertura della differenza passiva delle azioni da lui possedute e vendute a riporto a fine dicembre corrente.»
Tese la ricevuta al conte.
«Vede? Bolli e firma. Tutto regolare.»
Il conte, adesso, era sconvolto.
«E lei dice,» disse balbettando, «che quella ricevuta…»
«Precisamente. Questa ricevuta si trovava nella tasca del frak di Garlini…»
Prese un tempo e poi aggiunse, indicando la parte destra del proprio petto:
«In questa tasca del petto…»
«In quella tasca, no! Non c’era!» esclamò il conte, con uno scatto istintivo.
De Vincenzi disse subito:
«Infatti, in quella tasca, no. Era in un’altra… Ma lei, conte Marchionni, come fa a saperlo che non c’era?»
Il conte si era fatto livido.
Harrington, colpito, aveva fatto un passo indietro, quasi per allontanarsi dal suo cliente.
Nella stanza pesò un silenzio ansioso.
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