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Capitolo settimo

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Un romanzo d’amore

Anche quest’altra donna era bella!

Decisamente, la caratteristica più notevole di tutta la inchiesta per l’assassinio del senatore Magni era costituita da una esuberante quantità di donne belle.

De Vincenzi l’osservò rapidamente.

Sani l’aveva fatta sedere davanti alla scrivania del suo superiore, dicendogli: «La signorina ha telefonato, stamane alle sette, perché desiderava parlare con un commissario. Poco fa ha chiamato di nuovo e l’hanno messa in comunicazione con me… Io le ho detto di venire alla Squadra e ti ho fatto avvertire…».

«Bene. Grazie».

Sani si ritirò.

La ragazza guardava il commissario con occhi smarriti. Aveva le pupille brillanti, quasi fosforescenti. Tremava leggermente. Una signorina di buona famiglia, sembrava, per quanto avesse le labbra troppo rosse e le palpebre bistrate. Era elegante, con distinzione. Nulla di troppo vistoso in lei, se non la gran massa dei capelli di rame, che fiammeggiava sotto il cappellino nero.

«Desidera parlare con un commissario?». «Sì…».

«Dica pure…».

«Forse, non le sembrerà molto interessante quel che sto per dirle… Io stessa mi domando perché sia venuta… Ma è stato più forte di me… Non sono riuscita a chiuder occhio tutta la notte… Stamane, appena si è aperto il caffè di fronte a casa mia, ho telefonato. Poi, quando stavo per parlare mi sono pentita e ho riappeso il ricevitore… Ma tant’è!… Non resistevo più. Forse, ho fatto male…». Quasi piangeva.

«Si calmi, signorina. Non ha fatto male. Vedrà che ha fatto bene, anzi… Ma mi dica tutto!».

«Sì, le dirò tutto… Ah! Ma lei mi deve promettere di non dirgli mai che sono stata io! Non me lo perdonerebbe e io, invece, voglio che mi perdoni!… Non spero che torni ad amarmi, ma, se penso che può capitargli qualcosa di male, impazzisco!… E vero che lei lo impedirà? Che lo proteggerà? Ma senza che lui lo sappia!…». Sbarrò gli occhi: «Oh! Se quell’altro lo uccidesse!». E si coprì il volto con le mani, come davanti a una visione atroce.

«Si calmi» ripeté De Vincenzi. «Certo, noi lo proteggeremo… ma occorre che lei mi dica di che si tratta… e di chi si tratta soprattutto…». La ragazza singhiozzava: «Ah! Mi perdoni!… Sono molto agitata… Ho tanto sofferto!… E ho dovuto sempre fingere a casa mia, per non farmene accorgere da mia madre… Anche stamattina, per telefonare, sono uscita di casa, perché mia madre non vuole che telefoni a lui e mi sorveglia sempre…».

«Sì, naturalmente… Capisco… Ma qui può stare tranquilla… E lui… chi è?».

«L’ho conosciuto a casa di una nostra amica… Mi ha fatto subito la corte… mi piaceva… l’ho amato!… Anche lui sembrava innamorato di me… parlava di matrimonio… aspettava di prendere la laurea, per presentarsi ai miei genitori… Per un anno sono stata felice… Si è laureato ed… è diventato l’assistente del professor Magni… Da quel momento ha cominciato a trascurarmi… si è allontanato da me… Mi diceva che era per il gran lavoro… le visite… le operazioni… l’ospedale… Pretesti! Invece…».

Si rizzò, fiera, sfavillante, accesa d’odio.

«Invece, era per una donna! Per quella sgualdrina!… Un’americana, che è stata l’amante di tutti… persino del professore!… Capisce?…».

De Vincenzi ascoltava con attenzione, cercando di non dimostrare l’interesse enorme, che quelle rivelazioni, apparentemente incoerenti e banali, avevano per lui.

«Capisco, signorina. E le sono vicino con tutta la mia simpatia commossa, lo creda! Ma parli tranquillamente… cerchi di ritrovare le sue idee chiare… Se lei è venuta qui… in Questura… vuol dire che è accaduto un fatto nuovo grave… L’uomo che ama è minacciato?».

«Oh! Sì!… Quell’altro non scherza e ieri sera glielo ha gridato in faccia: «Un’altra volta che lei osa minacciarmi, le do la lezione che merita! E le garantisco che non faccio le cose a metà, io!…». «Perché, vede, Edoardo lo aveva colpito… sì, lo aveva schiaffeggiato… e il professore aveva afferrato una seggiola e, se non ci fosse stata l’americana… quella sgualdrina, chi sa che cosa sarebbe accaduto!… Anch’io! Anch’io mi sono lanciata… ma Edoardo aveva chiuso la porta dietro di sé e, quando uscì era con lei… con quell’altra… e io son dovuta scappare…. ho dovuto nascondermi…».

Singhiozzò ancora. Le lacrime le scorrevano per le gote.

De Vincenzi la lasciò piangere in silenzio. Bisognava farla parlare, senza darle l’impressione di volerla stimolare, e senza soprattutto che dubitasse dell’importanza di quanto diceva.

«Bene, signorina. Capisco il suo dolore… Vedrà che nulla, però, è irreparabile…».

«Lo crede?» chiese lei, con ansiosa speranza.

«Ma sicuro!… Si torna sempre al primo amore, quando è puro e buono… Un’avventura non conta… È uno smarrimento momentaneo… Vedrà!…».

«Ah! Se fosse vero! Lo amo tanto…».

«Dunque, lei lo conobbe in casa di un’amica… E come si chiama, lui?».

«Edoardo!… E il dottor Edoardo Verga… assistente del senatore Magni…».

«Capisco».

«E la donna che l’ha stregato… che me lo ha portato via… è una certa Pazienza… Drury… o qualcosa di simile… ma ieri sera ho sentito che Edoardo la chiamava Patt».

«Dunque signorina… ieri sera?…».

«Sì…».

Ebbe un’esitazione.

«Non abbia timore» disse subito De Vincenzi, con cordialità, per infonderle fiducia. «E poi lei ha parlato di un litigio… di minacce… Può darsi ch’io possa intervenire in tempo…».

«Sì, è per questo. Non voglio che Edoardo corra il rischio d’una vendetta. Se tutto si riducesse a perdere il posto presso il senatore sarebbe un bene per lui e per me!… Ma io conosco Edoardo… È un violento… e l’altro può condurlo a qualche eccesso… Se pure invece…». Si coprì di nuovo il volto con le mani. De Vincenzi fece un gesto d’impazienza, che subito contenne.

«Su via, signorina, disperarsi per quanto non è avvenuto ancora… e forse non avverrà mai, specialmente se lei ha fiducia in me… è inutile e puerile. Si vinca e mi dica con precisione quel che è accaduto iersera. Soltanto così, potrò aiutarla». La giovane mostrò il volto bagnato di lacrime. «Ha ragione… Ieri, io avevo deciso di avere una spiegazione con Edoardo. Per quanto sapessi, oramai, che egli era l’amante di quella donna… speravo di poterlo ricondurre a me. E poi, che vuole? Avevo bisogno di vederlo, di parlargli! Dissi alla mamma che ero stata invitata a pranzo da un’amica… perché supponevo di non poter ritornare a casa che molto tardi… e prima delle sei ero sul viale Bianca Maria, davanti alla casa del senatore… Alle sette, Edoardo uscì…».

«Con quell’americana, come lei la chiama?». «No. Solo. Io stavo per attraversare la strada e avvicinarmigli… ma in quel momento passarono alcune auto… un camion… dovetti fermarmi e lui fece in tempo a raggiungere Porta Vittoria e a salire in un tassi. Mi misi a correre, saltai in un’altra macchina e dissi all’autista di seguire la prima… Fu una corsa fino al Sempioncino… Quando vidi che l’auto si dirigeva oltre il Sempione, compresi che Edoardo aveva un appuntamento… Certo, qualcosa di insolito… Mi dissi che non era possibile che io lo avvicinassi, fin quando almeno non avessi saputo quel che intendeva fare e con chi doveva incontrarsi… Così, quando discese dal tassi davanti al ristorante… laggiù… mi tenni nascosta dentro la macchina, che avevo fatto fermare a una certa distanza. Edoardo mandò via il tassi, si mise a passeggiare davanti al locale… Non capivo… Temevo che si fosse accorto d’essere spiato da me… che mi rimproverasse… che andasse in collera. Ero pentita di averlo seguito… A un tratto… dopo circa mezz’ora di attesa… lo vidi cacciarsi dietro un albero… Era comparsa un’auto… Si fermò anch’essa davanti al Sempioncino e ne discese prima il professor Magni, poi quella donna… Entrarono nel locale… Allora, capii e cominciai ad aver paura. Certamente, Edoardo aveva saputo che loro si dovevano recare a pranzo laggiù e voleva sorprenderli… Avrei voluto impedirglielo… Ma come? Non potevo che rimaner dove ero… e aspettare…».

Fece una pausa. Tremava tutta, povera figliuola!

Ma che fortuna per lui che quella ragazza fosse innamorata e gelosa! «E poi?…».

«E poi… vidi Edoardo che, uscito di dietro all’albero, dopo esser rimasto per qualche minuto in mezzo al viale, faceva un gesto di decisione ed entrava anche lui… Non mi tenni più… Mi aveva invasa una angoscia mortale… Pensai con terrore a un dramma… Mi precipitai dal tassi e gli corsi dietro… Passai correndo per una sala illuminata… Vidi davanti a me Edoardo, che infilava una scala… lo seguii… cercai di raggiungerlo… Avrei voluto chiamarlo, ma il fiato mi mancò. Lui salì al primo piano… andò diretto all’uscio d’un salottino riservato… lo spalancò ed entrò, richiudendolo a chiave dietro di sé… Udii nettamente il rumore della chiave nella serratura e un brivido di terrore mi percorse la schiena. Raggiunsi quell’uscio e mi gettai contro i battenti… Inutilmente! Rimasi lì, allora, e lo scoppio delle voci mi raggiunse… Quella alta, violenta di Edoardo, l’altra gelida, sferzante del senatore…».

«E la donna?» chiese De Vincenzi.

«Taceva, o per lo meno, io non sentii la sua voce… la voce di Edoardo saliva di tono…».

«Minacciava?».

«Naturalmente! Insultava il senatore, chiamandolo vecchio donnaiolo. Lo accusava di essersi servito di un ricatto, per condurre la donna lì dentro…».

«E Magni?».

«Sogghignava! Intimava a Edoardo di uscire… Lo minacciava di cacciarlo di casa sua e di farlo espellere dall’ospedale… Poi le voci divennero violente… Udii il rumore di uno schiaffo… della lotta… Io fremevo… Misi l’occhio alla serratura e vidi il senatore che alzava una seggiola… per darla sulla testa a Edoardo… L’americana si frappose… A un tratto li sentii correre verso la porta… Feci appena in tempo a trarmi da parte e a nascondermi dietro l’angolo del corridoio… Edoardo uscì assieme a quella donna… Correvano… Scomparvero giù per le scale…».

«E il professore?».

«Era rimasto nel salottino. Chiamò il direttore del locale… Credo che pagasse il conto… Non so… Ma dopo poco anche lui se ne andò… E io presi di nuovo il tassì e mi feci portare a casa… Ah! Che angoscia!».

Tutto era lì, dunque; ma era già molto. Si poteva supporre che quel giovanotto più tardi avesse freddamente, con crudeltà vendicativa, atteso per la strada il professore, lo avesse ucciso e ne avesse portato il cadavere dentro la libreria di via Corridoni? Se le cose si erano svolte così, occorreva ammettere che il senatore Magni si fosse attardato fuori di casa per alcune ore ancora, dacché non era possibile credere che il delitto fosse stato commesso prima delle due o delle tre di notte. Dove era andato il senatore una volta uscito dal Sempioncino? E come aveva fatto il dottor Verga a incontrarlo di nuovo, dato che fosse lui l’assassino?

Tante domande senza risposta, pel momento. Per quanto gli indizi a carico di quel giovanotto si fossero fatti più tosto consistenti, De Vincenzi era ben lungi dal sentirsi convinto della sua colpevolezza. Un violento era, anche un passionale, un emotivo dalle reazioni eccessive e mal controllate — ma le caratteristiche di quel delitto non erano appunto tali, da far pensare che tutti avessero potuto commetterlo, tranne un individuo non padrone di se stesso?

La ragazza fissava il commissario che s’era assorto, dimenticando completamente la presenza di lei, e non capiva la ragione di quella concentrazione silenziosa e come carica di minacce.

«Farà qualche cosa per lui?… Impedirà che il senatore si vendichi?».

De Vincenzi, richiamato alla realtà, disse bruscamente: «Non c’è più nulla da fare, signorina!». «Che cosa dice?» chiese la donna, sbarrando gli occhi.

«La notte scorsa, il senatore Magni è stato assassinato…».

«No!» gridò la ragazza, levandosi in piedi e tendendo le mani davanti a sé.

De Vincenzi si lanciò e fece appena in tempo a riceverla tra le braccia, che quella cadeva.

Accorse Sani. Fu necessario spruzzarle d’acqua il volto e aprir la finestra perché entrasse aria pura.

Lentamente rinvenne.

Sulle prime non comprendeva, che cosa fosse avvenuto, né dove si trovasse. Quando ricordò, il terrore la invase di nuovo.

«Ma non è stato Edoardo! Mi dica che non è stato lui a uccidere!» supplicò, rivolta a De Vincenzi.

«Ma no! Non è stato lui. Ancora non si può neppur supporre chi abbia commesso un simile delitto. Il senatore è stato colpito a tradimento…».

La giovane mandò un sospiro di sollievo e le tornarono i colori alle gote.

«Se è stato colpito a tradimento, l’assassino non può essere Edoardo!».

«Naturalmente» fece il commissario, per rassicurarla. La ragazza si alzò. «Mi perdoni il disturbo inutile…». Poi fu assalita da un pensiero improvviso e si fece scura in volto. Aggrottò le sopracciglia, strinse le labbra. «Ma lei, perché mi ha fatto parlare, se sapeva che il senatore era morto?».

«E perché avrei dovuto non lasciarla parlare?» rispose De Vincenzi, con la sua aria più candida. «Su via! Non pensi più a tutto questo e torni a casa tranquillamente. Il tempo… e gli avvenimenti daranno ragione al suo amore… Ma prima, mi scusi, vuol dirmi il suo nome?».

«Fioretta Vaghi…». «E dove abita?».

«Non verrà a cercarmi a casa dei miei genitori!» esclamò con spavento.

«Perché vuole che ne abbia bisogno?». «Via Pisacane, 42…». «Grazie…».

E uscì non del tutto rassicurata.

De Vincenzi pensò che almeno il mistero della telefonata era svelato.

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